Dai che ti stampo una bistecca!

Per le inchieste di Russia News oggi affrontiamo il discorso della “carne alternativa”.

Recentemente sul web si è scatenata una battaglia tra divulgatori in merito alla produzione, da parte dell’azienda Redefine Meat, di carne stampata in 3D a partire da cellule staminali; tecnica che si aggiunge a quella della coltivazione in laboratorio di cui abbiamo già parlato.

Facciamo allora un po’ di chiarezza sulla confusione mediatica emersa da questa notizia.

Tutto parte da un articolo della giornalista americana Brooke Becher,  che spiega le dinamiche della produzione di questo tipo di carne, pubblicato sul sito statunitense Built-In, di cui è collaboratrice.

Ma attenzione alle parole, perché l’articolista spiega sì come funziona la carne stampata a partire da cellule staminali animali, ma non cita la Redefine Meat come ditta distributrice di questo alimento.

Eppure la notizia che gira su molti canali web e social attribuisce all’azienda israeliana la produzione e la distribuzione in diversi ristoranti europei di carne stampata da tessuti animali, anche facendo riferimento – erroneamente – al pezzo di Brooke Becher.

Questa è la dimostrazione di come una notizia può venire facilmente manipolata, mixando informazioni non coerenti tra loro, e diventare virale pur non riportando la verità.

Perché è vero che la carne stampata può derivare da cellule animali ed è vero anche che Redefine Meat produce carne in 3D, ma le due cose non coesistono perché questa ditta lavora su una base rigorosamente vegetale.

I suoi prodotti sono sviluppati anche con l’aiuto dell’intelligenza artificiale e vengono utilizzati da vari chef nei propri ristoranti, ma sono acquistabili anche dai privati tramite uno shop online.

L’azienda sottolinea con orgoglio una lavorazione sostenibile e vegana, affermando inoltre che i suoi articoli presentano una consistenza e un sapore che ricordano la carne tradizionale.

Ora, se sia veramente così noi in questa redazione non possiamo affermarlo, non avendo mai assaggiato queste “specialità”, sicuramente innovative, ma dal nostro punto di vista assai poco appetibili.

Senza dubbio possono costituire una valida alternativa per chi segue un’alimentazione a base vegetale, ma ci preme evidenziare che questa tipologia di prodotto non si può definire “carne“;  termine il cui significato in lingua italiana è esattamente: “Parte muscolare del corpo dell’uomo e degli animali” – come spiegatoci dall’enciclopedia Treccani.

A questo punto, in molti si chiederanno quali ingredienti si utilizzino per creare queste alternative vegetali.

Lo chef di uno dei ristoranti italiani che utilizzano il marchio israeliano, spiega che vengono prodotte con proteine vegetali (non meglio specificate), olio di cocco, succo di barbabietola, e aromi (anche questi, non meglio specificati).

Va da sé che i valori nutrizionali sono differenti (e di conseguenza anche gli effetti sul corpo umano), così come l’esperienza sensoriale riferita da chi ha assaggiato questi piatti, che mimano molto bene ma, ovviamente, non eguagliano gli originali.

Ma oltre alla carne, la tecnica del food printing viene utilizzata anche per altri alimenti, come pasta e dolci.

Il funzionamento del processo parte da un modello al computer dell’alimento, poi scomposto in strati, ognuno dei quali costituisce un livello che viene fisicamente stampato e sovrapposto agli altri, creando così l’oggetto desiderato, grazie all”inchiostro che viene appositamente preparato in base agli ingredienti scelti.

Sembra futuristico, ma in effetti è già presente da alcuni anni e si stima che il valore di mercato del food printing in 3D arriverà a 360 milioni di euro entro il 2025.

Ovviamente, è una questione di scelte personali e ognuno di noi può decidere liberamente cosa introdurre nel proprio organismo, ma l’importante è farlo nella massima consapevolezza.

Perché se da un lato i potenti della terra cercano di spingere i popoli ad alimentarsi con questi derivati della tecnologia moderna, dall’altro lato quegli stessi personaggi si stanno impossessando di terreni e allevamenti tradizionali, che sviluppano in maniera pulita ed ecologica, procurando cibo naturale e biologico solamente per sé stessi.

Un paio di esempi?

Gli onnipresenti Bill Gates e Mark Zuckerberg, che non perdono occasione di dichiarare che tutti dovrebbero mangiare “carne sintetica” per il bene del pianeta, ma poi loro stanno ben alla larga da queste diavolerie e si nutrono in maniera tradizionale, sana e naturale.

Alla faccia di chi, in un delirio green eccessivamente spinto, mangia insetti e carne finta illudendosi di salvare il mondo.

Eva Bergamo




WO/2020/060606: la criptovaluta globale di Bill Gates

Veleno per topi al quadrato. Così aveva definito Bitcoin il famoso investitore americano Warren Buffet. Questa presa di posizione contro il famoso sistema di valute digitali è stata condivisa da Bill Gates, che ha ulteriormente alzato il tiro affermando letteralmente “le criptovalute sono una rara tecnologia che ha causato morti in maniera piuttosto diretta” e la loro natura anonima le rende “estremamente rischiose“.

A distanza di qualche anno, il cofondatore di Microsoft cambia idea e anzi si espone in prima persona con un tanto ambizioso quanto inquietante progetto di criptovaluta globale collegata al corpo umano. Una centrale operativa crea questo tipo di  “moneta”, che viene poi distribuita alle persone in base alla loro attività corporea; in pratica un sistema centralizzato distribuisce il compenso basandosi sui compiti svolti dal soggetto.

Un libro inedito di Isaac Asimov? Vorrei rispondervi che sì, è un romanzo di fantascienza ed è ben lontano dalla realtà, invece devo confermarne la reale attuazione, tramite un progetto già depositato e pubblicato lo scorso marzo, nome in codice WO/2020/060606, e partorito dalla fervida mente del munifico Bill Gates.

Avevamo già parlato in un precedente articolo del piano di identificazione digitale ID2020, il cui microchip costituirebbe proprio il collegamento ideale tra utente e sistema anche per l’assegnazione di questo premio in valuta, che porta un nome assai curioso, in quanto WO può essere l’acronimo di World Order (quell’Ordine Mondiale auspicato dal deep state che ruota intorno a Gates) e la cifre 060606 ricordano, tolti gli zeri, il famigerato numero della bestia. Ma non essendo io complottista, voglio credere che si tratta semplicemente di una coincidenza, seppur molto singolare.

Così viene dettagliata la nuova creatura dai ricercatori Microsoft nella presentazione tecnica: “Un’onda cerebrale o il calore corporeo emesso da un utente quando questo esegue il compito assegnato da un fornitore di server, come guardare la pubblicità o utilizzare alcuni servizi di Internet, può essere usato nel processo di estrazione della criptovaluta“. 

Chiaro, no?

Continua poi la relazione dei nostri “benefattori”: “Piuttosto che il massiccio lavoro computazionale richiesto da alcuni sistemi di criptovalutazione convenzionali, i dati generati basati sulla attività del corpo possono diventare una prova del lavoro svolto e, pertanto, un utente può risolvere inconsciamente il difficile problema di calcolo computazionale“. 

Beh, non li ringraziate? Vi tolgono anche la seccatura di fare i conti!

Continuano così: “Un sensore legato comunicativamente o inserito nell’apparecchio dell’utente può rilevare l’attività corporea della persona. Un sistema di criptovaluta collegato all’apparecchio (telefoni, cellulari, computer o laptop) di una persona può verificare se l’attività corporea soddisfa le condizioni richieste dal sistema, e assegnare la criptovaluta alla persona la cui attività corporea è stata verificata“.

Quindi: se fate i bravi e svolgete bene tutti i compitini che vi vengono richiesti, senza fiatare, otterrete più monetine virtuali da spendere, sempre virtualmente; ma attenzione, perché se per qualsiasi ragione al sistema non garba il vostro modo di svolgere l’attività assegnata, non riceverete un bel nulla!

Così, ad esempio, se un cittadino si reca al lavoro, ma non soddisfa i requisiti richiesti avrà corrispettivo di valuta zero; stessa cosa può accadere se la persona non guarda abbastanza pubblicità in televisione.

I tecnici spiegano anche in cosa consiste l’attività corporea, che “può includere, ad esempio, in modo non esauriente, una radiazione emessa dal corpo umano, le attività cerebrali, i flussi umorali corporei (ad esempio, il sangue), l’attività o il movimento di un organo, il movimento fisico o qualsiasi altra attività che può essere rilevata e rappresentata per immagini, onde, segnali, testi, numeri, gradi o in qualsiasi altra forma di informazione o dato“. 

Quindi onde cerebrali, che sono diverse in base al tipo di pensiero (cosciente, subcosciente, rilassato, sotto sforzo mnemonico, emozioni varie…), o movimenti corporei tipo strizzare gli occhi o la mimica dei muscoli facciali.

Insomma, una sorta di “guinzaglio digitale a sensore”, che terrebbe sotto stretto controllo ogni movimento, pensiero, emozione del soggetto, controllato da remoto.

Appare logico come tramite questa struttura si possa pertanto arrivare a costringere l’utente, condizionandolo con il premio, a qualsiasi tipo di comportamento cerebrale, anche inconscio o emotivo; un tecnologico e diabolico sistema di lavaggio e condizionamento del cervello; una versione più raffinata e moderna di ciò che accade già oggi con molti programmi televisivi e giornali mainstream.

Tutti , in un futuro ormai alle porte, dipenderebbero quindi da questa Matrix digitale, che potrebbe costituire la base perfetta per creare una valuta globale digitale, proprio come nei piani delle élites mondialiste.

Bill Gates ha dichiarato in questi giorni che prossimamente per poter circolare dovremo essere muniti di un certificato vaccinale; nel frattempo i suoi disparati emissari in Italia, super esperti, membri delle Task Force, Premier, Ministri vari, scienziati selezionati ed altri insulsi automi lobotomizzati in ordine sparso, ripetono come pappagalli che “non ritorneremo alla normalità completa senza un vaccino” e che nel frattempo, dobbiamo abituarci ad essere completamente rintracciabili.

Il metodo utilizzato è fondamentalmente il ricatto. Il ricatto della fame a un paese rinchiuso in casa, con la maggioranza delle attività sospese e contrariamente agli altri paesi, non risarcito. Ci dicono che la famigerata App di tracciamento sarà volontaria, ma poi ci dicono che senza di essa non possiamo circolare. 

E cosa ci fa pensare che non sarà così anche per l’imposizione della criptovaluta 060606? Semplice ed ovvio allo stesso tempo: se non “lavori” non sei “premiato”; inoltre, chi vuole spendere la moneta del futuro dovrà, per forza di cose, essere collegato al computer centrale altrimenti non avrà la possibilità né di vendere né di comprare alcunché. 

Ergo: il microchip non sarà obbligatorio, ma se vuoi lavorare, mangiare, bere, vestirti, uscire di casa… insomma vivere o semplicemente sopravvivere, devi averlo!

Ma queste teste geniali non si rendono conto di quanto inquietante possa essere un simile futuro per i cittadini… loro sono lì, a parlarci dai mass media, con il faccione sorridente e lo sguardo sveglio (in senso ironico ovviamente) ad illustrarci le loro diavolerie ed aspettando i nostri urletti di gioia, i nostri ringraziamenti e le lodi sperticate alla loro persona… purtroppo in alcuni casi è proprio ciò a cui assistiamo dagli schermi dei social…

Ciò che mi chiedo ora è se il popolo estenuato saprà ancora ribellarsi, come la storia insegna, oppure ha già consegnato le chiavi del proprio cervello e della propria coscienza a questa massa di inquietanti demoni dall’aspetto umano?

Eva Bergamo




Progetto ID2020: ci siamo già dentro

Il suo codice è ID 2020 e il suo scopo dichiarato è quello di portare all’identificazione digitale ogni essere umano del pianeta.

Sì è vero, sembra fantascienza, anche perché i media mainstream non ne fanno menzione, ma è una realtà già in fase di test su alcune persone.

Sul sito ufficiale del progetto,  leggiamo che si tratta di  una sorta di partnership pubblica-privata che vede il coinvolgimento dell’ONU, dei governi e dei soci fondatori che sono anche i suoi più attivi finanziatori. Tra questi ultimi ci sono nomi di grande spessore e fama internazionale, come ad esempio la Microsoft dell’onnipresente Bill Gates, la famiglia Rockefeller, la società GAVI – ex Alleanza Mondiale per Vaccini e Immunizzazione – (finanziata anche dalla fondazione di Bill Gates), e alcuni governi nazionali.

La cosiddetta ID Alliance ha lanciato un nuovo programma di identità digitale combinato ai vaccini al suo vertice annuale a New York lo scorso settembre, in collaborazione con il governo del Bangladesh e altri partner attivi nel mondo accademico e nel soccorso umanitario; progetto assai ambizioso, sostenuto con entusiasmo dalle Nazioni Unite.

Al momento attuale, il modo più fattibile per implementare l’identità digitale è via smartphone o, preferibilmente, tramite impianti di microchip RFID – Radio Frequency Identification (identificazione a radiofrequenza). 

Viene spontaneo chiedersi cosa possa mettere in correlazione l’immunizzazione con l’identità digitale.

Semplicemente, l’identità digitale oltre a racchiudere tutte le informazioni personali dei cittadini in un microchip sottocutaneo, allo stesso tempo consentirebbe di somministrare i vaccini, sempre sotto forma digitale.

Non si tratta di un ritrovato tecnologico avveniristico che diventerà realtà in futuro. Lo è già. Negli USA ad esempio, più precisamente nel Texas, la sperimentazione è già in atto e le cavie sono i senzatetto; ma anche nel Bangladesh la sperimentazione è attiva su persone già microchippate, tracciate e controllate attraverso una matrice di identificazione dati globale. 

In Svezia, paese molto aperto alle innovazioni tecnologiche, il chip addirittura è quasi una moda, e le persone che lo hanno innestato passano la propria mano sotto scanner e Pos per comprare beni e servizi, ma anche per salire sui mezzi pubblici e aprire le porte.

Difficile ipotizzare fino a che punto queste cavie umane abbiano capito la pericolosità che questa tecnologia spinta porta con sé, non solo per il controllo sulla propria vita, ma anche per il rischio di infezioni o reazioni immunitarie verso il corpo estraneo.

E’ notoriamente ovvio, tranne a pochi creduloni convinti della bontà d’animo di certi personaggi dal cuore d’oro, che quello dei vaccini è un grande business miliardario che garantisce ampi margini di rendimento, come da ammissione dello stesso Gates, che ne ha guadagnato cifre esorbitanti. 

Recentemente il “filantropo” americano, ha parlato anche in merito all’attuale emergenza sanitaria da coronavirus, suggerendo di  “investire nella sorveglianza delle malattie, per arrivare ad includere un archivio digitale istantaneamente accessibile alle organizzazioni più rilevanti con la previsione di regole che impongano ai Paesi di condividere le loro informazioni“.

Ed ecco che appare cristallino il rapporto di connessione tra vaccini e identificazione digitale, che prende forma nel progetto ID 2020, finanziato appunto dal buon Bill, che vedrebbe così aumentare enormemente il suo potere di controllo sull’intera popolazione mondiale.

Oltre al vistoso conflitto d’interesse, dobbiamo chiederci che fine farà la sacrosanta privacy dei cittadini, potenziali vittime di una vera e propria sorveglianza digitale di massa. Ovviamente ID 2020 viene presentato al pubblico indorato da una bella patina umanitaria, ma in realtà nasconde delle implicazioni inquietanti sia per i profitti dei soggetti coinvolti, che per le conseguenze sulla libertà personale. Libertà che consiste anche nello scegliere di non farsi chippare, vaccinare, tracciare a distanza… la libertà di gestire la nostra vita come preferiamo; libertà di fare, mangiare, bere, leggere, guardare ciò che vogliamo, di recarci dove preferiamo e senza che queste scelte influiscano sulla possibilità di avere una vita sociale normale e in armonia con gli altri.

Il microchip consentirebbe infatti a chi gestisce l’archivio digitale di tracciare i movimenti di chiunque; se diventasse obbligatorio, con la scusa di “tutelare la salute”, il Grande Fratello in scala planetaria potrebbe tranquillamente controllare le persone da remoto, sapendo in tempo reale dove si trovano e cosa stanno facendo, e depotenziando di conseguenza i possibili soggetti non allineati, resi di fatto impossibilitati ex lege a partecipare attivamente alla società. 

Personalmente non sono affatto credente, ma lo scenario che si prospetta in questo caso è davvero molto simile all’Apocalisse di Giovanni: “Faceva sì che tutti, piccoli e grandi, ricchi e poveri, liberi e schiavi ricevessero un marchio sulla mano destra e sulla fronte; e che nessuno potesse comprare o vendere senza avere tale marchio, cioè il nome della bestia o il numero del suo nome. Qui sta la sapienza. Chi ha intelligenza calcoli il numero della bestia: essa rappresenta un nome d’uomo. E tal cifra è seicentosessantasei.”

Una piccola curiosità a questo proposito: la “cifra della bestia” è anche il numero scelto da Bill Gates per un altro dei suoi piani per il bene dell’umanità, la criptovaluta globale – brevetto 060606, che interagisce direttamente col corpo umano tramite onde cerebrali e calore corporeo… mi fermo qui, ma non posso fare a meno di pensare che, al confronto di William Henry Gates III, gli spesso citati George Orwell e Aldous Huxley erano solo dilettanti.

Eva Bergamo




La scienza… e la coscienza

I miei professori all’università, facoltà di medicina e chirurgia, ripetevano spesso: “Nell’esercizio della professione, dovete agire sempre in scienza e coscienza”; frase d’effetto che fa capire un concetto importante e molto profondo, in quanto dietro ad un camice bianco c’è una “persona”, così come sono “persone” tutti gli utenti con cui interagisce, e tra persone ci deve essere uno scambio, di parole, informazioni, sguardi, empatia. Non è una banalità, perché la medicina è anche questo.

La pratica però non sempre riesce a rispettare questa semplice regola e spesso, troppo spesso, ci troviamo di fronte a casi in cui il paziente viene “disumanizzato” e considerato semplicemente un “numero”; la scienza avanza, ed è un bene, ma la coscienza non sempre la segue.
Nel mondo moderno i profitti sono diventati più importanti dei progressi terapeutici e il denaro la fa da padrone anche in un ambito importante come la salute delle persone.

Con l’emergenza sanitaria attualmente in corso, assistiamo a veri e propri deliri di apparizione; in tv, nei giornali, sui social, si susseguono interventi di esperti e professori vari, tesi a spiegare l’epidemia al popolo. Quello che si nota però in tutta questa confusione mediatica è il fatto che non ci sono dichiarazioni concordanti e ognuno dice la sua, molte volte contrastando ciò che un collega ha affermato poco prima, per poi essere a sua volta smentito da un altro scienziato poco dopo.
Questo perché ci troviamo di fronte ad un agente patogeno con alcune caratteristiche ancora poco chiare e soggetto a mutazioni, che si trasmette sì molto facilmente, ma che non infetta tutti allo stesso modo e per cui ancora ad oggi non esiste una cura evidente.

Tra tutti gli scienziati coinvolti, il più sovraesposto, la star mediatica che sputa sentenze senza pietà su chiunque non gli dia ragione, colui che viene osannato dagli “antipopulisti” e considerato anche dai giornalisti “il virologo” per eccellenza, è tale Roberto Burioni, che però… non è affatto un virologo!
Eh già, il professore di virologia più famoso dei social non è virologo… Certo è un medico, e può vantare ben due specializzazioni, immunologia e allergologia, ma non è qualificato come specialista in quei microorganismi parassiti subcellulari dotati di capside e codice genetico che rispondono alla denominazione di “virus”.
Eppure lui pontifica pomposamente ogni santo giorno, dall’alto della sua boria, con lo stesso metodo che usa quando se la prende in maniera offensiva con chi solleva dubbi, legittimi, sul contenuto dei preparati sierologici che vorrebbe far somministrare per legge a tutta la popolazione.

E’ tra i promotori del cosiddetto “patto trasversale per la scienza“, una associazione con lo scopo di smascherare quelle che lui definisce “fake news”; in particolare vorrebbe mettere a tacere (o radiare dall’Ordine se si tratta di medici) chi ponga delle questioni riguardo i vaccini, argomento di cui lui è l’unico “saputo”, e chiunque osi fare delle osservazioni viene tacciato di ignoranza.
Guarda caso, ha presentato tramite una società da lui fondata, varie richieste di brevetti per anticorpi monoclonali a scopo immunitario; in uno degli abstract si legge testualmente: “Gli anticorpi monoclonali possono essere utilizzati anche per testare preparazioni di anticorpi da utilizzare come vaccini“.
Ma, ovviamente, è solo un caso!

E dal piedistallo del suo infallibile “patto per la scienza”, il nostro “virologo-influencer” continua la sua crociata contro chi non si sottomette pedissequamente ai dogmi della “scienza ortodossa”. Uno dei suoi bersagli preferiti è il seguitissimo dott. Stefano Montanari, laureato in farmacia ed esperto ricercatore in nanopatologie, con un curriculum scientifico di tutto rispetto, “colpevole” di aver svolto ricerche sulla composizione di alcuni vaccini e di averne divulgato i risultati, smascherando le porcherie di Big Pharma. Le ricerche documentate dal dott. Montanari dimostrano la presenza di metalli pesanti e sostanze neurotossiche nei sieri analizzati, il che li rende potenzialmente pericolosi, soprattutto se pensiamo che vengono somministrati a bambini molto piccoli.
Credo sia giusto e democratico che ogni genitore sia correttamente informato su cosa viene iniettato al proprio figlio, e sia libero di scegliere, soprattutto su un argomento così delicato e dibattuto.

Il “vate” Burioni invece, vorrebbe togliere il potere decisionale dei genitori sulla salute dei figli (sua la boutade di togliere la patria potestà ai no vax) e imporre la vaccinazione obbligatoria per tutti, adulti compresi. Insomma, per lui saremmo tutti inoculati e contenti!
Ed è proprio in questi casi, al di là del divismo esasperato, da “pollo che si crede aquila”, bensì nel concetto concreto che il Burioni rappresenta, quel voler esaltare una scienza disumanizzata, che ha dimenticato la coscienza a cui dovrebbe accompagnarsi e che tende alla medicalizzazione eccessiva, anche quando non utile o addirittura controproducente. Una sorta di accanimento terapeutico forzato, in cui l’intuizione del bravo medico è accantonata a favore del commercio di sieri e farmaci e, in un futuro non troppo lontano, anche dei famigerati microchip sottocutanei, come ad esempio quelli già in produzione che rilasciano ormoni a scopo anticoncezionale.

Siamo proprio sicuri che si tratti di innovazioni per migliorare la vita dei cittadini?
Ognuno la pensi come vuole… magari Burioni sognerà il Premio Nobel; ma intanto, l’unica cosa certa al momento è che i vari Elon Musk, Bill Gates e amici degli amici, ringraziano sentitamente.

Eva Bergamo