La crisi dell’Europa e i nuovi scenari geopolitici - Russia News / Новости России


Politica

Pubblicato il Febbraio 8th, 2014 | Da admin

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La crisi dell’Europa e i nuovi scenari geopolitici

Europa dei PopoliGli imminenti referendum per l’indipendenza della Scozia e della Catalogna e la probabile spaccatura del Belgio daranno probabilmente il colpo di grazia all’Europa dei tecnocrati e delle banche.

I commentatori televisivi inviati in tutte le trasmissioni da una casta politica che continua impunemente ad abusare della credulità popolare, tendono sempre a sottolineare che è stata costruita un’Europa “economica”, ma non un’Europa “politica”. E lo ripetono ormai incessantemente come un mantra, nel tentativo di giustificare i fallimenti della politica “lacrime e sangue” e del rigore a tutti i costi che i tecnocrati, anche di casa nostra, hanno realizzato.

L’osservazione di certi commentatori è vera fino a un certo punto, perché sempre di politica si tratta, ed è in primis la politica, con il suo asservimento alla cupola massonico-bancaria e con la rinuncia a prescindere del suo primato rispetto alle logiche della finanza internazionale, ad aver determinato la catastrofe ed il fallimento del vigente modello di “Europa”.

Come hanno bene evidenziato autorevoli personaggi quali Marco Della Luna e Nino Galloni, il partito trasversale degli euro-fanatici, che dagli anni ’70 e ’80 era già al lavoro per distruggere la nostra industria e la nostra economia (e che in Italia vedeva quali alfieri Carlo Azeglio Ciampi, Beniamino Andreatta e, dietro le quinte, Mario Monti) era ben consapevole che gli Americani non avrebbero visto favorevolmente la formazione di una sorta di Stati Uniti d’Europa. Gli USA hanno infatti sempre remato contro questa eventualità, poiché essa avrebbe destabilizzato il loro dominio militare sull’Europa Occidentale nel contesto della Guerra Fredda e li avrebbe danneggiati economicamente e geo-politicamente. E, di contro, gli Stati Uniti si sono sempre opposti alla destabilizzazione e allo smantellamento della nostra industria, non nascondendo di preferire un’Italia forte e competitiva per bilanciare lo strapotere della Francia e della Germania.

Consapevoli quindi del tacito veto di Washington ad una vera unione politica del continente, certi personaggi si sono orientati senza sosta all’edificazione di quel tentacolare mostro tecnocratico-bancario che oggi da Bruxelles e da Francoforte pretende di decidere la politica (non solo economica) degli Stati, stabilendo a tavolino chi possa o no andare in pensione, quali tagli all’occupazione praticare e quanti milioni di Europei debbano scivolare nel baratro della fame e dell’indigenza.

Mentre la Commissione Europea ha candidamente ammesso il fallimento ed prossimo imminente collasso dell’Eurozona, dichiarando che i prossimi anni saranno inevitabilmente caratterizzati da aumento della disoccupazione, stagnazione economica e rivolte sociali, essa continua imperterrita la sua politica del rigore, perseguendo con scrupolo un’agenda che già da anni è stata scritta, con il solo obiettivo di ritardare il più possibile il collasso. Ma nuovi spettri adesso turbano i sogni dei tecnocrati, spettri che si stanno sempre più materializzando e che, a mio parere, accelereranno l’implosione del loro mostro tentacolare chiamato Unione Europea.

Mi sto riferendo agli imminenti referendum, fissati per il 18 Settembre e il 9 Novembre, con i quali milioni di cittadini saranno chiamati a esprimersi per l’indipendenza della Scozia e della Catalogna.

Riguardo alla Scozia, anche se gli attuali sondaggi danno gli indipendentisti in leggero svantaggio, il governo britannico dà già per scontata, nei corridoi di Westminster e di Downing Street, la secessione degli Highlanders. Tanto che il Ministero del Tesoro è già corso ai ripari, annunciando che, in caso di vittoria del sì, continuerà a garantire la totalità del debito del Regno Unito, per poi rinegoziare solo in seguito l’acquisto della parte competente alla nuova entità statale.

Come ha osservato Stefano Del Re su L’Espresso, la secessione scozzese da un’unione che dura da ben 306 anni potrebbe essere il segnale di una prossima deflagrazione “atomica” dell’Europa come la conosciamo. Soprattutto se teniamo conto che al referendum scozzese farà seguito, neanche due mesi dopo, quello catalano.

La Catalogna, insofferente da decenni alle politiche di Madrid, e caratterizzata da una propria lingua ed una propria tradizione culturale, è riuscita, non senza forti polemiche, a scavalcare il veto del governo centrale all’indizione del referendum. E qui i sondaggi ufficiali danno al momento una situazione di sostanziale parità. Ma saranno probabilmente le politiche economiche “lacrime e sangue” ed i tagli del Governo Rajoy a spingere tanti indecisi a pronunciarsi per il sì. E molti lo faranno non tanto per sincero spirito indipendentista, quanto per sfidare le politiche vessatorie di Bruxelles.

L’eventuale indipendenza di Scozia e Catalogna porrà alla casta tecnocratica che governa l’Europa tutta una serie di problemi tecnici, legali e giuridici che essa sa già di non essere in grado di affrontare e risolvere.

Può infatti l’Unione Europea accettare una secessione in uno Stato membro? Che cosa prevedono esattamente i trattati nel caso di una richiesta di adesione di un’entità secessionista? E chi l’ha detto che gli Stati secessionisti chiederanno per forza l’adesione al mostro tentacolare? Come coniugare le aspirazioni alla sovranità e all’indipendenza con il vigente ordine giuridico europeo?

A queste e a molte altre domande ha tentato di rispondere la prestigiosa rivista francese di relazioni internazionali Politique Étrangère, arrivando alla conclusione che nei testi redatti dai soloni di Bruxelles non è prevista la scissione di uno Stato membro e neanche l’automatica adesione all’Unione di un’entità territoriale che si scinda e dichiari la propria indipendenza. E inoltre, la Convenzione di Vienna del 22 Agosto 1978 sulla secessione degli Stati non risulterebbe applicabile, perché né Londra, né Madrid, né tantomeno Bruxelles l’hanno mai firmata e ratificata. Neanche i precedenti internazionali rispondono alla specificità dell’Unione Europea e il Diritto Comunitario accorda agli Stati attualmente membri un diritto di veto sull’adesione di qualsiasi entità secessionista.

Quella stessa Europa delle banche che tanto ha fatto per favorire lo smembramento della Jugoslavija per accaparrarsi le economie della Slovenia e della Croazia, provocando una sanguinosa guerra civile che si è protratta per anni, quella stessa Europa che si è poi resa complice della barbara aggressione della NATO nel 1999 contro la Serbia, decretandone lo smembramento territoriale con il riconoscimento dello stato fantoccio del Kosovo, oggi non sa che pesci prendere.

Si palesa infatti il caos, poiché ad una secessione di Scozia e Catalogna seguiranno inevitabilmente una spaccatura del Belgio in due entità statali, una fiamminga ed una vallone, e niente potrà più contenere o reprimere le legittime aspirazioni all’indipendenza dei Corsi e dei Baschi, una riunificazione dell’Iralanda con la sua parte Nord, fino ad arrivare ad una probabile annessione della Transnistria e della Moldavia in una “Grande Romania“. Eventualità, quest’ultima, che darebbe la stura al risveglio nella stessa Romania delle aspirazioni secessioniste degli Ungheresi della Transilvania e che provocherebbe una guerra civile nell’instabile Macedonia, dove l’etnia albanese è maggioritaria nelle regioni occidentali e tiene notoriamente le armi ben oliate sotto i letti e negli armadi.

Parallelamente al collasso dell’Eurozona, si palesa quindi un collasso anche politico dell’Unione Europea. Questo stato di caos provocherà inevitabilmente una fase di scontri cruenti e di lunghe guerre civili, delle quali quella che sta scoppiando in Ukraina è soltanto un preludio, con il risultato di ridisegnare buona parte della carta geografica del Vecchio Continente.

Da questo stato di caos potrà forse nascere una futura Europa dei Popoli non più vincolata alle logiche della cupola massonico-bancaria di Bruxelles, una nuova Europa che sostituirà quella fallimentare messa fino ad oggi in piedi dalle banche. Un’Europa fondata su nuovi equilibri e probabilmente più orientata verso Mosca che verso Berlino.

L’unica incognita è questa: come reagiranno gli Stati Uniti?

Nicola Bizzi

Altiero Spinelli stampaFrase manifesto Ventotene

 

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