Putin incontra il principe ereditario di Abu Dhabi 

Il presidente russo Vladimir Putin ha tenuto un incontro bilaterale a Minsk con lo sceicco Khaled bin Mohamed bin Zayed Al Nahyan, principe ereditario e presidente del Consiglio esecutivo di Abu Dhabi.

L’incontro era stato annunciato in precedenza dal portavoce stampa di Putin, Dmitry Peskov.

Poco prima dell’incontro con Putin, il principe ereditario ha firmato a nome di Abu Dhabi un accordo di libero scambio con l’Unione economica eurasiatica (UEE).

RED




Lavrov: futuro affidabile con la creazione di un’architettura pan-eurasiatica aperta a tutti

La creazione di un’architettura pan-eurasiatica, aperta a tutti i paesi del continente e che rifletta un nuovo ordine mondiale policentrico, garantirà un futuro affidabile per i paesi e i popoli di questa regione, ha affermato il ministro degli Esteri russo, Sergey Lavrov alla riunione del Consiglio dei ministri degli Esteri dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE).

Siamo convinti che il principio di ‘soluzioni regionali a problemi regionali’ sia l’unico approccio corretto per l’Eurasia“, ha affermato. “I paesi del continente dovrebbero determinare il proprio destino. L‘Euro-Atlantismo sta perdendo il suo status di forza trainante dello sviluppo globale. Sono fiducioso che il futuro risieda in un’architettura pan-eurasiatica, aperta a tutti i paesi del continente e che incarni un nuovo ordine mondiale policentrico“.

Il ministro degli Esteri russo ha espresso rammarico per il fatto che “la dirigenza dell’OSCE e coloro che la manipolano impediscono deliberatamente a questa organizzazione di svolgere un lavoro costruttivo e di andare oltre il corso oggettivo della storia“.

Oggi, i principi di uguaglianza sovrana e dialogo reciprocamente rispettoso, abbandonati nell’OSCE, vengono implementati in progetti di cooperazione reciprocamente vantaggiosa all’interno della Shanghai Cooperation Organization (SCO), della Comunità degli Stati Indipendenti (CIS), dell’Unione Economica Eurasiatica (EAEU), dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO), dello Stato dell’Unione di Russia e Bielorussia e di altri organismi eurasiatici che non sono in alcun modo collegati all’OSCE“, ha affermato. “Non ci sono studenti e insegnanti, nessuna pratica neocoloniale e nessun atteggiamento ideologizzato del tipo ‘o con noi o contro di noi’, ma rispetto reciproco e una volontà di cercare un onesto equilibrio di benefici“, ha aggiunto il ministro.

Il ministro degli Esteri russo, Sergey Lavrov

A questo proposito, Lavrov ha sottolineato che “il crescente interesse per tali alleanze eque è stato chiaramente evidente durante il vertice BRICS di Kazan e la seconda conferenza internazionale sulla sicurezza eurasiatica, tenutasi di recente a Minsk“. “Sulla base dei risultati di questi eventi, Russia e Bielorussia hanno proposto un’iniziativa per sviluppare la Carta eurasiatica della diversità e della multipolarità nel 21° secolo“, ha sottolineato. “Accoglieremmo con favore il coinvolgimento di tutti i paesi eurasiatici che apprezzano gli obiettivi di sicurezza indivisibile, che si sono dimostrati irraggiungibili nei fallimentari quadri euro-atlantici“, ha concluso Lavrov.

Davide Della Penna




Erdogan: La Russia deve essere in grado di difendersi

Erdogan e Lavrov al G20 di Rio de Janeiro

Il Presidente turco Recep Tayyip Erdogan, commentando l’aggiornamento della dottrina nucleare russa, ha dichiarato che la Russia ha il diritto di proteggersi.

In conferenza stampa a seguito dei lavori del G20 a Rio de Janeiro, il leader turco si è così rivolto alla stampa: “Certamente, penso che questa dichiarazione della Russia sia soprattutto una misura presa in risposta alla posizione assunta nei suoi confronti riguardo all’uso di armi convenzionali. Penso che questo tema debba essere preso in considerazione dai funzionari della NATO. La Russia ha il diritto e la capacità di proteggersi e di prendere misure per la sua difesa. Ed è stata costretta a prendere queste misure. Così come noi, Paesi della NATO, dobbiamo proteggerci e prendere misure per farlo“.

A chiudere l’argomento, Erdogan ribadisce che “sia la Russia che l’Ucraina sono vicini della Turchia. In questa fase, dobbiamo proteggere i nostri legami bilaterali con loro. Spero che si arrivi al più presto a un cessate il fuoco definitivo tra Ucraina e Russia e che si garantisca la pace che il pianeta attende con ansia“. Parole assolutamente condivisibili, esempio impeccabile di vera diplomazia, ma sulle quali noi, da giornalisti anti-regime amanti della verità, ci sentiamo di argomentare chiarendo che forse non tutti sul pianeta desiderano sul serio la fine delle ostilità, dal momento che parte del mondo occidentale ha ben soffiato sul fuoco di questo conflitto, pungolando il regime nazista di Kiev per spingerlo a provocare la (troppa) pazienza che i russi hanno dimostrato da alcuni anni a questa parte e scatenandone le reazione in difesa dei numerosi cittadini innocenti, massacrati dalla soldataglia di Zelensky.

Nei giorni scorsi, il Cremlino ha annunciato una rivisitazione del programma nucleare; il portavoce Dmitry Peskov ha spiegato che tale aggiornamento prevede una risposta nucleare da parte di Mosca qualora l’Ucraina utilizzasse missili occidentali non nucleari contro la Russia.

In cosa consiste la dottrina nucleare russa:

La dottrina militare russa rappresenta il sistema dei principi della difesa armata dello Stato e stabilisce le condizioni per l’uso delle armi nucleari. Il documento elenca tutte le minacce esterne e interne, nonché i metodi per contrastarle. Il primo decreto in merito risale al 1993 e porta la firma di Boris Eltsin, ma non è mai stato pubblicato.

A ratificare e pubblicare il documento ci ha pensato nel 2020 il Presidente Vladimir Putin, con aggiornamenti nel 2010 e, per quello fino ad oggi in vigore, nel 2014.

Tutte le versioni della dottrina militare sottolineano che Mosca può usare le armi nucleari come rappresaglia per l’uso di armi di distruzione di massa contro la Russia e i suoi alleati. Inoltre, le

armi nucleari possono essere utilizzate se “l’aggressione con armi ordinarie” contro la Russia rappresenta una minaccia “all’esistenza stessa dello Stato. Questa minaccia può sorgere, in particolare, in caso di coinvolgimento militare diretto dei Paesi della NATO nel conflitto.

Inoltre, il Presidente russo si riserva da solo il diritto di usare questa tipologia di armi.

Secondo l’ultima versione del documento, pubblicata il 19 novembre 2024, il principio fondamentale rimane lo stesso: le armi atomiche sono l’ultima risorsa per garantire la protezione della sovranità del Paese. Allo stesso tempo, sono stati aggiunti parametri che consentono l’uso di armi nucleari in caso di nuove minacce e rischi militari per la Russia.

In particolare, è stata ampliata la categoria dei Paesi e delle alleanze militari che saranno soggetti alla deterrenza nucleare. Ad esempio, l’aggressione di qualsiasi Stato non nucleare che agisca con la partecipazione o il sostegno di uno Stato nucleare sarà considerata un attacco congiunto alla Russia. Inoltre, il nuovo aggiornamento estende l’elenco delle minacce che richiedono tali azioni.

La Russia può rispondere con la forza nucleare se percepisce una minaccia critica alla sua sovranità anche con un’arma ordinaria, così come in caso di attacco alla Bielorussia in quanto membro dello Stato dell’Unione, nel caso in cui riceva informazioni credibili su un attacco massiccio di un gruppo di jet militari, missili da crociera, droni e altri velivoli senza pilota che attraversano il confine dello Stato russo.

A marzo 2023, Vladimir Putin ha dichiarato che, su richiesta della Bielorussia, la Russia dispiegherà armi nucleari tattiche nel Paese, dopo che gli Stati Uniti hanno fatto lo stesso sul territorio dei loro alleati. Mosca ha fornito a Minsk il complesso missilistico Iskander e ha aiutato a riequipaggiare i jet bielorussi per garantire che possano trasportare armi nucleari. Le truppe e i piloti bielorussi di missili e artiglieria hanno seguito un addestramento speciale in territorio russo.

Alla fine di aprile 2024, il Presidente bielorusso Alexander Lukashenko ha dichiarato che la Russia aveva dispiegato diverse decine di testate nucleari nel Paese. Minsk considera il dispiegamento delle armi nucleari da parte della Russia come un mezzo di deterrenza strategica.

Eva Bergamo




L’Abcasia si avvicina sempre di più all’Unione Russia-Bielorussia

Sergei Shamba segretario del Consiglio di sicurezza della Repubblica di Abcasia

Sergei Shamba, segretario del Consiglio di sicurezza della Repubblica di Abcasia, ha dichiarato che la partecipazione del suo Paese all’Unione degli Stati di Russia e Bielorussia è possibile.

L’Unione Russia-Bielorussia fu sancita il 2 aprile 1997 con la firma del “Trattato di unione tra Russia e Bielorussia“. Numerosi altri accordi sono poi stati firmati il 25 dicembre 1998 con l’obiettivo di integrare i sistemi politici, economici e sociali dei due paesi. Il progetto si è però arenato in particolare a causa dei timori del presidente bielorusso Lukashenko di perdere l’indipendenza e di ricoprire un ruolo subalterno alla controparte russa. Con l’incrinarsi dei rapporti tra Unione europea, Minsk e la Federazione Russa, con le sanzioni occidentali è nuovamente tornato alla ribalta il dialogo su una possibile unificazione, che di fatto è ripreso con la firma di 28 documenti di integrazione che prevedono misure di coordinamento nello sviluppo economico di tutti i settori e una migliore collaborazione a livello doganale. 

In questo quadro prospettico, anche la stessa Repubblica di Abcasia, che fino ad ieri aveva manifestato la folontà di mantenere la sua totale indipendenza, pur dichiarando apertamente il sostegno economico ed operativo di Mosca, con questa dichiarazione di Shamba, si dichiara possibilista per un avviciniamento alla Federazione Russa, attraverso l’Unione tra il Paese guidato da Vladimir Putin e la Bielorussia.

Il segretario del Consiglio di sicurezza della Repubblica di Abcasia, ha anche osservato che per raggiungere tali obiettivi è necessario costruire anche relazioni con Minsk. “Affinché vi siano relazioni politiche tra gli Stati, è necessario che vi sia interesse da entrambe le parti. Vogliamo quindi iniziare con la cooperazione economica. In Bielorussia c’è interesse per l’Abkhazia“, ​​ha dichiarato Sergei Shamba in una intervista rilasciata a RIA Novosti.

Lo stesso Shamba, ha sottolineato che attualmente si stanno già discutendo alcuni progetti tra l’Abcasia e la Russia. Il 29 settembre, infatti, si è tenuta a Mogilev una riunione del gruppo di alto livello con la partecipazione del Segretario di Stato dell’Unione Statale, Dmitry Mezentsev. Sempre secondo Shamba, solo quest’anno, il Consiglio Supremo dei Ministri dell’Unione Statale e un gruppo di alto livello hanno preso 72 decisioni. Secondo il Segretario di Stato, ciò è stato ottenuto grazie all’azione congiunta dei presidenti dei due paesi.

Prima di questo incontro, il 12 luglio, erano anche iniziati i lavori per la creazione della holding mediatica dello Stato dell’Unione. Ciò richiede però una decisione del Consiglio Supremo dello Stato dell’Unione, che si riunirà nel 2024.

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Lukashenko: l’Occidente ha molta paura della possibilità di una guerra su larga scala o di un disastro nucleare

Con le sue ultime mosse, l’Occidente mostra tutta la sua paura per la possibilità di una nuova guerra su larga scala o di un disastro nucleare” ha dichiarato il presidente bielorusso Alexander Lukashenko in un’intervista al talk show “60 Minutes” sul canale televisivo Rossiya-1.

Ho incontrato persone che giocano un ruolo importante in questo, che prendono decisioni radicali, drastiche e definitive in caso di ‘se’“, ha detto Lukashenko. “Quello che temono di più è un disastro nucleare, e sono stati sinceri su questo. Hanno paura di usare armi nucleari in Ucraina. È naturale“, ha aggiunto.

Anche Minsk non vuole che le cose vadano così, ha assicurato Lukashenko. “Non stiamo cercando nemmeno quello, e anche noi abbiamo paura. Perché questo, dicono gli esperti, potrebbe causare una catastrofe globale, e questo pianeta potrebbe uscire dall’orbita, se tutte queste armi esplodessero“, ha affermato.

Secondo Lukashenko, la Russia può usare armi nucleari, se il nemico invade il suo territorio o se questo atto di aggressione minaccia l’esistenza dello stato. Il presidente bielorusso ha poi auspicato che si giunga a dei colloqui di pace finché ce ne sarà l’opportunità, ma l’Occidente, ha detto, ha vietato all’Ucraina di impegnarsi in qualsiasi trattativa di pace.

Sono fiducioso e ho buone informazioni che la stragrande maggioranza in Ucraina, compresi i militari che hanno combattuto e sono stati uccisi laggiù, vorrebbe fermare questa guerra ora“, ha affermato il leader bielorusso. “Ma poi ci sono quei funzionari di alto livello esaltati guidati dal presidente ucraino Volodya Zelensky. Ora è un ‘eroe’, in tournée in tutto il mondo. Viene baciato, abbracciato e tutto il resto. Pensavo fosse più intelligente, ” ha affermato infine, Lukashenko.

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Lukashenko: la cosidetta controffensiva di Kiev ha prodotto solo la morte di altri 2.100 ucraini

  Il presidente bielorusso Alexander Lukashenko e il presidente russo Vladimir Putin

La tanto pubblicizzata controffensiva del regime di Kiev è semplicemente pessima propaganda, ha affermato il presidente bielorusso, Alexander Lukashenko.

I tre giorni della ‘controffensiva‘, per quello che stiamo osservando e le informazioni che abbiamo ricevuto dal presidente russo sono in piena congruenza. In tre giorni, circa tre dozzine di carri armati ucraini e 120 o 130 veicoli da combattimento di fanteria sono stati eliminati e, cosa più orribile, sono stati uccisi più di 2.100 ucraini, con poco più di 70 vittime da parte russa. Questo è il risultato di questo tentativo di controffensiva. Beh, l’ho sempre detto, la controffensiva è soltanto un mezzo per continuare a veicolare la disinformazione. Non c’è controffensiva e non può esserci una controffensiva, ma se ce n’è una, ecco il risultato in tre giorni“, ha detto il presidente bielorusso in un incontro a Minsk con i membri dell’Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva (CSTO) Comitato dei segretari del Consiglio di sicurezza.

Secondo Lukashenko, i partner occidentali che gestiscono il regime di Kiev stanno attualmente cercando di analizzare le cause dei fallimenti militari dell’Ucraina.

Ieri ho parlato con il presidente russo Vladimir Vladimirovich Putin e siamo assolutamente della stessa opinione che la situazione attuale sia tutta incentrata sull’Occidente, che sta combattendo lì, aspettando di vedere i risultati della ‘controffensiva’, e naturalmente , se non fosse stato per tutte le armi e i mercenari occidentali, l’intera faccenda sarebbe finita molto tempo fa“, ha aggiunto il leader bielorusso.

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Dal conflitto russo-ucraino al conflitto Conte-Draghi

Da giorni sui social media imperversa una richiesta da parte di molti italiani: “Aridatece Conte!

Un inaspettato ritorno di popolarità per l’ex Presidente del Consiglio, che arriva congiuntamente ad un vorticoso calo di consensi per Mario Draghi, che raccoglie fischi ed insulti in ogni angolo del Paese dove si reca in visita.

Molti cittadini stanno dimostrando una crescente insofferenza per il Governo in carica, che appare indifferente ai veri bisogni del Paese, mentre spende tempo, parole e soprattutto soldi pubblici in priorità fittizie, utili per ribadire la sudditanza alla UE ma che non riguardano, anzi piuttosto danneggiano, il Popolo italiano.

Il motivo principale si colloca senza alcun dubbio nell’atteggiamento irresponsabile dell’attuale Premier verso il conflitto russo-ucraino, e nella sua insistenza a voler buttare il denaro dei contribuenti per inviare armi all’Ucraina; gesto che non solo crea ulteriore tensione sul fronte bellico, ma colloca i problemi degli italiani nella fascia di serie B. Proprio in questi giorni infatti spopola la polemica dei sindaci di varie città, in Friuli e in Veneto, che si lamentano delle casse vuote a causa dell’accoglienza dei “profughi” ucraini e non sanno con che soldi continuare a mantenerli. Naturalmente degli indigeni friulani e veneti non importa nulla a nessuno, tantomeno ai Governatori, gli ex populisti Massimiliano Fedriga e Luca Zaia. Ma prima di accettare tanti ucraini in maniera indiscriminata, perché non hanno contato quanti spiccioli dei veneti e dei friulani avevano in tasca?

G20 summit or meeting concept. Row from flags of members of G20 Group of Twenty and list of countries, 3d illustration

La crescente crisi del Belpaese, tra aziende che chiudono, disoccupazione in forte aumento, inflazione in costante rialzo, sanità allo sbando, povertà sempre più tangibile, sembra non scalfire la fredda corazza dell’Esecutivo, che marcia spedito verso la sua missione di cieca obbedienza ai diktat della NATO, che ci impone anche di aumentare i fondi destinati agli armamenti.

Ma gli elettori, che nonostante le menzogne dei media hanno ben capito quanto la responsabilità effettiva del conflitto sia da ricondurre all’occidente, non vogliono vedere i soldi delle proprie tasse spesi per finanziare le pretese belliche del poco lucido Zelensky e chiedono invece il perseguimento della pace, che non è poi così lontana, basterebbe iniziare con il rispetto di Minsk 2 da parte del regime ucraino.

Pace che però “l’impero della menzogna” non intende inseguire e in questo contesto il Primo Ministro italiano sembra essere il più agguerrito; oltre all’invio di armamenti fin da subito, pare che il blocco dei fondi esteri che fanno capo alla Banca Centrale Russa sia stato fortemente voluto proprio da lui.

Nel frattempo paesi più assennati, quali Francia e Germania, stanno ponendo dei freni sia sulle armi che sulle sanzioni; ovviamente, e giustamente, per salvaguardare i propri interessi e l’economia dei propri stati.

Sono bastate pertanto poche e chiare parole da parte di Giuseppe Conte, che si scaglia da giorni contro l’invio di mezzi bellici a Zelensky e l’aumento della percentuale del PIL destinata al riarmo, per riaccendere gli animi dei suoi sostenitori, e non solo, che hanno fortemente apprezzato questa presa di posizione.

Probabilmente non lo fa per amor di Patria, ma più semplicemente per ritagliarsi un ruolo politico di spicco in un futuro riassetto del Paese, vista anche la crisi in cui sta progressivamente scivolando il non eletto Governo Draghi, ma a questo punto ogni parola spesa in favore di una risoluzione pacifica è benvenuta e assolutamente auspicabile.

Il Presidente dei pentastellati, ribadisce con forza la sua posizione: “Siamo fermamente contrari a un incremento massiccio delle spese militari a carico del bilancio dello Stato. Di fronte all’instabilità di questo conflitto non si può rispondere con una reazione emotiva e alcune spinte a un riarmo indiscriminato. Non possiamo distrarre risorse rispetto ai pilastri della sicurezza dei cittadini italiani, in questo momento di grande difficoltà economica e sociale, e investire fondi straordinari nel riarmo. Noi siamo assolutamente contrari“.

Ma siccome “ce lo chiede la NATO” is the new “ce lo chiede l’Europa” (frase con cui ci raggirano da anni), Draghi prosegue imperterrito a rimarcare il servilismo strisciante della colonia Italia verso gli ordini d’oltreoceano; il suo mantra ormai è diventato “armiamo Zelensky”, sordo agli appelli delle associazioni di industriali, commercianti, artigiani che sono costretti a licenziare, chiudere e magari svendere a capitali stranieri.

Dunque, sappiamo che a pensare male si fa peccato ma spesso ci si azzecca: a qualcuno non viene il sospetto che forse era proprio questo l’obiettivo finale?

Chiedere ai greci…

Eva Bergamo




Il G7 ha raggiunto il suo livello più basso

Il 24 marzo si sono riuniti a Bruxelles i paesi del G7, non certo per fare qualcosa di utile ai cittadini che rappresentano, ma per mettere in scena l’ennesimo teatrino mediatico contro la Russia e l’alleato cinese.

Diciamolo chiaramente, non fanno paura a nessuno, si tratta solo di un patetico tentativo di mostrare i muscoli e intimorire una superpotenza che con la pazienza e la maestria di un grande giocatore di scacchi, quale è il Presidente Putin, sta invece mettendo all’angolo l’intero blocco euro-atlantico, vittima dei propri errori e di un’arroganza cieca e smisurata.

E così, dopo la riunione, i 7 pavoni senza piume hanno dichiarato che “l’intento è riportare la pace e per farlo è necessario stringere ancora la stretta economica sulla Russia“.

Ma che bravi! E vi siete messi pure in 7 per buttare giù una simile fesseria? Non potete non sapere che la Russia ha già avviato le procedure per chiudere ogni legame economico con l’occidente mentre sta espandendo la sua economia verso est, e non solo, stringendo accordi con Cina, India, Nord Corea, Paesi Arabi, Africa, Sudamerica. Non meno importante il fatto che gli scambi commerciali tra questi paesi prevedono una progressiva de-dollarizzazione a favore di valute sovrane garantite dal sistema Gold Standard, più sicuro e meno discriminatorio, con buona pace della struttura bancaria filo-atlantista targata Rothschild.

Qualcuno gentilmente spieghi a questa unione di neuroni spompati che per “riportare la pace” è essenziale innanzitutto evitare di armare uno dei contendenti, ma anche non fare dichiarazioni inneggianti all’omicidio di un Capo di Stato, smettere di esaltare gruppi nazisti, evitare di prendere ordini dal Presidente ucraino ormai fuori controllo, che dal suo rifugio protetto non manca di collegarsi ogni giorno con un diverso Parlamento per delirare a vanvera e fare richieste inaccettabili. Ma soprattutto, sarebbe utile chiedere al signor Zelenskyj di iniziare a rispettare gli accordi di Minsk, che il suo paese non intende ancora onorare pur avendoci messo la firma.

Non paghi di un annuncio di tale spessore in materia economica, i nostri magnifici 7 hanno ben pensato di aggiungere anche questa chicca: “Sollecitiamo tutti i Paesi a non dare assistenza militare o di altro tipo alla Russia per contribuire a proseguire la sua aggressione in Ucraina“.

Una perla rara di alta diplomazia che esce da un comunicato congiunto, rivolta principalmente alla Cina, che immaginiamo sta già tremando di paura e pensando a dove nascondersi, visto che l’enorme, e non del tutto palese, arsenale di cui dispone può non essere sufficiente per difendersi dalle lingue lunghe dei 7 spavaldi sfigati, che blaterano a raffica senza preoccuparsi di tastare il polso ai cittadini dei rispettivi paesi, che per la maggior parte non sono d’accordo con questi deliri; in particolare gli italiani, che ben conoscono l’art. 11 della Costituzione: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali“.

Il proclama conclusivo è degno di nota: “Siamo pronti a prendere ulteriori misure“… direi che si commenta da solo, mentre noi possiamo semplicemente chiederci se questi ci sono o ci fanno, dal momento che è impossibile non abbiano capito che tutto ciò che realizzano contro Mosca si ritorce inevitabilmente contro l’incolpevole popolazione europea.

L’unico che ha saputo affrontare gli avvenimenti con lucidità è Viktor Orban, unico leader europeo con gli attributi, che ha detto chiaramente in faccia al pagliaccio ucraino di scordarsi che l’Ungheria sanzioni la Russia, o che doni armi ai neonazisti di Kiev. Queste le parole, ineccepibili, del portavoce di Orban: “Non possiamo permettere che il prezzo della guerra sia pagato dalle famiglie ungheresi. Questo è il motivo per cui continueremo a opporci all’estensione delle sanzioni ai vettori energetici russi in tutti i forum europei, come abbiamo fatto in passato”.

Alla fine dei giochi e al netto delle enormi spese sostenute dai cittadini europei per pagare il penoso carrozzone, l’armata Brancaleone chiamata G7 e gli inconsistenti comunicati che ha partorito in questi giorni di summit europeo (in cui tra l’altro si è riunita anche la NATO con lo stesso scopo) farebbe quasi tenerezza, se non fosse che i concetti espressi, seppur malamente, sono molto pericolosi per la pace, quella vera, e la stabilità del mondo intero.

Spiace dirlo, ma l’Unione Europea vista in questi giorni, senza idee, senza valori, senza spina dorsale e completamente prona al volere dei padroni d’oltreoceano, non ha alcun futuro e pare naturalmente destinata ad un triste declino.

Eva Bergamo




I protocolli di Minsk e il Formato Normandia

Mai come in questo periodo gli accordi di Minsk vengono nominati sui vari organi di informazione, in merito al conflitto russo-ucraino attualmente in corso. Dal momento che molta gente non sa neanche di cosa si tratti, vediamo di fare un po’ di chiarezza, semplificando al massimo i vari concetti.

Trattasi di convenzioni internazionali dedicate alla contesa zona del Donbass, che prendono il nome dalla capitale della Bielorussia, dove si sono tenuti gli incontri tra le delegazioni. Ma in cosa consistono esattamente?

Innanzitutto se ne parla al plurale perché si tratta di due differenti accordi, rispettivamente Minsk 1 – del settembre 2014 e Minsk 2 – siglato a febbraio 2015 in seguito al fallimento del primo. Il primo protocollo è stato elaborato conseguentemente al conflitto esploso nella regione del Donbass, allora facente parte dell’Ucraina orientale. I separatisti filo russi avevano proclamato l’indipendenza delle repubbliche popolari di Lugansk (LNR) e Donetsk (DPR).

Minsk 1 venne firmato dal cosiddetto Gruppo di contatto Trilaterale, formato da rappresentanti di Russia, Ucraina, compresi ovviamente i leader separatisti, Aleksandr Zacharčenko per la DPR (assassinato dagli ucraini nel 2018 per provocazione verso il Cremlino) e Igor’ Plotnickij per la LNR e dall’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE); furono in seguito approvati da una risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.

Prevedeva il cessate il fuoco immediato, lo scambio di prigionieri e l’impegno da parte dell’Ucraina, di garantire maggiori poteri alle regioni di Donetsk e Lugansk, tra cui la ripresa del dialogo per le elezioni nelle due auto-proclamate repubbliche popolari. Tuttavia, nonostante abbia portato ad un’iniziale diminuzione delle ostilità, l’accordo non è stato rispettato. Lo status del Donbass non è quindi mai stato definito. Kiev infatti rifiuta il dialogo con i ribelli e vuole riprendere il controllo del confine con la Russia prima delle elezioni nelle zone occupate. Mosca invece ritiene che le elezioni debbano tenersi sotto il controllo dei separatisti.

Le frange nazionaliste ucraine – politiche ma anche extrapolitiche, paramilitari e soprattutto di estrema destra – rappresentano uno dei principali dissuasori a un ulteriore decentramento che il governo potrebbe concedere alle zone occupate. La poca chiarezza dell’intero protocollo, porta al fallimento dell’intesa.

Nasce così l’esigenza di un secondo vertice, che si tiene nel medesimo luogo e che porta l’11 febbraio 2015 a siglare Minsk 2, in seguito ai colloqui nel cosiddetto Formato Normandia, che comprende i capi di Stato di Russia, Ucraina, Francia e Germania, (Putin, Poroshenko, Hollande Merkel) i quali approvano un pacchetto di misure per alleviare il conflitto ancora in corso nel Donbass.

Nonostante le firme e altri successivi colloqui del quartetto Normandia negli anni successivi, ad oggi la problematica non è ancora stata risolta, come dimostrano i fatti; ma contrariamente alla propaganda dei media occidentali, la colpa non è della Russia perché a non rispettare gli accordi di Minsk è il regime di Kiev.

In particolare, il punto 11 dell’accordo dice che: “in seguito a una riforma della Costituzione, l’Ucraina deve prevedere una legislazione permanente sullo status speciale delle aree autonome delle regioni di Donetsk e Lugansk che includa, inter alia, la non punibilità e la non imputabilità dei soggetti coinvolti negli eventi avvenuti nelle citate aree, il diritto all’autodeterminazione linguistica, la partecipazione dei locali organi di autogoverno nella nomina dei Capi delle procure e dei Presidenti dei tribunali delle citate aree autonome“.

Ed è proprio questa la questione più significativa disattesa da Poroshenko prima e da Zelensky ora.

Ma la violenza del regime si palesa ancora più esplicitamente tramite i bombardamenti vigliacchi che da ben 8 anni le milizie filonaziste ucraine continuano ad eseguire sugli inermi civili del Donbass, con la dichiarata intenzione di sterminare la popolazione russofona, e cosa molto grave nel silenzio più totale dei vari pupazzi occidentali, Usa, UE, Nato, Onu.

E allora appare chiaro il piano dello stato profondo che infesta i paesi filo atlantisti, volto alla distruzione dei popoli sovrani e al dominio su un mondo disumanizzato, senza valori, senza speranze, nella rassegnazione totale. E sempre in questa ottica è stata creata ad arte la reductio ad Hitlerum della figura di Vladimir Putin, dipinto dai media mainstream come il cattivo di turno, ma in realtà unico baluardo rimasto nella lotta per un mondo migliore, antropico, sano e veramente libero.

Difficile trovare le parole per commentare questo scempio disumano, per cui mi affido a quelle sempre sagge del Presidente Putin: “Le persone in Donbass non sono cani randagi: tra le 13mila e 14mila le persone che sono state assassinate in questi anni“.

Allora signori, ragionate con la vostra testa e rispondete: chi è che non rispetta gli accordi provocando deliberatamente le guerre?

Eva Bergamo




La Russia fa sapere che non sospenderà le operazioni militari in Ucraina durante i colloqui di Gomel in Bielorussia

L’Ucraina ha quindi scelto Gomel, una città della Bielorussia, come sede per i colloqui con la Russia, ha detto oggi alla stampa il ​​portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov. “La città di Gomel è stata suggerita dalla stessa parte ucraina come sede per i colloqui. Come abbiamo detto, la delegazione russa è pronta per questi colloqui“, ha detto Peskov. La Russia non sospenderà le operazioni militari in Ucraina durante i colloqui con la parte ucraina, ha precisato lo stesso portavoce del Cremlino. “Da parte nostra abbiamo avvertito la parte ucraina che questa volta le azioni suggerite dall’operazione militare non saranno sospese, come è stato fatto ieri“, ha affermato. Peskov ha anche detto che venerdì nel pomeriggio a causa dei colloqui con Kiev attesi il presidente russo Vladimir Putin ha dato l’ordine di fermare il movimento delle principali forze militari russe in Ucraina, anche se l’altra parte ha abbandonato il dialogo il 26 febbraio nel pomeriggio il movimento è ripreso secondo l’operazione pianificata.

Domenica scorsa il portavoce del Cremlino ha affermato che la delegazione russa era arrivata in Bielorussia per colloqui con la parte ucraina, come concordato. La delegazione è composta da rappresentanti del ministero degli Esteri russo, del ministero della Difesa e di altri dipartimenti russi, inclusa l’amministrazione presidenziale, guidata dall’aiutante presidenziale russo Vladimir Medinsky. La Russia ha lanciato la sua operazione militare speciale volta alla smilitarizzazione e alla denazificazione dell’Ucraina il 24 febbraio. Venerdì, il movimento delle truppe è stato sospeso in attesa di possibili colloqui con Kiev, ma è ripreso sabato poiché l’Ucraina si è rifiutata di partecipare.

In precedenza, l’ufficio del presidente ucraino Vladimir Zelensky ha affermato che potrebbe discutere dello status neutrale dell’Ucraina e del pacchetto di garanzie per la sua sicurezza. Il 26 febbraio il presidente bielorusso Alexander Lukashenko ha annunciato che Minsk era pronto a fornire una sede per lo svolgimento dei negoziati. Nella tarda serata di sabato, Zelensky ha affermato che la proposta di organizzare i colloqui era stata avanzata dai presidenti di Turchia e Azerbaigian, Recep Tayyip Erdogan e Ilham Aliyev.

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