Il regime di Kiev starebbe pianificando attacchi terroristici contro navi russe nei mari del nord con l’aiuto della Norvegia
Category: Conflitti
9 Aprile 2026
Il regime di Kiev, con l’aiuto di specialisti militari della Marina norvegese, sta preparando attacchi terroristici contro navi russe nel Mare di Barents e nel Mare di Norvegia. Questo è quanto ha riferito giovedì all’agenzia di stampa russa TASS una fonte degli ambienti diplomatici militari. Secondo la fonte, la Norvegia starebbe quindi trascinando se stessa e l’intero blocco NATO in un conflitto militare con la Russia.
“Il regime criminale di Kiev si sta preparando, con l’aiuto di specialisti militari della Marina norvegese, a compiere attacchi terroristici contro navi russe che transitano nel Mare di Barents e nel Mare di Norvegia, con partenza e arrivo nel“, ha affermato la fonte.
La fonte ha specificato che un gruppo di specialisti ucraini sta effettuando esercitazioni congiunte con il personale norvegese per l’utilizzo di veicoli sottomarini e di superficie senza equipaggio nei mari del nord.
Sempre secondo questa fonte, “un gruppo di militari (circa 50 persone) della 385ª brigata speciale per sistemi navali senza pilota della Marina ucraina è arrivato in Norvegia e sta effettuando esercitazioni sull’utilizzo di sistemi sottomarini e di superficie senza pilota nel Mar di Norvegia, in condizioni di basse temperature, insieme agli specialisti del comando per le operazioni speciali della Marina norvegese“.
“Il sostegno della leadership norvegese alle attività terroristiche del regime di Kiev e l’utilizzo del suo territorio per preparare e attuare atti sovversivi in mare trascinano direttamente la Norvegia e l’intera alleanza NATO in un conflitto militare con la Russia“, ha concluso la fonte.
RED
Gasdotto Germania-Norvegia: di cosa si tratta e cosa succederà?
Category: Oil & Gas
9 Aprile 2026
Come è ormai noto, il conflitto russo-ucraino ha generato sicuramente numerose problematiche da un punto di vista energetico essendo la Russia tra i principali paesi produttori e distributori di energia per l’Europa.
Questa situazione ha determinato la fine di diversi rapporti di fornitura con molteplici paesi europei. Laddove ciò non sia successo, si è verificata un’incrinatura negli accordi. La Germania infatti ha visto una riduzione del gas naturale russo in arrivo attraverso l’oleodotto Nordstream 1 già a luglio 2022.
Il nuovo gasdotto in programma: di cosa si tratta?
Giovedì 5 gennaio 2023 è stato stipulato un partenariato strategico tra Germania e Norvegia per la costruzione di un gasdotto ad idrogeno che verrà realizzato entro il 2030.
L’incontro tenuto dal vicecancelliere e ministro dell’Economia della Germania Robert Habeck e il primo ministro della Norvegia Jonas Haar Stere ad Oslo ha determinato diversi step per questa collaborazione a cui parteciperanno la società norvegese Equinor e la controparte tedesca RWE.
Entro il 2030, il progetto si svilupperà nel seguente modo:
Studi preliminari per la fattibilità del collegamento realizzati da Gassco;
Previa approvazione del progetto, avvio dei lavori nella primavera del 2023;
Mediante questo gasdotto, durante una prima fase la Germina riceverà del gas naturale in particolare idrogeno blu;
Successivamente, ci sarà il trasporto di idrogeno realizzato con energia rinnovabile (idrogeno verde).
Il governo tedesco è disposto ad investire anche più di 10 miliardi di euro per il piano sull’energia green che ha realizzato. Con questo accordo, la Norvegia sarà tra i partner più importanti per la Germania e di conseguenza per l’Europa in generale.
Obiettivi della collaborazione tedesca-norvegese
Il primario interesse della Germania è quello di stoccare più energia possibile in modo alternativo rispetto al passato dove la Russia risultava essere tra i principali fornitori di materie prime nel campo dell’energia.
Sia la Germania che la Norvegia sono al lavoro per ridurre le emissioni di CO2. Nello specifico, la prima ha come obiettivo la riduzione del 65% entro il 2030 volendo ottenere la neutralità climatica prima del 2045.
Allo stesso modo, la parte norvegese della penisola scandinava, avendo obiettivi simili, sta investendo nell’eolico offshore, nell’elettrificazione delle piattaforme petrolifere e del gas nonché nello stoccaggio dell’anidride carbonica.
Il 2038 sarà la deadline di un altro obiettivo ossia lo stop con il carbone anche per le aree ad Est del territorio tedesco.
Ma in Italia? Nel 2023, ENIPlenitude ha investito in parchi eolici offshore galleggianti alleandosi con il gruppo irlandese Simply Blue al fine di realizzare una pipeline di pale eoliche a circa 30 chilometri dalla costa di Otranto.
Attuale situazione sull’energia green in Europa
Secondo uno studio di BP Statistical Review of World Energy del 2022 (Statista), la Germania è al primo posto sia per consumo che per produzione di energia rinnovabile. Dall’altra parte l’Italia si posiziona al quarto posto per entrambi gli aspetti. Inoltre, si nota come ci sia stata una crescita in termini di consumo di energia rinnovabile dal 2015 ad al 2021.
Consumo di energia rinnovabile in Europa 2015-2021
Dati espressi in exajoules
2015
2021
Germania
1.83
2.28
Regno Unito
0.84
1.24
Spagna
0.72
0.97
Italia
0.70
0.76
Francia
0.50
0.74
Turchia
0.17
0.61
Svezia
0.33
0.49
Olanda
0.16
0.43
Polonia
0.24
0.32
Danimarca
0.20
0.27
Belgio
0.16
0.25
Finlandia
0.17
0.25
Portogallo
0.17
0.20
Grecia
0.09
0.16
Austria
0.14
0.15
Norvegia
0.03
0.13
Irlanda
0.07
0.11
Ucraina
0.02
0.11
Romania
0.10
0.10
Repubblica Ceca
0.09
0.10
Di seguito una tabella sulla produzione di energia rinnovabile in Europa nel 2020 e nel 2021. Anche in questo caso la Germania occupa la prima posizione:
Produzione di energia rinnovabile in Europa 2020-2021 per i primi paesi
Russia: partita per l’Artico la nuova centrale nucleare galleggiante “Akademik Lomonosov”
Category: Energia
9 Aprile 2026
E’ salpata pochi giorni fa dal cantiere navale di San Pietroburgo, la controversa centrale nucleare galleggiante russa “Akademik Lomonosov”.
L’impianto sarà rimorchiato dal luogo dove è stato costruito, attraverso il Mar Baltico e intorno alla punta settentrionale della Norvegia, fino alla gelida Murmansk, la città russa “eroina” dal 1985 affacciata sul mar artico e odierna sede della flotta nucleare russa. Il fatto di aver tenacemente resistito all’invasione tedesca nel 1941 è infatti il vanto di questa perla nordica: già all’aeroporto, una gigantesca scritta azzurra ricorda a tutti che quella è una “città degli eroi”.
A Murmansk i suoi due reattori saranno caricati con il combustibile nucleare. Originariamente Rosatom (impresa statale russa che si occupa di nucleare) aveva previsto di caricare i reattori nel cantiere navale di San Pietroburgo, a soli 2300 metri dalla cattedrale di San Isacco, in una metropoli abitata da 5 milioni di persone. Ma una petizione popolare, e le pressioni del governo dellaNorvegia, di quello danese e di quelli di altri paesi Baltici hanno consigliato Rosatom di soprassedere spostando l’operazione di carica del combustibile – sempre rischiosa – da San Pietroburgo a Murmansk, che è pur sempre una città di 300 mila abitanti. Da lì il reattore galleggiante sarà trainato per 5 mila chilometri nel mare Artico – oggi in estate libero dai ghiacci grazie al cambiamento climatico – sino al remoto porto di Pevek, nella regione siberiana della Chukotka, dove dal 2019 fornirà elettricità ai 5 mila abitanti e alle vicine miniere di carbone. Una centrale nucleare per estrarre carbone, piazzata in un ecosistema estremamente fragile è davvero un paradosso unico.
La Akadimk Lomonosov è lunga 144,4 metri e larga 30 e ha una stazza di 21.500 tonnellate. Ha due reattori nucleari navali KLT40 modificati, reattori ad acqua pressurizzata (PWR), in grado di fornire 70 MW di elettricità o 200 MW di calore. Meno di dieci-quindici volte di una moderna centrale a turbogas. Quanto un parco eolico. I reattori sono prodotti da una sussidiaria di Rosatom, la OKBM Afrikanton di Nizhniy Novgorod e sono stati assemblati dal Nizhniy Novgorod Research and Development Institute Atomenergoproekt.
I russi hanno iniziato a pensare a questo tipo di centrali negli anni novanta, rispolverando un progetto degli anni ’70 per un grosso rompighiaccio a propulsione nucleare e piazzandoci due reattori di quelli da 171 MW utilizzati sui rompighiaccio classe Tamyr o sulla portacontainer a propulsione nucleare Sevmorput. Solo nel 2002 l’ex ministero dell’Energia atomica e l’Agenzia per la costruzione navale russa hanno elaborato congiuntamente un piano di progetto per la FNPP. Nel 2006, l’agenzia succeduta a Minatom, la Rosatom, ha firmato un contratto con l’impresa navale Sevmash, con sede a Severodvinsk. Nei prossimi dieci anni erano previste la costruzione di sette centrali nucleari galleggianti. Secondo Rosatom, “una serie sufficientemente ampia di reattori galleggianti era l’unico modo per garantire al progetto le sue prospettive economiche, comprese quelle di vendere tali stazioni a potenziali clienti all’estero“. La costruzione però ha accumulato ritardi su ritardi e su decisione del governo, nel 2008 la costruzione è stata trasferita in un cantiere navale di San Pietroburgo, il Baltiisky Zavod, dove il 30 giugno 2010 lo scafo della nuova FNPP Akademik Lomonosov è stato solennemente varato a San Pietroburgo. Da allora ci sono voluti altri 8 anni per completarla.
Per gli ambientalisti norvegesi dell’associazione Bellona (da sempre attiva sul tema del nucleare russo), e quelli di Greenpeace, il progetto però è pericoloso e troppo caro. “È opinione comune -osserva l’associazione norvegese Bellona – che quanto più piccole sono le dimensioni di un progetto, tanto maggiore è il controllo che il cliente ha sui costi del progetto stesso. In pratica, tuttavia, il costo del progetto della FNPP che la Russia sta attualmente portando avanti è passato dai 150 milioni di dollari, dichiarati dalla Minatom nel 2001, ai 550 milioni di dollari del 2010 (all’epoca, del costo totale della FNPP, pari a 16,5 miliardi di RUR ai tassi di cambio del 2010, 14,1 miliardi di RUR avrebbero dovuto essere spesi per la centrale stessa e i restanti 2 miliardi di RUR per l’ingegneria idraulica e gli impianti a terra) a 1,2 miliardi di dollari a fine 2013, quando l’ordine è stato completato, a circa l’80%. In altre parole, il costo del progetto è aumentato di otto volte nel corso di dodici anni“.
“Se lo sviluppo del progetto non sarà bloccato – denuncia Greenpeace – si rischia una Chernobyl sul ghiaccio. Reattori nucleari galleggianti nell’Artico pongono una ovvia minaccia ad un ambienta fragile, che è già sotto enorme pressione da parte del cambiamento climatico. Le caratteristiche della Lomonosov, con la sua chiglia piatta e la mancanza di propulsione, la pongono a rischio rovesciamento e affondamento in caso di forte maltempo, e lo porrebbero anche di più se il progetto fosse venduto all’estero, magari in paesi a rischio cicloni, tsunami o tifoni“.
Un rischio molto improbabile perchè secondo Rosatomben 15 Paesi hanno mostrato interesse. Tra questi Cina, Indonesia, Malesia, Algeria, Namibia, Capo Verde e Argentina. Tra i paesi interessati Singapore e Bangladesh.
La China National Nuclear Power (CNNP) ha annunciato l’intenzione di costruire nei prossimi anni, a partire dal 2020, ben 20 centrali nucleari galleggianti che vorrebbe piazzare nel Mar Cinese meridionale, dove è in atto una espansione cinese contestata dai paesi vicini (Vietnam, Taiwan, Filippine, Brunei e Malesia) e dagli Stati Uniti e dove le centrali nucleari galleggianti sarebbero usate per fornire l’energia necessaria a costruire le isole artificiali alle quali i cinesi stanno già oggi lavorando. Del progetto si occuperà nuova società con sede a Shanghai, formata da cinque società esistenti, guidate da CNNP (controllata dalla China National Nuclear Corporation) e dalla Shanghai Electric Power. Avrà un capitale sociale di 150 milioni di dollari.
Wang Yiren, vice-direttore dell’Amministrazione statale per la Scienza, la Tecnologia e l’Industria per la Difesa Nazionale, ha detto all’inizio del 2017 che “l’espansione delle capacità di energia nucleare della Cina è una parte vitale del suo piano quinquennale”. Il paese avrà come priorità lo sviluppo di una piattaforma galleggiante di energia nucleare, al fine di sostenere le sue attività offshore di estrazione di petrolio e gas, e la sua presenza nelle isole Paracel e Spratley. Nel 2015 la Commissione nazionale per lo sviluppo e la riforma, il principale responsabile della pianificazione economica del paese, ha approvato il progetto ACPR50S del China General Nuclear Power Group (CGNP), controllato dallo Stato, e i piani per il reattore galleggiante ACP100S della China National Nuclear Corp. Ora si tratterà di scegliere quale modello di reattore utilizzare e avviare la costruzione.
RED
Il mercato agroalimentare in Russia
Category: Industry Report
9 Aprile 2026
È noto a tutti che dal 2014 la Federazione Russa ha adottato un provvedimento che vieta ad alcuni Paesi, tra cui l’Unione Europea, gli USA, il Canada, l’Australia e la Norvegia, l’importazione di alcuni prodotti agroalimentari, in reazione al regime sanzionatorio da loro imposto contro la Russia.
Di conseguenza, la geografia delle importazione russe è cambiata drasticamente e sono apparsi nuovi Paesi esportatori dei prodotti sotto embargo: frutta e verdura, latte e derivati, carne e lavorazioni a base di carne. L’Italia ha subito un duro colpo al suo export, perdendo un fatturato di 240 milioni di euro nel 2015 senza considerare che per il Made in Italy si sta verificando anche un enorme danno di immagine a causa della diffusione in Russia di produttivi sostitutivi, di imitazioni che non hanno nulla a che fare con l’Italia.
L’embargo non riguarda però tutti i generi alimentari ed è, quindi, consentito esportare nella Federazione Russa tutti gli altri generi alimentari, tra cui: alcolici, bevande, pasta, olio e prodotti da forno.
L’Italia rimane infatti leader di mercato per vino e pasta, al secondo posto per le acque minerali ed altre bevande analcoliche, al terzo posto per i prodotti da forno ed al quinto per il caffè.
Nonostante l’embargo e la crisi del rublo dovuta al calo di prezzo del petrolio, che man mano sta riacquistando potere d’acquisto, i consumatori russi rimangono affascinati dai nostri prodotti,
percepiti di elevata qualità, sinonimi di salubrità, benessere e stile di vita italiano.
Situazione molto differente si trova in alcuni paesi appartenenti all’ex Unione Sovietica, i c.d. Paesi CSI, ove spiccano, per le opportunità da cogliere per il settore agroalimentare, l’Azerbaijan ed il Kazakistan.
L’Azerbaijan è un paese che negli ultimi anni sta crescendo in maniera esponenziale in cui, attraverso un’azione governativa efficace, il settore agroalimentare cerca di raggiungere gli standard mondiali anche se, oggigiorno, non riesce a soddisfare la domanda interna ed è quindi costretta ad importare alcune produzione. La popolazione locale, inoltre, è sempre più esigente e alla ricerca di nuovi prodotti, ricerca prodotti di alta qualità anche grazie all’alto potere di acquisto.
Il governo del Kazakistan ha deliberato fondi per modernizzare le imprese agroalimentari locali ma rappresentando solo il 4.5% del PIL non riesce a soddisfare il fabbisogno interno. Negli ultimi
anni sono sorti numerosi centri commerciali, supermercati, ipermercati, cash&carry e negozi di prestigio, sintomo di un’evoluzione degli acquisti e la costante ricerca di prodotti esteri. Questo è confermato anche un significativo aumento degli importatori/distributori di prodotti alimentari con proprie reti di vendita per una distribuzione capillare in tutto il Paese. La crescita economica del paese ha portato numerosi investitori esteri a costruire hotel di lusso in cui sono presenti le principali cucine internazionali, tra cui quella italiana.
Numerose sono le opportunità da cogliere in Russia e nei Paesi CSI sopratutto tenendo in considerazione che il comportamento del consumatore medio russo si sta progressivamente orientando verso prodotti salutari, meno calorici e con meno percentuali di grassi. Si sta infatti consolidando una domanda di prodotti alimentari più specializzata destinata a diverse categorie di consumatori quali ad esempio i prodotti alimentari per i giovani e per l’attività sportiva, per i bambini, prodotti preconfezionati da consumarsi sul luogo di lavoro, pratici, a basso contenuto calorico e nutrienti. La percentuale del Made in Italy presso il mercato russo è legata prevalentemente al settore agroalimentare: la cucina italiana è al terzo posto nelle preferenze dei russi, dopo la cucina locale e quella caucasica. La situazione dell’embargo non ha cambiato questa situazione ma, anzi, ha impreziosito i nostri prodotti agroalimentari, dandogli un’ulteriore valore aggiunto.
Il divieto di importare prodotti nella Federazione Russa ha permesso di ottenere numerosi vantaggi sopratutto per le aziende che hanno deciso di delocalizzare la produzione le quali hanno acquisito nuove fette di mercato, apportando know-how e mantenendo i costi di produzione bassi per offrire un prodotto di qualità.
Numerosi sono anche le opportunità da cogliere nei paesi dell’ex Unione Sovietica in cui le popolazioni locali hanno sempre più abitudini di consumo occidentale, appezzano la qualità del Made in Italy considerato uno “status” di prestigio, benessere e all’avanguardia.
Il presente articolo è tratto da un’analisi di mercato effettuato da GruppoBPC International ed è possibile approfondire l’argomento scaricando gratuitamente l’intero industry report nel seguente link
GruppoBPC International
AZERBAIGIAN: 22 ANNI FA IL “CONTRATTO DEL SECOLO”
Category: Caucaso
9 Aprile 2026
Il 20 settembre 2016 ricorre il XXII anniversario del “Contratto del Secolo”, la cui firma avviò un nuovo periodo nello sviluppo dell’industria petrolifera dell’Azerbaigian e dell’economia azerbaigiana in generale.
Firmato nel Palazzo “Gulustan” di Baku il 20 settembre 1994, il contratto si articolava in 400 pagine e fu preparato in 4 lingue. Esso riguardava lo sviluppo e la gestione produttiva dei giacimenti “Azeri”, “Chirag”, e “Guneshli” con la partecipazione di 13 aziende (Amoco, BP, McDermott, Unocal, SOCAR, Lukoil, Statoil, Exxon, Turkish petrolium, Penzoil, Itochu, Remko, Delta) provenienti da 8 paesi (Azerbaigian, USA, Gran Bretagna, Russia, Turchia, Norvegia, Giappone, Arabia Saudita).
Dopo aver firmato il Contratto, i partecipanti crearono lo Steering Committee, l’Azerbaijan International Operating Company (AIOC), e il Consiglio consultivo, che iniziarono ad operare dopo aver ottenuto l’autorità legale con la firma, da parte del Presidente dell’Azerbaigian, di un decreto speciale, il 2 dicembre 1994.
La firma del “Contratto del Secolo” ha contribuito fortemente ad accrescere il prestigio internazionale dell’Azerbaigian, che è divenuto un importante esportatore petrolifero.
Proprio la necessità di esportare verso il mercato mondiale le crescenti risorse petrolifere dell’Azerbaigian rese più attuale l’idea dell’oleodottoBaku-Tbilisi-Ceyhan.
La firma di 22 anni fa con le compagnie petrolifere internazionali, ha gettato le basi di una cooperazione efficace e reciprocamente vantaggiosa con i paesi delle società partecipanti al contratto, ha aperto la strada per rafforzare la posizione geo-politica del paese, accelerando il processo di integrazione nel mondo dell’economia.
L’Azerbaigian è un Paese leader nella regione, ed oggi – forte dello sviluppo economico avviato proprio dall’esportazione petrolifera – è nel pieno della diversificazione della sua economia.
Barbara Cassani
IL MINISTRO DEGLI ESTERI RUSSO SERGEY LAVROV: NO AL RITORNO DEI RIFUGIATI CHE HANNO DICHIARATO IL FALSO PER IL TRANSITO IN NORVEGIA
Category: Esteri
9 Aprile 2026
Mosca – In una nota del ministro degli Esteri Sergej Lavrov, si apprende che la Russia non riprenderà indietro eventuali rifugiati che hanno fornito false informazioni sullo scopo del loro viaggio alle autorità nel momento in cui hanno utilizzato la Russia solo come via di transito per la Norvegia. Il percorso migratorio nord – dalla Russia alla Norvegia – è stato utilizzato da circa 5.500 rifugiati. Oslo ha ritenuto i migranti entrati Norvegia attraverso la Russia non ammissibili per l’asilo perché arrivati da un paese sicuro. “Stiamo parlando di persone che sono venute in Russia con lo scopo dichiarato di lavorare o di visitare parenti” e che “non hanno affermano che il loro scopo era il transito per la Norvegia. Queste persone hanno fornito false informazioni circa la loro visita in Russia” e “non desideriamo indietro queste persone” perché “hanno violato la nostra legge”, ha detto Lavrov in conferenza stampa. Secondo il capo della diplomazia russa, Mosca ha comunicato a Oslo che avrebbe pensato ad un algoritmo per risolvere questo problema in modo reciprocamente vantaggioso. “Abbiamo un accordo di riammissione tra Norvegia e Russia e il nostro Servizio federale di migrazione insieme con i suoi colleghi norvegesi, sta discutendo la possibilità di compilare un aggiunta a questo accordo che potrebbe praticamente risolvere i problemi derivanti dai viaggiatori disonesti”, ha aggiunto Lavrov. Lo scorso anno la Norvegia ha rimpatriato circa 400 richiedenti asilo che avevano documentazione o visto multi-ingresso che permette loro di rimanere in Russia, nell’ambito di un accordo intergovernativo del 2008. L’ufficio per gli affari dell’immigrazione norvegese stima che circa 700 richiedenti asilo in possesso di tali documenti siano attualmente nel paese nordico. Dalia Asaad, rifugiata siriana, ha dichiarato all’agenzia Euronews: “Qualcuno può spiegarmi perché proprio la Russia? Vorrei davvero saperlo. Perchè la Russia?”. “Non abbiamo soldi – ha detto invece Rami Haddad, arrivato dalla Giordania – nessun posto dove andare. Non parliamo il russo e una volta che avremo passato il confine nessuno ci aiuterà”. I rifugiati sono rimasti in attesa dell’espulsione nel campo di Kirkenes dove le temperature hanno raggiunto in questi giorni i 30° sottozero. Nel 2015 la Norvegia ha ricevuto circa 30.000 domande d’asilo. La questione dei migranti si fa sempre più tesa anche per l’Europa e sta ormai mettendo seriamante in crisi gli accordi di Schengen. L’ultimo passo è stato compiuto dal governo austriaco che ha deciso di introdurre un tetto ‘limite’ al numero di richiedenti asilo nel Paese: fino al 2019 non potranno essere più di 127.500. La misura si accompagna alla sospensione ‘temporanea’ degli accordi di libero transito, misura già adottata da Danimarca, Germania, Francia e Norvegia che ha tentato infatti di rispedire in Russia un gruppo di 60 richiedenti asilo giunti il mese scorso in un gruppo di 5 mila migranti. Per tentare di arginare la situazione il presidente della Commissione UEJean Claude Junckerha chiesto che venga convocato un vertice straordinario dei leader europei per affrontare la crisi.
RED
LA RUSSIA DIFENDE IL CONTROLLO DELLE RISORSE ENERGETICHE SOTTO L’ARTICO CON 6 NUOVE BASI MILITARI
Category: Mondo
9 Aprile 2026
Come la Cina rivendica il 90% del isole del Mar Cinese Meridionalem costruendo basi militari su isole artificiali create su barriere coralline appena affioranti, cosi’ la Russia rivendica il controllo delle risorse energetiche(90 miliardi di barili di petrolio ed il 30% delle riserve mondiali di gas secondo stime Onu) sotto l’Artico creando una serie di nuove basi militari che circondano il Circolo Polare Artico. Secondo quanto rivela “il Times” le truppe di Mosca stanno portando a termine la costruzione di 6 nuovi basi militari (parte di un piano piu’ ampio che prevede 13 piste di atterraggio e 10 nuovi sistemi radar a lungo raggio) permanenti per respingere chi minaccia i suoi interessi economici nella zona, a partire da Canada, Norvegia e Danimarca.
Tra queste la base di Trefoil sulla grande isola conosciuta come Terra di Alessandra (Zemlja Aleksandry) nel Mare di Barents dove tra pochi giorni arriveranno 150 soldati. Le altre nuove installazioni sono sull’isola di Kotelny nell’arcipelago della Nuova Siberia, sull’isola di Sredny nell’arcipelago Di Nicola II o Severnaya Zemlya, a Rogachevo sull’isola di Novaya Zemlya, a Wrangel e Cape Schmidt sulla penisola della Chukotka, ai confini con l’Alaska. Non solo. All’inizio del mese il ministero della Difesa ha annunciato di aver schierato in due basi, nell’arcipelago di Novaya Zemlya (la stessa di Rogachevo, isola tra il Mare di Barents e quello di Kara oltre il Circolo Polare Artico) e nel porto di Tiksi in Siberia, due batterie del loro piu’ moderno e potente sistema anti-aereo, l’S-400. Si tratta dello stesso sistema d’arma schierato in Siria a protezione delle forze aeree russe dopo l’abbattimento il 24 novembre scorso di un Sukhou 24 da parte di 2 F-16 turchi. L‘S-400 e’ un sistema composto da un mezzo semovente comando, due tipi di radar semoventi, che controllano fino ad un massimo 12 piattaforme di lancio semoventi, ognuna in grado di sparare 4 missili. In questo modo un sistema S-400 puo’ seguire e distruggere fino 80 obiettivi in cielo entro un raggio di 400 km.
(fonte: The TIMES – AGI)
RED
LA RUSSIA E LA NUOVA FRONTIERA DELL’ARTICO
Category: Politica Estera
9 Aprile 2026
La Russia ha rivendicato ufficialmente davanti all’Onu la sovranità su 1,2 milioni di km quadrati di piattaforma artica, un’area grande quanto il Sudafrica. La zona include anche il Polo Nord e darebbe accesso a Mosca a 4,9 miliardi di tonnellate di idrocarburi. La Russia tenta dal 2001 di estendere la frontiera artica, includendo le creste di Lomonosov e Mendeleev, rivendicate anche da Danimarca e Canada. Per Mosca le dorsali oceaniche e il Polo Nord fanno parte del continente euroasiatico e appartengono alla Russia.
Non si tratta di una bizzarria senza ragione, ovviamente. Al solito, c’è un movente energetico ed economico dietro l’operazione: la zona artica rivendicata darebbe accesso a 4,9 miliardi di tonnellate di idrocarburi. L’Artico conterrebbe il 13% delle risorse petrolifere globali ancora non scoperte e il 30% delle riserve di gas naturale. Inoltre lo scioglimento dei ghiacciai artici dovuto al surriscaldamento globale potrebbe aprire la possibilità di rotte commerciali che colleghino l’Asia attraverso il circolo polare. È quindi questa la ragione per cui da tempo Mosca guarda con interesse a questa regione.
La richiesta si basa sulla Convenzione Onu che regola il diritto del mare e che consente a uno Stato costiero di estendere la propria giurisdizione sulla piattaforma continentale (cioè sul prolungamento del territorio che si sviluppa sotto la superficie del mare) fino a 200 miglia nautiche dalla costa, potendo arrivare fino a un massimo di 350 miglia laddove la conformazione dei fondali lo consenta.Attualmente sono cinque i Paesi che hanno il controllo di questa zona economica: Russia, Stati Uniti, Canada, Norvegia e Danimarca.La rivendicazione di Mosca ha ad oggetto oltre 1,2 milioni di chilometri quadrati di piattaforma Artica e trova il proprio fondamento nella Convenzione Onu sul diritto del mare, siglata a Montego Bay nel 1982, che consente ad uno stato di estendere la propria giurisdizione sulla piattaforma continentale (vale a dire il naturale prolungamento del territorio che si sviluppa sotto la superficie del mare) per uno spazio compreso tra le 200 e le 350 miglia dalla costa. Condizione necessaria è che il paese dimostri la propria continuità territoriale con le terre sommerse ed è questo l’obiettivo di Putin. Il premier russo ha da sempre mostrato grande interesse per la zona e le motivazioni che sottendono tale propensione sono, oltre che di natura politica, soprattutto di carattere economico. Stando ai recenti rilevamenti il Mar Glaciale Artico contiene il 30 per cento del gas naturale e il 15 per cento del petrolio non ancora scoperti. Se la richiesta fosse accolta Mosca avrebbe accesso ad oltre 4,9 miliardi di tonnellate di idrocarburi. Inoltre la regione artica è considerata strategica anche per il possibile sfruttamento di nuove rotte commerciali: il surriscaldamento globale e il parziale scioglimento dei ghiacciai potrebbe portare all’apertura di nuove rotte di comunicazione tra l’Europa Orientale e l’Asia. Già nel 2001 la Russia ci aveva provato, ma in quel caso la richiesta era stata rifiutata dall’Onu perché non sufficientemente supportata.