Prima di Halloween c’erano i riti, le leggende, i sapori e gli antichi usi delle nostre tradizioni

C’è qualcosa di profondamente curioso, e per certi versi anche desolante, nel vedere con quale entusiasmo abbiamo imparato a festeggiare Halloween. Ogni anno, allo scoccare della fine di ottobre, le vetrine si riempiono di zucche illuminate, scheletri, streghe e ragnatele finte mentre i bambini indossano costumi sempre più elaborati e percorrono le strade bussando alle porte con la consueta richiesta di «dolcetto o scherzetto». Supermercati, locali, centri commerciali e persino le scuole si adeguano, come se fosse sempre esistita anche da noi questa ricorrenza. Eppure, se ci fermassimo un momento a riflettere, scopriremmo che stiamo celebrando, con grande disinvoltura, una tradizione che non appartiene alla nostra storia popolare, mentre rischiamo di dimenticare quelle che per secoli hanno accompagnato la vita delle nostre comunità.

Sia chiaro che la mia non è una questione di esterofobia, né tantomeno una battaglia contro il divertimento dei bambini. È una questione di memoria, identità e consapevolezza culturale. Perché un popolo che smette di conoscere le proprie tradizioni finisce, prima o poi, per non riconoscersi più.

Per comprendere meglio ciò di cui stiamo parlando, vale la pena fare un piccolo passo indietro. Gli anglosassoni, dai quali ci è arrivata gran parte dell’immaginario moderno di Halloween, non sono originariamente un popolo unitario. La loro identità si formò a partire dal V secolo, quando Angli, Sassoni e Juti, provenienti rispettivamente dalle regioni settentrionali della Germania e dalla penisola danese, attraversarono il Mare del Nord e si insediarono in Britannia, dopo il ritiro delle legioni romane. L’isola era abitata da popolazioni britanno-romane di cultura e lingua celtica. Tra conflitti, migrazioni, convivenze e matrimoni misti, le nuove popolazioni germaniche finirono per integrarsi, almeno in parte, con quelle preesistenti, dando origine a una nuova identità culturale e linguistica. La genetica moderna ha confermato che non ci fu una semplice cancellazione della popolazione originaria. Infatti gli studi sul DNA antico hanno documentato importanti migrazioni dal continente, ma anche una significativa mescolanza, con differenze da una regione all’altra. È interessante ricordarlo perché proprio dall’incontro di queste culture, e soprattutto dalla tradizione celtica delle isole britanniche, proviene una parte importante delle radici storiche di Halloween.

La parola stessa racconta una storia. Halloween non nasce come nome di una festa americana, ma deriva dall’espressione scozzese All Hallows’ Eve, cioè la vigilia di Ognissanti. Hallow significa santo, mentre Eve indica la sera precedente a una ricorrenza. Attraverso successive contrazioni linguistiche, All Hallows’ Evening diventò All Hallows’ E’en e infine Halloween. Ma prima ancora che questa denominazione cristiana si affermasse, nelle terre celtiche esisteva Samhain, una celebrazione antica legata alla conclusione del raccolto e all’inizio della stagione oscura dell’anno. Era il passaggio dalla metà luminosa a quella buia, un momento simbolicamente sospeso nel quale, secondo le credenze popolari, il confine tra il mondo dei vivi e quello dei morti diventava più sottile. Si accendevano grandi fuochi rituali, si compivano gesti propiziatori e ci si mascherava per proteggersi dagli spiriti. Nei secoli successivi, con la cristianizzazione, queste consuetudini si intrecciarono con le celebrazioni di Ognissanti, il primo novembre, e della Commemorazione dei Defunti, il giorno seguente.

Difatti anche il mondo romano aveva conosciuto ricorrenze dedicate ai morti e al ciclo della natura, ma sarebbe riduttivo immaginare una discendenza lineare e dimostrata di tutte queste usanze da un unico rito antico.

Insomma, Halloween non è una festa nata dal nulla, né un’invenzione esclusivamente americana. Gli emigrati irlandesi e scozzesi portarono oltreoceano le proprie consuetudini nell’Ottocento. In America esse si trasformarono progressivamente, assumendo caratteristiche nuove come la zucca intagliata, che in origine era spesso una rapa o una barbabietola, che divenne il simbolo per eccellenza della ricorrenza. Le questue di dolci e le mascherate si evolsero nella formula del trick-or-treat, il nostro «dolcetto o scherzetto». È dunque una storia di contaminazioni, trasformazioni e adattamenti culturali. Nulla di scandaloso, naturalmente. Le culture si sono sempre incontrate e influenzate. Il problema, semmai, nasce quando una tradizione proveniente da un’altra parte del mondo viene accolta e promossa con tale forza da oscurare quelle che già esistevano nel luogo in cui arriva.

Ed è esattamente ciò che è accaduto in Italia negli ultimi trent’anni. A partire dalla metà degli anni Novanta, attraverso il cinema, la televisione, i cartoni animati, la pubblicità e successivamente i social network, l’immaginario americano ha cominciato a entrare nelle case degli italiani. I bambini hanno imparato a riconoscere Halloween prima ancora di conoscere il significato di Ognissanti. Negozi e supermercati hanno intuito immediatamente le potenzialità commerciali di una ricorrenza perfetta, ovvero una notte di festa, consumi e acquisti, seguita da un giorno festivo. Il mercato ha fatto il resto. Costumi, dolci, decorazioni, feste a tema, parchi divertimento e iniziative di ogni genere hanno trasformato una consuetudine straniera in un appuntamento che pare ormai irrinunciabile.

Ma dietro la diffusione commerciale si nasconde anche un fenomeno più sottile. La sostituzione culturale. Non è stato necessario proibire le nostre tradizioni, né cancellarle formalmente. È bastato renderle meno visibili, meno attraenti, meno presenti nella vita quotidiana. Una festa globale, confezionata in modo uniforme e sostenuta da una potentissima macchina commerciale e mediatica, ha progressivamente preso il posto di consuetudini locali che avevano il valore aggiunto di essere autenticamente nostre. E la cosa paradossale è che, in molti casi, le somiglianze tra le due tradizioni esistono davvero. Non abbiamo bisogno di importare una zucca illuminata per ricordare i defunti, perché anche nelle nostre campagne, molto prima dell’arrivo di Halloween, quand’ancora gli anglosassoni stavano appesi per la coda ad un albero, si intagliavano zucche e si accendevano lumini.

Basterebbe percorrere idealmente l’Italia, da Nord a Sud, per scoprire un patrimonio di usanze che meriterebbe ben altra attenzione. In Friuli, in Veneto e in Lombardia si preparavano le lumere, le suche baruche e le frisulis. Erano zucche svuotate e illuminate con una candela, collocate sui davanzali, lungo i sentieri o nei pressi dei cimiteri. Non erano semplici decorazioni, ma segni di una relazione antica con il mondo dei defunti. In Piemonte e in Valle d’Aosta si lasciava la tavola apparecchiata dopo la cena, talvolta con un posto in più, perché si credeva che le anime dei propri cari potessero tornare a fare visita alle case. In Liguria i bambini andavano di porta in porta chiedendo i ben dei morti, ricevendo dolci, castagne e frutta secca, mentre le campane suonavano per richiamare le anime.

Scendendo verso il Meridione, il rapporto con i defunti assumeva caratteristiche ancora più intime e familiari. In Sicilia, la notte tra il primo e il due novembre era attesa soprattutto dai bambini, ai quali si raccontava che i parenti scomparsi sarebbero tornati per lasciare dolci, giocattoli e piccoli doni nascosti per casa. Una tradizione bellissima, nella quale la morte non veniva trasformata in uno spettacolo dell’orrore, ma diventava occasione per mantenere vivo il legame affettivo con chi non c’era più. In Campania si preparava il torrone dei morti, mentre in Calabria si lasciavano pane, acqua e vino per accogliere simbolicamente le anime di ritorno. In Puglia, a Orsara di Puglia, sopravvive il suggestivo rito del Fucacoste e cocce priatorje, con grandi falò e zucche illuminate. In Sardegna, invece, i bambini partecipavano alla questua di Is Animeddas o Su Mortu Mortu, bussando alle porte per chiedere doni in suffragio delle anime dei defunti.

E poi ci sono i sapori, forse la testimonianza più concreta e resistente della nostra memoria popolare. Il Pane dei Morti lombardo, le Fave dei Morti venete e friulane, il torrone napoletano, la Frutta Martorana e i Pupi di zucchero siciliani, il grano cotto pugliese e lucano, preparato con mosto, melagrana, noci e altri ingredienti della tradizione. Ogni regione, talvolta ogni provincia, ha conservato una propria ricetta, un proprio nome, un proprio modo di ricordare. Non sono soltanto dolci. Sono frammenti di storia, gesti tramandati da generazioni, ricordi di nonni e bisnonni, di famiglie riunite intorno a una tavola. Sono il racconto di un’Italia che, pur nelle sue differenze, ha sempre saputo riconoscersi in una cultura comune.

Ecco, allora, le domande che dovremmo porci sono “Perché tutto questo ci interessa così poco? Perché siamo diventati tanto disponibili ad accogliere modelli culturali confezionati altrove e così distratti nei confronti del patrimonio che abbiamo sotto casa?”

Non si tratta di respingere Halloween, di vietare le feste o di impedire ai bambini di divertirsi. Sarebbe una battaglia sbagliata e probabilmente anche controproducente. Le tradizioni non si difendono imponendole, ma rendendole vive, interessanti e capaci di parlare alle nuove generazioni. E soprattutto non si difendono con la nostalgia, bensì con la conoscenza.

Mi rivolgo soprattutto ai genitori. Non vi sto chiedendo di tenere quest’anno i vostri figli a casa, impedendo loro di partecipare a una festa alla quale ormai tutti i compagni prendono parte. Non avrebbe senso emarginarli o trasformare una questione culturale in un motivo di esclusione. Vi chiedo, però, di fare qualcosa in più negli anni che verranno. Informatevi dai vostri vecchi e poi raccontate loro cosa accadeva nei vostri paesi, nelle vostre città, nelle case dei vostri nonni durante la notte dei morti. Portateli a conoscere le feste della vostra regione, preparate insieme un dolce tradizionale, accendete una piccola lumera, raccontate una storia di famiglia. Fate capire loro che esiste un mondo di usanze, riti, leggende e significati che non ha bisogno di essere importato per essere affascinante. Anzi, spesso è molto più interessante proprio perché appartiene alla loro storia.

Non vorrei che tra qualche generazione i nostri figli sapessero riconoscere una zucca di Halloween in ogni sua variante, ma non avessero mai sentito parlare delle Fave dei Morti, delle Animeddas o delle lumere venete. Non vorrei che conoscessero a memoria le formule di una festa americana e ignorassero le parole, i gesti e i racconti che hanno accompagnato per secoli le comunità nelle quali sono nati. Perché la cultura non è un vestito che si indossa una sera e si ripone il giorno dopo. È ciò che ci accompagna, spesso senza che ce ne accorgiamo, e che ci permette di sapere da dove veniamo.

Possiamo essere cittadini del mondo senza rinunciare a essere italiani. Possiamo apprezzare le culture degli altri senza dimenticare la nostra. Possiamo aprire le porte alle novità senza spalancare le finestre al punto da lasciar volare via tutto ciò che abbiamo ereditato. Non c’è alcuna contraddizione tra modernità e tradizione, tra curiosità e appartenenza, tra il desiderio di conoscere il mondo e l’orgoglio delle proprie radici. La vera apertura culturale, del resto, non consiste nel sostituire ciò che siamo con ciò che arriva da fuori, ma nel saper incontrare gli altri senza perdere noi stessi.

Perché una tradizione che non viene raccontata ai bambini è destinata a scomparire. E quando scompare, non perdiamo soltanto una festa, una ricetta o un’usanza, ma perdiamo un pezzo della nostra storia, un legame con chi ci ha preceduto e una parte di ciò che avremmo potuto lasciare a chi verrà dopo di noi.

Non lasciamo che i nostri figli ereditino un mondo pieno di feste da celebrare, ma senza più una storia da ricordare. Perché un popolo senza radici può anche sapere dove vuole andare, ma prima o poi dimenticherà chi è.

Giulio Maniscalco




Viaggio nell’Eixample: dove Barcellona s’inclina

La prima volta che mi sono perso lungo tempo nell’Eixample, ho avuto la sensazione di trovarmi dentro una città che qualcuno avesse tracciato con una squadra e una matita. Le strade procedevano dritte, regolari, ostinatamente uguali. Gli isolati si susseguivano con quella geometria ripetitiva che dopo qualche minuto fa perdere l’orientamento proprio perché sembra non esserci nulla che possa sorprendere. E poi compariva la Diagonal. La vedevo da lontano, mentre attraversavo il rigore ortogonale dell’Eixample, e mi sembrava una stortura, una linea obliqua infilata dentro una geometria che pareva non ammettere eccezioni. Poi entravo nella Diagonal e succedeva qualcosa di curioso. Non era più lei a sembrare storta ma l’Eixample, improvvisamente, a piegarsi intorno a me. E la strada che avevo considerato un’anomalia è diventata forse quella che più prediligevo di Barcellona.

È una sensazione che, col tempo, ho imparato ad associare a Ildefons Cerdà. Perché l’Eixample non è semplicemente un quartiere ma un’idea di città. E per comprenderla bisogna tornare a quando Barcellona, poco più di un secolo e mezzo fa, era ancora compressa dentro le sue mura medievali, cresciuta troppo per lo spazio che aveva a disposizione, soffocata dalla densità, dalla mancanza d’igiene, dall’assenza di aria e di verde.

Fuori dalle mura esistevano già altri mondi. Gràcia, Sants, Sant Martí, Les Corts, Sarrià, Sant Andreu, Horta erano borghi, paesi, campagne e strade che appartenevano a una realtà diversa, ma che la crescita della città avrebbe inevitabilmente finito per incontrare.

Quando nel 1854 venne autorizzata la demolizione delle mura, si aprì una domanda destinata a cambiare per sempre Barcellona. Che cosa costruire al loro posto?

Nel 1859 il Comune bandì un concorso che venne vinto da Antoni Rovira i Trias con un progetto molto più vicino alla tradizione urbana del tempo. Una città organizzata attorno a un centro, con assi che si irradiavano verso la periferia.

Sembrava una soluzione naturale, quasi inevitabile.

Madrid impose invece un’altra visione. Avendo vissuto dieci anni a Barcellona, ho finito anch’io per adottare qualcosa di quello storico antagonismo catalano nei confronti della capitale spagnola. Ma, in questa vicenda, devo ammettere che per una volta la decisione presa dal governo centrale si rivelò lungimirante quando preferì il progetto di Cerdà a quello di Rovira risultato vincitore del concorso indetto dalla stessa Barcellona.

Ildefons Cerdà era un ingegnere, nato nel 1815 a Centelles, che aveva studiato a Barcellona e poi a Madrid, alla Scuola di Ingegneri di Caminos, Canales y Puertos. Aveva lavorato come tecnico dello Stato in diverse città spagnole prima di tornare stabilmente a Barcellona. Ma definirlo semplicemente ingegnere sarebbe riduttivo. Cerdà apparteneva a quella rara categoria di uomini che davanti a un problema concreto vanno oltre l’onorario e sentono il bisogno di comprenderne l’intera essenza.

Prima di disegnare la città, la misurò. Studiò il territorio, le pendenze, la popolazione, i flussi, le condizioni igieniche, la distribuzione dei servizi, la mobilità. Comprese che il problema non era soltanto dove mettere le case, ma come permettere alle persone di vivere, muoversi, respirare e incontrarsi. La sua intuizione più moderna fu come la città non dovesse essere soltanto la somma dei suoi edifici, ma una rete di relazioni.

Da qui nacque l’Eixample, l’Ampliamento. Una parola quasi modesta per un progetto che in realtà voleva ricomporre l’intero territorio di Barcellona. La sua trama ortogonale era costituita da isolati pressoché quadrati, le manzanas, con lati di circa 113 metri, e da strade generalmente larghe una ventina di metri. Agli angoli, Cerdà tagliò gli isolati con i celebri xamfrans, gli smussi a quarantacinque gradi. Non fu un vezzo estetico, ma una soluzione per migliorare la visibilità, la circolazione, l’aria e la luce.

Soprattutto immaginò una città meno compatta di quella che sarebbe diventata. Gli edifici avrebbero dovuto occupare soltanto una parte degli isolati, lasciando ampi spazi interni a giardini e verde. Non voleva soltanto costruire più città, voleva costruirla meglio. Un luogo nel quale le condizioni dell’abitare non dipendessero dal privilegio di trovarsi nel posto giusto, e dove servizi, mobilità, luce e aria fossero distribuiti con una certa equità.

Il progetto, però, non rimase intatto. La pressione immobiliare, la speculazione e le successive trasformazioni normative portarono progressivamente a costruire di più e a occupare anche gran parte degli spazi interni delle manzanas. Quello che vediamo oggi è dunque anche il risultato di una lunga contrattazione fra l’idea di Cerdà e la forza economica della città reale.

Eppure la sua griglia ha resistito. Anzi, si è dimostrata sorprendentemente capace di assorbire ciò che veniva dopo. I borghi preesistenti non scomparvero semplicemente dentro la nuova geometria ma conservarono in larga misura le proprie trame, le proprie strade, una parte della propria identità, mentre l’Eixample costruiva intorno a loro una nuova continuità urbana. La città medievale e quella industriale, i vecchi paesi e la nuova borghesia, il commercio e la residenza finirono così per diventare parti di uno stesso organismo.

E poi c’era la Diagonal. Oggi ci sembra quasi inevitabile, ma dentro la regolarità della griglia quell’arteria è una dichiarazione di libertà. Attraversa l’Eixample obliquamente, lo interrompe, lo orienta, gli dà profondità. È come se Cerdà avesse capito che anche una città rigorosa ha bisogno di una linea capace di contraddirla. Camminandoci dentro ho finito per capire che non era la Diagonal a deformare l’Eixample, ma era l’Eixample che, grazie alla Diagonal, acquistava una dimensione nuova. E con lei le altre due grandi oblique l’Avinguda Meridiana e il Paral·lel.

Cerdà arrivò persino a dare un nome scientifico a ciò che stava facendo. Nel 1867 pubblicò la Teoría General de la Urbanización, uno dei primi tentativi di trasformare l’urbanistica in una disciplina organica, fondata non soltanto sulla geometria, ma anche sull’economia, sulla statistica, sull’igiene, sulla società e sulla mobilità. Aveva intuito che progettare una città significava progettare una forma di vita.

Morì nel 1876, lontano da Barcellona e in condizioni economiche difficili, senza vedere fino in fondo ciò che il suo progetto sarebbe diventato. Non poteva sapere che, qualche decennio più tardi, dentro quella sua ordinata successione di isolati sarebbero esplose le forme visionarie di Gaudí, Domènech i Montaner, Puig i Cadafalch e del Modernisme. Né poteva immaginare che milioni di persone attraversano tutt’oggi quelle strade senza sapere quasi nulla di lui.

Forse è questo il destino più curioso dei grandi urbanisti che quando hanno avuto ragione, diventano invisibili.

Oggi camminando nell’Eixample si continua a vedere quella geometria ostinata, le facciate che cambiano, i balconi, i negozi, gli alberi, il traffico, le persone che vanno e vengono. Ma so che sotto questa apparente normalità c’è una delle più ambiziose invenzioni urbane dell’Europa moderna. Cerdà non aveva disegnato la Barcellona del suo tempo. Aveva disegnato una città capace di cambiare, di accogliere il nuovo senza cancellare completamente ciò che esisteva prima.

E forse è proprio per questo che quando entravo nella Diagonal e mi sembrava per un istante che fosse tutta Barcellona a inclinarsi intorno a me, pensavo che quella vecchia “stortura” fosse in realtà la prova più evidente che Ildefons Cerdà aveva visto giusto. Aveva capito che una città perfetta non deve essere immobile. Deve sempre saper sorprendere.

Giulio Maniscalco




Il dito di Colombo: il viaggio che cambiò la Storia e una città

Bisogna ammetterlo, il 12 ottobre, tra le tante, è la festa più strana che ricordi di Barcellona. Forse perché arrivava in quel periodo sospeso in cui l’estate non se n’è ancora andata del tutto, forse perché, da italiano, facevo fatica a riconoscermi in una festa nazionale spagnola così particolare che riguarda un altro italiano. E avevo la netta sensazione che non piacesse neppure così tanto agli stessi catalani, fatto salvo che era un giorno di festa. E quello sì che gli piaceva. Il 12 ottobre è la Fiesta Nacional de España, la festa nazionale spagnola, mentre Día de la Hispanidad è la denominazione con la quale continua comunemente a essere identificata.

La data richiama quel giorno del 1492 nel quale la spedizione di Cristoforo Colombo raggiunse un’isola dei Caraibi, tradizionalmente identificata con San Salvador. Dopo oltre due mesi di navigazione tre imbarcazioni erano finalmente approdate in terre che il Navigatore non poteva ancora sapere quanto avrebbero cambiato la storia.

E qui vorrei accennare brevemente alle famose “caravelle” che mi avevano appassionato fin dalle scuole elementari. Sono piccole curiosità interessanti che aggiungono qualcosa al nostro sapere, spesso semplificato dalla retorica dei libri di storia.

In realtà la Santa María non era una caravella ma una caracca e fungeva da nave ammiraglia essendo la più grande delle tre. Il suo vero nome era La Gallega, perché era stata costruita in Galizia. Si incagliò ed affondò la notte di Natale del 1492 sulle coste di Haiti e i suoi legnami furono usati per erigere il primo fortino europeo delle Indie, chiamato La Navidad.

La Pinta era invece una vera e propria caravella, veloce e manovrabile, famosa per la sua velocità. Dalla sua coffa il marinaio Rodrigo de Triana fu la primo a veder comparire la terraferma del Nuovo Mondo alle due del mattino del 12 ottobre.

La Niña era una caravella agile e leggera il cui vero nome era Santa Clara, in onore di Santa Chiara, mentre Niña era un soprannome originato dal cognome del proprietario, Juan Niño. Pare che fosse molto amata da Colombo per le sue doti nautiche, e partecipò a molte altre spedizioni prima di scomparire nel nulla durante un viaggio verso il Venezuela.

Colombo era convinto di essere arrivato nelle Indie e gli abitanti che incontrò da quel momento sarebbero stati per questo motivo chiamati indios.

La Storia, però, aveva appena cominciato a cambiare.

E Barcellona, pochi mesi dopo, sarebbe diventata uno dei luoghi principali in cui quella trasformazione avrebbe preso forma.

Colombo era rientrato nella penisola iberica nella primavera del 1493 mentre i Re Cattolici, Ferdinando d’Aragona e Isabella di Castiglia, si trovavano a Barcellona. Il Navigatore venne convocato per raccontare personalmente ai sovrani la spedizione, per mostrare ciò che aveva riportato con sé, e per fare in modo che quella scoperta potesse diventare qualcosa di ancora più grande.

La scena nell’immaginario collettivo è quella di Colombo ricevuto solennemente dai sovrani, con oggetti esotici, animali e alcuni indigeni al seguito. Ma, come spesso accade, quando la storia si fa leggenda, i dettagli si sono rimescolati nella memoria.

Anche il luogo dell’incontro non è del tutto certo. La tradizione barcellonese lo colloca nel Saló del Tinell, il grande salone gotico del Palau Reial Major, ambientazione perfetta per immaginare Colombo davanti ai sovrani mentre racconta di isole lontanissime. Molto probabilmente, invece, s’incontrarono nel monastero di Sant Jeroni de la Murtra, alle porte della città, dove i Re Cattolici stavano soggiornando.

La cosa curiosa è come entrambe le versioni continuino a vivere nella memoria della città. Sappiamo che l’incontro avvenne, sappiamo che ebbe conseguenze enormi, ma non possiamo ancora mettere con assoluta certezza una puntina sulla mappa nel punto esatto in cui tutto ciò accadde.

Quel di cui abbiamo certezza è che da quel momento la faccenda cambiò scala. Venne organizzato rapidamente un secondo viaggio più imponente, trasformando la spedizione esplorativa in un progetto politico e coloniale. Barcellona ebbe un ruolo ancora più curioso dato che proprio qui, nell’aprile del 1493, venne stampata una delle prime edizioni della lettera con cui Colombo annunciava le terre appena raggiunte. Prima ancora di diventare monumento, dunque, Colombo fu a Barcellona una notizia. Il mare aveva portato la storia in città e una tipografia la stava già spedendo verso il resto d’Europa.

I catalani lo chiamano Cristòfor Colom, e lui, a Barcellona, è una presenza impossibile da evitare. Non tanto perché sia legato alla città per nascita o per lunga permanenza, ma perché la città ha scelto di trasformare il suo rapporto con lui in una delle sue immagini più potenti.

Basta scendere lungo la Rambla fino al Port Vell e guardare in alto.

Dove la città finisce e comincia il mare c’è Colombo che alza il braccio verso l’orizzonte.

Il Monument a Colom fu inaugurato nel 1888, durante l’Esposizione Universale, quasi quattrocento anni dopo il viaggio. È alto circa sessanta metri e racchiude nella colonna un ascensore che porta fino al piccolo mirador superiore. Immagino come la vista da lassù potesse essere una delle attrazioni più sorprendenti della Barcellona ottocentesca, avendo sotto la Rambla, davanti il porto e alle spalle una città che proprio allora stava imparando a mostrarsi al mondo.

Anche il monumento racconta più il 1888 che il 1492. Alla base ci sono leoni, allegorie, rilievi e personaggi legati alla spedizione e alle corone di Castiglia e Aragona. È quasi una grande enciclopedia scolpita, costruita in un’epoca in cui Colombo era ancora soprattutto l’eroe dell’esplorazione e il simbolo di un mondo che si allargava sempre più.

Oggi guardiamo a quel tempo con occhi diversi, consapevoli che dietro quella scoperta ci furono anche conquista, violenza e colonizzazione. E vale la pena ricordare anche una questione di linguaggio che potrebbe sembrare secondaria, ma non lo è affatto. Per molti dei popoli originari del Messico, del Centro e del Sudamerica, essere chiamati indios è considerato offensivo e intollerabile, perché quel termine nasce proprio dall’errore geografico di Colombo e dalla successiva visione europea delle popolazioni incontrate.

La statua rimane lì, a ricordarci quanto possano cambiare le idee e le prospettive con cui una società decide di raccontare il proprio passato.

Il 12 ottobre, però, la capitale catalana vive la festività in modo diverso da Madrid, dove si svolge la grande cerimonia nazionale con la parata militare alla presenza del Re.

A Barcellona la ricorrenza ha soprattutto una dimensione civile, associativa e popolare, con manifestazioni, musica e gruppi folkloristici latinoamericani. Ed è proprio questa la mescolanza che ricordo meglio, una festa spagnola piena di America in una città catalana che con la Spagna ha sempre avuto un rapporto tutt’altro che semplice.

Poi c’è il particolare che a Barcellona ha finito inevitabilmente per diventare una barzelletta geografica. Colom indica la direzione sbagliata. L’America si trova esattamente alle sue spalle, verso ovest. Da lassù il navigatore indica il mare verso le Baleari, con la sicurezza di chi sa perfettamente dove sta andando, quando in realtà il suo dito punta dalla parte opposta rispetto alle terre che aveva raggiunto.

Una di quelle ironie involontarie che Barcellona sembra coltivare con particolare affetto.

Quando, nelle mie passeggiate, scendendo da Gràcia fino al Port Vell, sbucavo verso la fine della Rambla, ritrovandomi a passare sotto quella colonna, ogni volta mi faceva sorridere quel nostro famoso connazionale, Cristòfor Colom, immobile lassù da più di un secolo, con l’aria ispirata e il braccio alzato a indicare ostinatamente la direzione sbagliata.

Però, alla fine, penso che vada bene così. Se avesse indicato davvero la direzione dell’America, avrebbe dovuto puntato il dito verso le montagne e si sarebbe passato un altro secolo a discutere del perché.  

Almeno così indicava il suo elemento. Il mare. E, per uno che aveva passato tutta la vita a trovare una via dietro l’orizzonte, forse è proprio quella l’unica direzione giusta.

Giulio Maniscalco




La libertà è nelle parole

In un’epoca che semplifica tutto, comprendere è diventato un esercizio di libertà. Viviamo in un’epoca che ha fatto dell’accessibilità la propria grande promessa. Tutto deve essere immediato, comprensibile, a portata di mano. Ciò che un tempo richiedeva tempo e fatica oggi ci raggiunge in pochi secondi già confezionato in una forma che non chiede altro che essere consumata. Eppure, mentre il mondo diventa più accessibile, qualcosa dentro di noi rischia di farsi più piccolo.

È una delle contraddizioni più inquietanti del nostro tempo. Abbiamo strumenti straordinari per conoscere e comunicare, ma col rischio di perdere quelli interiori che ci permettono di farlo davvero. Dopo decenni di crescita del quoziente intellettivo medio nei Paesi sviluppati, il cosiddetto “effetto Flynn“, alcune ricerche segnalano possibili inversioni di tendenza. Non è ancora un verdetto, ma è un campanello d’allarme che merita ascolto, giacché riguarda proprio la nostra capacità di pensare.

Al centro di questo allarme c’è il rapporto sempre più fragile con il linguaggio. Non solo usiamo meno parole, ma stiamo rischiando di perdere la capacità di “abitarle”, di attraversarne le sfumature e di servircene per costruire pensieri. Il linguaggio non è un involucro del pensiero, ma la sua vera materia fondante. È quello spazio in cui un’intuizione prende forma, dove un dubbio si fa domanda e un’ipotesi osa finalmente immaginarsi.

Pensare è distinguere nel confronto di ciò che è con ciò che potrebbe essere, interrogando il presente e mettendolo in relazione con il passato e il futuro. Ma come costruire un’ipotesi se perdiamo il condizionale? Senza i futuri, come possiamo provare a immaginare un domani? Quando la lingua si restringe al tempo dell’istante, anche il pensiero perde profondità e capacità di attesa. Si reagisce prima di comprendere, si giudica prima di ascoltare fino in fondo, si risponde prima ancora di aver concesso il tempo di formulare una domanda.

L'”adesso” diventa tutto ciò che esiste, e un essere umano incapace di legare i tempi della propria esperienza finisce per vivere non nel presente, ma in una successione di presenti scollegati. Le parole, però, non servono solo a pensare. Servono a “sentire”, o meglio, a riconoscere ciò che sentiamo. Dare un nome a un’emozione significa già sottrarla, in parte, alla sua indistinta potenza. Insomma, la tristezza non è la malinconia, la frustrazione non è la rabbia, la paura non è l’ansia. Ogni parola introduce una distinzione, e ogni distinzione ci restituisce un frammento di consapevole controllo.

Quando il vocabolario emotivo si impoverisce, ciò che proviamo resta informe, e ciò che non sappiamo nominare diventa più difficile da comprendere, condividere e governare. Non trovando una via nelle parole, l’emozione n cerca quella dei gesti. Ed è qui che l’incapacità di esprimersi si fa frustrazione, aggressività e conflitto, perché il linguaggio è una delle prime forme di civiltà interiore, quella che permette all’impulso di incontrare la riflessione prima di farsi comportamento.

Una persona capace di dire «sono arrabbiato perché mi sono sentito escluso» ha già compiuto un passo diverso da chi manifesta soltanto rabbia. È in questo spazio fra l’emozione e l’azione che si trova una parte essenziale della nostra Libertà individuale. Eppure tutto intorno a noi sta correndo nella direzione opposta. Comunicazione compressa, punteggiatura sacrificata alla velocità, concetti ridotti a formule usa e getta. Trattiamo la complessità come un difetto del messaggio dimenticando come sia invece una caratteristica della realtà. Eliminando la complessità dal linguaggio ci stiamo sottraendo solo gli strumenti per comprenderla, ma non la eliminiamo dal mondo giacché il mondo rimane comunque complesso.

Pertanto una semplificazione è una conquista solo se chiarisce, ma diventa un costo insostenibile quando impoverisce. Rinunciare alle sfumature significa rinunciare alla precisione. E la rinuncia alla precisione significa, prima o poi, non riuscire più a pensare ciò che non sappiamo più dire. Questo non è un elogio dell’immobilità linguistica. Le lingue cambiano come organismi vivi, attraversate da generazioni e da tecnologie. Ma evolvere non significa semplificare. L’evoluzione aggiunge, contamina e moltiplica. L’impoverimento immiserisce e basta.

Ed è qui che la questione linguistica diventa questione di Libertà. Perché la Libertà non è solo poter fare ciò che desideriamo, ma comprendere ciò che facciamo, immaginare alternative e riconoscere possibilità diverse da quella che abbiamo immediatamente davanti. Sta racchiusa in tre parole semplicissime “avrei potuto”, “potrei” e “potrò”. Passato, possibilità e futuro sono i tre varchi attraverso cui l’essere umano si sottrae alla tirannia del puro istante. Senza questa capacità di immaginare, la Libertà si riduce a un movimento senza direzione.

Anche le relazioni umane vivono di questa fragilità. Comunicare non è trasferire informazioni ma costruire significati condivisi che hanno bisogno di parole precise. Quando il linguaggio si fa povero o ambiguo, i fraintendimenti crescono, le intenzioni si deformano. Molti conflitti nascono non da ciò che è accaduto, ma da come viene raccontato e molto più spesso da ciò che non siamo riusciti a dire a chi ci sta a fianco.

Il problema, dunque, non è solo linguistico ma anche culturale, psicologico e politico. Una comunità che perde una lingua ricca perde anche parte della propria capacità di pensarsi, discutere, criticarsi, trasformarsi e tentare di praticare l’utopia della democrazia.

Non è un caso che i regimi totalitari abbiano sempre coltivato il controllo del linguaggio perché ridurre le parole restringe il campo dei pensieri possibili. Ciò che non si può nominare diventa più difficile da concepire, in modo che anche l’azione si spenga. Una società democratica, al contrario, non necessita che tutti la pensino allo stesso modo. Ha bisogno di persone diversamente orientate che possano ancora comprendersi abbastanza da discutere. Persino il dissenso di una opposizione ha bisogno di precisione linguistica, perché quando questa viene meno, rischia di trasformarsi rapidamente in cieca appartenenza, contrapposizione e slogan vuoti.

Ma la risposta non può essere la nostalgia. Deve essere sforzo e fatica. Tornando a leggere ciò che richiede attenzione. Accettando una frase lunga quando è necessaria. Scrivendo non solo per essere compresi, ma per possedere meglio ciò che abbiamo dentro. È certamente faticoso, ma è proprio in quello sforzo che cerchiamo di evitare che si gioca tutto. È necessario non dimenticare che alcune delle nostre conquiste più importanti sono invece nate proprio dalla capacità di sostenerlo. A costo della vita stessa. Solo così si allenano sia pensiero che Libertà.

Educare alla ricchezza delle parole significa educare alla consapevolezza, fornendo gli strumenti per attraversare un mondo complesso senza doverlo comprimere in formule rassicuranti. Significa capire che la vera chiarezza non nasce dalla povertà del linguaggio, ma dalla sua precisione. Ed è qui che dovremmo fermarci, davanti alla tentazione di abbreviare tutto, di tradurre concetti e azioni in una selva di acronimi, di sostituire una bella parola italiana densa di significato con un anglicismo solo perché sembra più rapido o moderno.

Non ci sarebbe nulla di male nell’accogliere parole nuove per realtà nuove. Il problema nasce quando la parola diventa un modo per “evitare” il concetto. Perché una lingua non è solo ciò con cui diciamo le cose ma una delle forme attraverso cui comunichiamo cosa siamo ancora capaci di immaginare. Ogni vocabolo in più è una possibilità in più. Ogni sfumatura conquistata apre uno spazio. In un tempo che ci spinge a semplificare tutto, scegliere di abitare la complessità non è un esercizio sterile. È un atto di responsabilità verso noi stessi e verso gli altri.

Perché la Libertà non ci viene consegnata già pronta, con un pulsante da premere. La Libertà si costruisce con fatica. E, prima ancora di essere una condizione politica o sociale, comincia spesso da una cosa apparentemente molto semplice. Possedere abbastanza parole per poter scegliere, pensare e dire chi siamo.

Giulio Maniscalco




Les corts catalanes: quando il re ebbe bisogno dei suoi sudditi

Nel Parc de la Ciutadella, tra padiglioni, alberi, laghetti e il movimento distratto di turisti e barcellonesi, c’è un edificio che racconta una storia molto più antica delle sue pietre. È il Parlamento della Catalogna, insediato nell’antico arsenale della Ciutadella borbonica, costruita dopo la caduta di Barcellona del 1714. Un luogo istituzionale, apparentemente tranquillo, che però porta con sé una memoria politica lunga quasi otto secoli.

Se la sede è relativamente giovane, le sue prerogative, invece, affondano le radici nel Medioevo.

E qui, lo confesso, la Storia comincia a diventare per me una faccenda piuttosto personale. Più ricerco e studio, più mi accorgo di quanto spesso ciò che abbiamo imparato a scuola ci sia stato raccontato attraverso la lente della propaganda dei vincitori, dalle istituzioni già compiute o da grandi gesti attribuiti alla lungimiranza di sovrani realmente inetti.

Prendiamo la Magna Charta. Tra i banchi ci viene presentata come una folgorazione della monarchia inglese, una sorta di improvvisa illuminazione che avrebbe condotto l’Europa verso la moderna democrazia. In realtà Giovanni Senza Terra, come non ricordarlo nel Robin Hood di Walt Disney, nel 1215 non venne repentinamente ispirato dall’amore per le libertà civili. Fu costretto a negoziare con una nobiltà ribelle, dopo anni di sconfitte militari, crisi finanziarie e conflitti politici. Pertanto la Magna Charta nacque da un rapporto di forza e fu necessario promulgarla per salvare la Corona.

Nello stesso periodo, in un’altra parte dell’Europa, circa 1200 km più a sud, accadeva qualcosa di apparentemente simile, ma in una dinamica differente.

In Catalogna il potere del re non era affatto assoluto. Anzi, per esercitarlo aveva bisogno di convincere, negoziare e soprattutto ottenere denaro.

Il protagonista è Jaume I el Conqueridor, Giacomo I d’Aragona detto il Conquistatore, che salito al trono giovanissimo nel 1213, sarebbe diventato uno dei grandi sovrani della storia catalana e aragonese. Molto amato ancor oggi da quelle parti.

Il suo progetto ambizioso era di espandere i domini della Corona d’Aragona nel Mediterraneo. Nel 1229 aveva conquistato Maiorca, negli anni successivi avrebbe preso Valencia.

Ma guerre, flotte, cavalieri e approvvigionamenti costano denaro. E il denaro, nel Medioevo, non si poteva semplicemente pretendere.

Il sovrano doveva trattare con nobiltà, clero e città. Da questo complesso equilibrio nacquero e si svilupparono les Corts Catalanes, le Corti Catalane, una delle più interessanti esperienze rappresentative dell’Europa medievale.

Non fu dunque un regalo del re ai suoi sudditi. Fu un compromesso.

Le Corti si formarono progressivamente nel corso del XIII secolo, evolvendo dalle precedenti assemblee catalane e soprattutto dalla tradizione della Pau i Treva de Déu, la Pace e Tregua di Dio, che aveva cercato di limitare la violenza della società feudale. Intorno al sovrano si riunirono i tre grandi bracci della società. Quello ecclesiastico, rappresentato da vescovi, abati e uomini della Chiesa. Quello militare, formato dalla nobiltà e dai cavalieri. E infine quello reale, nel quale sedevano i rappresentanti delle città e delle comunità direttamente sottoposte al sovrano.

Ed è proprio quest’ultimo elemento a rendere la vicenda particolarmente interessante.

Barcellona era ormai una grande città mercantile, affacciata sul Mediterraneo e sempre più consapevole della propria forza economica. I suoi mercanti avevano bisogno di strade sicure, porti efficienti, stabilità politica e libertà di commercio. La nobiltà, invece, rappresentava ancora il potente mondo feudale, con i suoi privilegi e le sue consuetudini. Giacomo I poteva quindi trovare nelle città un alleato naturale per contenere il peso dei grandi feudatari.

Il meccanismo era, in fondo, molto concreto. Il re chiedeva un contributo straordinario, il donatiu, necessario per finanziare una guerra o una spedizione e le Corti negoziavano in cambio leggi, privilegi, garanzie e limiti all’esercizio arbitrario del potere.

È il cuore di quello che sarebbe stato definito pactisme, il pattismo catalano. Il potere si costruisce attraverso un accordo condiviso.

La formula latina Quod omnes tangit ab omnibus approbari debet, “ciò che riguarda tutti deve essere approvato da tutti”, riassume bene lo spirito di questa tradizione. Non era democrazia nel senso moderno del termine. Sarebbe un errore storico sostenerlo. Ma era certamente qualcosa di importante nella storia dell’idea europea di rappresentanza. Il sovrano non governava semplicemente sopra la società ma doveva, almeno in determinate materie, negoziare con essa.

Le Corti acquisirono progressivamente anche una funzione legislativa. Le cosiddette Costituzioni venivano promulgate congiuntamente dal re e dagli stamenti, e il loro valore superava quello di un semplice ordine personale del sovrano. In questo sistema il diritto diventava quindi anche il risultato di una negoziazione politica.

Poi, nel XIV secolo, avvenne un passaggio destinato a lasciare un’impronta ancora più profonda.

Nel 1359, durante le Corti di Cervera, venne istituita una deputazione permanente incaricata di amministrare e riscuotere i tributi concessi al sovrano tra una sessione e l’altra delle Corti. Era la Diputació del General, destinata a diventare la Generalitat, la regione. Il primo presidente fu il vescovo Berenguer de Cruïlles, figura ecclesiastica e politica che inaugurò una delle istituzioni più longeve della storia catalana.

La Generalitat, dunque, non nacque originariamente come governo regionale nel significato contemporaneo. Nacque come strumento fiscale e amministrativo delle Corti. Ma proprio questa origine rivela qualcosa di essenziale. Controllare le risorse significava anche esercitare potere.

Per secoli questo equilibrio tra Corona e istituzioni del Principato funzionò attraverso una continua contrattazione. Poi arrivò la Guerra di Successione Spagnola e tutto cambiò.

L’11 settembre 1714 Barcellona cadde dopo un lungo assedio. Filippo V di Borbone impose i Decreti di Nueva Planta, che abolirono le istituzioni politiche catalane e inserirono il territorio in un sistema più centralizzato, modellato sulla struttura amministrativa della monarchia borbonica.

La vecchia architettura istituzionale venne smontata. La memoria, invece, rimase. E rimane.

E forse non è un caso che Barcellona abbia come spina dorsale la Gran Via de les Corts Catalanes. Lunga circa tredici chilometri è una delle grandi arterie della città, quasi una linea tracciata sulla mappa per ricordare che quelle Corti non appartengono soltanto ai libri di storia. È la strada più lunga della Catalogna, la seconda strada più lunga della Spagna e possiede il primato del numero civico più alto della nazione, arrivando fino al numero 1198. Ma c’è anche il barri de Les Corts. Jaume I continua a comparire nella città attraverso statue, monumenti e raffigurazioni, compresa quella che lo ricorda sulla facciata dell’Ajuntament, il grande palazzo del Comune.

È curioso come una città possa conservare la propria storia senza necessariamente doverla spiegare. Basta camminare.

Si può partire dalla Ciutadella, dove oggi il Parlamento della Catalogna occupa l’antico arsenale militare costruito dopo la sconfitta del 1714. Poi attraversare lentamente la città, seguire una strada chiamata Corts Catalanes, fermarsi davanti alla figura di Jaume I sull’Ajuntament e provare a immaginare quel re giovane, impegnato a raccogliere uomini e denaro per conquistare il Mediterraneo.

A quel punto diventa difficile continuare a pensare alla Storia solamente come a una successione di date.

La Storia comincia a camminare accanto a noi.

Ed è forse anche questo un buon modo per conoscere Barcellona. Non limitarsi a visitarla, ma attraversarla come si attraversano le pagine di un libro. Perché sotto i nostri passi, spesso invisibile, continua a vivere il lungo negoziato fra chi comandava e chi, per permettergli di comandare, pretendeva qualcosa in cambio. Un patto, appunto.

E meditando su questa metropoli, mi piace pensare che il suo insegnamento più affascinante è come la Storia non sia soltanto ciò che è accaduto ma ciò che continua a raccontare ogni volta che decidiamo di fermarci ad ascoltarla.

E allora Barcellona smette per un momento di essere soltanto una città da visitare e diventa un luogo da leggere, passo dopo passo.

Giulio Maniscalco




LA CITTÀ CHE VIVE NEI LIBRI

La Barcellona di Carlos Ruiz Zafón

Carlos Ruiz Zafón

Quando dal Veneto sbarcai a Barcellona non potevo immaginare quanto quella città sarebbe entrata profondamente nella mia vita. In quel momento mi stavo lasciando alle spalle un lungo matrimonio. Ed ero rimasto anche tenacemente imprigionato all’interno di un vissuto che da molto tempo sentivo
non essermi più confacente. C’era pertanto la necessità vitale di ricominciare, e di allontanarmi dalla provincia nella quale avevo abitato, per trovare una diversa nuova dimensione, più grande, più aperta, più viva. Londra, Parigi, Berlino e New York mi attiravano, ma per quanto eccezionali avevano qualcosa di troppo distante da me.
Cercavo sì una metropoli, ma non la volevo “fredda”. Essendo nato sulla costa romagnola, avevo bisogno del mare, della luce, di un clima mite e soprattutto di persone ospitali, capaci di stare al mondo con profonda leggerezza. Perciò Barcellona fu praticamente una scelta scontata. Ma dietro quella decisione
non c’era soltanto la voglia di Mediterraneo. Nel Natale del 2001 qualcuno mi aveva regalato L’ombra del vento. Mi appassionai a quel romanzo e, pagina dopo pagina, quasi senza accorgermene, cominciai a percorrere le strade di una Barcellona che ancora non avevo mai visto.

Quelle pagine mi avevano consegnato una città che non conoscevo. La pioggia sui marciapiedi, vicoli in penombra, librerie misteriose, palazzi silenziosi, amori impossibili e soprattutto la sensazione che dietro ogni porta potesse nascondersi qualcosa.

Carlos Ruiz Zafón, nato a Barcellona nel 1964, era riuscito nell’impresa straordinaria di farmi desiderare un luogo prima ancora di averlo conosciuto. Quando mi trasferii davvero, cominciai a cercare quella Barcellona. E fu allora che accadde qualcosa di curioso. Scoprii che, dietro la fantasia di Zafón, esistevano strade vere, piazze vere, locali veri, palazzi che potevo raggiungere a piedi. Così il romanzo smise di essere soltanto un libro e diventò una sorta di mappa. Ho vissuto, lavorato e girovagato proprio in alcune delle zone raccontate nei suoi romanzi. Ho seguito strade e numeri civici, sono entrato nei locali, ho mangiato nelle vecchie osterie, ho bevuto cioccolata e mi sono perso nelle stesse strade percorse dai suoi protagonisti. In qualche modo, anche attraverso Zafón, Barcellona è diventata parte integrante del
mio essere.

Lui conosceva profondamente questa metropoli. Da ragazzo aveva abitato nei pressi della Sagrada Família, assorbendo fin dall’infanzia l’universo del Modernismo. Poi nel 1994 si era trasferito a Los Angeles, lavorando soprattutto come sceneggiatore. Eppure non smise mai di tornare, con la scrittura, al luogo in cui era nato. Non era interessato alla Barcellona moderna e scintillante degli ultimi decenni del
Novecento. Cercava quella ottocentesca e modernista, industriale e borghese, elegante e decadente, attraversata dalle tensioni sociali, poi devastata dalla Guerra Civile e dalla dittatura franchista. Una metropoli capace di essere luminosa e tenebrosa al tempo stesso.

Da questa visione ricca di contrasti nacque il Cimitero dei Libri Dimenticati, il grande ciclo composto da L’ombra del vento, Il gioco dell’angelo, Il prigioniero del cielo e Il labirinto degli spiriti. Quattro romanzi collegati da personaggi, libri, amori e segreti, capaci di attraversare quasi quarant’anni di storia. Al centro c’è il Cimitero dei Libri Dimenticati, una biblioteca segreta e labirintica dove vengono custoditi i volumi
destinati a scomparire. Nel 1945 Daniel Sempere vi entra accompagnato dal padre e sceglie un libro, L’ombra del vento, scritto da Julián Carax. Quella scelta apparentemente casuale lo trascinerà dentro una vicenda che attraversa generazioni e che, inevitabilmente, ritorna sempre alle stesse strade, i carrer, della capitale catalana.

Il primo itinerario conduce dalla Rambla verso il Raval. È prima dell’alba quando Daniel e suo padre si incamminano verso l’ignoto. Poco dopo compare carrer de l’Arc del Teatre, uno dei luoghi più evocativi dell’intera saga. Il Cimitero non esiste, naturalmente, è una delle grandi invenzioni di Zafón. Eppure, collocato in quel dedalo di vicoli e muri antichi del Raval, sembra assolutamente possibile. È questa una delle magie della sua scrittura. L’invenzione non cancella la realtà, la rende più misteriosa. In carrer de Santa Anna troviamo invece la libreria “Sempere & Figli”, anch’essa immaginaria ma inserita in una strada autentica, a pochi passi dalla Rambla e da Plaça Catalunya. È il cuore affettivo della storia, il luogo dei Sempere, dei libri e del rapporto fra Daniel e suo padre. Da lì il percorso si allarga verso Plaça Reial, dove vive Gustavo Barceló, il raffinato libraio antiquario che entra nella vicenda di Carax, e dove si intrecciano alcuni dei primi incontri decisivi di Daniel, Clara Barceló e Fermín Romero de Torres, destinato a diventare il suo straordinario compagno di avventure.

Poi ci sono i luoghi in cui la letteratura incontra la vita quotidiana. Carrer de Petritxol, con La Pallaresa e le sue cioccolate calde. Carrer de Montsió e Els Quatre Gats, il mitico locale modernista frequentato dagli artisti della Barcellona di inizio Novecento. Zafón amava quei dettagli perché fanno respirare le sue pagine. Accanto ai misteri ci sono tavolini, caffè, pasticcerie, conversazioni, odori e abitudini.

La grande avventura passa attraverso le piccole cose.
Arriva Plaça de Sant Felip Neri, raccolta e quasi invisibile dietro la Catedral. Le pareti della chiesa portano ancora i segni delle esplosioni della Guerra Civile. Qui la storia vera irrompe nella finzione con una forza particolare. Le pietre conservano le ferite di un conflitto che Carlos trasforma in atmosfera, inquietudine e destino. Ma la sua geografia non si ferma alla Ciutat Vella. Anzi, salendo verso le colline, il paesaggio cambia completamente. Entrano in scena Sarrià, la Bonanova, Pedralbes, Vallvidrera e soprattutto l’Avinguda del Tibidabo al n° 32. Qui si trova uno degli scenari più affascinanti della saga, Villa Aldaya, la dimora legata alla famiglia di Penélope Aldaya e alla tragica storia d’amore con Julián Carax. Le grandi ville della zona alta rappresentano il volto borghese e aristocratico di quella stessa società che, più in
basso, troviamo invischiata nei vicoli del Raval. È una contrapposizione quasi cinematografica. Da una parte la libreria Sempere, piccola, popolare, aperta sulla strad,; dall’altra le grandi dimore, i giardini e i cancelli dell’Avinguda del Tibidabo. Scendendo verso il porto o salendo verso la collina, Zafón riesce a raccontare anche le differenze sociali, le ambizioni, i privilegi e le solitudini di una società profondamente stratificata.

Con Il gioco dell’angelo, ambientato nella Barcellona degli anni Venti, la prospettiva si allarga ancora. David Martín, scrittore tormentato, riceve una misteriosa commissione e precipita in una vicenda nella quale letteratura e ossessione finiscono per confondersi. Il prigioniero del cielo riporta invece Daniel e Fermín nel 1957, mentre Il labirinto degli spiriti conduce la storia nella Spagna del dopoguerra e dentro gli apparati oscuri del regime franchista. La Via Laietana, il Montjuïc, le prigioni e i luoghi della repressione diventano così parte dello stesso grande affresco.

Sul fondo rimangono i grandi simboli architettonici come la Sagrada Família, il Palau de la Música Catalana, l’Hospital de Sant Pau, il Passeig de Gràcia, le opere di Gaudí, Domènech i Montaner e Puig i Cadafalch. Ma Zafón non li tratta mai come monumenti da cartolina. Li usa come scenografie dell’anima, facendoli convivere con vicoli, locali, librerie, ville, cimiteri e palazzi decadenti.
E forse è proprio questo il segreto del suo successo. Daniel Sempere, Fermín Romero de Torres, Clara Barceló, Gustavo Barceló, Julián Carax, Penélope Aldaya, David Martín e Alicia Gris sono personaggi inventati, eppure quando percorrevo quelle strade avevo quasi l’impressione che fossero passati davvero lì, poco distanti. La loro Barcellona è diventata più forte della distinzione fra realtà e finzione.

Dopo aver letto Zafón, una strada non è più soltanto una strada. Un portone può diventare l’ingresso di una casa misteriosa, una libreria può custodire una vita, una villa sulla collina può nascondere un amore proibito e una piazza segnata dalle bombe può raccontare, senza parole, la tragedia di un’intera generazione. Forse è per questo che, quando penso a lui, non penso soltanto a uno scrittore che ha ambientato i suoi romanzi a Barcellona. Penso a un uomo che ha preso la propria città, l’ha attraversata con lo sguardo di chi ne conosceva le luci e le ombre, e l’ha consegnata alla letteratura trasformandola in qualcosa di irripetibile.

Carlos Ruiz Zafón è morto a Los Angeles nel 2020, a soli cinquantacinque anni. Avevo cullato l’illusione di poter diventare un suo buon conoscente o, ancor meglio, un amico. Ma il Fato, nella sua incomprensibile logica, aveva in serbo piani diversi. Eppure il suo ultimo grande viaggio lui l’aveva già compiuto. Quattro romanzi per attraversare decenni, generazioni e destini, fino a chiudere il cerchio del Cimitero dei
Libri Dimenticati. Io, invece, quel viaggio l’ho fatto camminando mille volte in quegli stessi luoghi. Oggi, ogni volta che torno con la mente a quelle strade, ho la sensazione che Carlos non abbia semplicemente scritto una storia ambientata a Barcellona ma abbia lasciato una storia dentro Barcellona che la città stessa, ancora oggi, continua a raccontare a chi volesse ascoltarla. Perché dopo aver letto quei romanzi, quando si percorre Barcellona, non si vedono più soltanto le sue strade. Io vedo le storie che vi sono rimaste nascoste, e ho capito come il vero Cimitero dei Libri Dimenticati non sia sotto la città, ma sia la città stessa che sta aspettando qualcuno capace di tornare a raccontarla.

Giulio Maniscalco