Francesco d’Avalos: compositore, direttore d’orchestra, insegnante, scrittore, filosofo

Francesco d’Avalos

Francesco d’Avalos (Napoli 11 aprile 1930 – Napoli 26 maggio 2014): compositore, direttore d’orchestra, insegnante, scrittore, filosofo e Principe, esponente di una storica famiglia nobile. Tra le più grandi personalità culturali e artistiche del secondo ‘900 italiano, la sua figura merita ancora una piena riscoperta, poiché (nonostante gli importanti e numerosi riconoscimenti avuti durante la sua carriera professionale) il suo operato non è ancora abbastanza conosciuto e valorizzato quanto dovrebbe. 

La biografia 

D’Avalos inizia lo studio della musica a dodici anni, studiando pianoforte con Marta De Conciliis e Vincenzo Vitale e composizione con Renato Parodi. Si diploma in composizione con il massimo dei voti presso il Conservatorio San Pietro a Majella di Napoli e inoltre studia filosofia all’Università della stessa città.

In seguito frequenta i corsi di direzione d’orchestra all’Accademia Chigiana di Siena con Paul van Kempen, Franco Ferrara e Sergiu Celibidache. (In particolare l’incontro col grande maestro rumeno sarà fondamentale per la sua formazione)

Fra il 1951 e il 1954 collabora con il giornale “Il Quotidiano” per la critica musicale.

Nel 1972 viene chiamato da Nino Rota a insegnare composizione al Conservatorio di Bari, dove rimane fino al 1979, trasferendosi poi al Conservatorio di Napoli, dove insegnerà fino al 1998.

Ha svolto la sua attività concertistica presso numerose orchestre: Rai di Roma, Rai di Torino, Rai di Napoli, Radio Hamburg, Radio Frankfurt, Jerusalem Philharmonic Orchestra, Hungarian State Symphony Orchestra, Philharmonia Orchestra di Londra e altre. Ha inoltre diretto a Copenaghen, Lugano, Zurigo, Stoccarda, Colonia, Lione, Londra, Manila, al Teatro Comunale di Firenze, al Teatro San Carlo di Napoli, al Teatro Nuovo di Milano e altrove.

Ha inciso vari dischi, registrando opere di Brahms, Bruckner, Chausson, Clementi, Franck, Liszt, Martucci, Mendelssohn Raff, Schubert, Schumann, Smetana, Wagner, Weber e altri.

Ha ricevuto vari premi e riconoscimenti, tra i quali ricordiamo: Premio di composizione “Premio Selezione Marzotto 1958”, il “Grand Prix International du Disque Academie Charles Cros – Paris 1990” per le registrazioni delle opere sinfoniche di Martucci; “Mra Award 1991” per la registrazione della terza sinfonia di Raff; “Compact Discotèque idèale 1991” per la registrazione delle sinfonie di Franck e Chausson; “Premio “Fanzago” nel 2005; premio “Una vita per la musica” dall’Associazione Marche Musica nel 2008; Premio Speciale alla Carriera del Centro Incontro delle Arti Della Monaco nel 2010; Premio del Presidente della Repubblica “Oltre l’Orizzonte” nel 2010.

D’avalos ha inoltre lasciato vari scritti, spaziando dalla musica alla religione alla filosofia, e ha scritto due importanti libri: “La crisi dell’occidente e la presenza della storia – Il significato del ventesimo secolo attraverso l’evoluzione della musica” (Bietti, 2005) e “Autobiografia di un compositore” (Aracne editrice, 2013)

Il direttore d’orchestra 

Come direttore e interprete fu molto attento a rispettare il volere del compositore ed a non introdurre arbitrari cambi di tempo e distorsioni del testo (come spesso invece fa la maggior parte degli interpreti, famosi e non) ispirandosi al modello toscaniniano (un critico scrisse di lui “Un Toscanini reincarnato, ma con le proprie idee”).

Per gusto e affinità, d’Avalos fu molto legato al repertorio romantico ottocentesco, lasciandoci importanti registrazioni (la maggior parte con la Philarmonia Orchestra di Londra) tra le quali spiccano le celebri integrali delle composizioni  sinfoniche di Muzio Clementi e di Giuseppe Martucci; ma anche le integrali delle opere sinfoniche di Mendelssohn e Brahms, che possono essere tranquillamente paragonate a quelle dei direttori più celebri, oppure le registrazioni delle pagine sinfoniche di Wagner, della Settima sinfonia di Bruckner e tante altre incisioni di grande prestigio. 

Il compositore 

D’avalos scrisse musica fin dall’ età di 12 anni, spaziando dalla musica da camera a quella sinfonica. Tra le principali esecuzioni di sue composizioni ricordiamo la “Prima sinfonia” eseguita alla Norddeutscher Rundfunk (Hamburg), “Hymne an die Nacht” con l’orchestra Hessischer Rundfunk (Frankfurt) diretta dal suo amico Hans Werner Henze, “Qumran, studio per orchestra”, diretto da Elihau Inbal alla Scala di Milano

Nel 2013 la sua opera “Maria di Venosa” viene eseguita al Festival della Valle d’Itria.

In anni recenti ricordiamo due pubblicazioni discografiche: il Cd delle opere pianistiche eseguite da Francesco Libetta, ed il Cd dei quintetti per pianoforte e archi eseguiti da Francesco Caramiello

La sua estetica 

Come compositore e libero pensatore d’Avalos non ebbe vita facile a causa delle dittature progressiste della cosiddetta musica “d’avanguardia” del dopoguerra, che, anche se oggi possono considerarsi per lo più sepolte, i molti danni che produssero in quei decenni ebbero conseguenze disastrose, come isolare compositori non allineati o più tradizionali. 

D’Avalos pur essendo napoletano ed in parte formatosi in quell’ambiente accademico e culturale, ne rimase abbastanza estraneo, così come quell’ambiente rimase poi distaccato da lui; infatti come spesso accade a chi ha una cultura superiore e non vuole far parte di caste o compromessi, si tende poi ad essere incompatibili, pagandone poi il prezzo con l’isolamento o il boicottaggio da parte di mediocri ed invidiosi.

D’Avalos che ebbe studi di composizione solidissimi e una conoscenza profonda dell’armonia e del repertorio aveva la tecnica e il talento per scrivere in qualsiasi linguaggio ma fu diviso tra l’essere legato al passato e il cercare una “terza via” che non fosse appunto la provocatoria e sterile via della fallimentare avanguardia del suo tempo.

Scrisse infatti per tutta la sua vita anche molta musica tonale (che però per decenni tenne chiusa nel cassetto vista l’ostilità dell’epoca) tra le quali ricordiamo il bellissimo “Idillio” per pianoforte e orchestra d’archi, che è stato eseguito solo in anni recenti. Nel frattempo fin dalla fine degli anni ’40 scrisse musica più “moderna” come la sua importante e ambiziosa Sinfonia n.1, (1955) dove insieme ad un linguaggio tipicamente novecentesco inizia anche la ricerca uno stile più personale; questo pezzo segnò infatti per lui un momento di svolta.

Inizia quindi un periodo di ricerca che lo porterà a scrivere varie importanti composizioni (per lo più orchestrali) tra le quali ricordiamo in particolare lo “Studio Sinfonico” e la Sinfonia n.2. Nei suoi ultimi anni iniziò a lavorare ad una terza sinfonia, non riuscendo però a completarla. Ricordiamo inoltre “In memoriam” per pianoforte e orchestra.

I capolavori della sua maturità saranno infine le due imponenti e complesse opere liriche: “Maria di Venosa”, (pubblicata dalla Chandos in cd, diretta dall’autore), e “Qumran”. Capolavori del teatro musicale moderno che ci auguriamo possano essere conosciuti a fondo come meritano.

Per terminare ricordiamo questa sua frase: “Nato nel 1930, sono stato educato per un mondo che non è mai venuto”.

Keith Goodman

(compositore, pianista, direttore d’orchestra)




Antonio Ingroia: “esiste una diplomazia molto più profonda, quella dei popoli”

Il direttore di Russia News Gianfranco Vestuto e Antonio Ingroia

​Ex magistrato di prima linea nella lotta alla mafia, avvocato e figura chiave della politica italiana recente, Antonio Ingroia rimane un osservatore acuto e controcorrente della realtà nazionale e internazionale. In occasione del recente ricevimento presso l’Ambasciata russa — dove si è distinto come una delle voci politiche più autorevoli e focalizzate sulla necessità di un’urgente iniziativa di pace — lo abbiamo incontrato per fare il punto sul presente e sul futuro del nostro Paese. In questa intervista esclusiva, Ingroia ripercorre le tappe fondamentali del suo passato, analizza le complesse dinamiche geopolitiche attuali e lancia un messaggio chiaro al popolo italiano.

D: Lei ha vissuto una grande e intensa esperienza sia nella magistratura che nella politica attiva, e oggi continua la sua battaglia come avvocato. Guardandosi indietro, come crede che quel bagaglio di esperienze influenzi il suo modo di vedere l’Italia di oggi? C’è qualcosa che farebbe diversamente?

R: Tutto quello che ho vissuto, gli anni a Palermo, l’impegno in politica e oggi la professione di avvocato, fa parte di un unico viaggio. Non riesco a separare queste tappe, perché ognuna mi ha dato gli occhi con cui guardo l’Italia di oggi. Il lavoro in Sicilia, fianco a fianco con giganti come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, mi ha segnato per sempre. Mi ha insegnato il valore della legalità e della Costituzione. Poi, la politica e l’avvocatura mi hanno mostrato l’altra faccia della medaglia: come si muove il potere e quanto sia diventato difficile, per le persone normali, ottenere vera giustizia. Oggi vedo un Paese un po’ smarrito, dove la discussione pubblica si riduce spesso a uno scontro urlato, senza una vera idea di futuro.

Paolo Borsellino e Antonio Ingroia

Se farei qualcosa diversamente? Guardando indietro è facile vedere gli errori. Forse alcune decisioni politiche potevano essere gestite meglio, magari con più prudenza o prestando più attenzione alla comunicazione. Ma posso dirle che ogni singola scelta, anche la più difficile, l’ho fatta in assoluta buona fede e con un unico obiettivo: servire il mio Paese. Quindi non ho rimpianti. Rifarei tutto, perché ogni passo mi ha reso l’uomo che sono oggi: un osservatore libero, che continua a credere nella giustizia e nella pace tra i popoli.

D: Recentemente la sua presenza al ricevimento dell’Ambasciata russa ha fatto discutere, in un momento in cui il dialogo diplomatico sembra teso. Lei si è espresso chiaramente a favore di una forte iniziativa per la pace: quali dovrebbero essere, secondo lei, i primi passi concreti che l’Italia e l’Europa dovrebbero fare in questa direzione?

R: La ringrazio per la domanda, perché tocca un punto urgente. Quando ho accettato l’invito per la Festa Nazionale della Federazione Russa, non l’ho fatto per assecondare logiche di schieramento, ma per seguire una convinzione profonda: proprio oggi, mentre le relazioni internazionali sono così instabili, è fondamentale non interrompere i contatti umani e istituzionali. Il vero coraggio non sta nel costruire muri, ma nel tenere i canali aperti. La diplomazia serve proprio a questo: a parlarsi quando tutto il resto diventa difficile.

E’ importante superare l’idea di isolarsi a vicenda e riconoscere invece una reale apertura al dialogo, basata sul rispetto reciproco e sui bisogni di sicurezza di tutti. Troppo spesso si tende a semplificare le cose, attribuendo ogni responsabilità a Mosca. Ma se guardiamo alla storia recente con onestà, non possiamo ignorare l’allargamento della NATO verso l’Europa orientale a partire dagli anni Novanta. Questa evoluzione ha generato preoccupazioni concrete per la sicurezza nazionale russa, portando a decisioni volte a tutelare i propri confini. Se vogliamo davvero costruire una pace solida, dobbiamo partire da qui: dalla comprensione delle rispettive sensibilità strategiche.

Quando parliamo di relazioni internazionali, commettiamo l’errore di guardare solo ai governi e ai leader politici, dimenticando che esiste una diplomazia molto più profonda: quella dei popoli. Il popolo italiano e il popolo russo sono uniti da legami storici profondi, cementati attraverso la cultura. C’è una vera e propria fratellanza spirituale che unisce le nostre storie e che nessuna tensione geopolitica potrà mai cancellare.

Come si può pensare di recidere l’amore degli italiani per la letteratura di Dostoevskij, Tolstoj o Cechov? Questi giganti hanno saputo leggere l’anima umana come nessun altro, diventando parte del nostro bagaglio interiore. Come si può rinunciare all’emozione pura che proviamo per la musica di Tchaikovsky e Rachmaninov, o per il balletto russo?

E, guardando dall’altra parte, questa vicinanza si vede ovunque. Basta camminare per San Pietroburgo o Mosca per ritrovare l’impronta immortale degli architetti italiani, da Rastrelli a Quarenghi e Rossi, che hanno dato forma a quelle città. C’è una sintonia spontanea, un’attrazione che il popolo russo ha sempre ricambiato con un amore immenso per l’arte, il cinema e la musica italiana. Intere generazioni di russi sono cresciute con le nostre canzoni e i nostri film. Questo è un linguaggio del cuore che ci unisce da secoli e fa parte della nostra identità.

Oggi l’Italia e l’Europa corrono il rischio di allontanarsi dal loro ruolo storico, dimenticando che la cooperazione nasce proprio dalle macerie del passato per essere un progetto di pace. I passi concreti da fare viaggiano insieme. Sul piano istituzionale, serve l’apertura immediata di canali diplomatici stabili, che lavorino a una grande Conferenza Internazionale per la Sicurezza Comune sulla scia di quanto fatto a Helsinki negli anni ’70. L’Italia avrebbe tutte le carte in regola per favorire questo percorso.

Sul piano umano, invece, il ruolo dei nostri popoli è quello di non cedere alla retorica dell’odio e del nemico assoluto. L’arte dimostra che i cittadini custodiscono una memoria comune che la politica non ha il diritto di abbattere. Se i governanti smarriscono la via della ragione, tocca alla società civile, agli artisti e agli accademici mantenere accesa la fiammella del dialogo, partendo da ciò che ci rende vicini. La bellezza e la cultura sono sempre state le nostre prime difese contro ogni forma di divisione.

D: La scomparsa di Silvio Berlusconi è avvenuta proprio in concomitanza con la Giornata della Russia, un dettaglio simbolico considerando i complessi legami storici e geopolitici di quella stagione politica. Lei che ha incrociato la figura di Berlusconi da diverse prospettive nella sua carriera, come valuta oggi l’eredità che l’ex Cavaliere lascia all’Italia?

R: La coincidenza temporale che lei ha ricordato fa riflettere, perché unisce due mondi che hanno segnato la nostra storia recente. Nella mia vita precedente, in magistratura, ho incrociato la figura di Silvio Berlusconi da una prospettiva puramente istituzionale. E’ stata una stagione complessa e intensa, vissuta sempre con il massimo rispetto per la Costituzione e per i doveri del mio ruolo, in un momento in cui il dibattito nel Paese era davvero acceso.

Oggi però, guardando a quegli anni con la giusta distanza storica, bisogna saper andare oltre le dinamiche interne e riconoscere un dato di fatto: Berlusconi ha guidato un’Italia che cercava di avere una voce forte, autonoma e centrale all’estero. La sua visione dei rapporti con la Russia non era una scelta improvvisata, ma nasceva dalla convinzione che l’Europa non potesse avere vera stabilità senza un dialogo sincero e un partenariato solido con Mosca. Un momento importante come gli accordi di Pratica di Mare ha dimostrato proprio questo: il tentativo concreto di superare le vecchie logiche della Guerra Fredda per costruire ponti basati sulla cooperazione.

Oggi lo scenario è cambiato e si sente la mancanza di quella capacità di guardare lontano e di mediare con autorevolezza. Al di là delle diverse opinioni che ognuno può avere sulla politica interna di quegli anni, e ovviamente io sono sempre stato molto critico delle posizioni di Berlusconi specie in materia di politica interna e di giustizia, resta una verità evidente: sul piano estero, l’Italia sapeva essere una naturale facilitatrice di dialogo. Ed è un ruolo che avremmo un disperato bisogno di riscoprire.

D: Al ricevimento diplomatico a cui ha partecipato, molti osservatori hanno notato una certa debolezza o superficialità nella rappresentazione politica generale, descrivendola come l’unica figura ‘di peso’ presente. Come valuta lo stato di salute attuale della classe politica italiana? C’è ancora spazio per la serietà istituzionale?

R: La ringrazio, e se quella sera la mia presenza è stata percepita così, lo considero prima di tutto un generoso attestato di stima verso la mia storia personale. Ma le dico la verità: questa osservazione mi preoccupa, perché fotografa una realtà sotto gli occhi di tutti.

Il vero problema oggi non sono io o le singole presenze a un evento, ma lo stato di salute generale della nostra classe politica. Negli ultimi anni abbiamo assistito a una preoccupante perdita di memoria storica e di visione strategica. Il punto è che oggi la politica sembra avere fretta. Ha smesso di guardare lontano e preferisce concentrarsi su quello che succede oggi, anzi, sulla reazione che si può ottenere nell’arco di poche ore con una frase ad effetto. Ma quando ci si ferma alla superficie delle cose e si rinuncia a comprendere la complessità del mondo, si finisce inevitabilmente per perdere la propria libertà di scelta, sia nelle decisioni di ogni giorno che quando ci si muove sullo scacchiere internazionale.

La serietà istituzionale non è un vestito elegante da sfoggiare nelle occasioni formali, è un’esigenza vitale. Significa avere rispetto per la Costituzione, studiare i dossier, saper ascoltare e avere il coraggio di sostenere posizioni impopolari se queste servono al bene comune e alla pace. L’Italia ha una tradizione diplomatica straordinaria. Per ritrovare quella serietà dobbiamo smettere di assecondare logiche di pura contrapposizione faziosa e ricominciare a intendere l’impegno pubblico per quello che è: la forma più alta di responsabilità verso la collettività e verso le prossime generazioni.

D: Guardando al futuro, tra spinte geopolitiche globali e tensioni interne, quale direzione sta prendendo l’Italia? Quali sono i rischi più grandi che intravede per il domani del nostro Paese e quali, invece, le opportunità da cogliere?

R: Siamo davanti a un bivio importante, e la direzione che prenderemo dipenderà da quanta memoria e quanta fiducia sapremo ritrovare. Il rischio più grande che vedo per il domani dell’Italia è quello di diventare invisibili, di rassegnarci all’idea di non contare nulla. Se continuiamo a rincorrere le emergenze giorno per giorno, senza una strategia e accettando passivamente decisioni prese altrove, rischiamo di subire la storia anziché scriverla. E quando un Paese perde la propria autonomia e rinunciare ad un pezzo di sovranità, a pagarne il prezzo sono sempre i cittadini, che vedono indebolirsi i propri diritti.

L’opportunità, però, è grande quanto il rischio, ed è scritta nella nostra stessa natura. Noi italiani dimentichiamo spesso la fortuna che abbiamo: siamo nel cuore del Mediterraneo, siamo cresciuti su un patrimonio di cultura e diplomazia unico al mondo. Questa non è solo nostalgia, è una risorsa concreta. Abbiamo l’occasione straordinaria di essere il luogo in cui mondi diversi tornano a parlarsi, di dimostrare che si può stare sul piano internazionale senza rinunciare a essere costruttori di pace.

Abbiamo tutte le risorse intellettuali e morali per fare la nostra parte e tornare a essere un punto di riferimento per la stabilità internazionale. Dobbiamo solo smettere di avere paura e ricominciare a camminare a testa alta.

D: Per concludere: in un momento di forte incertezza economica, sociale e internazionale, molti cittadini si sentono smarriti o distanti dalle istituzioni. Dall’alto della sua esperienza, qual è il messaggio più importante che si sente di rivolgere oggi agli italiani?

D: Se potessi parlare direttamente a ciascuno di loro, specialmente a chi oggi si sente più stanco e deluso, direi semplicemente una cosa: non isolatevi e non lasciate che la rabbia si trasformi in indifferenza. E’ normale sentirsi smarriti in un momento come questo, con le difficoltà economiche che pesano sulle famiglie e le notizie che arrivano dall’estero che fanno paura. Ma il pericolo vero è credere che non si possa fare più nulla, perché quando noi smettiamo di occuparci del nostro Paese, lasciamo che siano altri a decidere della nostra vita.

La nostra Costituzione dice che siamo noi i veri “proprietari” dell’Italia, ma questo non deve rimanere un concetto astratto. Significa che la nostra voce ha un peso reale. Abbiamo il diritto di pretendere risposte trasparenti da chi ci governa, di non accontentarci degli slogan e di rifiutare questo clima di scontro perenne.

Noi italiani abbiamo una grande propensione all’umanità e alla solidarietà. Fa parte della nostra storia. Dobbiamo solo ricordarci chi siamo, ritrovare un po’ di quell’orgoglio sano e capire che l’Italia è chiamata a un compito nobile: proporsi come una terra capace di riunire ciò che è separato, di parlare il linguaggio della diplomazia e di farsi rispettare nel mondo per la forza delle proprie idee, della sua accoglienza e della sua cultura. Torniamo a confrontarci e a guardare in avanti senza timore.

La politica va e viene, i governi cambiano e i rapporti tra gli Stati attraversano momenti difficili, ma l’affetto tra il popolo italiano e quello russo non si cancella con una decisione dall’alto. E’ un legame che vive da secoli nei libri che leggiamo, nella musica che ascoltiamo e nell’arte che amiamo. Finché continueremo a incontrarci attraverso la cultura, nessun muro potrà separarci davvero. Sarà proprio questa normalità, custodita dai cittadini, a rimettere insieme i pezzi e a ritrovare la strada della pace.

Irina Sokolova




San Nicola d’Estate a Bari dal 21al 23 maggio

Dal 21 al 23 maggio prossimi, nella città di Bari si terranno le celebrazioni del San Nicola d’Estate.
L’Associazione “Amici della Grande Russia”, rappresentata dal barese dott. Vito Attolico, prenderà parte alle celebrazioni con una numerosa delegazione di soci provenienti da Roma e dalla Calabria, accompagnata dal presidente dott.ssa Yulia Bazarova.
Il programma prevede, il 21 maggio alle ore 16:30, la partecipazione al Vespro presso la Chiesa Ortodossa Russa di San Nicola. In serata si terrà una cena conviviale alla quale parteciperanno anche l’Associazione russo-italiana “Raduga” ed esponenti del mondo imprenditoriale, culturale e accademico.
Il 22 maggio, presso la Basilica Pontificia di San Nicola di Bari, la delegazione assisterà alla Divina Liturgia Ortodossa. Nel pomeriggio è inoltre prevista una visita alla città di Polignano a Mare.

Il 23 maggio il programma proseguirà con una visita guidata della Città Vecchia di Bari e della Chiesa Russa Ortodossa di San Nicola.
L’Associazione “Amici della Grande Russia”, grazie alla presenza dei propri delegati in diverse località italiane e ai rapporti consolidati con numerose realtà culturali e associative, si conferma sempre più quale punto di riferimento per la promozione culturale e per il dialogo tra cittadini russi e italiani.
La città di Bari, che unisce russi e italiani nel comune culto di San Nicola, rappresenta per l’Associazione un fondamentale luogo d’incontro e di dialogo tra Est e Ovest.

RED




Biennale Arte 2026 Venezia: il Padiglione della Russia resterà chiuso al pubblico

Contestazioni e provocazioni tra le Pussy Riot e fumogeni gialli e blu degli ucraini oggi all’inaugurazione del padiglione russo alla Biennale Arte 2026 di Venezia. La commissiaria Anastasia_Karneeva nella sua presentazione liquida subito le polemiche dicendo poche ma incisive parole: “Lasciamo che l’arte sia al centro della scena”.

Il discorso della commissaria Anastasia Karneeva
alla inaugurazione del Padiglione Russia alla Biennale
Arte Venezia 2026

Il casus belli è però da diverse settimane di dominio pubblico: la partecipazione della Russia alla Biennale, difesa da Pietrangelo Buttafuoco in nome della vocazione universalista dell’arte e dell’indipendenza della Fondazione che dirige, ha scatenato una serie di reazioni a catena, determinando da un lato l’intervento dell’Unione Europea ed esacerbando dall’altro lo scontro con il MiC di Alessandro Giuli. In ultima istanza, la giuria internazionale deputata a indicare i Leoni – dopo aver annunciato pubblicamente che non avrebbe preso in considerazione per i premi quei Paesi i cui leader siano accusati di crimini contro l’umanità dalla Corte Penale Internazionale (dunque Russia e Israele) – si è dimessa in blocco, portando la Fondazione a optare per una spiazzante formula di assegnazione dei premi affidata al pubblico.

E c’è anche un passaggio che riguarda la giuria nelle sette pagine di relazione, che nel suo documento finale afferma che la Federazione Russa non ha ricevuto dalla Fondazione alcun invito formale a partecipare e che “non ha sottoscritto il documento disciplinante la procedura di partecipazione, come anche altri Paesi titolari di padiglioni”. Sono gli Stati proprietari di un padiglione – quello della Russia esiste dal 1914, ed è stato restaurato nel 2019 – piuttosto, a decidere di partecipare, dandone comunicazione alla Fondazione. Lo Stato russo ha presentato un progetto, nominato il suo commissario e il padiglione risulta a tutti gli effetti nell’elenco ufficiale delle 100 partecipazioni nazionali, ma non sarà aperto al pubblico.

Questo perché, in base alle sanzioni vigenti, la Russia non ha potuto ottenere le autorizzazioni per aprire il padiglione al pubblico, mentre il vernissage “tra il 6 e il 9 maggio 2026, è un evento privato, su invito, pertanto, non si prevede la presentazione di Scia per manifestazione pubblica“. La Biennale precisa, inoltre, di “aver compiuto in ogni momento una verifica di rispetto delle sanzioni e che non può intervenire sui progetti, ma ha verificato fin dove possibile sulla base delle informazioni a disposizione, l’osservanza della normativa da parte dei progetti presentati“.
La relazione, dunque, non rileva violazioni gravi o irregolarità tali da annullare la partecipazione della Russia, pur evidenziando delle criticità che avrebbero richiesto più prudenza.

In sintesi una vera vergogna, perchè la cosa che doveva essere tutelata era l’arte e la sua libera espressione.

Alessandra Costantino

(foto galleria immagini di Alessandra Costantino)




MICHAEL’S GATE – Il Varco della Shungite, Custodia Spirituale della Terra di Carelia

C’è qualcosa che accade quando un’opera d’arte non nasce soltanto dall’ispirazione di un artista, ma sembra emergere direttamente dalla profondità della Terra, come se fosse stata custodita per millenni e poi consegnata al nostro tempo. Michael’s Gate non è soltanto un quadro, non è soltanto una visione cromatica dominata dal rosso ardente: è un incontro tra uomo e materia, tra memoria e destino, tra creazione artistica e radice geologica. Dentro quest’opera vive la shungite, pietra antichissima che esiste solo in una regione del mondo, la Carelia, territorio del Nord russo dove la natura non è semplicemente paesaggio, ma presenza viva, severa e spirituale, dove foreste, laghi e rocce sembrano raccontare la storia silenziosa del pianeta.
La shungite non è una pietra qualunque. È una materia che porta dentro di sé più di due miliardi di anni di storia terrestre, una sostanza che ha attraversato epoche in cui la vita stessa stava appena prendendo forma. Inserire questa pietra in un’opera significa dare voce alla Terra russa, significa permettere che una parte della Carelia continui a vivere e respirare attraverso il linguaggio dell’arte contemporanea. In Michael’s Gate il rosso domina la superficie con la forza di un cuore che pulsa, come fuoco primordiale, come sangue simbolico che attraversa il tempo e richiama l’energia originaria della vita. Ma dentro quella potenza cromatica, la shungite agisce come memoria, come custode silenziosa, come nucleo che assorbe e conserva vibrazioni, trasformando il quadro in qualcosa che non si limita a essere osservato, ma che sembra chiedere di essere ascoltato.

L’opera appare come un varco, una soglia, quasi una porta che invita chi guarda a fermarsi, a riflettere, a sentire qualcosa che precede le parole. Non è un’immagine che si lascia spiegare con facilità, e forse proprio per questo possiede una forza rara. Il rosso avvolge lo spettatore, lo trascina dentro un movimento che ricorda la nascita, la lotta, la trasformazione. Il nero profondo della shungite non contrasta questo movimento, lo sostiene, lo radica, lo ancora alla Terra. È come se la Carelia stessa parlasse attraverso questa fusione di colore e minerale, ricordando che la cultura e la spiritualità non nascono soltanto dalla storia umana, ma anche dalla relazione con la materia più antica del pianeta.
Chi osserva Michael’s Gate può percepire che non si tratta solo di estetica. C’è qualcosa di umano e allo stesso tempo universale in questa opera. Parla di passaggi interiori, di momenti in cui la vita cambia direzione, di soglie che ogni persona attraversa senza sapere esattamente dove condurranno. Il titolo richiama un portale, e questo portale sembra custodire un messaggio semplice e profondo: ogni trasformazione autentica richiede radici, e quelle radici spesso si trovano nella Terra stessa. La presenza della shungite rende questo messaggio ancora più concreto, perché lega l’opera a un territorio reale, a una cultura reale, a una geografia che da secoli rappresenta una delle riserve spirituali e naturali più pure della Russia.
La Carelia è sempre stata percepita come una terra di silenzio e forza, una regione dove l’uomo ha imparato a convivere con la natura senza dominarla completamente. Le tradizioni popolari, i racconti antichi, le pratiche spirituali nate in quelle foreste parlano di un rapporto rispettoso con la Terra, di un ascolto profondo dei suoi ritmi. In questo senso, Michael’s Gate sembra continuare quella tradizione in forma moderna, portando la voce della Carelia dentro il linguaggio globale dell’arte contemporanea. Non è un caso che un minerale così raro e profondamente legato al suolo russo diventi il cuore invisibile dell’opera. È come se il quadro custodisse un frammento di paesaggio, un frammento di storia naturale, un frammento di identità culturale.
Oggi, in un mondo che corre veloce e spesso dimentica le proprie radici, opere come questa ricordano che il progresso non può esistere senza memoria. La shungite, con la sua struttura misteriosa e la sua origine unica, rappresenta proprio questa memoria. È una pietra che attraversa il tempo e testimonia la continuità tra passato e futuro. Inserita in Michael’s Gate, diventa un ponte tra la scienza della materia e la dimensione simbolica dell’arte, tra la ricerca tecnologica e la spiritualità che appartiene alla storia profonda dei popoli del Nord.
Molti visitatori, osservando l’opera, raccontano di percepire una sensazione difficile da descrivere, come se il quadro non fosse soltanto un oggetto, ma una presenza. Questo tipo di esperienza non nasce dalla casualità. Nasce dall’incontro tra visione artistica e forza naturale, tra gesto umano e energia minerale. La shungite, che per secoli ha affascinato studiosi e ricercatori, qui diventa un elemento narrativo, un simbolo della capacità della Terra russa di custodire segreti che continuano a parlare alle generazioni contemporanee.
Michael’s Gate può essere visto come un omaggio silenzioso alla Carelia, alla sua natura, alla sua storia, alla sua dimensione spirituale. È un’opera che porta con sé il respiro delle foreste settentrionali e la profondità delle rocce antiche. Guardarla significa entrare in contatto con qualcosa che supera la semplice contemplazione artistica e diventa riflessione sull’origine, sulla trasformazione e sul legame tra uomo e pianeta.
In questa fusione tra rosso ardente e materia ancestrale, l’opera ricorda che la cultura non nasce solo nei centri urbani o nelle istituzioni, ma anche nei territori dove la natura conserva ancora la propria voce. La Carelia rappresenta uno di questi luoghi, e la presenza della shungite dentro Michael’s Gate trasforma il quadro in una testimonianza viva di quel patrimonio naturale e spirituale. Non è soltanto arte. È memoria della Terra russa che continua a raccontarsi attraverso il linguaggio universale della creazione.

RED




L’artista Enzo Rosamilia nella lista di proscrizione del regime ucraino

Lui è Enzo Rosamilia. fotografo e artista italiano, autore di oltre un centinaio di opere fotografiche. Si occupa di fotografia alla fine degli anni ’70. È famoso per aver sviluppato un metodo unico di stampa fotografica sulla carta fatta a mano, prodotta nella città di Amalfi. Educato all’Accademia di Belle Arti a Napoli. Fin dai primi anni ’80 insegna alla scuola d’arte «Sabatini / Menna» di Salerno, in Italia, dove attualmente lavora come professore associato. È membro del consiglio di esperti Dell’unione artistica eurasiatica.

Di recente, è stato incluso nell’elenco del sito ucraino myrotvorec, dove sono elencate le persone considerate “nemici dell’Ucraina“, inclusi sostenitori separatisti, giornalisti e politici, spesso etichettandoli come traditori. Il sito web contiene anche dati sensibili, quali nomi, indirizzi di residenza, numeri di telefono e link ai profili social delle persone elencate, cosa che già di per se costituirebbe una palese violazione della privacy. Non a caso il sito è stato criticato e spesso descritto come una “lista di proscrizione” da organizzazioni internazionali come l’ONU” e Human Rights Watcha causa della pubblicazione di dati personali che mettono a rischio la sicurezza. Sebbene si definisca indipendente, diverse fonti suggeriscono un legame con il Servizio di sicurezza dell’Ucraina (SBU) e il Ministero degli affari interni. Persino il Parlamento Europeo,  nel 2021, il Parlamento Europeo cosa che purtroppo non è avvenuta.

E’ proprio di questi giorni la polemica per la partecipazione della Russia alla Biennale Arte 2026 di Venezia, dopo la protesta dei ministri degli Esteri e della Cultura ucraini e viene da chiedersi ancora una volta se anche l’Italia deve continuare ad avere il “nulla osta” dell’Ucraina per ogni iniziativa culturale e non che svolge. Forse è arrivato il momento di ribadire che la cultura in ogni sua forma e lo sport, non possono avere alcuna forma di ingerenza, ne dello stato e a maggior ragione straniera.

RED




Ma ora l’Ucraina decide anche la “cultura” da praticare in Italia? Il caso della Biennale Arte di Venezia 2026

L’ingresso del Padiglione Centrale, ai Giardini della Biennale

La partecipazione della Russia alla Biennale Arte di Venezia 2026 ha riacceso una controversia che va ben oltre i confini della cultura. La decisione della Fondazione di consentire la riapertura del padiglione russo ha provocato una netta protesta ufficiale da parte dell’Ucraina, che aveva definito la scelta “inaccettabile” mentre continua il conflitto con Mosca. In un comunicato congiunto pubblicato a Kiev, il ministro degli Esteri ucraino Andrii Sybiha e la ministra della Cultura Tetiana Berezhna avevano invitato gli organizzatori della Biennale a “rivedere la loro decisione e mantenere la posizione di principio dimostrata nel 2022 e nel 2024” compatibile con la condanna della presunta aggressione russa.

Secondo il governo ucraino, ammettere artisti russi in una delle kermesse culturali più prestigiose del mondo mentre prosegue il conflitto, rischiava di inviare “un segnale pericoloso di tolleranza verso l’aggressione, normalizzazione della politica genocida dei russi e supporto indiretto ai crimini di guerra”. Il ritorno di Mosca nel circuito biennale è un passo che secondo Kiev sottolinea come la cultura russa sia indissolubilmente legata al regime militare di Mosca”.

Sin qui il “diktat” di Kiev per l’Italia e la Biennale, ma come se non bastasse, a rincarare la dose ci ha pensato l’alta rappresentante (si fa per dire) Ue, Kaja Kallas: “Mentre la Russia bombarda musei, distrugge chiese e cerca di cancellare la cultura ucraina, non dovrebbe esserle permesso di esporre le proprie opere: il ritorno della Russia alla Biennale di Venezia è moralmente sbagliato e l’Ue intende tagliare i suoi finanziamenti, pari a due milioni di euro”.

La presenza della Russia, proprietaria del Padiglione che la rappresenta, violerebbe secondo Kallas e soci, i principi e le regole previste dalle sanzioni che l’Europa ha comminato alla Russia come conseguenza del conflitto in atto con l’Ucraina. Regole che vietano di dare spazio a ogni manifestazione o atto che possa configurarsi come propaganda a sostegno del regime (quale?). Gli artisti che si esibiranno nello spazio espositivo ai Giardini, progettato nel 1914 dall’architetto Alexey Shchusev, saranno portati dalla società di cui è comproprietaria, insieme alla commissaria Anastasia Karneeva, proprio la figlia del potente ministro Sergey Lavrov, Ekaterina. Su tutto vigila il presidente della Biennale, Pietrangelo Buttafuoco, che ha sempre difeso il diritto degli artisti ad esprimersi, sostenendo che nessuna norma sia mai stata violata e di aver organizzato spazi per dare voce anche agli artisti dissidenti russi.

La decisione a sorpresa della giuria

Con una decisione senza precedenti destinata a far discutere, la giuria internazionale della 61ª Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia ha annunciato che si asterrà dal considerare per i massimi premi il Leone d’Oro e il Leone d’Argentoquei Paesi i cui leader sono attualmente accusati di crimini contro l’umanità dalla Corte Penale Internazionale (CPI). Il provvedimento colpisce direttamente Russia e Israele, coinvolti rispettivamente nei mandati di arresto internazionali per Vladimir Putin e Benjamin Netanyahu.

La commissione tutta al femminile, presieduta da Solange Farkas e composta da Zoe Butt, Elvira Dyangani Ose, Marta Kuzma e Giovanna Zapperi, ha rivendicato la propria responsabilità nel collegare l’arte alle “urgenze del nostro tempo”. In una nota ufficiale, le giurate hanno sottolineato come la rappresentanza dello Stato-nazione leghi indissolubilmente il lavoro degli artisti alle azioni dei governi che rappresentano, decidendo di agire in difesa dei diritti umani e in linea con lo spirito del progetto della mostra principale “In Minor Keys”. 

Già nelle settimane scorse, diversi artisti e curatori avevano pubblicato una lettera aperta chiedendo misure ancora  più drastiche. Lapidario il commento sull’accaduto della portavoce del Ministero degli Esteri Russo, Maria Zakharova:  “La revoca dei finanziamenti alla Biennale è una ricaduta nell’anticultura. Un’anticultura che si è riaccesa in Occidente negli ultimi anni. Non si riprenderanno, diventeranno per sempre incivili”.

Alessandra Costantino




L’ambasciatore della “Scuola Pianistica Russa” Vladimir Rodin si è esibito nella Città Eterna

Il 22 e 24 marzo si sono tenuti i concerti del giovane e talentuoso pianista nel cuore della capitale italiana, presso il Teatro Dei Ginasi e nella sala concerti della Casa Russa a Roma. Questi eventi musicali straordinari hanno arricchito la vita culturale romana con un concerto solistico del pianista russo Vladimir Rodin. Il programma ha incluso i capolavori della classica russa: la raffinata lirica di Pëtr Il’ič Čajkovskij, la potenza drammatica di Sergej Vasiljevič Rachmaninov e il celebre ciclo monumentale Quadri di un’esposizione di Modest Petrovič Musorgskij. Il pianista Vladimir Rodin è considerato uno dei più brillanti rappresentanti della moderna tradizione esecutiva russa. Nato a Samara, laureato con lode presso il Conservatorio Statale di Mosca intitolato a P. I. Čajkovskij, e assistente stagista presso l’Accademia Russa di musica intitolata alle Gnesin, combina virtuosismo tecnico a una profonda cultura musicale e a una visione artistica ampia.

Vladimir è vincitore di prestigiosi concorsi internazionali, tra cui il Munich Piano Competition (2022), il Concorso Internazionale intitolato a I. F. Stravinskij, il concorso Romanticismo. Origini e Orizzonti e altri. Partecipa a numerosi progetti e festival musicali. Il pianista si è esibito nelle principali sale russe – Conservatorio di Mosca, Filarmonica di Mosca, Sala Concerti Zaryadye – collaborando con ensemble come l’orchestra La Voce Strumentale, l’Orchestra Sinfonica Statale Nuova Russia, l’Orchestra del Cremlino, I Virtuosi di Mosca e altri.

Oltre alla sua intensa attività concertistica, Vladimir Rodin è autore e direttore artistico di grandi progetti culturali volti a sostenere giovani musicisti e a promuovere la musica classica russa a livello internazionale. Dal 2025 Vladimir è ambasciatore del progetto Scuola Pianistica Russa.

Il concerto presso la Casa Russa di Roma e’ stato organizzato in collaborazione con l’associazione culturale italiana “Amici della Grande Russia” (http://amicidellagranderussia.org/) e con la collaborazione dell’organizazione autonoma non commerciale centro di sviluppo della cultura “Amici di Tutto il Mondo.

Secondo una degli organizzatori del concerto,  Yulia Bazarova, ha sottolineato : «La musica unisce i popoli indipendentemente dalla nazionalità e dal colore della pelle, ed è capace di fungere da “ponte culturale” per un dialogo efficace tra i Paesi».

Yulia Bazarova

Il Principe Guglielmo Giovanelli Marconi, la Presidente Yulia Bazarova e il Vice-Presidente dell’Associazione culturale Amici della Grande Russia, Paolo Dragonetti de Torrs Rutili



Stefano Valdegamberi: “Il Vangelo secondo il dollaro”

Stefano Valdegamberi, veronese, 55 anni, da giovanissimo è sindaco del Comune montano di Badia Calavena. Campione di voti, entra in Consiglio regionale Veneto nel 2005 e ci resta rieletto ancora alle ultime elezioni del 2025, candidato dello stesso presidente Zaia. Autore anche di altri libri, tra cui ricordiamo “De decimis novalibus“, “Le origini del linguaggio“, “La logica binaria dei concetti e del linguaggio“, “Castelvero. La storia millenaria di un feudo vescovile e dei suoi abitanti“, “Alle origini degli antichi comuni di Saline, Tavernole e Corno“. Oggi presenta il suo ultimo lavoro letterario, intitolato “Il Vangelo secondo il Dollaro“, che si propone di offrire una chiave di lettura critica della geopolitica contemporanea, mettendo in discussione la narrazione dominante che interpreta l’ordine internazionale come il risultato spontaneo della cooperazione tra democrazie. L’analisi si fonda sull’idea che le dinamiche globali non possano essere comprese esclusivamente attraverso categorie ideali come libertà, sicurezza e democrazia. Al contrario, il lavoro evidenzia il ruolo determinante di fattori strutturali quali finanza, debito ed energia, che orientano le decisioni strategiche delle grandi potenze.

Al centro della riflessione si colloca il dollaro, non solo come valuta, ma come strumento di potere globale. In particolare, viene approfondito il tema del debito pubblico statunitense e del cosiddetto “privilegio esorbitante”, concetto analizzato da Barry Eichengreen, che consente agli Stati Uniti di sostenere livelli di indebitamento difficilmente replicabili da altri Paesi, rafforzando al contempo la propria egemonia economica e politica.
Il lavoro si articola in un percorso strutturato che accompagna il lettore attraverso le principali dimensioni della potenza americana. In primo luogo, viene analizzata la continuità strategica della politica estera degli Stati Uniti, interrogandosi se essa rappresenti un progetto di predominio globale o una forma di garanzia della stabilità internazionale.
Successivamente, il lavoro ricostruisce la transizione dal gold standard al sistema dei petrodollari, evidenziando come economia, energia e strategie di potere siano strettamente interconnesse. Questa trasformazione ha segnato una svolta decisiva nella storia economica contemporanea, consolidando il ruolo del dollaro come valuta di riferimento globale.
Ampio spazio è dedicato alla geopolitica energetica, con particolare attenzione al rapporto tra petrolio, dollaro e potere dagli anni Settanta a oggi. In questo contesto, le risorse energetiche emergono come uno dei principali fattori di conflitto e competizione internazionale.
Il lavoro affronta inoltre il tema delle cosiddette “dittature amiche” e “nemiche”, mettendo in luce come la distinzione tra regimi accettabili e minacce globali sia spesso legata a interessi economici e strategici più che a principi etici. Viene così evidenziato il ruolo delle narrazioni nella legittimazione delle politiche estere e nella costruzione del consenso.
Un capitolo è dedicato al caso italiano, analizzando il percorso di crescita economica del Paese tra sovranità limitata e pressioni esterne, a partire dal Piano Marshall fino alle dinamiche contemporanee. Questo approfondimento consente di osservare come le logiche globali si riflettano anche nelle economie nazionali.
Particolare attenzione viene rivolta ai tentativi di de-dollarizzazione e alle reazioni che essi suscitano sul piano geopolitico, incluse sanzioni, interventi militari e conflitti indiretti. In questo quadro, il controllo del dollaro e delle risorse strategiche emerge come una leva fondamentale del potere internazionale.
Questa chiave interpretativa viene applicata anche ad alcuni casi concreti della geopolitica contemporanea, tra cui il conflitto tra Russia e Ucraina, le tensioni con Iran e le dinamiche relative al Venezuela.

In questi contesti, le questioni legate all’energia, al sistema finanziario internazionale e al ruolo del dollaro risultano centrali per comprendere le scelte strategiche e le forme di intervento adottate.
Il lavoro sviluppa inoltre il tema del rapporto tra narrazione e interesse, mostrando come la retorica democratica venga spesso utilizzata per giustificare decisioni guidate da logiche economiche e strategiche. Tale dinamica viene interpretata anche alla luce di una forma di “machiavellismo strategico”, in cui il fine tende a giustificare i mezzi nell’ambito della competizione tra Stati.
Nella parte finale, l’analisi si concentra sulle trasformazioni in atto nel sistema internazionale. Il predominio del dollaro, pur rimanendo centrale, appare sempre più sfidato da processi di de-dollarizzazione e dall’ascesa di nuove potenze. Viene quindi esaminata la possibilità di una transizione verso un sistema monetario multipolare, caratterizzato da una crescente interdipendenza tra Stati Uniti e Cina e da dinamiche riconducibili al cosiddetto dilemma del prigioniero.

In conclusione, il lavoro si interroga sulla possibilità di costruire un ordine internazionale multipolare fondato non solo sull’equilibrio di potere, ma anche su principi di giustizia ed etica condivisa. L’obiettivo è offrire strumenti interpretativi utili a distinguere tra narrazione ufficiale e interessi reali, contribuendo a una comprensione più lucida e consapevole delle dinamiche geopolitiche contemporanee.

RED




La Crimea attraverso l’arte: la mostra di Oleg Putnin a Roma 

In occasione della Giornata della riunificazione della Crimea con la Russia, il 14 marzo 2026 a Roma si sono svolti due eventi: la II Conferenza delle Associazioni di Amicizia Russia-Italia, dal titolo «Crimea: storia e attualità», e l’inaugurazione solenne della mostra del pittore Oleg Putnin. Alla cerimonia di apertura della mostra hanno partecipato anche i membri dell’associazione culturale “Amici della Grande Russia” che si occupano nella promozione culturale tra i due Paesi. Hanno partecipato alcuni associati provenienti da diverse regioni: il rappresentante di Bari, Vito Attolico, Yulia Shapoval (Puglia) e Andrea Petricca (Toscana). Gli eventi sono stati organizzati dall’Ambasciata della Federazione Russa nella Repubblica Italiana in collaborazione con la Casa Russa a Roma

La mostra è diventata un importante evento culturale, che ha riunito russi e italiani provenienti da associazioni culturali da nord a sud del Paese, diplomatici, giornalisti e personalità del mondo dell’arte. Il posto centrale dell’esposizione è occupato dalle opere dell’artista dedicate alla Crimea – alla sua natura, alla sua storia e alla sua vita contemporanea.

La conferenza è stata aperta dall’Ambasciatore Straordinario e Plenipotenziario della Federazione Russa nella Repubblica Italiana e, per accreditamento concorrente, nella Repubblica di San Marino, Alexey Vladimirovič Paramonov. Egli ha osservato che lo svolgimento della mostra a Roma – una delle capitali mondiali dell’arte e della cultura – le conferisce un significato particolare. Secondo le sue parole, non si tratta semplicemente di un evento artistico, ma di un contributo allo sviluppo del dialogo culturale tra Russia e Italia, particolarmente importante negli attuali tempi difficili. L’Ambasciatore ha inoltre sottolineato con rammarico che in Italia si ricorda sempre più raramente la storia plurisecolare delle relazioni culturali tra i due Paesi e che diminuisce anche la volontà di sviluppare progetti culturali congiunti.

La direttrice della Casa Russa a Roma Daria Pushkova e Yulia Bazarova

La direttrice della Casa Russa a Roma, Daria Pushkova, ha salutato i partecipanti sottolineando come iniziative di questo tipo rappresentino un importante momento di dialogo e vicinanza tra i due Paesi. Ha inoltre ricordato con soddisfazione il successo della prima edizione della conferenza, svoltasi lo scorso anno in occasione dell’ottantesimo anniversario della Grande Vittoria, evidenziando il ruolo sempre più attivo della Casa Russa come centro culturale dinamico, capace di ospitare mostre d’arte – tra cui “Un mare di lavanda” di Oleg Putnin – oltre a concerti e presentazioni letterarie.

Nel suo intervento ha dedicato particolare attenzione anche al tema dell’istruzione, osservando che oltre 500 studenti seguono attualmente i corsi online di lingua russa e che, per l’anno accademico in corso, sono pervenute circa 180 candidature da parte di cittadini italiani per le 50 borse di studio offerte dal governo russo per studiare nelle università della Federazione. Ha infine ribadito che tutte le attività del centro si sviluppano in stretta collaborazione e sotto il coordinamento dell’Ambasciata Russa in Italia. Il pittore Oleg Putnin ha raccontato che negli ultimi anni ha lavorato attivamente in Crimea e che proprio così è nata la serie di dipinti del cosiddetto “ciclo crimeano”, dedicata alla vita contemporanea e alla storia della penisola.

Ha spiegato di aver cercato di trasmettere l’immagine della Crimea attraverso elementi associativi – la vendemmia, la vinificazione, i campi di lavanda, le montagne e il mare. L’artista ha inoltre osservato che la serie comprende anche opere di carattere storico: ad esempio il dipinto “Kachi-Kal’on” raffigura la Crimea di duemila anni fa, mentre “L’inaugurazione del Ponte di Crimea”, pur dedicato alla contemporaneità, per la sua natura è un’opera storica.

Le opere pittoriche hanno suscitato grande apprezzamento tra gli italiani, ispirandosi a visitare la Crimea.

Yulia Bazarova