Il “golpino” fallito di Prigozhin

Un’illusione durata poco più di 12 ore: si potrebbe così sintetizzare il sogno di rivolta cullato dall’ex cuoco di Putin, Evegny Prizhokin oligarca che si è arricchito grazie alle ricche commesse avute negli anni attraverso la sua catena di catering.

Prizhokin, a capo del temibile battaglione Wagner, si era messo a capo di una ribellione iniziata a Rostov e proseguita con una marcia che ha visto coinvolti ben 25.000 uomini delle sue milizie. Durissimi i toni adottati dal Cremlino, con il presidente Putin che ha parlato di tradimento e il primo ministro Medvedev che ha apertamente fatto riferimento a una possibile guerra civile, non prima di aver espresso i propri timori sulla sorte del potentissimo apparato nucleare in mano alla Russia. Mentre il leader dei ceceni, Kadyrov, era già pronto ad attendere al varco i rivoltosi della Wagner con intenzioni tutt’altro che pacifiche, annunciando di “essere pronto a utilizzare qualsiasi mezzo” per stroncare la ribellione.

Mentre nelle cancellerie occidentali si gongolava sulla possibilità di un “regime changeorchestrato dalla NATO e dai soliti ambienti guerrafondai di stanza oltreoceano, magari provando a corrompere quelli che restano comunque dei mercenari, arrivava però immediata e improvvisa la doccia fredda: il presidente bielorusso, Lukashenko ha convinto il ribelle Prigozhin a ordinare il dietrofront, tornando nelle postazioni lasciate temporaneamente scoperte, dopo quasi 200 km. di marcia verso la capitale.

Comunque la si voglia guardare, checché ne dicano i soliti pennivendoli e i politicanti italo-europei, il presidente Putin esce ancora più forte da questa vicenda: è stato scongiurato il rischio di una guerra civile dalle conseguenze pericolosissime visto che l’arsenale bellico russo poteva cadere nelle mani di qualche pazzo, ha compattato il paese e la Duma attorno alla sua figura, ridando certezze alle gerarchie militari del governo russo.

In queste ore concitate e piene di notizie frammentarie e contraddittorie, sono letteralmente spariti dalla scena il ministro della difesa Shoigu e il suo vice Gerasimov e anche qualcuno non esclude che Putin possa cedere alle richieste dei “falchi” su un’accelerazione decisiva dell’operazione speciale in Ucraina, di fatto anche lo stesso ministro della Difesa russo esce rinforzato da questo episodio. Magari con l’utilizzo di armi ben più potenti di quelle finora utilizzate, con il battaglione Wagner trasformato in un reparto dell’esercito, sotto il comando diretto proprio dell’attuale ministro della difesa.

Francesco Montanino




Vertice per la sicurezza e la stabilità nel Caucaso: rischio per la ripresa di diversi conflitti

A Sokhum, in Abcasia, il 9 novembre scorso, i copresidenti del GID (Geneva International Discussions) hanno incontrato il “vice ministro degli esteri” abcaso Irakli Tuzhba. Secondo il ministero degli Esteri abcaso, l’argomento principale dell’incontro è stata l’agenda del 57° round dei colloqui del GID. In tale contesto, Tuzhba ha osservato che in questa fase, la loro priorità nell’agenda del GID rimane l’accordo sul non uso della forza. Tuzhba ha anche sollevato la questione della libertà di movimento per coloro che detengono la cittadinanza abcasa e ha sottolineato che “la questione del riconoscimento dei passaporti nazionali abcasi come documenti di viaggio sta diventando sempre più rilevante“.

Abbiamo chiesto all’Ambasciatore generale del Ministero degli Affari Esteri della Repubblica di Abcasia, Kan Taniya, già vice ministro degli Esteri, un suo parere su questo vertice. Qui di seguito le sue considerazioni:

Kan Taniya – Ambasciatore generale del Ministero degli Affari Esteri della Repubblica di Abcasia

Nel momento della crisi mondiale in cui viviamo oggi il rischio di scongelamento dei diversi conflitti è molto alto. Il conflitto georgiano-abcaso è uno di questi. Proprio nei momenti difficili si capisce a cosa servono i diplomatici, il dialogo in generale. Ecco perché le Discussioni Internazionali di Ginevra sulla sicurezza e stabilità nel Caucaso del Sud con la partecipazione di Abcasia, Ossezia del Sud, Russia, Georgia, Stati Uniti, Nazioni Unite, Unione Europea e l’OSCE sono così importanti proprio in questo periodo. Noi diciamo che mentre i diplomatici parlano, I fucili sono silenziosi. Oppure affinché si dialoga sul nostro conflitto a Ginevra la guerra non si ripeterà. Sappiamo che nel 2008 la “Guerra dei Cinque Giorni” scoppiò per colpa della Georgia, che iniziò a bombardare di notte i civili di Tskhinval. Successivamente l’accordo Medvedev-Sarkozy portò tutte le parti coinvolte nella guerra del 08.08.08 al tavolo delle discussioni internazionali di Ginevra. L’obiettivo principale era e rimane anche oggi è la firma di un accordo di “non uso della forza” tra Abcasia e Georgia e tra Ossezia del Sud e Georgia.

Il Governo georgiano di Saakashvili ha trasformato il conflitto tra Abcasia e Georgia in un conflitto tra Georgia e Russia. E per questo, come dice la Georgia, non firma il documento. Ma sappiamo bene che la realtà politica nel Caucaso del Sud è ormai diversa da quella che immagina il governo georgiano, e prima li capirà sarà meglio per tutta la regione del Caucaso. Ho partecipato nelle Discussioni per circa 6 anni dal 2012 fino alla fine del 2017 e per due volte ero capo della delegazione abcasa. 

Per l’Abcasia il tavolo di Ginevra è importante, essendo l’unica piattaforma internazionale ufficiale dove noi abbiamo la possibilità di parlare direttamente agli attori geopolitici mondiali come ONU, UE, OSCE e di far conoscere loro il punto di vista abcaso. Il lavoro tradizionalmente si svolge in due gruppi: il primo si occupa delle questioni politiche, per esempio uno dei punti principale di cui si parla è appunto il documento di non uso della forza, mentre il secondo di quelle umanitarie

Si possono constatare risultati concreti come, per esempio, il progetto “Missing Persons” con il contributo della Croce Rossa; un altro aiuta a combattere il “Box Tree Moth” – un parassita che si nutre delle foglie di bosso e così via. Oltre a questo, nei margini del GID è stato creato un meccanismo di prevenzione e reazione agli incidenti (IPRM) che tiene sotto controllo la stabilità e la sicurezza nelle zone intorno alla frontiera abcaso-georgiana.

Per un certo periodo le discussioni sono state messe in pausa e quando la Russia ha iniziato l’operazione speciale in Ucraina, considerando l’alta probabilità di un nuovo inizio della guerra tra Georgia e Abcasia, e l’assenza del dialogo, grazie ai diplomatici il formato GID è stato ripristinato. Purtroppo, nonostante la crisi la Georgia non firma comunque il patto di pace. Secondo me, e secondo tanti altri diplomatici abcasi, adesso è il momento più giusto per la Georgia di mostrare al popolo abcaso la voglia di risolvere il conflitto in un modo pacifico a lungo termine e non solo nelle circostanze quando conviene. 

A parer mio, si deve partire almeno da una dichiarazione di “non uso di forza” da parte della Georgia, che diverse volte ha rifiutato di fare pure questo, mentre tutte le altre parti li hanno fatto durante uno dei round delle discussioni. E’ difficile parlare di prospettive pacifiche quando non c’è fiducia soprattutto tra i popoli e poi tra governi.

RED




ATP Finals, Londra parla ancora russo: Daniil Medvedev è il “Maestro” del 2020

Londra. Daniil Medvedev lo aveva detto alla vigilia, che sarebbe stato bello concludere l’esperienza londinese delle Nitto Atp Finals (che dal 2021 andranno in scena a Torino) allo stesso modo in cui erano iniziate dopo il trasferimento da Shanghai: ovvero con il successo di un giocatore russo. Perchè nel 2009, quando il torneo aveva lasciato l’Oriente per essere disputato sulla riva del Tamigi, a trionfare era stato Nikolay Davydenko (6-3, 6-4 sull’argentino Juan Martin Del Potro), primo russo ad alzare al cielo l’ambito trofeo (dopo la finale persa l’anno prima per mano di Novak Djokovic ed il precedente tentativo andato a vuoto del connazionale Yevgeny Kafelnikov, stoppato in finale da Pete Sampras nel 1997).

Alla O2 Arena, Daniil Medvedev è arrivato con ritrovata fiducia dopo il trionfo al Master 1000 di Parigi-Bercy, conquistato in rimonta su Alexander Zverev. E proprio il tedesco (superato senza affanno 6-3, 6-4) è stato il primo avversario nel round robin. Nella seconda gara della Pool “A” il russo ha compiuto il suo capolavoro battendo (6-3, 6-3) il serbo e numero al mondo Novak Djokovic, guadagnandosi con un turno di anticipo il passaggio alle semifinali, prima di vincere anche la terza partita del raggruppamento contro l’argentino Diego Schwartzman (6-3, 6-3). In semifinale il 24enne moscovita ha dovuto fronteggiare la classe di Rafael Nadal, desideroso quanto mai di conquistare l’unico grande titolo mancante nella sua formidabile carriera. Avanti di un set, il tennista nativo di Manacor si è ritrovato nel secondo parziale a servire per il set ma, dopo aver subito il break a zero proprio quando stava assaporando la vittoria, ha dovuto lasciare strada (3-6, 7-6, 6-3) al lanciatissimo russo, che ha così raggiunto in finale Dominic Thiem (vittorioso su Djokovic 7-5, 6-7, 7-6 dopo essere stato sotto 4 a 0 nel decisivo tie break del terzo set).

I precedenti dicono 3 a 1 per l’austriaco, l’ultimo (e più importante) dei quali la semifinale giocata a settembre a New York in occasione degli Us Open: quella che aprì a Thiem le porte verso il primo trionfo slam in carriera. Solido alla battuta e capace di comandare il gioco anche in risposta, il russo (che si conquista anche due palle break non sfruttate nel secondo game) sembra partire meglio. L’austriaco prova ad uscire dalla ragnatela di Medvedev variando gli schemi del suo gioco e, aumentando l’incidenza del back di rovescio, riesce a mettere in difficoltà l’avversario che paga dazio nel quinto game subendo il break che, di fatto, decide il primo parziale: 6 a 4 per Thiem dopo 49 minuti. Nessuno dei due contendenti perde la battuta nel secondo set: al tie break l’austriaco si porta avanti 2 a 0, prima di subire 7 punti consecutivi di Medvedev che pareggia così i conti. Nel terzo e decisivo parziale, un Thiem sfiancato sia fisicamente che mentalmente salva tre palle break consecutive nel terzo gioco, prima di cedere nel quinto game. Dopo l’ennesima discesa a rete il russo chiude in volée il punto che dopo 2 ore e 23 minuti di partita gli regala il primo (dopo 8 tentativi mancati) break dell’incontro. E’ quello decisivo, perchè non ci saranno per nessuno più occasioni di strappare il turno di battuta. E così, dopo 2 ore e 44 minuti, Daniil può scagliare il servizio vincente che mette il sigillo al 4-6, 7-6 (2), 6-4 che gli consegna il trofeo delle Atp Finals.

Medvedev si è così laureato “Maestro” del 2020, iscrivendo il proprio nome nel prestigioso albo d’oro ed entrando così nella ristretta cerchia di giocatori capaci di fregiarsi del titolo. Dalla prima edizione del 1970, giocata a Tokyo e che vide il successo dello statunitense Stan Smith (proprio quello a cui l’Adidas ha intitolato le celebri sneakers diffuse ed indossate da milioni di persone di ogni età in tutto il mondo), solo per citarne alcuni, 6 volte (record) si è laureato campione Roger Federer, 5 volte lo sono stati Novak Djokovic, Pete Sampras ed Ivan Lendl, 4 volte Boris Becker ed Ilie Nastase. Per Daniil, che ha chiuso la stagione con due titoli (raggiungendo complessivamente quota nove in carriera) e dieci vittorie consecutive, anche la soddisfazione di aver compiuto l’impresa di vincere un torneo battendo i primi tre (Djokovic, Nadal, Thiem) della classifica mondiale.

Stefano Tardi