Il dito di Colombo: il viaggio che cambiò la Storia e una città

Bisogna ammetterlo, il 12 ottobre, tra le tante, è la festa più strana che ricordi di Barcellona. Forse perché arrivava in quel periodo sospeso in cui l’estate non se n’è ancora andata del tutto, forse perché, da italiano, facevo fatica a riconoscermi in una festa nazionale spagnola così particolare che riguarda un altro italiano. E avevo la netta sensazione che non piacesse neppure così tanto agli stessi catalani, fatto salvo che era un giorno di festa. E quello sì che gli piaceva. Il 12 ottobre è la Fiesta Nacional de España, la festa nazionale spagnola, mentre Día de la Hispanidad è la denominazione con la quale continua comunemente a essere identificata.

La data richiama quel giorno del 1492 nel quale la spedizione di Cristoforo Colombo raggiunse un’isola dei Caraibi, tradizionalmente identificata con San Salvador. Dopo oltre due mesi di navigazione tre imbarcazioni erano finalmente approdate in terre che il Navigatore non poteva ancora sapere quanto avrebbero cambiato la storia.

E qui vorrei accennare brevemente alle famose “caravelle” che mi avevano appassionato fin dalle scuole elementari. Sono piccole curiosità interessanti che aggiungono qualcosa al nostro sapere, spesso semplificato dalla retorica dei libri di storia.

In realtà la Santa María non era una caravella ma una caracca e fungeva da nave ammiraglia essendo la più grande delle tre. Il suo vero nome era La Gallega, perché era stata costruita in Galizia. Si incagliò ed affondò la notte di Natale del 1492 sulle coste di Haiti e i suoi legnami furono usati per erigere il primo fortino europeo delle Indie, chiamato La Navidad.

La Pinta era invece una vera e propria caravella, veloce e manovrabile, famosa per la sua velocità. Dalla sua coffa il marinaio Rodrigo de Triana fu la primo a veder comparire la terraferma del Nuovo Mondo alle due del mattino del 12 ottobre.

La Niña era una caravella agile e leggera il cui vero nome era Santa Clara, in onore di Santa Chiara, mentre Niña era un soprannome originato dal cognome del proprietario, Juan Niño. Pare che fosse molto amata da Colombo per le sue doti nautiche, e partecipò a molte altre spedizioni prima di scomparire nel nulla durante un viaggio verso il Venezuela.

Colombo era convinto di essere arrivato nelle Indie e gli abitanti che incontrò da quel momento sarebbero stati per questo motivo chiamati indios.

La Storia, però, aveva appena cominciato a cambiare.

E Barcellona, pochi mesi dopo, sarebbe diventata uno dei luoghi principali in cui quella trasformazione avrebbe preso forma.

Colombo era rientrato nella penisola iberica nella primavera del 1493 mentre i Re Cattolici, Ferdinando d’Aragona e Isabella di Castiglia, si trovavano a Barcellona. Il Navigatore venne convocato per raccontare personalmente ai sovrani la spedizione, per mostrare ciò che aveva riportato con sé, e per fare in modo che quella scoperta potesse diventare qualcosa di ancora più grande.

La scena nell’immaginario collettivo è quella di Colombo ricevuto solennemente dai sovrani, con oggetti esotici, animali e alcuni indigeni al seguito. Ma, come spesso accade, quando la storia si fa leggenda, i dettagli si sono rimescolati nella memoria.

Anche il luogo dell’incontro non è del tutto certo. La tradizione barcellonese lo colloca nel Saló del Tinell, il grande salone gotico del Palau Reial Major, ambientazione perfetta per immaginare Colombo davanti ai sovrani mentre racconta di isole lontanissime. Molto probabilmente, invece, s’incontrarono nel monastero di Sant Jeroni de la Murtra, alle porte della città, dove i Re Cattolici stavano soggiornando.

La cosa curiosa è come entrambe le versioni continuino a vivere nella memoria della città. Sappiamo che l’incontro avvenne, sappiamo che ebbe conseguenze enormi, ma non possiamo ancora mettere con assoluta certezza una puntina sulla mappa nel punto esatto in cui tutto ciò accadde.

Quel di cui abbiamo certezza è che da quel momento la faccenda cambiò scala. Venne organizzato rapidamente un secondo viaggio più imponente, trasformando la spedizione esplorativa in un progetto politico e coloniale. Barcellona ebbe un ruolo ancora più curioso dato che proprio qui, nell’aprile del 1493, venne stampata una delle prime edizioni della lettera con cui Colombo annunciava le terre appena raggiunte. Prima ancora di diventare monumento, dunque, Colombo fu a Barcellona una notizia. Il mare aveva portato la storia in città e una tipografia la stava già spedendo verso il resto d’Europa.

I catalani lo chiamano Cristòfor Colom, e lui, a Barcellona, è una presenza impossibile da evitare. Non tanto perché sia legato alla città per nascita o per lunga permanenza, ma perché la città ha scelto di trasformare il suo rapporto con lui in una delle sue immagini più potenti.

Basta scendere lungo la Rambla fino al Port Vell e guardare in alto.

Dove la città finisce e comincia il mare c’è Colombo che alza il braccio verso l’orizzonte.

Il Monument a Colom fu inaugurato nel 1888, durante l’Esposizione Universale, quasi quattrocento anni dopo il viaggio. È alto circa sessanta metri e racchiude nella colonna un ascensore che porta fino al piccolo mirador superiore. Immagino come la vista da lassù potesse essere una delle attrazioni più sorprendenti della Barcellona ottocentesca, avendo sotto la Rambla, davanti il porto e alle spalle una città che proprio allora stava imparando a mostrarsi al mondo.

Anche il monumento racconta più il 1888 che il 1492. Alla base ci sono leoni, allegorie, rilievi e personaggi legati alla spedizione e alle corone di Castiglia e Aragona. È quasi una grande enciclopedia scolpita, costruita in un’epoca in cui Colombo era ancora soprattutto l’eroe dell’esplorazione e il simbolo di un mondo che si allargava sempre più.

Oggi guardiamo a quel tempo con occhi diversi, consapevoli che dietro quella scoperta ci furono anche conquista, violenza e colonizzazione. E vale la pena ricordare anche una questione di linguaggio che potrebbe sembrare secondaria, ma non lo è affatto. Per molti dei popoli originari del Messico, del Centro e del Sudamerica, essere chiamati indios è considerato offensivo e intollerabile, perché quel termine nasce proprio dall’errore geografico di Colombo e dalla successiva visione europea delle popolazioni incontrate.

La statua rimane lì, a ricordarci quanto possano cambiare le idee e le prospettive con cui una società decide di raccontare il proprio passato.

Il 12 ottobre, però, la capitale catalana vive la festività in modo diverso da Madrid, dove si svolge la grande cerimonia nazionale con la parata militare alla presenza del Re.

A Barcellona la ricorrenza ha soprattutto una dimensione civile, associativa e popolare, con manifestazioni, musica e gruppi folkloristici latinoamericani. Ed è proprio questa la mescolanza che ricordo meglio, una festa spagnola piena di America in una città catalana che con la Spagna ha sempre avuto un rapporto tutt’altro che semplice.

Poi c’è il particolare che a Barcellona ha finito inevitabilmente per diventare una barzelletta geografica. Colom indica la direzione sbagliata. L’America si trova esattamente alle sue spalle, verso ovest. Da lassù il navigatore indica il mare verso le Baleari, con la sicurezza di chi sa perfettamente dove sta andando, quando in realtà il suo dito punta dalla parte opposta rispetto alle terre che aveva raggiunto.

Una di quelle ironie involontarie che Barcellona sembra coltivare con particolare affetto.

Quando, nelle mie passeggiate, scendendo da Gràcia fino al Port Vell, sbucavo verso la fine della Rambla, ritrovandomi a passare sotto quella colonna, ogni volta mi faceva sorridere quel nostro famoso connazionale, Cristòfor Colom, immobile lassù da più di un secolo, con l’aria ispirata e il braccio alzato a indicare ostinatamente la direzione sbagliata.

Però, alla fine, penso che vada bene così. Se avesse indicato davvero la direzione dell’America, avrebbe dovuto puntato il dito verso le montagne e si sarebbe passato un altro secolo a discutere del perché.  

Almeno così indicava il suo elemento. Il mare. E, per uno che aveva passato tutta la vita a trovare una via dietro l’orizzonte, forse è proprio quella l’unica direzione giusta.

Giulio Maniscalco