“Kvinde Ukendt”della regista danese May el-Toukhy Leone d’Oro alla 83ma Mostra del Cinema di Venezia 2026
Category: Cinema
12 Settembre 2026
Leone d’Oro a ‘Woman Unknown’ della regista danese May el-Toukhy al Festival di Venezia83
La guerra non ha un volto di donna, ammoniva la scrittrice e Premio Nobel, Svjatlana Aleksievič nel suo capolavoro letterario del 1985, opera che raccoglieva le voci e le testimonianze dirette delle donne sovietiche impegnate nel secondo conflitto mondiale.Da questo assunto prende le mosse Woman Unknown (Kvinde Ukendt), il nuovo lungometraggio della danese May el-Toukhy, che insieme a Rachel Szor (coregista di NAZA) rappresentando le registe donne, ha vinto il Leone d’Oro alla 83ma Mostra d’Arte Cinematografica della Biennale di Venezia.
Questi tutti i premi di Venezia83:
PREMI UFFICIALI – 83. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica VENEZIA 83 La Giuria di VENEZIA 83, presieduta da Maggie Gyllenhaal e composta da Kaouther Ben Hania, Daniel Blumberg, Francesco Casetti, Xavier Giannoli, Shahrbanoo Sadat e Johnnie To, dopo aver visionato i 21 film in competizione ha deciso di assegnare i seguenti premi: LEONE D’ORO per il miglior film a: KVINDE UKENDT (WOMAN UNKNOWN) di May el-Toukhy (Danimarca, Svezia, Lettonia) LEONE D’ARGENTO – GRAN PREMIO DELLA GIURIA a: GA-NEUNG-HAN SA-RANG (POSSIBLE LOVE) di Lee Chang-dong (Corea del Sud) LEONE D’ARGENTO – PREMIO PER LA MIGLIORE REGIA a: Ilya Khrzhanovsky per il film DAU (Germania, Francia, Svezia) COPPA VOLPI per la migliore interpretazione femminile a: Mathilde Arcel nel film KVINDE UKENDT (WOMAN UNKNOWN) di May el-Toukhy (Danimarca, Svezia, Lettonia) COPPA VOLPI per la migliore interpretazione maschile a: John Malkovich nel film WILD HORSE NINE di Martin McDonagh (Regno Unito, USA, Cile) PREMIO PER LA MIGLIORE SCENEGGIATURA a: Stéphane Brizé, Coralie Amédéo, Olivier Gorce per il film UN BON PETIT SOLDAT di Stéphane Brizé (Francia) PREMIO SPECIALE DELLA GIURIA a: NAZA di Yuval Abraham e Rachel Szor (Regno Unito) PREMIO MARCELLO MASTROIANNI a un giovane attore o attrice emergente a: Malou Khebizi nel film 15/18 (A PLACE TO HEAL) di Cédric Kahn (Francia) ORIZZONTI La Giuria ORIZZONTI della 83. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, presieduta da Valérie Donzelli e composta da Peter Becker, Elizabeth Lo, David Pablos e Barbara Ronchi, dopo aver visionato i 19 lungometraggi e i 13 cortometraggi in concorso, assegna: PREMIO ORIZZONTI PER IL MIGLIOR FILM a: UN DÉTOUR PAR DIANE (DIANE IN THE LOOP) di Ann Sirot e Raphaël Balboni (Belgio, Francia) PREMIO ORIZZONTI PER LA MIGLIORE REGIA a: Jacqueline Lentzou per il film MIA MERA STI ZOI TIS TZO: KEFALAIO FAIDRA (A DAY IN THE LIFE OF JO: CHAPTER PHAEDRA) (Grecia, Germania, Francia) PREMIO SPECIALE DELLA GIURIA ORIZZONTI a: LA MAISON DU VENT (HOUSE OF THE WIND) di Auguste Bernard Kouemo Yanghu (Camerun, Francia, Belgio, Benin, Arabia Saudita, Qatar) PREMIO ORIZZONTI PER LA MIGLIORE ATTRICE a: Laleh Marzban nel film MORAGHEB (FALLING HOUSE) di Mohsen Gharaei (Iran, USA, Germania) PREMIO ORIZZONTI PER IL MIGLIOR ATTORE a: Riccardo Scamarcio nel film I FIGLI DELLA SCIMMIA di Tommaso Landucci (Italia) PREMIO ORIZZONTI PER LA MIGLIORE SCENEGGIATURA a: Tommaso Landucci e Damiano Femfert Per il film I FIGLI DELLA SCIMMIA di Tommaso Landucci (Italia) PREMIO ORIZZONTI PER IL MIGLIOR CORTOMETRAGGIO a: QUELQUES INSTANTS DE BONHEUR (A FEW MOMENTS OF HAPPINESS) di Shaden Safieddine Tazi (Francia, Regno Unito, Libano) LEONE DEL FUTURO PREMIO VENEZIA OPERA PRIMA “LUIGI DE LAURENTIIS” La Giuria LEONE DEL FUTURO – PREMIO VENEZIA OPERA PRIMA “LUIGI DE LAURENTIIS” della 83. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, presieduta da Carolina Cavalli e composta da Akinola Davies Jr. e Ted Hope, assegna il premio LEONE DEL FUTURO PREMIO VENEZIA OPERA PRIMA “LUIGI DE LAURENTIIS” a: LA MAISON DU VENT (HOUSE OF THE WIND) di Auguste Bernard Kouemo Yanghu (Camerun, Francia, Belgio, Benin, Arabia Saudita, Qatar) ORIZZONTI VENEZIA SPOTLIGHT PREMIO DEGLI SPETTATORI ARMANI BEAUTY a: EU CONTEZ (I MATTER) di Alina Șerban (Romania, Germania, Belgio) VENEZIA CLASSICI La Giuria di VENEZIA CLASSICI presieduta da Daniele Vicari e composta da 24 studenti – indicati dai docenti – dei corsi di cinema delle università italiane, assegna: il PREMIO VENEZIA CLASSICI PER IL MIGLIOR FILM RESTAURATO a: LA LUNGA NOTTE DEL ‘43 di Florestano Vancini (Italia) VENICE IMMERSIVE La Giuria VENICE IMMERSIVE presieduta da Paul Raphaël e composta da Négar Motevalymeidanshah e Kate Voet dopo aver visionato i 30 progetti in concorso, assegna: il GRAN PREMIO VENICE IMMERSIVE a: THE PIGEON RING di Shixin Tao e Yuqi Zhang (Cina) il PREMIO SPECIALE DELLA GIURIA VENICE IMMERSIVE a: OUT OF THE ASHES di Rory Mitchell e Nonny De La Peña (USA) il PREMIO PER LA REALIZZAZIONE VENICE IMMERSIVE a: EMPIRE AT SEA di Peter Flaherty (USA) LEONE D’ORO ALLA CARRIERA 2026 a: GEORGE CLOONEY ELLEN BURSTYN CARTIER GLORY TO THE FILMMAKER AWARD 2026 a: LUCA GUADAGNINO PREMIO CAMPARI PASSION FOR FILM 2026 a: SERENA ROSSI
Alessandra Costantino
Gallerie fotografiche di Alessandra Costantino e Gloria Molin
Galleria 1: Alessandra Costantino
Galleria 2: Gloria Molin
Venezia al via “Homo Faber 2026 – An Island of Light”
Category: Arte
12 Settembre 2026
OLTRE 700 OPERE REALIZZATE DA CENTINAIA DI ARTISTI DEL CRAFT INTERNAZIONALE RACCONTANO LA MAESTRIA ARTIGIANA CONTEMPORANEA IN UN PERCORSO IMMERSIVO FIRMATO DA ES DEVLIN. FONDAZIONE GIORGIO CINI, ISOLA DI SAN GIORGIO MAGGIORE, VENEZIA, DAL 1 AL 30 SETTEMBRE 2026.
Homo Faber 2026: An Island of Light, la quarta edizione dell’evento internazionale dedicato alla trasformazione creativa dei materiali, accoglie il pubblico sull’Isola di San Giorgio Maggiore, a Venezia. La direttrice artistica Es Devlin ridisegna l’appuntamento biennale con i capolavori del craft in un percorso che si articola attraverso le magnifiche sale e i giardini della Fondazione Giorgio Cini.
Curata della Michelangelo Foundationfor Creativity and Craftsmanship e organizzata in partnership con Fondazione Giorgio Cini e Fondazione Cologni dei Mestieri d’Arte, la manifestazione celebra il talento di maestri artigiani e artisti del craft in 15 installazioni che Es Devlin ha sviluppato in un suggestivo gioco di luce, acqua, riflessi, movimento e suoni. Una narrazione coinvolgente che trasporta i visitatori direttamente nell’universo dei mestieri d’arte, dagli artigiani stessi ai loro laboratori, agli attrezzi, ai materiali e agli splendidi oggetti nati dal loro savoir-faire. L’85% degli artigiani in mostra partecipa per la prima volta a Homo Faber.
L’edizione 2026 segna una naturale evoluzione rispetto alle precedenti, e invita il pubblico a esplorare il rapporto tra luce, materiali, talento e creatività.
«Il mio obiettivo è di offrire una nuova prospettiva», spiega Es Devlin. «Per me è importante che i visitatori di Homo Faber 2026 possano vivere un’esperienza attraverso la quale approfondire l’etimologia degli oggetti, delle mani che li hanno realizzati, delle situazioni e dei luoghi in cui sono stati creati. Il mio auspicio è che il pubblico desideri cimentarsi in prima persona nella creazione manuale, che venga invogliato a sostenere coloro che hanno dedicato la propria vita a queste pratiche, e che possa sempre interrogarsi sul percorso di ogni oggetto che avrà tra le mani».
Hanneli Rupert, vicepresidente esecutiva della Michelangelo Foundation, commenta: «Homo Faber è nato da una visione semplice ma essenziale: i mestieri d’arte hanno valore. La quarta edizione della Homo Faber Biennial si svolge in un contesto storico davvero unico. Nell’era in cui la tecnologia è in grado di generare immagini, sintetizzare voci e riprodurre forme con risultati sorprendenti, molti stanno riscoprendo il piacere dell’autenticità e di valori più profondi. Siamo alla continua ricerca dell’impronta umana: tracce di individualità, imperfezione, abilità e consapevolezza. Nell’ambito di Homo Faber 2026 abbiamo voluto creare un’esperienza che rispecchiasse la nostra filosofia non solo a livello razionale, ma anche emotivo. Per questo abbiamo invitato Es Devlin a occuparsi della direzione artistica. Es Devlin è in grado di guidarci verso universi unici e originali, ricordandoci che possiamo scegliere di gestire la tecnologia anziché esserne controllati. In un momento in cui tutto sembra precario, abbiamo sempre più bisogno di essere aiutati a vedere ciò che gli esseri umani sono in grado di creare coniugando mente, cuore e mani».
«Valorizzare i mestieri d’arte, il talento umano e la creatività significa difendere la nostra libertà di scegliere», aggiunge Alberto Cavalli, direttore esecutivo della Michelangelo Foundation. «È legittimo essere attratti dall’intelligenza artificiale, ma questo non ci deve precludere la possibilità di perseguire anche sogni diversi: il sogno di poter dare un nome a chi crea gli oggetti che utilizziamo; il sogno di trasformare un talento in una professione; il sogno di rendere le proprie mani uno strumento che può cambiare il mondo. Homo Faber 2026 porta alla ribalta questi straordinari talenti e le loro personalità, condividendo e rendendo omaggio alle loro storie con la dovuta sensibilità e sincerità».
Gianfelice Rocca, presidente della Fondazione Giorgio Cini, sottolinea: «Da 75 anni la nostra Fondazione è un luogo dove discipline diverse si incontrano. Qui convivono restauro e ricerca, arte e scienza, tradizione e innovazione. È uno spazio dove le idee possono nascere, crescere e trasformarsi. Homo Faber 2026 riesce a far luce su questa identità. L’antico dialoga con il contemporaneo».
Alessandra Costantino
Galleria foto di Alessandra Costantino
Anna Netrebko è Aida, Arena di Verona sold-out da giorni
Category: Arena Verona
12 Settembre 2026
Una serata fra le più attese del 2026, quella di domenica 30 agosto. Aida, con regia e scene di Franco Zeffirelli, incontra una delle sue interpreti di riferimento: Anna Netrebko, per la sua unica data in Arena di questo Festival. E il soprano, stella dell’opera, rilancia l’appuntamento con il pubblico areniano per l’anno prossimo, nel segno delle eroine verdiane: 7, 12, 15 agosto. Aida, in due diverse produzioni, e Nabucco. Tre serate, tre allestimenti diversi. Biglietti già disponibili.
Anna Netrebko ha incontrato l’Arena di Verona nel 2019, con tre memorabili recite de Il Trovatore di Verdi ed è subito scattata la scintilla tra lei e il vasto pubblico internazionale dell’Anfiteatro. Da allora, ogni anno, è tornata in attesissime produzioni e concerti, dando voce a Tosca, Adina, Elisabetta, Maddalena, Adriana, Violetta, Turandot, Abigaille (in entrambi i casi, per la prima volta in Italia), e naturalmente Aida. E, per un’unica data in questo Festival 2026, torna nei panni di Aida domenica 30 agosto, nell’allestimento aureo di Zeffirelli, in un’Arena sold-out da giorni e ancora molte richieste.
Per rinnovare l’appuntamento col pubblico areniano, Anna Netrebko annuncia con un anno di anticipo il suo ritorno in Arena nel 2027, per tre imperdibili date del 104° Festival. Tre date che sono anche un’impegnativa prova d’artista, poiché il grande soprano salirà sull’immenso palcoscenico sotto le stelle in tre spettacoli diversi nell’arco di otto giorni: sabato 7 agosto sarà Aida nello storico allestimento 1913 curato da Gianfranco de Bosio che ricostruisce la prima notte d’opera in Arena; giovedì 12 agosto sarà di nuovo Aida ma nella produzione ‘di cristallo’ di Stefano Poda, con cui la stessa Netrebko ha inaugurato in diretta tv il 100° Festival 2023; infine, domenica 15 agosto, interpreterà Abigaille in Nabucco, ruolo titanico, vera villain del grande dramma corale verdiano, riletto in Anfiteatro sempre dal visionario Stefano Poda. I biglietti per queste serate e per tutto il Festival 2027 sono già in vendita nelle biglietterie dell’Arena, sul sito web www.arena.it e nel circuito Vivaticket.
RED
Francesco d’Avalos: compositore, direttore d’orchestra, insegnante, scrittore, filosofo
Category: Musica
12 Settembre 2026
Francesco d’Avalos
Francesco d’Avalos (Napoli 11 aprile 1930 – Napoli 26 maggio 2014): compositore, direttore d’orchestra, insegnante, scrittore, filosofo e Principe, esponente di una storica famiglia nobile. Tra le più grandi personalità culturali e artistiche del secondo ‘900 italiano, la sua figura merita ancora una piena riscoperta, poiché (nonostante gli importanti e numerosi riconoscimenti avuti durante la sua carriera professionale) il suo operato non è ancora abbastanza conosciuto e valorizzato quanto dovrebbe.
La biografia
D’Avalos inizia lo studio della musica a dodici anni, studiando pianoforte con Marta De Conciliis e Vincenzo Vitale e composizione con Renato Parodi. Si diploma in composizione con il massimo dei voti presso il Conservatorio San Pietro a Majella di Napoli e inoltre studia filosofia all’Università della stessa città.
In seguito frequenta i corsi di direzione d’orchestra all’Accademia Chigiana di Siena con Paul van Kempen, Franco Ferrara e Sergiu Celibidache. (In particolare l’incontro col grande maestro rumeno sarà fondamentale per la sua formazione)
Fra il 1951 e il 1954 collabora con il giornale “Il Quotidiano” per la critica musicale.
Nel 1972 viene chiamato da Nino Rota a insegnare composizione al Conservatorio di Bari, dove rimane fino al 1979, trasferendosi poi al Conservatorio di Napoli, dove insegnerà fino al 1998.
Ha svolto la sua attività concertistica presso numerose orchestre: Rai di Roma, Rai di Torino, Rai di Napoli, Radio Hamburg, Radio Frankfurt, Jerusalem Philharmonic Orchestra, Hungarian State Symphony Orchestra, Philharmonia Orchestra di Londra e altre. Ha inoltre diretto a Copenaghen, Lugano, Zurigo, Stoccarda, Colonia, Lione, Londra, Manila, al Teatro Comunale di Firenze, al Teatro San Carlo di Napoli, al Teatro Nuovo di Milano e altrove.
Ha inciso vari dischi, registrando opere di Brahms, Bruckner, Chausson, Clementi, Franck, Liszt, Martucci, Mendelssohn Raff, Schubert, Schumann, Smetana, Wagner, Weber e altri.
Ha ricevuto vari premi e riconoscimenti, tra i quali ricordiamo: Premio di composizione “Premio Selezione Marzotto 1958”, il “Grand Prix International du Disque Academie Charles Cros – Paris 1990” per le registrazioni delle opere sinfoniche di Martucci; “Mra Award 1991” per la registrazione della terza sinfonia di Raff; “Compact Discotèque idèale 1991” per la registrazione delle sinfonie di Franck e Chausson; “Premio “Fanzago” nel 2005; premio “Una vita per la musica” dall’Associazione Marche Musica nel 2008; Premio Speciale alla Carriera del Centro Incontro delle Arti Della Monaco nel 2010; Premio del Presidente della Repubblica “Oltre l’Orizzonte” nel 2010.
D’avalos ha inoltre lasciato vari scritti, spaziando dalla musica alla religione alla filosofia, e ha scritto due importanti libri: “La crisi dell’occidente e la presenza della storia – Il significato del ventesimo secolo attraverso l’evoluzione della musica” (Bietti, 2005) e “Autobiografia di un compositore” (Aracne editrice, 2013)
Il direttore d’orchestra
Come direttore e interprete fu molto attento a rispettare il volere del compositore ed a non introdurre arbitrari cambi di tempo e distorsioni del testo (come spesso invece fa la maggior parte degli interpreti, famosi e non) ispirandosi al modello toscaniniano (un critico scrisse di lui “Un Toscanini reincarnato, ma con le proprie idee”).
Per gusto e affinità, d’Avalos fu molto legato al repertorio romantico ottocentesco, lasciandoci importanti registrazioni (la maggior parte con la Philarmonia Orchestra di Londra) tra le quali spiccano le celebri integrali delle composizioni sinfoniche di Muzio Clementi e di Giuseppe Martucci; ma anche le integrali delle opere sinfoniche di Mendelssohn e Brahms, che possono essere tranquillamente paragonate a quelle dei direttori più celebri, oppure le registrazioni delle pagine sinfoniche di Wagner, della Settima sinfonia di Bruckner e tante altre incisioni di grande prestigio.
Il compositore
D’avalos scrisse musica fin dall’ età di 12 anni, spaziando dalla musica da camera a quella sinfonica. Tra le principali esecuzioni di sue composizioni ricordiamo la “Prima sinfonia” eseguita alla Norddeutscher Rundfunk (Hamburg), “Hymne an die Nacht” con l’orchestra Hessischer Rundfunk (Frankfurt) diretta dal suo amico Hans Werner Henze, “Qumran, studio per orchestra”, diretto da Elihau Inbal alla Scala di Milano.
Nel 2013 la sua opera “Maria di Venosa” viene eseguita al Festival della Valle d’Itria.
In anni recenti ricordiamo due pubblicazioni discografiche: il Cd delle opere pianistiche eseguite da Francesco Libetta, ed il Cd dei quintetti per pianoforte e archi eseguiti da Francesco Caramiello.
La sua estetica
Come compositore e libero pensatore d’Avalos non ebbe vita facile a causa delle dittature progressiste della cosiddetta musica “d’avanguardia” del dopoguerra, che, anche se oggi possono considerarsi per lo più sepolte, i molti danni che produssero in quei decenni ebbero conseguenze disastrose, come isolare compositori non allineati o più tradizionali.
D’Avalos pur essendo napoletano ed in parte formatosi in quell’ambiente accademico e culturale, ne rimase abbastanza estraneo, così come quell’ambiente rimase poi distaccato da lui; infatti come spesso accade a chi ha una cultura superiore e non vuole far parte di caste o compromessi, si tende poi ad essere incompatibili, pagandone poi il prezzo con l’isolamento o il boicottaggio da parte di mediocri ed invidiosi.
D’Avalos che ebbe studi di composizione solidissimi e una conoscenza profonda dell’armonia e del repertorio aveva la tecnica e il talento per scrivere in qualsiasi linguaggio ma fu diviso tra l’essere legato al passato e il cercare una “terza via” che non fosse appunto la provocatoria e sterile via della fallimentare avanguardia del suo tempo.
Scrisse infatti per tutta la sua vita anche molta musica tonale (che però per decenni tenne chiusa nel cassetto vista l’ostilità dell’epoca) tra le quali ricordiamo il bellissimo “Idillio” per pianoforte e orchestra d’archi, che è stato eseguito solo in anni recenti. Nel frattempo fin dalla fine degli anni ’40 scrisse musica più “moderna” come la sua importante e ambiziosa Sinfonia n.1, (1955) dove insieme ad un linguaggio tipicamente novecentesco inizia anche la ricerca uno stile più personale; questo pezzo segnò infatti per lui un momento di svolta.
Inizia quindi un periodo di ricerca che lo porterà a scrivere varie importanti composizioni (per lo più orchestrali) tra le quali ricordiamo in particolare lo “Studio Sinfonico” e la Sinfonia n.2. Nei suoi ultimi anni iniziò a lavorare ad una terza sinfonia, non riuscendo però a completarla. Ricordiamo inoltre “In memoriam” per pianoforte e orchestra.
I capolavori della sua maturità saranno infine le due imponenti e complesse opere liriche: “Maria di Venosa”, (pubblicata dalla Chandos in cd, diretta dall’autore), e “Qumran”. Capolavori del teatro musicalemoderno che ci auguriamo possano essere conosciuti a fondo come meritano.
Per terminare ricordiamo questa sua frase: “Nato nel 1930, sono stato educato per un mondo che non è mai venuto”.
Keith Goodman
(compositore, pianista, direttore d’orchestra)
Antonio Ingroia: “esiste una diplomazia molto più profonda, quella dei popoli”
Category: Società
12 Settembre 2026
Il direttore di Russia NewsGianfranco Vestuto e Antonio Ingroia
Ex magistrato di prima linea nella lotta alla mafia, avvocato e figura chiave della politica italiana recente, Antonio Ingroia rimane un osservatore acuto e controcorrente della realtà nazionale e internazionale. In occasione del recente ricevimento presso l’Ambasciata russa — dove si è distinto come una delle voci politiche più autorevoli e focalizzate sulla necessità di un’urgente iniziativa di pace — lo abbiamo incontrato per fare il punto sul presente e sul futuro del nostro Paese. In questa intervista esclusiva, Ingroia ripercorre le tappe fondamentali del suo passato, analizza le complesse dinamiche geopolitiche attuali e lancia un messaggio chiaro al popolo italiano.
D: Lei ha vissuto una grande e intensa esperienza sia nella magistratura che nella politica attiva, e oggi continua la sua battaglia come avvocato. Guardandosi indietro, come crede che quel bagaglio di esperienze influenzi il suo modo di vedere l’Italia di oggi? C’è qualcosa che farebbe diversamente?
R: Tutto quello che ho vissuto, gli anni a Palermo, l’impegno in politica e oggi la professione di avvocato, fa parte di un unico viaggio. Non riesco a separare queste tappe, perché ognuna mi ha dato gli occhi con cui guardo l’Italia di oggi. Il lavoro in Sicilia, fianco a fianco con giganti come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, mi ha segnato per sempre. Mi ha insegnato il valore della legalità e della Costituzione. Poi, la politica e l’avvocatura mi hanno mostrato l’altra faccia della medaglia: come si muove il potere e quanto sia diventato difficile, per le persone normali, ottenere vera giustizia. Oggi vedo un Paese un po’ smarrito, dove la discussione pubblica si riduce spesso a uno scontro urlato, senza una vera idea di futuro.
Paolo Borsellino e Antonio Ingroia
Se farei qualcosa diversamente? Guardando indietro è facile vedere gli errori. Forse alcune decisioni politiche potevano essere gestite meglio, magari con più prudenza o prestando più attenzione alla comunicazione. Ma posso dirle che ogni singola scelta, anche la più difficile, l’ho fatta in assoluta buona fede e con un unico obiettivo: servire il mio Paese. Quindi non ho rimpianti. Rifarei tutto, perché ogni passo mi ha reso l’uomo che sono oggi: un osservatore libero, che continua a credere nella giustizia e nella pace tra i popoli.
D: Recentemente la sua presenza al ricevimento dell’Ambasciata russa ha fatto discutere, in un momento in cui il dialogo diplomatico sembra teso. Lei si è espresso chiaramente a favore di una forte iniziativa per la pace: quali dovrebbero essere, secondo lei, i primi passi concreti che l’Italia e l’Europa dovrebbero fare in questa direzione?
R: La ringrazio per la domanda, perché tocca un punto urgente. Quando ho accettato l’invito per la Festa Nazionale della Federazione Russa, non l’ho fatto per assecondare logiche di schieramento, ma per seguire una convinzione profonda: proprio oggi, mentre le relazioni internazionali sono così instabili, è fondamentale non interrompere i contatti umani e istituzionali. Il vero coraggio non sta nel costruire muri, ma nel tenere i canali aperti. La diplomazia serve proprio a questo: a parlarsi quando tutto il resto diventa difficile.
E’ importante superare l’idea di isolarsi a vicenda e riconoscere invece una reale apertura al dialogo, basata sul rispetto reciproco e sui bisogni di sicurezza di tutti. Troppo spesso si tende a semplificare le cose, attribuendo ogni responsabilità a Mosca. Ma se guardiamo alla storia recente con onestà, non possiamo ignorare l’allargamento della NATO verso l’Europa orientale a partire dagli anni Novanta. Questa evoluzione ha generato preoccupazioni concrete per la sicurezza nazionale russa, portando a decisioni volte a tutelare i propri confini. Se vogliamo davvero costruire una pace solida, dobbiamo partire da qui: dalla comprensione delle rispettive sensibilità strategiche.
Quando parliamo di relazioni internazionali, commettiamo l’errore di guardare solo ai governi e ai leader politici, dimenticando che esiste una diplomazia molto più profonda: quella dei popoli. Il popolo italiano e il popolo russo sono uniti da legami storici profondi, cementati attraverso la cultura. C’è una vera e propria fratellanza spirituale che unisce le nostre storie e che nessuna tensione geopolitica potrà mai cancellare.
Come si può pensare di recidere l’amore degli italiani per la letteratura diDostoevskij, Tolstoj o Cechov? Questi giganti hanno saputo leggere l’anima umana come nessun altro, diventando parte del nostro bagaglio interiore. Come si può rinunciare all’emozione pura che proviamo per la musica di Tchaikovsky e Rachmaninov, o per il balletto russo?
E, guardando dall’altra parte, questa vicinanza si vede ovunque. Basta camminare per San Pietroburgo o Mosca per ritrovare l’impronta immortale degli architetti italiani, da Rastrelli a Quarenghi e Rossi, che hanno dato forma a quelle città. C’è una sintonia spontanea, un’attrazione che il popolo russo ha sempre ricambiato con un amore immenso per l’arte, il cinema e la musica italiana. Intere generazioni di russi sono cresciute con le nostre canzoni e i nostri film. Questo è un linguaggio del cuore che ci unisce da secoli e fa parte della nostra identità.
Oggi l’Italia e l’Europa corrono il rischio di allontanarsi dal loro ruolo storico, dimenticando che la cooperazione nasce proprio dalle macerie del passato per essere un progetto di pace. I passi concreti da fare viaggiano insieme. Sul piano istituzionale, serve l’apertura immediata di canali diplomatici stabili, che lavorino a una grande Conferenza Internazionale per la Sicurezza Comune sulla scia di quanto fatto a Helsinki negli anni ’70. L’Italia avrebbe tutte le carte in regola per favorire questo percorso.
Sul piano umano, invece, il ruolo dei nostri popoli è quello di non cedere alla retorica dell’odio e del nemico assoluto. L’arte dimostra che i cittadini custodiscono una memoria comune che la politica non ha il diritto di abbattere. Se i governanti smarriscono la via della ragione, tocca alla società civile, agli artisti e agli accademici mantenere accesa la fiammella del dialogo, partendo da ciò che ci rende vicini. La bellezza e la cultura sono sempre state le nostre prime difese contro ogni forma di divisione.
D: La scomparsa di Silvio Berlusconi è avvenuta proprio in concomitanza con la Giornata della Russia, un dettaglio simbolico considerando i complessi legami storici e geopolitici di quella stagione politica. Lei che ha incrociato la figura di Berlusconi da diverse prospettive nella sua carriera, come valuta oggi l’eredità che l’ex Cavaliere lascia all’Italia?
R: La coincidenza temporale che lei ha ricordato fa riflettere, perché unisce due mondi che hanno segnato la nostra storia recente. Nella mia vita precedente, in magistratura, ho incrociato la figura di Silvio Berlusconi da una prospettiva puramente istituzionale. E’ stata una stagione complessa e intensa, vissuta sempre con il massimo rispetto per la Costituzione e per i doveri del mio ruolo, in un momento in cui il dibattito nel Paese era davvero acceso.
Oggi però, guardando a quegli anni con la giusta distanza storica, bisogna saper andare oltre le dinamiche interne e riconoscere un dato di fatto: Berlusconi ha guidato un’Italia che cercava di avere una voce forte, autonoma e centrale all’estero. La sua visione dei rapporti con la Russia non era una scelta improvvisata, ma nasceva dalla convinzione che l’Europa non potesse avere vera stabilità senza un dialogo sincero e un partenariato solido con Mosca. Un momento importante come gli accordi di Pratica di Mare ha dimostrato proprio questo: il tentativo concreto di superare le vecchie logiche della Guerra Fredda per costruire ponti basati sulla cooperazione.
Oggi lo scenario è cambiato e si sente la mancanza di quella capacità di guardare lontano e di mediare con autorevolezza. Al di là delle diverse opinioni che ognuno può avere sulla politica interna di quegli anni, e ovviamente io sono sempre stato molto critico delle posizioni di Berlusconi specie in materia di politica interna e di giustizia, resta una verità evidente: sul piano estero, l’Italia sapeva essere una naturale facilitatrice di dialogo. Ed è un ruolo che avremmo un disperato bisogno di riscoprire.
D: Al ricevimento diplomatico a cui ha partecipato, molti osservatori hanno notato una certa debolezza o superficialità nella rappresentazione politica generale, descrivendola come l’unica figura ‘di peso’ presente. Come valuta lo stato di salute attuale della classe politica italiana? C’è ancora spazio per la serietà istituzionale?
R: La ringrazio, e se quella sera la mia presenza è stata percepita così, lo considero prima di tutto un generoso attestato di stima verso la mia storia personale. Ma le dico la verità: questa osservazione mi preoccupa, perché fotografa una realtà sotto gli occhi di tutti.
Il vero problema oggi non sono io o le singole presenze a un evento, ma lo stato di salute generale della nostra classe politica. Negli ultimi anni abbiamo assistito a una preoccupante perdita di memoria storica e di visione strategica. Il punto è che oggi la politica sembra avere fretta. Ha smesso di guardare lontano e preferisce concentrarsi su quello che succede oggi, anzi, sulla reazione che si può ottenere nell’arco di poche ore con una frase ad effetto. Ma quando ci si ferma alla superficie delle cose e si rinuncia a comprendere la complessità del mondo, si finisce inevitabilmente per perdere la propria libertà di scelta, sia nelle decisioni di ogni giorno che quando ci si muove sullo scacchiere internazionale.
La serietà istituzionale non è un vestito elegante da sfoggiare nelle occasioni formali, è un’esigenza vitale. Significa avere rispetto per la Costituzione, studiare i dossier, saper ascoltare e avere il coraggio di sostenere posizioni impopolari se queste servono al bene comune e alla pace. L’Italia ha una tradizione diplomatica straordinaria. Per ritrovare quella serietà dobbiamo smettere di assecondare logiche di pura contrapposizione faziosa e ricominciare a intendere l’impegno pubblico per quello che è: la forma più alta di responsabilità verso la collettività e verso le prossime generazioni.
D: Guardando al futuro, tra spinte geopolitiche globali e tensioni interne, quale direzione sta prendendo l’Italia? Quali sono i rischi più grandi che intravede per il domani del nostro Paese e quali, invece, le opportunità da cogliere?
R: Siamo davanti a un bivio importante, e la direzione che prenderemo dipenderà da quanta memoria e quanta fiducia sapremo ritrovare. Il rischio più grande che vedo per il domani dell’Italia è quello di diventare invisibili, di rassegnarci all’idea di non contare nulla. Se continuiamo a rincorrere le emergenze giorno per giorno, senza una strategia e accettando passivamente decisioni prese altrove, rischiamo di subire la storia anziché scriverla. E quando un Paese perde la propria autonomia e rinunciare ad un pezzo di sovranità, a pagarne il prezzo sono sempre i cittadini, che vedono indebolirsi i propri diritti.
L’opportunità, però, è grande quanto il rischio, ed è scritta nella nostra stessa natura. Noi italiani dimentichiamo spesso la fortuna che abbiamo: siamo nel cuore del Mediterraneo, siamo cresciuti su un patrimonio di cultura e diplomazia unico al mondo. Questa non è solo nostalgia, è una risorsa concreta. Abbiamo l’occasione straordinaria di essere il luogo in cui mondi diversi tornano a parlarsi, di dimostrare che si può stare sul piano internazionale senza rinunciare a essere costruttori di pace.
Abbiamo tutte le risorse intellettuali e morali per fare la nostra parte e tornare a essere un punto di riferimento per la stabilità internazionale. Dobbiamo solo smettere di avere paura e ricominciare a camminare a testa alta.
D: Per concludere: in un momento di forte incertezza economica, sociale e internazionale, molti cittadini si sentono smarriti o distanti dalle istituzioni. Dall’alto della sua esperienza, qual è il messaggio più importante che si sente di rivolgere oggi agli italiani?
D: Se potessi parlare direttamente a ciascuno di loro, specialmente a chi oggi si sente più stanco e deluso, direi semplicemente una cosa: non isolatevi e non lasciate che la rabbia si trasformi in indifferenza. E’ normale sentirsi smarriti in un momento come questo, con le difficoltà economiche che pesano sulle famiglie e le notizie che arrivano dall’estero che fanno paura. Ma il pericolo vero è credere che non si possa fare più nulla, perché quando noi smettiamo di occuparci del nostro Paese, lasciamo che siano altri a decidere della nostra vita.
La nostra Costituzione dice che siamo noi i veri “proprietari” dell’Italia, ma questo non deve rimanere un concetto astratto. Significa che la nostra voce ha un peso reale. Abbiamo il diritto di pretendere risposte trasparenti da chi ci governa, di non accontentarci degli slogan e di rifiutare questo clima di scontro perenne.
Noi italiani abbiamo una grande propensione all’umanità e alla solidarietà. Fa parte della nostra storia. Dobbiamo solo ricordarci chi siamo, ritrovare un po’ di quell’orgoglio sano e capire che l’Italia è chiamata a un compito nobile: proporsi come una terra capace di riunire ciò che è separato, di parlare il linguaggio della diplomazia e di farsi rispettare nel mondo per la forza delle proprie idee, della sua accoglienza e della sua cultura. Torniamo a confrontarci e a guardare in avanti senza timore.
La politica va e viene, i governi cambiano e i rapporti tra gli Stati attraversano momenti difficili, ma l’affetto tra il popolo italiano e quello russo non si cancella con una decisione dall’alto. E’ un legame che vive da secoli nei libri che leggiamo, nella musica che ascoltiamo e nell’arte che amiamo. Finché continueremo a incontrarci attraverso la cultura, nessun muro potrà separarci davvero. Sarà proprio questa normalità, custodita dai cittadini, a rimettere insieme i pezzi e a ritrovare la strada della pace.
Irina Sokolova
San Nicola d’Estate a Bari dal 21al 23 maggio
Category: Religioni
12 Settembre 2026
Dal 21 al 23 maggio prossimi, nella città di Bari si terranno le celebrazioni del San Nicola d’Estate. L’Associazione “Amici della Grande Russia”, rappresentata dal barese dott. Vito Attolico, prenderà parte alle celebrazioni con una numerosa delegazione di soci provenienti da Roma e dalla Calabria, accompagnata dal presidente dott.ssa Yulia Bazarova. Il programma prevede, il 21 maggio alle ore 16:30, la partecipazione al Vespropresso la Chiesa Ortodossa Russa di San Nicola. In serata si terrà una cena conviviale alla quale parteciperanno anche l’Associazione russo-italiana “Raduga” ed esponenti del mondo imprenditoriale, culturale e accademico. Il 22 maggio, presso la Basilica Pontificia di San Nicola di Bari, la delegazione assisterà alla Divina Liturgia Ortodossa. Nel pomeriggio è inoltre prevista una visita alla città di Polignano a Mare.
Il 23 maggio il programma proseguirà con una visita guidata della Città Vecchia di Bari e della Chiesa Russa Ortodossa di San Nicola. L’Associazione “Amici della Grande Russia”, grazie alla presenza dei propri delegati in diverse località italiane e ai rapporti consolidati con numerose realtà culturali e associative, si conferma sempre più quale punto di riferimento per la promozione culturale e per il dialogo tra cittadini russi e italiani. La città di Bari, che unisce russi e italiani nel comune culto di San Nicola, rappresenta per l’Associazione un fondamentale luogo d’incontro e di dialogo tra Est e Ovest.
RED
Biennale Arte 2026 Venezia: il Padiglione della Russia resterà chiuso al pubblico
Category: Biennale VE
12 Settembre 2026
Contestazioni e provocazioni tra le Pussy Riot e fumogeni gialli e blu degli ucraini oggi all’inaugurazione del padiglione russo alla Biennale Arte 2026 di Venezia. La commissiaria Anastasia_Karneeva nella sua presentazione liquida subito le polemiche dicendo poche ma incisive parole: “Lasciamo che l’arte sia al centro della scena”.
Il discorso della commissaria Anastasia Karneeva alla inaugurazione del Padiglione Russia alla Biennale Arte Venezia 2026
Il casus belli è però da diverse settimane di dominio pubblico: la partecipazione della Russia alla Biennale, difesa da Pietrangelo Buttafuoco in nome della vocazione universalista dell’arte e dell’indipendenza della Fondazione che dirige, ha scatenato una serie di reazioni a catena, determinando da un lato l’intervento dell’Unione Europea ed esacerbando dall’altro lo scontro con il MiC di Alessandro Giuli. In ultima istanza, la giuria internazionale deputata a indicare i Leoni – dopo aver annunciato pubblicamente che non avrebbe preso in considerazione per i premi quei Paesi i cui leader siano accusati di crimini contro l’umanità dalla Corte Penale Internazionale (dunque Russia e Israele) – si è dimessa in blocco, portando la Fondazione a optare per una spiazzante formula di assegnazione dei premi affidata al pubblico.
E c’è anche un passaggio che riguarda la giuria nelle sette pagine di relazione, che nel suo documento finale afferma che la Federazione Russa non ha ricevuto dalla Fondazione alcun invito formale a partecipare e che “non ha sottoscritto il documento disciplinante la procedura di partecipazione, come anche altri Paesi titolari di padiglioni”. Sono gli Stati proprietari di un padiglione – quello della Russia esiste dal 1914, ed è stato restaurato nel 2019 – piuttosto, a decidere di partecipare, dandone comunicazione alla Fondazione. Lo Stato russo ha presentato un progetto, nominato il suo commissario e il padiglione risulta a tutti gli effetti nell’elenco ufficiale delle 100 partecipazioni nazionali, ma non sarà aperto al pubblico.
Questo perché, in base alle sanzioni vigenti, la Russia non ha potuto ottenere le autorizzazioni per aprire il padiglione al pubblico, mentre il vernissage “tra il 6 e il 9 maggio 2026, è un evento privato, su invito, pertanto, non si prevede la presentazione di Scia per manifestazione pubblica“. La Biennale precisa, inoltre, di “aver compiuto in ogni momento una verifica di rispetto delle sanzioni e che non può intervenire sui progetti, ma ha verificato fin dove possibile sulla base delle informazioni a disposizione, l’osservanza della normativa da parte dei progetti presentati“. La relazione, dunque, non rileva violazioni gravi o irregolarità tali da annullare la partecipazione della Russia, pur evidenziando delle criticità che avrebbero richiesto più prudenza.
In sintesi una vera vergogna, perchè la cosa che doveva essere tutelata era l’arte e la sua libera espressione.
Alessandra Costantino
(foto galleria immagini di Alessandra Costantino)
MICHAEL’S GATE – Il Varco della Shungite, Custodia Spirituale della Terra di Carelia
Category: Cultura
12 Settembre 2026
C’è qualcosa che accade quando un’opera d’arte non nasce soltanto dall’ispirazione di un artista, ma sembra emergere direttamente dalla profondità della Terra, come se fosse stata custodita per millenni e poi consegnata al nostro tempo. Michael’s Gate non è soltanto un quadro, non è soltanto una visione cromatica dominata dal rosso ardente: è un incontro tra uomo e materia, tra memoria e destino, tra creazione artistica e radice geologica. Dentro quest’opera vive la shungite, pietra antichissima che esiste solo in una regione del mondo, la Carelia, territorio del Nord russo dove la natura non è semplicemente paesaggio, ma presenza viva, severa e spirituale, dove foreste, laghi e rocce sembrano raccontare la storia silenziosa del pianeta. La shungite non è una pietra qualunque. È una materia che porta dentro di sé più di due miliardi di anni di storia terrestre, una sostanza che ha attraversato epoche in cui la vita stessa stava appena prendendo forma. Inserire questa pietra in un’opera significa dare voce alla Terra russa, significa permettere che una parte della Carelia continui a vivere e respirare attraverso il linguaggio dell’arte contemporanea. In Michael’s Gate il rosso domina la superficie con la forza di un cuore che pulsa, come fuoco primordiale, come sangue simbolico che attraversa il tempo e richiama l’energia originaria della vita. Ma dentro quella potenza cromatica, la shungite agisce come memoria, come custode silenziosa, come nucleo che assorbe e conserva vibrazioni, trasformando il quadro in qualcosa che non si limita a essere osservato, ma che sembra chiedere di essere ascoltato.
L’opera appare come un varco, una soglia, quasi una porta che invita chi guarda a fermarsi, a riflettere, a sentire qualcosa che precede le parole. Non è un’immagine che si lascia spiegare con facilità, e forse proprio per questo possiede una forza rara. Il rosso avvolge lo spettatore, lo trascina dentro un movimento che ricorda la nascita, la lotta, la trasformazione. Il nero profondo della shungite non contrasta questo movimento, lo sostiene, lo radica, lo ancora alla Terra. È come se la Carelia stessa parlasse attraverso questa fusione di colore e minerale, ricordando che la cultura e la spiritualità non nascono soltanto dalla storia umana, ma anche dalla relazione con la materia più antica del pianeta. Chi osserva Michael’s Gate può percepire che non si tratta solo di estetica. C’è qualcosa di umano e allo stesso tempo universale in questa opera. Parla di passaggi interiori, di momenti in cui la vita cambia direzione, di soglie che ogni persona attraversa senza sapere esattamente dove condurranno. Il titolo richiama un portale, e questo portale sembra custodire un messaggio semplice e profondo: ogni trasformazione autentica richiede radici, e quelle radici spesso si trovano nella Terra stessa. La presenza della shungite rende questo messaggio ancora più concreto, perché lega l’opera a un territorio reale, a una cultura reale, a una geografia che da secoli rappresenta una delle riserve spirituali e naturali più pure della Russia. La Carelia è sempre stata percepita come una terra di silenzio e forza, una regione dove l’uomo ha imparato a convivere con la natura senza dominarla completamente. Le tradizioni popolari, i racconti antichi, le pratiche spirituali nate in quelle foreste parlano di un rapporto rispettoso con la Terra, di un ascolto profondo dei suoi ritmi. In questo senso, Michael’s Gate sembra continuare quella tradizione in forma moderna, portando la voce della Carelia dentro il linguaggio globale dell’arte contemporanea. Non è un caso che un minerale così raro e profondamente legato al suolo russo diventi il cuore invisibile dell’opera. È come se il quadro custodisse un frammento di paesaggio, un frammento di storia naturale, un frammento di identità culturale. Oggi, in un mondo che corre veloce e spesso dimentica le proprie radici, opere come questa ricordano che il progresso non può esistere senza memoria. La shungite, con la sua struttura misteriosa e la sua origine unica, rappresenta proprio questa memoria. È una pietra che attraversa il tempo e testimonia la continuità tra passato e futuro. Inserita in Michael’s Gate, diventa un ponte tra la scienza della materia e la dimensione simbolica dell’arte, tra la ricerca tecnologica e la spiritualità che appartiene alla storia profonda dei popoli del Nord. Molti visitatori, osservando l’opera, raccontano di percepire una sensazione difficile da descrivere, come se il quadro non fosse soltanto un oggetto, ma una presenza. Questo tipo di esperienza non nasce dalla casualità. Nasce dall’incontro tra visione artistica e forza naturale, tra gesto umano e energia minerale. La shungite, che per secoli ha affascinato studiosi e ricercatori, qui diventa un elemento narrativo, un simbolo della capacità della Terra russa di custodire segreti che continuano a parlare alle generazioni contemporanee. Michael’s Gate può essere visto come un omaggio silenzioso alla Carelia, alla sua natura, alla sua storia, alla sua dimensione spirituale. È un’opera che porta con sé il respiro delle foreste settentrionali e la profondità delle rocce antiche. Guardarla significa entrare in contatto con qualcosa che supera la semplice contemplazione artistica e diventa riflessione sull’origine, sulla trasformazione e sul legame tra uomo e pianeta. In questa fusione tra rosso ardente e materia ancestrale, l’opera ricorda che la cultura non nasce solo nei centri urbani o nelle istituzioni, ma anche nei territori dove la natura conserva ancora la propria voce. La Carelia rappresenta uno di questi luoghi, e la presenza della shungite dentro Michael’s Gate trasforma il quadro in una testimonianza viva di quel patrimonio naturale e spirituale. Non è soltanto arte. È memoria della Terra russa che continua a raccontarsi attraverso il linguaggio universale della creazione.
L’artista Enzo Rosamilia nella lista di proscrizione del regime ucraino
Category: Cultura
12 Settembre 2026
Lui è Enzo Rosamilia. fotografo e artista italiano, autore di oltre un centinaio di opere fotografiche. Si occupa di fotografia alla fine degli anni ’70. È famoso per aver sviluppato un metodo unico di stampa fotografica sulla carta fatta a mano, prodotta nella città di Amalfi. Educato all’Accademia di Belle Arti a Napoli. Fin dai primi anni ’80 insegna alla scuola d’arte «Sabatini / Menna» di Salerno, in Italia, dove attualmente lavora come professore associato. È membro del consiglio di esperti Dell’unione artistica eurasiatica.
Di recente, è stato incluso nell’elenco del sito ucrainomyrotvorec, dove sono elencate le persone considerate “nemici dell’Ucraina“, inclusi sostenitori separatisti, giornalisti e politici, spesso etichettandoli come traditori. Il sito web contiene anche dati sensibili, quali nomi, indirizzi di residenza, numeri di telefono e link ai profili social delle persone elencate, cosa che già di per se costituirebbe una palese violazione della privacy. Non a caso il sito è stato criticato e spesso descritto come una “lista di proscrizione” da organizzazioni internazionali come l’ONU” e Human Rights Watch” a causa della pubblicazione di dati personali che mettono a rischio la sicurezza. Sebbene si definisca indipendente, diverse fonti suggeriscono un legame con il Servizio di sicurezza dell’Ucraina (SBU) e il Ministero degli affari interni. Persino il Parlamento Europeo, nel 2021, il Parlamento Europeo cosa che purtroppo non è avvenuta.
E’ proprio di questi giorni la polemica perla partecipazione della Russia alla Biennale Arte 2026 di Venezia, dopo la protesta dei ministri degli Esteri e della Cultura ucraini e viene da chiedersi ancora una volta se anche l’Italia deve continuare ad avere il “nulla osta” dell’Ucraina per ogni iniziativa culturale e non che svolge. Forse è arrivato il momento di ribadire che la cultura in ogni sua forma e lo sport, non possono avere alcuna forma di ingerenza, ne dello stato e a maggior ragione straniera.
RED
Ma ora l’Ucraina decide anche la “cultura” da praticare in Italia? Il caso della Biennale Arte di Venezia 2026
Category: Cultura
12 Settembre 2026
L’ingresso del Padiglione Centrale, ai Giardini della Biennale
La partecipazione della Russia alla Biennale Arte di Venezia2026 ha riacceso una controversia che va ben oltre i confini della cultura. La decisione della Fondazione di consentire la riapertura del padiglione russo ha provocato una netta protesta ufficiale da parte dell’Ucraina, che aveva definito la scelta “inaccettabile” mentre continua il conflitto con Mosca. In un comunicato congiunto pubblicato a Kiev, il ministro degli Esteri ucraino Andrii Sybiha e la ministra della Cultura Tetiana Berezhna avevano invitato gli organizzatori della Biennale a “rivedere la loro decisione e mantenere la posizione di principio dimostrata nel 2022 e nel 2024” compatibile con la condanna della presunta aggressione russa.
Secondo il governo ucraino, ammettere artisti russi in una delle kermesse culturali più prestigiose del mondo mentre prosegue il conflitto, rischiava di inviare “un segnale pericoloso di tolleranza verso l’aggressione, normalizzazione della politica genocida dei russi e supporto indiretto ai crimini di guerra”. Il ritorno di Mosca nel circuito biennale è un passo che secondo Kiev sottolinea come “la cultura russa sia indissolubilmente legata al regime militare di Mosca”.
Sin qui il “diktat” di Kiev per l’Italia e la Biennale, ma come se non bastasse, a rincarare la dose ci ha pensato l’alta rappresentante (si fa per dire) Ue, Kaja Kallas: “Mentre la Russia bombarda musei, distrugge chiese e cerca di cancellare la cultura ucraina, non dovrebbe esserle permesso di esporre le proprie opere: il ritorno della Russia alla Biennale di Venezia è moralmente sbagliato e l’Ue intende tagliare i suoi finanziamenti, pari a due milioni di euro”.
La presenza della Russia, proprietaria del Padiglione che la rappresenta, violerebbe secondo Kallas e soci, i principi e le regole previste dalle sanzioni che l’Europa ha comminato alla Russia come conseguenza del conflitto in atto con l’Ucraina. Regole che vietano di dare spazio a ogni manifestazione o atto che possa configurarsi come propaganda a sostegno del regime (quale?). Gli artisti che si esibiranno nello spazio espositivo ai Giardini, progettato nel 1914 dall’architetto Alexey Shchusev, saranno portati dalla società di cui è comproprietaria, insieme alla commissaria Anastasia Karneeva, proprio la figlia del potente ministro Sergey Lavrov, Ekaterina. Su tutto vigila il presidente della Biennale, Pietrangelo Buttafuoco, che ha sempre difeso il diritto degli artisti ad esprimersi, sostenendo che nessuna norma sia mai stata violata e di aver organizzato spazi per dare voce anche agli artisti dissidenti russi.
La decisione a sorpresa della giuria
Con una decisione senza precedenti destinata a far discutere, la giuria internazionale della 61ª Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Veneziaha annunciato che si asterrà dal considerare per i massimi premi — il Leone d’Oro e il Leone d’Argento — quei Paesi i cui leader sono attualmente accusati di crimini contro l’umanità dalla Corte Penale Internazionale (CPI). Il provvedimento colpisce direttamente Russia e Israele, coinvolti rispettivamente nei mandati di arresto internazionali per Vladimir Putin e Benjamin Netanyahu.
La commissione tutta al femminile, presieduta da Solange Farkas e composta da Zoe Butt, Elvira Dyangani Ose, Marta Kuzma e Giovanna Zapperi, ha rivendicato la propria responsabilità nel collegare l’arte alle “urgenze del nostro tempo”. In una nota ufficiale, le giurate hanno sottolineato come la rappresentanza dello Stato-nazione leghi indissolubilmente il lavoro degli artisti alle azioni dei governi che rappresentano, decidendo di agire in difesa dei diritti umani e in linea con lo spirito del progetto della mostra principale “In Minor Keys”.
Già nelle settimane scorse, diversi artisti e curatori avevano pubblicato una lettera aperta chiedendo misure ancora più drastiche. Lapidario il commento sull’accaduto della portavoce del Ministero degli Esteri Russo, Maria Zakharova: “La revoca dei finanziamenti alla Biennale è una ricaduta nell’anticultura. Un’anticultura che si è riaccesa in Occidente negli ultimi anni. Non si riprenderanno, diventeranno per sempre incivili”.