Le vere responsabilità di Kiev

Il conflitto tra Repubblica di Ucraina e Federazione Russa, scoppiato il 24 febbraio 2022, è sicuramente una delle crisi geopolitiche più complesse e dibattute degli ultimi decenni. Se, da un lato, la narrativa dominante nei media occidentali tende a presentare l’Ucraina come vittima di un’aggressione unilaterale, è essenziale, dall’altro, analizzare il contesto più ampio e le responsabilità che Kiev ha avuto nel deterioramento dei rapporti con Mosca, contribuendo indirettamente all’escalation del conflitto. Non si puó continuare con la “lettura manichea” aggressore/aggredito propria della stampa occidentale.

Uno degli aspetti fondamentali da cui partire riguarda la politica interna ucraina dopo il 2014, anno in cui il Governo filorusso di Viktor Yanukovich è stato rovesciato in seguito alle proteste di Euromaidan (ottimamente pilotate dagli USA). Il nuovo assetto politico ha assunto, in questo modo, una chiara direzione filo-occidentale, con un progressivo allontanamento dalla Russia e l’avvicinamento alle istituzioni europee e all’Alleanza Atlantica del Nord di cui la NATO è il braccio operativo e militare.

Questa scelta, legittima (sebbene imposta) dal punto di vista interno, è stata percepita da Mosca come una minaccia diretta alla propria sicurezza. Le tensioni sono ulteriormente aumentate con l’approvazione di leggi che hanno ridotto l’uso ufficiale della lingua russa nel Paese, suscitando forti malumori nelle regioni orientali, storicamente legate a Mosca. La questione del Donbass è un altro nodo cruciale. Dopo l’annessione della Crimea da parte della Russia nel 2014, gli Oblast di Donetsk e Lugansk hanno dichiarato la propria indipendenza, sostenute militarmente e logisticamente da Mosca. L’Ucraina ha risposto con operazioni militari che hanno portato a un conflitto prolungato, culminato in migliaia di morti e in una profonda frattura interna e di cui oggi pare non ricordarsi piú nessuno.

A questo si aggiunga che la mancata applicazione degli accordi di Minsk (I e II), che prevedevano, mediante revisione costituzionale, una maggiore autonomia per questi territori, ha contribuito ad alimentare l’instabilità. Kiev, sostenuta dall’Occidente, ha preferito mantenere una linea dura, rifiutando di riconoscere lo status speciale del Donbass e continuando le operazioni militari contro le forze separatiste.

Il prof. Daniele Trabucco

Sul piano diplomatico, infine, l’Ucraina ha spesso adottato una strategia aggressiva nei confronti della Russia, alimentando una retorica anti-moscovita e sollecitando il supporto militare e politico dell’Occidente. Questo atteggiamento ha rafforzato la percezione russa di un’Ucraina non più neutrale, ma ostile, pronta a diventare un avamposto della NATO ai confini della Federazione Russa, anche in ragione della modifica costituzionale del 2019. La richiesta formale di adesione all’Alleanza Atlantica è stata il punto di rottura definitivo nei rapporti tra i due paesi, spingendo Mosca a un intervento diretto. Altro che piazze pro UE.

Daniele Trabucco

Fonte: Quotidiano Web




Territori Contesi: un dibattito televisivo sui conflitti tra vecchie e nuove patrie dell’Eurasia

Due ore di diretta televisiva su un argomento di scottante attualità quale è quello dei “Territori Contesi” nell’area Eurasiatica e quelli dell’ex Unione Sovietica. Questo è quanto andato in onda venerdi sera 19 maggio 2023 su Canale Italia, nell’ambito del programma “Notizie Oggi Lineasera“, condotto dal giornalista Vito Monaco. Ospiti della trasmissione in studio: Nicola Marzaro – Osservatore internazionale in Donbass, l’avv. Marco Pata, l’ambasciatore abcaso Vito Grittani e Giorgio Descovich Deschi. Collegati in remoto, il diplomatico abcaso Kan Taniya, Gianfranco Vestuto, giornalista e direttore responsabile di Russia News e Ennio Bordato, presidente dell’Associazione Aiutiamo i bambini del Donbass.

Tra gli argomenti principali del programma c’era l’operazione militare speciale della Russia in Ucraina e un’analisi comparativa con altri conflitti nello spazio post-sovietico nel suo complesso. In particolare, la guerra georgiano-abcasa del 1992-1993 e il cammino del moderno stato abcaso che da questo conflitto sono stati colpiti. I diplomatici abcasi Kan Tania e Vito Grittani hanno posto l’accento sulle differenze tra la guerra georgiano-abcasa e l’operazione militare speciale, ma anche sul perché la Georgia ha iniziato questa guerra e perché il popolo abcaso ha scelto la strada di costruire uno stato sovrano dopo la vittoria. “l’Abcasia (Abkhazia) ha tenuto due referendum nel 1994 e nel 1999, durante i quali il popolo ha determinato inequivocabilmente l’ulteriore destino del paese – la creazione di uno stato sovrano, democratico e legittimo“, ha dichiarato Khan Tania.

Inoltre, i diplomatici hanno raccontato anche perchè dal 2014, i volontari abcasi della Brigata Pyatnashka, creata da Ahra Avidzba, stanno continuando a difendere il Donbass.

“I volontari abcasi sono andati a proteggere il popolo del Donbass perché non potevano rimanere indifferenti alla sistematica discriminazione etnica da parte delle autorità di Kiev. Questa è la stessa mancanza di rispetto per la lingua, la cultura e le tradizioni native che i georgiani nel loro tempo hanno mostrato agli abcasi“, ha detto Kan Tania.

Vito Grittani ha invece raccontato le sfide che i cittadini della Repubblica dell’Abcasia devono affrontare nei paesi dell’UE: “al momento, i diplomi di istruzione superiore, passaporti e altri documenti rilasciati nella Repubblica dell’Abcasia non sono riconosciuti dai paesi dell’Unione Europea. “A questo proposito, abbiamo preparato, insieme ad avvocati competenti, un appello e lo abbiamo inviato al ministro degli Esteri italiano, Antonio Tajani chiedendo a un gruppo di lavoro di sviluppare un meccanismo che consenta ai cittadini abcasi di realizzare i diritti umani fondamentali per accedere all’istruzione e alla medicina“.

Il direttore di Russia News, Gianfranco Vestuto, ha posto l’accento sul ruolo dell’informazione che dopo l’inizio dell’operazione militare speciale della Russia in Ucraina, è divenuta spudoratamente fuorviante e menzognera, impedendo persino il dovuto contraddittorio giornalistico. Ciò, ha detto Vestuto, “ha impedito all’opinione pubblica italiana, ma anche europea, di avere una visione realistica della situazione sia nei territori contesi tra Russia e Ucraina, ma anche negli altri focolai conflittuali che esistono e che sono ignorati“. “Tutto ciò – ha proseguito il direttore di Russia News – senza contare i danni che le sanzioni della Unione Europea contro la Russia, hanno provocato proprio in Italia, per gli interrotti scambi commerciali che in alcuni settori rappresentavano volumi decisamente rilevanti“.

Su questo argomento dei danni commerciali provocati dal regime sanzionatorio dell’UE, è intervenuto anche Nicola Marzaro, imprenditore veneto e osservatore internazionale durante i referendum nel Donbass, che ha ricordato come proprio la sua regione aveva negli anni passati un enorme volume di affari con la Russia, improvvisamente interrotti con danno irreparabile per aziende e lavoratori.

L’avvocato Marco Pata, anch’egli osservatore internazionale durante i referendum nel Donbass, ha illustrato invece la situazione di tensione che esiste in Moldavia, con l’area dichiaratasi indipendente della Transnistria e il dissenso politico interno che pone l’attuale presidente, Maia Sandu, in condizioni di instabilità governativa.

Infine, le parole toccanti di Ennio Bordato, che ha spiegato come in questi conflitti, i più colpiti siano i bambini, sottoposti spesso a sofferenze indicibili e ingiuste, nell’indifferenza dell’opinione pubblica internazionale, ma soprattutto di un Occidente che è sempre più pronto a stanziare soldi per rinpinguare gli armamenti, invece di destinarli al futuro delle nuove generazioni e al loro diritto alla vita.

RED




DAL FALLITO PUTSCH DI AGOSTO ALLA RINASCITA DELLA RUSSIA: LA FINE DELL’URSS

Nel periodo di transizione fra il crollo del regime comunista e la nascita della Federazione Russa per come la conosciamo oggi, c’è stato un tentativo di colpo di stato fallito in appena 72 ore. Proprio in questi giorni di metà agosto, ricorre l’anniversario di quel putsch con il quale nell’estate del 1991 il fu PCUS (Partito Comunista Unione Sovietica) provò, con un maldestro colpo di coda, di frenare quel processo di trasformazione irreversibile che stava attraversando quel gigante dai piedi d’argilla che non era riuscito a reggere il peso del cambiamento epocale, che era iniziato a partire dal crollo del muro di Berlino.

Una pagina di storia caduta nel dimenticatoio e nell’indifferenza che però ha segnato una svolta storica non di poco conto, perché fu proprio in quei giorni che l’URSS si sgretolò inesorabilmente, dando la stura alla dissoluzione di un vero e proprio impero che si era fondato per più di 70 anni sull’azzeramento delle libertà economiche ed individuali.

Per comprendere bene il contesto nel quale fortunatamente non si concretizzò un golpe che tenne il mondo intero con il fiato sospeso per tre giorni, vanno analizzati fino in fondo gli eventi che scandirono quel 1991 che fu un autentico spartiacque fra la fine della guerra fredda e l’avvento di una globalizzazione, che oggi sta miseramente collassando su sé stessa. Il crollo del muro di Berlino di due anni prima, aveva innescato un meccanismo di distruzione di quell’impalcatura comunista che stava dando inequivocabili scricchiolii per la verità già da diversi anni.

A gennaio, mentre la guerra con l’Iraq di Saddam Hussein si stava concretizzando, nelle tre repubbliche baltiche Estonia, Lettonia e Lituania cresceva a dismisura la voglia di affrancarsi dal regime sovietico. Non fu un caso che proprio alla fine di quel tentato colpo di stato, Estonia e Lettonia ne approfittarono per proclamare la propria indipendenza facendo fallire sul nascere l’idea di Mikhail Gorbaciov di trasformare l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche in Unione delle Repubbliche Sovietiche Sovrane che avrebbe sostanzialmente significato la trasformazione in una vera e propria confederazione di stati, su un modello che avrebbe dovuto ricalcare quello dell’Unione Europea.

La fine del COMECON (alleanza economica) e del Patto di Varsavia (alleanza militare) – sui quali si reggeva l’ideologia comunista nei paesi est europei – avvenuti fra la fine di giugno e l’inizio di luglio, aveva reso a quel punto indispensabile ed improcrastinabile la trasformazione del patto federativo che legava le repubbliche facenti parte dello stato sovietico, in un’entità democratica e federale che tenesse maggiormente conto delle istanze dei singoli paesi che facevano parte di quell’unione.

Con lo scopo di evitare che le spinte secessioniste ed indipendentiste provenienti dal Baltico e che stavano agitando anche altre parti dell’impero, potessero alla fine (così come poi si è verificato, come vedremo) prevalere portando alla sua totale disgregazione.

Insomma, un tentativo di salvare capre e cavoli che però doveva fare i conti con quegli apparati del PCUS che mal digerivano e sopportavano l’idea di dover cedere ulteriori libertà a chi era stato utilizzato per diversi lustri come lo strumento per detenere potere ed immense ricchezze.

Infatti, la realtà raccontava che l’oligarchia comunista che aveva tenuto soggiogati interi popoli per diversi decenni, ormai era arrivata alla frutta. La soppressione dei diritti umani e la riduzione in miseria di milioni e milioni di cittadini, erano stati solo la punta dell’iceberg di un’ideologia fallimentare come quella comunista, e che era giunta dunque al capolinea nell’est europeo.

Così come va altresì sottolineato che dietro le pulsioni nazionaliste non è escluso possa esserci la longa manus di quegli americani, da sempre bravi a fomentare le rivolte praticamente ovunque che non sempre sortiscono l’esito voluto, così come abbiamo avuto modo recentemente di constatare con le tanto strombazzate “primavere arabe”.

Tornando ai tumultuosi fatti di quei concitati giorni, era ormai tutto pronto alla firma di questo nuovo trattato perché Russia, Bielorussia, Azerbaijan, Moldavia, Georgia, Armenia, Turkmenistan, Uzbekistan, Kirghizistan, Kazakhstan,  Ucraina e Tagikistan erano già d’accordo. Si erano invece chiamate fuori le tre repubbliche baltiche decise più che mai a tagliare definitivamente i ponti con l’ingombrante passato. Pochi mesi prima inoltre più del 70% dei cittadini sovietici si era dichiarato d’accordo nel volere un’Unione rinnovata.

Il premier Gorbaciov per prepararsi quindi al meglio a questo gravoso impegno, si era concesso un paio di giorni di vacanza nella dacia presidenziale di Capo Foros, in Crimea. Era il 19 agosto quando, il fautore della perestrojka e della glasnost venne trattenuto lì contro la propria volontà, dietro un preciso ordine degli alti gradi del PCUS che con un disperato colpo di coda cercò di preservare l’Unione dai nazionalismi ed impedire un alleggerimento del potere centrale e statalista, ribadendo la prevalenza del Partito Comunista su ogni cosa.

Ad ordire questa trama che colse di sorpresa praticamente tutti, furono il capo del KGB Vladimir Krjuckov, il Ministro degli Interni Boris Pugo, il Ministro della Difesa Dimitri Jazov, il vicepresidente dell’URSS Gennadi Janaev, il Primo Ministro Valentin Pavlov ed il capo della segreteria di Gorbaciov Valerij Boldin.

Il vicepresidente Janaev prese possesso della televisione e della radio, ma non fu abbastanza incisivo nel farsi riconoscere come nuovo leader che avrebbe dovuto ripristinare lo status quo. Al contrario, questo tentativo di restaurazione provocò l’indignazione popolare con grandi manifestazioni di protesta organizzate in maniera spontanea a Mosca ed a Leningrado che scoraggiarono gli apparati militari dall’appoggiare il golpe.

In questa fase assolutamente confusa, in cui si sapeva poco o niente delle sorti di Gorbaciov (un’agenzia di stampa giapponese addirittura diffuse la notizia della sua morte), si stagliò in maniera assai netta e decisa la figura di Boris Eltsin. Il neo Presidente della Federazione Russa, denunciò apertamente il putsch e, dopo essere salito su un carro armato, si scagliò contro chi lo aveva ordito. Le immagini di Corvo Bianco che si impossessava di un carro armato e stringeva la mano ai militari, fecero ben presto il giro del mondo, diventando il simbolo di quei confusi e drammatici giorni. La prova di forza e l’autorevolezza con cui Eltsin si era saputo imporre, ne rafforzarono enormemente posizione e prestigio dal momento che era chiaro a tutti che sarebbe diventato lui l’interlocutore di riferimento del colosso eurasiatico, una volta dissolto il regime comunista sovietico.

Il KGB intanto si rifiutò di obbedire agli ordini dei rivoltosi che chiesero l’arresto di Eltsin, così come le forze armate spedite a Mosca decisero di schierarsi unanimemente dalla parte della popolazione. Il tentativo di putsch dunque fallì ed i golpisti furono costretti ad arrendersi. Fu così che il 21 agosto, dietro la protezione delle forze fedeli a Eltsin, Gorbaciov fece ritorno nella capitale. Le sorti del PCUS erano però ormai irrimediabilmente segnate: il 24 agosto Gorbaciov si dimise dal partito, che fu poi inibito nelle sue azioni in Russia da Eltsin il 6 novembre, attraverso il decreto n. 169. Decreto che seguì il 90 del  25 agosto con il quale furono nazionalizzate tutte le sue proprietà.

Nel mentre, le tre repubbliche baltiche presero la palla al balzo e dichiararono la propria secessione dall’URSS. A dare il definitivo colpo di grazia a quel che rimaneva di un’unione ormai in stato agonizzante, ci pensò il referendum dell’1 dicembre con il quale il 90% degli ucraini decisero per l’indipendenza.

Una settimana dopo, i leader di Russia, Ucraina e Bielorussia firmarono l’Accordo di Belaveza con cui dichiararono dissolta l’Unione Sovietica, proclamando la nascita della CSI (Comunità degli Stati Indipendenti).

Il 12 dicembre la Federazione Russa proclamò la propria secessione ed il giorno di Natale alle ore 18, Mikhail Gorbaciov presentò le proprie dimissioni da Presidente dell’URSS, consegnando poteri ed archivio presidenziale sovietici al Presidente della Federazione Russa, Boris Eltsin.

Pochi minuti dopo, la bandiera sovietica con la falce ed il martello, venne ammainata e sostituita dal tricolore russo. Il 26 dicembre 1991, infine, anche il Soviet Supremo decretò la fine dell’Unione.

Iniziò in quel momento l’era di Eltsin che avrebbe accompagnato, non senza grosse difficoltà ed intoppi, la Russia nella delicata fase di trasformazione della propria economia da comunista e pianificatrice ad una maggiormente aperta al libero mercato.

I suoi tentativi di riforma non sempre sortirono gli effetti sperati perché corruzione, collasso economico e la spaventosa voragine dei conti pubblici stavano infliggendo durissimi colpi alla credibilità internazionale del gigante eurasiatico. Che era ormai stata ridotta ai minimi termini, quando avrebbe poi fatto la sua comparsa sulla scena politica russa e non solo, l’attuale Presidente della Federazione Russa Vladimir Putin cui fu affidato il ruolo presidenziale dal dimissionario Eltsin, il 31/12/1999.

Francesco Montanino




La crisi dell’Europa e i nuovi scenari geopolitici

Europa dei PopoliGli imminenti referendum per l’indipendenza della Scozia e della Catalogna e la probabile spaccatura del Belgio daranno probabilmente il colpo di grazia all’Europa dei tecnocrati e delle banche.

I commentatori televisivi inviati in tutte le trasmissioni da una casta politica che continua impunemente ad abusare della credulità popolare, tendono sempre a sottolineare che è stata costruita un’Europa “economica”, ma non un’Europa “politica”. E lo ripetono ormai incessantemente come un mantra, nel tentativo di giustificare i fallimenti della politica “lacrime e sangue” e del rigore a tutti i costi che i tecnocrati, anche di casa nostra, hanno realizzato.

L’osservazione di certi commentatori è vera fino a un certo punto, perché sempre di politica si tratta, ed è in primis la politica, con il suo asservimento alla cupola massonico-bancaria e con la rinuncia a prescindere del suo primato rispetto alle logiche della finanza internazionale, ad aver determinato la catastrofe ed il fallimento del vigente modello di “Europa”.

Come hanno bene evidenziato autorevoli personaggi quali Marco Della Luna e Nino Galloni, il partito trasversale degli euro-fanatici, che dagli anni ’70 e ’80 era già al lavoro per distruggere la nostra industria e la nostra economia (e che in Italia vedeva quali alfieri Carlo Azeglio Ciampi, Beniamino Andreatta e, dietro le quinte, Mario Monti) era ben consapevole che gli Americani non avrebbero visto favorevolmente la formazione di una sorta di Stati Uniti d’Europa. Gli USA hanno infatti sempre remato contro questa eventualità, poiché essa avrebbe destabilizzato il loro dominio militare sull’Europa Occidentale nel contesto della Guerra Fredda e li avrebbe danneggiati economicamente e geo-politicamente. E, di contro, gli Stati Uniti si sono sempre opposti alla destabilizzazione e allo smantellamento della nostra industria, non nascondendo di preferire un’Italia forte e competitiva per bilanciare lo strapotere della Francia e della Germania.

Consapevoli quindi del tacito veto di Washington ad una vera unione politica del continente, certi personaggi si sono orientati senza sosta all’edificazione di quel tentacolare mostro tecnocratico-bancario che oggi da Bruxelles e da Francoforte pretende di decidere la politica (non solo economica) degli Stati, stabilendo a tavolino chi possa o no andare in pensione, quali tagli all’occupazione praticare e quanti milioni di Europei debbano scivolare nel baratro della fame e dell’indigenza.

Mentre la Commissione Europea ha candidamente ammesso il fallimento ed prossimo imminente collasso dell’Eurozona, dichiarando che i prossimi anni saranno inevitabilmente caratterizzati da aumento della disoccupazione, stagnazione economica e rivolte sociali, essa continua imperterrita la sua politica del rigore, perseguendo con scrupolo un’agenda che già da anni è stata scritta, con il solo obiettivo di ritardare il più possibile il collasso. Ma nuovi spettri adesso turbano i sogni dei tecnocrati, spettri che si stanno sempre più materializzando e che, a mio parere, accelereranno l’implosione del loro mostro tentacolare chiamato Unione Europea.

Mi sto riferendo agli imminenti referendum, fissati per il 18 Settembre e il 9 Novembre, con i quali milioni di cittadini saranno chiamati a esprimersi per l’indipendenza della Scozia e della Catalogna.

Riguardo alla Scozia, anche se gli attuali sondaggi danno gli indipendentisti in leggero svantaggio, il governo britannico dà già per scontata, nei corridoi di Westminster e di Downing Street, la secessione degli Highlanders. Tanto che il Ministero del Tesoro è già corso ai ripari, annunciando che, in caso di vittoria del sì, continuerà a garantire la totalità del debito del Regno Unito, per poi rinegoziare solo in seguito l’acquisto della parte competente alla nuova entità statale.

Come ha osservato Stefano Del Re su L’Espresso, la secessione scozzese da un’unione che dura da ben 306 anni potrebbe essere il segnale di una prossima deflagrazione “atomica” dell’Europa come la conosciamo. Soprattutto se teniamo conto che al referendum scozzese farà seguito, neanche due mesi dopo, quello catalano.

La Catalogna, insofferente da decenni alle politiche di Madrid, e caratterizzata da una propria lingua ed una propria tradizione culturale, è riuscita, non senza forti polemiche, a scavalcare il veto del governo centrale all’indizione del referendum. E qui i sondaggi ufficiali danno al momento una situazione di sostanziale parità. Ma saranno probabilmente le politiche economiche “lacrime e sangue” ed i tagli del Governo Rajoy a spingere tanti indecisi a pronunciarsi per il sì. E molti lo faranno non tanto per sincero spirito indipendentista, quanto per sfidare le politiche vessatorie di Bruxelles.

L’eventuale indipendenza di Scozia e Catalogna porrà alla casta tecnocratica che governa l’Europa tutta una serie di problemi tecnici, legali e giuridici che essa sa già di non essere in grado di affrontare e risolvere.

Può infatti l’Unione Europea accettare una secessione in uno Stato membro? Che cosa prevedono esattamente i trattati nel caso di una richiesta di adesione di un’entità secessionista? E chi l’ha detto che gli Stati secessionisti chiederanno per forza l’adesione al mostro tentacolare? Come coniugare le aspirazioni alla sovranità e all’indipendenza con il vigente ordine giuridico europeo?

A queste e a molte altre domande ha tentato di rispondere la prestigiosa rivista francese di relazioni internazionali Politique Étrangère, arrivando alla conclusione che nei testi redatti dai soloni di Bruxelles non è prevista la scissione di uno Stato membro e neanche l’automatica adesione all’Unione di un’entità territoriale che si scinda e dichiari la propria indipendenza. E inoltre, la Convenzione di Vienna del 22 Agosto 1978 sulla secessione degli Stati non risulterebbe applicabile, perché né Londra, né Madrid, né tantomeno Bruxelles l’hanno mai firmata e ratificata. Neanche i precedenti internazionali rispondono alla specificità dell’Unione Europea e il Diritto Comunitario accorda agli Stati attualmente membri un diritto di veto sull’adesione di qualsiasi entità secessionista.

Quella stessa Europa delle banche che tanto ha fatto per favorire lo smembramento della Jugoslavija per accaparrarsi le economie della Slovenia e della Croazia, provocando una sanguinosa guerra civile che si è protratta per anni, quella stessa Europa che si è poi resa complice della barbara aggressione della NATO nel 1999 contro la Serbia, decretandone lo smembramento territoriale con il riconoscimento dello stato fantoccio del Kosovo, oggi non sa che pesci prendere.

Si palesa infatti il caos, poiché ad una secessione di Scozia e Catalogna seguiranno inevitabilmente una spaccatura del Belgio in due entità statali, una fiamminga ed una vallone, e niente potrà più contenere o reprimere le legittime aspirazioni all’indipendenza dei Corsi e dei Baschi, una riunificazione dell’Iralanda con la sua parte Nord, fino ad arrivare ad una probabile annessione della Transnistria e della Moldavia in una “Grande Romania“. Eventualità, quest’ultima, che darebbe la stura al risveglio nella stessa Romania delle aspirazioni secessioniste degli Ungheresi della Transilvania e che provocherebbe una guerra civile nell’instabile Macedonia, dove l’etnia albanese è maggioritaria nelle regioni occidentali e tiene notoriamente le armi ben oliate sotto i letti e negli armadi.

Parallelamente al collasso dell’Eurozona, si palesa quindi un collasso anche politico dell’Unione Europea. Questo stato di caos provocherà inevitabilmente una fase di scontri cruenti e di lunghe guerre civili, delle quali quella che sta scoppiando in Ukraina è soltanto un preludio, con il risultato di ridisegnare buona parte della carta geografica del Vecchio Continente.

Da questo stato di caos potrà forse nascere una futura Europa dei Popoli non più vincolata alle logiche della cupola massonico-bancaria di Bruxelles, una nuova Europa che sostituirà quella fallimentare messa fino ad oggi in piedi dalle banche. Un’Europa fondata su nuovi equilibri e probabilmente più orientata verso Mosca che verso Berlino.

L’unica incognita è questa: come reagiranno gli Stati Uniti?

Nicola Bizzi

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