Il Ministero della Salute italiano sottoscrive l’appello dell’Europa al “Nutriscore”: incompetenza o malafede?

Walter Ricciardi, il non-virologo consulente del Ministero della Salute, tifoso sfegatato dei lockdown a lungo termine, conosciuto soprattutto per la smentita dell’OMS verso il suo millantato impiego presso l’Ente stesso, stavolta l’ha fatta veramente fuori dal vasino, spendendosi a favore del “Nutriscore“, il sistema di etichettatura degli alimenti che prevede le colorazioni “a semaforo” proposto dalla Francia e supportato, manco a dirlo, da Bruxelles ma fortemente osteggiato da alcuni paesi, Italia in primis.

Qualche giorno fa, l’igienista più famoso della tivvù, ha ben pensato di siglare, insieme ad alcuni scienziati europei, un appello all’utilizzo del Nutriscore che piace tanto ai mangialumache d’oltralpe, ma di fatto bolla le eccellenze agroalimentari italiane come “cibi nocivi per la salute”, creando forti danni economici, oltre che d’immagine, e mettendo in pericolo le esportazioni dei prodotti tipici del belpaese.

Ciò che non è chiaro è se il tapino abbia effettivamente capito ciò che andava a firmare, e sarebbe molto grave, o se invece ne fosse stato all’oscuro, credendo magari di rilasciare un semplice autografo a qualche suo (improbabile) fan; e ciò sarebbe ancora peggio, visto il ruolo che occupa.

Il sistema informativo ideato dall’Università di Parigi avrebbe (ma non ha) lo scopo di tutelare il consumatore, aiutandolo a scegliere alimenti più salutari tramite bollini colorati stampati sulla confezione di ogni prodotto. In pratica l’etichetta a semaforo indica i singoli valori nutrizionali per 100 g di alimento, con una scala di cinque colori che vanno dal rosso al verde e a cui corrispondono le prime cinque lettere dell’alfabeto, in cui la A di colore verde scuro è la scelta migliore e la E rossa la peggiore, passando per la B, C e D.

Le associazioni di categoria sono insorte contro la “bravata” di Ricciardi, chiedendo al Governo Draghi la doverosa chiarezza sulla posizione assunta dall’Italia visto che il tema è particolarmente delicato, soprattutto in questo difficile periodo in cui le chiusure hanno purtroppo decretato la fine di molte attività.

Secondo Coldiretti questo sistema penalizza fortemente la dieta mediterranea e la maggior parte dei prodotti Made in Italy a denominazione di origine (Doc/Igp),  come ad esempio l’olio di oliva, in favore di prodotti con ingredienti di sintesi e a basso costo, spacciati ingannevolmente per più salutari.

Così si esprimono i rappresentanti dell’associazione: “È inaccettabile considerare per tutela del consumatore un sistema fuorviante, discriminatorio ed incompleto che invece di informarlo cerca di orientarlo verso cibi spazzatura con edulcoranti al posto dello zucchero, sfavorendo elisir di lunga vita da secoli presenti sulle nostre tavole. In un momento difficile per l’economia dobbiamo portare sul mercato il valore aggiunto della trasparenza, estendendo l’obbligo di indicare in etichetta il Paese d’origine di tutti gli alimenti, e combattere così la concorrenza sleale alle produzioni d’eccellenza dei nostri territori“. Parole assolutamente condivisibili, tanto più che teoricamente la tanto esaltata Unione Europea dovrebbe tutelare senza indugi i prodotti della terra, ricchi di nutrienti naturali e sani, che il clima italiano permette di coltivare ed offrire al mondo intero. 

Lo stesso Ministro dell’Agricoltura italiano, Stefano Patuanelli, è fortemente schierato contro il sistema Nutriscore da lui definito come “assolutamente inconcepibile, immotivato e ingiustificabile“, dichiarando qualche giorno fa che non possiamo permetterci che un sistema di etichettatura che si limita a mettere un bollino su un alimento senza far capire l’importanza di scelte alimentari equilibrate distrugga il sistema alimentare italiano“. Per il Ministro la questione è puramente politica e la sua intenzione è di dare battaglia in Consiglio Europeo per ribadire la posizione italiana, assolutamente contraria all’etichetta a semaforo. “La cruda realtà – insiste Patuanelliè che le esportazioni italiane coprono mercati che fanno gola ad altri e vuol essere utilizzato il sistema Nutriscore per portare via quella parte di grande capacità del nostro paese di esportare prodotti con alto valore aggiunto a favore di chi invece non ha accesso a quei mercati. E pur di colpirle – ha concluso – si è pronti a colpire la dieta mediterranea, riconosciuta Patrimonio immateriale dell’umanità dall’Unesco“.

A rinforzare la parole del Ministro, e quindi la posizione del Governo, si aggiunge il Sottosegretario alle Politiche Agricole, Francesco Battistoni, che spiega come il nostro paese sia orientato verso il “sistema a batteria”, la NutrInform Battery, che non valuta i singoli cibi, ma la loro incidenza nell’alimentazione giornaliera.

Chiarita la posizione ufficiale del paese, alcuni parlamentari in Commissione Agricoltura alla Camera, hanno chiesto di fare immediatamente chiarezza sulla posizione di Ricciardi e in caso fosse confermata la sua firma sul documento francese, che fosse o meno nel pieno delle proprie facoltà mentali, le sue dimissioni. Nel malaugurato caso non fosse consapevole di ciò che fatto, ci permettiamo di aggiungere che sarebbe opportuno un suo lockdown personale a lungo termine, onde evitare che causi ulteriori complicazioni al paese.

Eva Bergamo




Come la UE uccide il Made in Italy

Questo discorso può venire esteso a molti settori, come ad esempio il tessile, il calzaturiero, il tecnologico, ma stavolta vorrei soffermarmi sull’alimentazione, visto che è strettamente Made-in-Italy o made-in-Chinacollegata alla salute di noi tutti.

Per deformazione professionale, ma anche curiosità personale, mi piace girare tra gli scaffali della grande distribuzione per verificare le etichette dei prodotti tipici del nostro Paese. Sono rimasta parecchio infastidita in particolare da un paio di alimenti base delle famosa ed apprezzata dieta mediterranea, la pasta e l’olio extra vergine di oliva.

etichette fasulleEntrambi sono parte importante delle eccellenze Made in Italy, prodotti in varie zone del Belpaese da artigiani esperti del settore; i quali ci mettono impegno e passione per offrire al consumatore alimenti di notevole qualità, tutelati dalle normative, apprezzati ed esportati in tutto il Mondo… almeno in teoria…

La maggior parte delle etichette ci dice purtroppo il contrario; anche se in caratteri minuscoli, davvero difficili da leggere, si scopre che:

  1. A) Per quanto riguarda la pasta di grano duro, che in bella mostra e con caratteri enormi riporta la dicitura “prodotta in Italia“, ispezionando poi la confezione, si nota la minuscola La UE e il grano duro estero con cui ci stanno avvelenandoscritta “con grano proveniente da Paesi UE ed extra UE“.

Molto di questo “grano estero” proviene dal Canada e costa meno rispetto a quello prodotto qui, nonostante le spese di trasporto. Peccato si tratti di una materia prima di scarto, contaminata da micotossine molto dannose, che per Legge i canadesi non possono utilizzare neppure come mangime per animali, e che svendono a noi pur di liberarsene, evitando così i costi di smaltimento.

Grano canadese tossicoQuesto avviene già dal 2006, grazie alla UE , che ha alzato i livelli di micotossine consentite nel grano duro; motivo per cui ciò che in Canada viene considerato rifiuto tossico, viene esportato in Europa, quindi miscelato con quello locale, soprattutto nel Sud Italia, ed utilizzato per produrre pasta e prodotti da forno.

Le conseguenze?  Pessime, per l’economia e per la salute.grano-tossico nocivo alla salute

A livello economico, purtroppo si hanno sempre meno terreni adibiti alle coltivazioni nel nostro Paese, con conseguenti perdite finanziarie ed occupazionali.

A livello sanitario, stiamo assistendo ad un aumento della patologie autoimmuni e di tipo infiammatorio del tratto gastro-intestinale, tra cui la dibattuta gluten sensitivity, la sensibilità al glutine, che mima i sintomi delle celiachia, ma che non viene considerata tale dal Servizio Sanitario Nazionale. In questo caso il problema non nasce dalla proteina in sé (come avviene invece nella celiachia, dove compare un’intolleranza), LA NOSTRA SALUTE A RISCHIO quello che non ti dicono sul CETA l'accordo UE - Canadama deriva proprio da una micotossina, denominata DON (deossinivalenolo), che altera le funzioni della parete intestinale.

  1. B) Discorso analogo per l’olio extravergine di oliva, che rappresenta(va) uno dei punti di forza del nostro sistema economico-produttivo e la cui qualità è sempre stata eccellente, tanto da meritare in alcuni casi le denominazioni DOP e IGP.insieme di bottiglie con olio extravergine di oliva

Al supermercato l’etichettatura degli oli di fascia media e bassa è praticamente uniforme e riporta la dicitura “prodotto con materie prime e semilavorati di provenienza UE ed extra UE“. Sì, anche in questo caso la UE ci mette lo zampino, aumentando la quantità importabile sia di materia prima che di prodotto finito, da Paesi esteri, in particolare dalla Tunisia, a scapito dei nostri uliveti e dei lavoratori locali.

EU HR Federica Mogherini meets President of TunisiaLa produzione di olio italiano negli ultimi anni subisce un brusco arresto, sia grazie al caso fake della Xylella, che grazie all’irrazionale provvedimento che porta la firma, manco a dirlo, di Federica Mogherini.

L’Alto Rapp… eccetera eccetera (nome altisonante che rappresenta il nulla), ha infatti nel 2015 proposto ed ottenuto a larga maggioranza in sede UE, un aumento di tonnellate di olio tunisino importato in Europa a dazio zero per il 2016 e il 2017.

Specifichiamo per completezza che l’olio tunisino presenta una qualità nettamente inferiore a quello italiano, e quindi ci chiediamo, anzi lo Olio tunisino che distrugge il made in Italychiediamo alla Mogherini, il perché di questa iniziativa suicida.

Coincidenza strana, uno dei maggiori produttori è proprio l’allora Primo Ministro della Tunisia, Habib Essid, che casualmente era pure Direttore Esecutivo del Consiglio Oleicolo Internazionale… ma non vogliamo pensar male, vero?

In ogni caso, se siamo alla ricerca di un buon extra vergine dobbiamo passare alle bottiglie situate nella fascia di prezzo più alta, e cercare l’etichetta che riporta “prodotto in Italia a partire da materie prime 100% italiane”.

Olio sofisticato sequestrato dai carabinieriPertanto, il consumatore accorto si deve munire di: portafoglio ben fornito, lente d’ingrandimento, tempo da perdere, ma soprattutto tanta pazienza (anche per reprimere eventuali impulsi al turpiloquio).

Volendo, possiamo discutere allo stesso modo della provenienza dei pomodori utilizzati per i condimenti, che arrivano soprattutto dalla Cina, sono molto spesso contaminati da sostanze tossiche, e vengono poi miscelati a quelli nostrani nelle salse pronte; ma anche di pesci, carni e altro ancora, tanto che a pensarci verrebbe quasi voglia di darsi al digiuno…

L’unica difesa del consumatore, al momento, è solo  una lettura attenta delle etichette, verificando pertanto che sia dichiarata la provenienza falso-made-in-italy che costa al paese 4 miliardi di euroitaliana delle materie prime, che un produttore serio ha tutto l’interesse ad evidenziare.

Certo è che, se estendiamo questo tipo di ricerca a tutto ciò che mettiamo nel carrello, forse dopo aver perso mezza giornata avremo fatto una spesa decente.

Caffè MafiozzoComprenderanno pertanto i politicanti-burocrati della tanto decantata Unione Europea, se noi cittadini non ci uniamo ai “loro” festeggiamenti per il 60esimo anniversario di questa baraccata, ma siamo troppo impegnati a controllare ogni singolo ingrediente di ciò che mettiamo quotidianamente nei nostri piatti!

Eva Bergamo




BARILLA: LA PASTA ITALIANA CHE PIACE IN RUSSIA

MoscaLuca Barilla, vicepresidente dell’omonima azienda parmense, parla del successo della pasta “made in Italy” in Russia, dove hanno investito con grande pasta-barilla-pennesuccesso 15 milioni di euro, tanto da spingere adirittura la stessa azienda ad ampliare la sua capacità produttiva.

La pasta – racconta  Luca Barilla in una intervista rilasciata all’agenzia di stampa Askanewsè un prodotto di altissima qualità e italianità, però noi italiani siamo un pò matti nel senso che abbiamo dei patrimoni meravigliosi e non sappiamo valorizzarli, li denigriamo. In Italia pensiamo in termini di dieta. Se voglio perdere due chili per prima cosa penso di dover eliminare la pasta ma non c’è nulla di più sbagliato“.

luca_barilla-vicepresidente-della-barillaI consumi di pasta nel nostro Paese, complici le diete low carb e l’impennata delle intolleranze, sono fermi anzi addirittura arretrano un pò, nonostante a livello pro-capite se ne mangino 24 chili all’anno. Fuori dai confini nazionali la situazione è molto diversa: “All’estero ci sono Paesi con tassi positivi come in Russia, Stati Uniti. Ma anche in Europa. In Francia e Germania le nostre vendite stanno andando molto bene perché la gente si sta globalizzando, si sta aprendo rispetto alle proprie tradizioni culinarie e sta scoprendo la pasta“.%d0%bc%d0%b0%d0%ba%d0%b0%d1%80%d0%be%d0%bd%d0%bd%d1%8b%d0%b5-%d0%b8%d0%b7%d0%b4%d0%b5%d0%bb%d0%b8%d1%8f-barilla

Ed è proprio la Russia il mercato dove da due anni a questa parte Barilla sta scommettendo con successo: “Noi abbiamo fatto un investimento molto importante (da 15 milioni di euro, ndr) in Russia, con qualche timore come ogni volta che si fa un investimento importante. Noi avevamo delle speranze ma la Russia ci ha riservato una sorpresa molto positiva – racconta Luca Barilla – va meglio di quanto i-fratelli-guido-luca-e-paolo-barillaimmaginavamo e lo stabilimento inaugurato un anno e mezzo fa si sta avvicinando alla saturazione degli impianti per cui molto presto dovremo inserire altre due linee di produzione perché la domanda di pasta Barilla in Russia sta crescendo tantissimo

Barilla nel 2016 punta a chiudere con una produzione locale di 27mila tonnellate, pari a 64 milioni di euro complessivi, in pratica il doppio rispetto alle 13.000 tonnellate che l’azienda esportava in Russia nel 2014 prima dell’apertura dello stabilimento.

Barbara Cassani

(fonte: agenzia Askanews)