Valentin Jur’evič Katasonov: La questione della ricchezza non è solo economica ma è morale, culturale e politica

Valentin Jur’evič Katasonov (Валентин Катасонов) è un noto economista, pubblicista, dottore in scienze economiche e professore russo. È ampiamente conosciuto per i suoi articoli e libri di taglio critico dedicati al sistema finanziario mondiale, alla globalizzazione e a teorie economiche di carattere cospirazionista. La questione della ricchezza non è solo economica: è morale, culturale e politica. Il Nuovo Testamento, in particolare, offre ripetuti ammonimenti sul rapporto fra ricchezza e responsabilità; la parabola del ricco stolto, letta domenica scorsa nelle chiese secondo il Vangelo di Luca, rimane un esempio fulgido. Il contadino che, colto da un raccolto eccezionale, ristruttura i granai e festeggia pensando a lunghi anni di agiatezza, viene brutalmente smentito dalla morte improvvisa.

Il messaggio è netto: la ricchezza può diventare pericolosa, e l’unica ricchezza autentica è quella «in Dio». L’apostolo Paolo ammonisce similmente quando definisce l’amore per il denaro «radice di tutti i mali», e lo stesso Salvatore dichiara: «Non potete servire Dio e Mammona».

Chi volesse ridurre questi ammonimenti a un linguaggio anacronistico rischierebbe di perdere il senso profondo. Leggendo i testi originali greci, si scopre che termini come «oikonomia» non sono estranei alla Scrittura: «oikonomia», gestione della casa, è alla radice di numerosi vocaboli (da oikos, casa) e consente di interpretare Cristo persino come «oikonomos», amministratore della casa. Le parabole del costruttore che edifica sulla sabbia o sulla roccia vengono dai Padri della Chiesa lette come ammonimenti contro le teorie fragili e i modelli economici effimeri — gli edifici concettuali costruiti su basi instabili crollano quando affrontano la prova dei fatti.

Valentin Jur’evič Katasonov (Валентин Катасонов)

Il rapporto fra teoria e pratica economica ha attraversato epoche diverse. Nei manuali sovietici del secolo scorso, la parola «ipotesi» era praticamente assente: l’economia veniva proposta come dottrina, priva di quel pluralismo critico che caratterizza oggi la disciplina; legispecifiche risultavano talvolta artefatte. Al contrario, l’economia contemporanea mostra una proliferazione di ipotesi e modelli — una «cronofagia», per usare un’espressione metaforica: si discute molto, ma non sempre si costruisce conoscenza solida. John Kenneth Galbraith ha denunciato con ironia questa tendenza nella sua opera critica sull’illusione economica.

Il linguaggio stesso del capitalismo è ricco di sinonimi e metafore: «mammonismo», per esempio, ricorre in autori come Max Weber e Werner Sombart, e in pensatori come Nikolaj Berdjaev. La riflessione sul denaro e sull’usura ha avuto anche esiti politici e controversi: la brochure di Gottfried Feder, «Manifesto per la distruzione del servaggio degli interessi», fu opera significativa negli anni Venti in Germania e influenzò inizialmente figure come il giovane Adolf Hitler, prima che le strade divergessero radicalmente. Feder sosteneva che la ricchezza permette il dominio sugli oggetti — terra, immobili, oro — ed è la più elementare forma di potere.

Da qui si innalza una gerarchia della potenza: il primo livello è il dominio sul mondo materiale; il secondo è il potere sui corpi — la capacità di disporre della forza lavoro o della vita altrui; il terzo e più elevato è il potere sulle anime. Il capitalismo, secondo Marx, incorpora già elementi di questo dominio, essendo definito come una forma di «schiavitù salariata». Ma raggiungere il controllo delle coscienze è la forma più ambita e più pericolosa di potere.

George Orwell, nel suo 1984, ha illustrato con estrema chiarezza questa dinamica: il Grande Fratello e la cerchia interna del Partito dominano il mondo materiale e i corpi, ma mirano a conformare anche i pensieri. Nella scena delle torture, O’Brien dichiara esplicitamente che il fine non è la morte immediata, ma la resa dell’anima: prima trasformare in un fedele ortodosso, poi eliminare. Il controllo delle idee e delle convinzioni è quindi la posta più alta.

Questa lettura invita a guardare alla traiettoria del capitalismo globale con preoccupazione. Alcuni osservatori, come Lyndon LaRouche, hanno sostenuto che il capitalismo, al culmine della sua espansione, è destinato a mutare radicalmente, spesso in forme più predatorie. LaRouche, figura atipica e controversa della politica americana, ha proposto diagnosi sulla trasformazione del sistema economico globale e ha più volte usato le campagne elettorali per diffondere le sue idee. Per lui e per altri analisti, la dipendenza storica degli Stati Uniti dalla Gran Bretagna — pioniere del capitalismo maturo — ha plasmato dinamiche destinabili a degenerare in un capitalismo «bestiale» nelle sue fasi terminali.

La domanda cruciale resta: il capitalismo classico può da solo raggiungere il dominio assoluto, cioè il controllo simultaneo della materia, dei corpi e delle anime? L’autore del ragionamento sostiene di no. Nel tratto finale verso il potere globale, il capitalismo «deve» trasformarsi — e quel travalicamento può manifestarsi come una fase più crudele e totalizzante del sistema. È una diagnosi severa che esorta a vigilanza culturale e politica.

Infine, il richiamo alle Scritture e ai classici non è un semplice esercizio erudito: serve a ricordare che le economie sono sempre anche ordinamenti umani, etici e simbolici. Chi pensa che la ricchezza sia neutra o solo strumentale ignora il rischio che essa si trasformi in potere che corrompe le relazioni sociali e scolpisce le coscienze. In un tempo in cui le tecnologie della comunicazione e del controllo aumentano la capacità di plasmare le idee, la difesa della libertà dell’anima — culturale, morale e politica — assume un’urgenza che travalica i confini disciplinari.

Irina Socolva




Progetto ID2020: ci siamo già dentro

Il suo codice è ID 2020 e il suo scopo dichiarato è quello di portare all’identificazione digitale ogni essere umano del pianeta.

Sì è vero, sembra fantascienza, anche perché i media mainstream non ne fanno menzione, ma è una realtà già in fase di test su alcune persone.

Sul sito ufficiale del progetto,  leggiamo che si tratta di  una sorta di partnership pubblica-privata che vede il coinvolgimento dell’ONU, dei governi e dei soci fondatori che sono anche i suoi più attivi finanziatori. Tra questi ultimi ci sono nomi di grande spessore e fama internazionale, come ad esempio la Microsoft dell’onnipresente Bill Gates, la famiglia Rockefeller, la società GAVI – ex Alleanza Mondiale per Vaccini e Immunizzazione – (finanziata anche dalla fondazione di Bill Gates), e alcuni governi nazionali.

La cosiddetta ID Alliance ha lanciato un nuovo programma di identità digitale combinato ai vaccini al suo vertice annuale a New York lo scorso settembre, in collaborazione con il governo del Bangladesh e altri partner attivi nel mondo accademico e nel soccorso umanitario; progetto assai ambizioso, sostenuto con entusiasmo dalle Nazioni Unite.

Al momento attuale, il modo più fattibile per implementare l’identità digitale è via smartphone o, preferibilmente, tramite impianti di microchip RFIDRadio Frequency Identification (identificazione a radiofrequenza). 

Viene spontaneo chiedersi cosa possa mettere in correlazione l’immunizzazione con l’identità digitale.

Semplicemente, l’identità digitale oltre a racchiudere tutte le informazioni personali dei cittadini in un microchip sottocutaneo, allo stesso tempo consentirebbe di somministrare i vaccini, sempre sotto forma digitale.

Non si tratta di un ritrovato tecnologico avveniristico che diventerà realtà in futuro. Lo è già. Negli USA ad esempio, più precisamente nel Texas, la sperimentazione è già in atto e le cavie sono i senzatetto; ma anche nel Bangladesh la sperimentazione è attiva su persone già microchippate, tracciate e controllate attraverso una matrice di identificazione dati globale. 

In Svezia, paese molto aperto alle innovazioni tecnologiche, il chip addirittura è quasi una moda, e le persone che lo hanno innestato passano la propria mano sotto scanner e Pos per comprare beni e servizi, ma anche per salire sui mezzi pubblici e aprire le porte.

Difficile ipotizzare fino a che punto queste cavie umane abbiano capito la pericolosità che questa tecnologia spinta porta con sé, non solo per il controllo sulla propria vita, ma anche per il rischio di infezioni o reazioni immunitarie verso il corpo estraneo.

E’ notoriamente ovvio, tranne a pochi creduloni convinti della bontà d’animo di certi personaggi dal cuore d’oro, che quello dei vaccini è un grande business miliardario che garantisce ampi margini di rendimento, come da ammissione dello stesso Gates, che ne ha guadagnato cifre esorbitanti. 

Recentemente il “filantropo” americano, ha parlato anche in merito all’attuale emergenza sanitaria da coronavirus, suggerendo di  “investire nella sorveglianza delle malattie, per arrivare ad includere un archivio digitale istantaneamente accessibile alle organizzazioni più rilevanti con la previsione di regole che impongano ai Paesi di condividere le loro informazioni“.

Ed ecco che appare cristallino il rapporto di connessione tra vaccini e identificazione digitale, che prende forma nel progetto ID 2020, finanziato appunto dal buon Bill, che vedrebbe così aumentare enormemente il suo potere di controllo sull’intera popolazione mondiale.

Oltre al vistoso conflitto d’interesse, dobbiamo chiederci che fine farà la sacrosanta privacy dei cittadini, potenziali vittime di una vera e propria sorveglianza digitale di massa. Ovviamente ID 2020 viene presentato al pubblico indorato da una bella patina umanitaria, ma in realtà nasconde delle implicazioni inquietanti sia per i profitti dei soggetti coinvolti, che per le conseguenze sulla libertà personale. Libertà che consiste anche nello scegliere di non farsi chippare, vaccinare, tracciare a distanza… la libertà di gestire la nostra vita come preferiamo; libertà di fare, mangiare, bere, leggere, guardare ciò che vogliamo, di recarci dove preferiamo e senza che queste scelte influiscano sulla possibilità di avere una vita sociale normale e in armonia con gli altri.

Il microchip consentirebbe infatti a chi gestisce l’archivio digitale di tracciare i movimenti di chiunque; se diventasse obbligatorio, con la scusa di “tutelare la salute”, il Grande Fratello in scala planetaria potrebbe tranquillamente controllare le persone da remoto, sapendo in tempo reale dove si trovano e cosa stanno facendo, e depotenziando di conseguenza i possibili soggetti non allineati, resi di fatto impossibilitati ex lege a partecipare attivamente alla società. 

Personalmente non sono affatto credente, ma lo scenario che si prospetta in questo caso è davvero molto simile all’Apocalisse di Giovanni: “Faceva sì che tutti, piccoli e grandi, ricchi e poveri, liberi e schiavi ricevessero un marchio sulla mano destra e sulla fronte; e che nessuno potesse comprare o vendere senza avere tale marchio, cioè il nome della bestia o il numero del suo nome. Qui sta la sapienza. Chi ha intelligenza calcoli il numero della bestia: essa rappresenta un nome d’uomo. E tal cifra è seicentosessantasei.”

Una piccola curiosità a questo proposito: la “cifra della bestia” è anche il numero scelto da Bill Gates per un altro dei suoi piani per il bene dell’umanità, la criptovaluta globale – brevetto 060606, che interagisce direttamente col corpo umano tramite onde cerebrali e calore corporeo… mi fermo qui, ma non posso fare a meno di pensare che, al confronto di William Henry Gates III, gli spesso citati George Orwell e Aldous Huxley erano solo dilettanti.

Eva Bergamo