Paolo Di Mizio: “Russia e Cina, insieme, sono un boccone molto più grande di quanto America ed Europa possano masticare”

In un momento storico caratterizzato da profonde trasformazioni geopolitiche, economiche e sociali, vogliamo provare ad analizzare le dinamiche che stanno cambiando il nostro mondo e i principali attori del momento.

Di sicuro la Russia di Vladimir Putin sta influenzando il nuovo assetto internazionale, unitamente al ruolo delle altre grandi potenze come Stati Uniti, Cina e Israele, con molteplici sfide e opportunità che si presentano all’Europa con un sempre crescente peso dell’area eurasiatica.

Anche la situazione politica in Italia risente sempre più della mancanza di un progetto economico e strategico autonomo, facendoci restare tra una Unione Europea sempre più debole e l’influenza sempre crescente dell’America di Donald Trump e della Cina di Xi Jinping.

Per fare una analisi su queste tematatiche, abbiamo posto alcune domande a Paolo Di Mizio, giornalista, scrittore, volto televisivo per 20 anni del TG5 di Mediaset, attualmente editorialista del quotidiano “La Notizia”, diretto da Gaetano Pedullà .   Per il TG5 in precedenza era stato inviato speciale di cronaca e di esteri, realizzando i primissimi collegamenti in diretta dell’appena nato TG, e come inviato speciale, ha intervistato personaggi come Margaret Thatcher, Bill Clinton, Muhammar Gheddafi, Benjamin Netanyahu e Yasser Arafat.  Come scrittore vanta un lungo elenco di libri pubblicati, tra cui “La Terra degli Ulivi” –  Testi in poesia e prosa per la Palestina.

Qui di seguito l’intervista che ci ha rilasciato:

  • Come valuta l’attuale ruolo della Russia di Putin nel contesto geopolitico globale e se e come, pensa  abbia influenzato l’equilibrio di potere tra le grandi potenze?

È indubbio che la Russia, dopo la profonda crisi economica e sociale degli anni ’90 seguita al disfacimento dell’URSS, e dopo la faticosa risalita dall’avvento di Putin in poi, sia tornata a occupare il suo posto di Super Potenza planetaria. Il risultato va al di là delle aspettative di Putin, e questo “effetto ingrandimento” paradossalmente è stato provocato dalla guerra per procura che gli Stati Uniti hanno indotto in Ucraina. Nella prospettiva americana il conflitto ucraino doveva decretare la “sconfitta strategica” della Russia. Pochi giorni dopo l’invasione russa del 24 febbraio 2024, in diverse ambasciate americane in Europa si organizzarono dei brindisi: “La Russia è in trappola”, era in sostanza il ‘sentiment’ generale. Si ragionava sul suo dissanguamento e definitivo impoverimento, che avrebbero portato – nel wishful thinking occidentale – a un futuro spezzettamento della Federazione russa in tanti piccoli stati deboli, che l’America avrebbe facilmente sottomesso o meglio fagocitato con la prospettiva di grandi guadagni e una vita “all’occidentale”, come è stato per i Paesi baltici e gli altri ex del Patto di Varsavia, arricchiti dall’Ue e cooptati dalla Nato. Ma la realtà è andata in senso contrario. L’America e la Nato stanno incassando una “sconfitta strategica” senza precedenti. E perfino l’economia russa, pur tra molte difficoltà, è lungi dal crollo preventivato con le sanzioni, e anzi conosce tassi di crescita mai visti prima. Il PIL russo del 2023 è stato intorno a +3,6%, nel 2024 è stato al +4,2% e nel primo trimestre di quest’anno è stimato al +5,2%. Una crescita da tigri asiatiche, altro che tracollo e default. Anche il rublo, che aveva molto ceduto, è risalito del 38% negli ultimi mesi.

  • Come si inseriscono gli Stati Uniti in questo nuovo scenario internazionale? Qual è la posizione della Cina e come sta evolvendo il suo ruolo nel contesto globale? Che ruolo gioca Israele in questa complessa dinamica geopolitica?

Nella geopolitica recente degli Stati Uniti bisogna distinguere un “prima” e un “dopo”. Il “prima” è la continuità strategica delle presidenze Clinton, W. Bush, Obama e Biden. Era un’America che non nascondeva la sua essenza imperiale e voleva consolidare il suo ruolo di potenza unica in un mondo appunto unipolare. Il “dopo” è rappresentato dalla presidenza Trump 2, la cui visione strategica non è ancora molto chiara, ma sicuramente diversa. Prende atto che il mondo unipolare insieme al globalismo degli ultimi tre decenni sta tramontando. Naturalmente gli Usa perseguono ancora una politica egemonica, ma i parametri della questione sono cambiati. Si ha l’impressione che, preso atto della crescita russa in termini di potenza e di prestigio, la strategia americana sia quella di separare Mosca da Pechino, essendo la Cina il “vero” nemico. Il motivo non è difficile da capire: Russia e Cina, insieme, sono un boccone troppo grande, molto più grande di quanto America ed Europa possano masticare. Il negoziato stesso sulla pace in Ucraina sembra mirare a una trattativa dell’America con la Russia sui nuovi assetti mondiali, una nuova Jalta per intenderci. Ma dubito fortemente che il piano americano possa andare in porto. Qualche settimana fa Dimitrii Suslov, un consigliere di Putin che partecipa ai negoziati sull’Ucraina, diceva: “Trump vuole minare la più forte istituzione anti-egemonica, cioè i Brics. Questo va contro gli interessi russi. Non permetteremo che i nostri rapporti con Cina, Iran e Corea del Nord vengano danneggiati. Non daremo via le relazioni che ci hanno assicurato la sopravvivenza negli ultimi tre anni. In nome di cosa? Trump non sarà lì per sempre”. Penso che il futuro sia tutto racchiuso in quelle frasi e sulle eventuali conseguenze di tale posizione.

  • E Israele?

Israele ha un rapporto complesso sia con la Russia che con l’America. È noto l’ottimo rapporto tra Putin e Netanyahu, o anche l’ex primo ministro Bennett. Ciò consentì alla Russia di costituire indisturbata delle basi militari in Siria, in cambio gli israeliani ebbero il permesso di continuare a colpire dal cielo le forze governative di Assad senza che i russi reagissero. Inoltre Israele non ha applicato le sanzioni antirusse e non ha partecipato significativamente al riarmo dell’Ucraina. Dopo la rivolta di Gaza del 7 ottobre 2023 il rapporto Russia-Israele si è incrinato, ma non è chiaro in quale misura. Mosca si è schierata col popolo palestinese e questo ha prodotto un raffreddamento delle relazioni con Israele, ma a mio parere non a una rottura definitiva del corridoio sotterraneo. Quanto agli Stati Uniti, come dice una vecchia citazione, “L’America governa il mondo, Israele governa l’America”. La finanza sionista e i suoi mezzi d’informazione sono decisivi nella conquista della Casa Bianca da parte di questo o quel candidato. Ciò detto, ho l’impressione che durante la recente visita di Netanyahu in Usa, Trump abbia molto ridimensionato gli entusiasmi israeliani. Il presidente, prima, aveva detto: “L’America si occuperà di Gaza. Ne faremo un resort sul Mediterraneo, dopo aver sgomberato (ossia deportato) i palestinesi”. Ma dopo la visita del primo ministro israeliano a Washington, Trump ha cessato di parlare di deportazione dei palestinesi e ha detto “Non lascerò che Netanyahu mi spinga a fare guerra all’Iran”. Un secchio d’acqua gelata sulla testa di Israele. Nel frattempo l’America ha intrapreso una trattativa con l’Iran sul nucleare. Può ancora succedere di tutto, ma c’è aria nuova. Vedremo.

  • Qual è l’attuale stato dell’economia dei paesi BRICS e quale peso hanno nel sistema economico mondiale? In che modo i BRICS stanno cercando di rafforzare la loro influenza economica e politica? Quali sfide e opportunità si presentano per questi paesi nel prossimo futuro?

Che i Paesi BRICS stiano conquistando un peso economico vieppiù maggiore nell’economia mondiale, è evidente. Meno limpida è l’omogeneità politica dei Paesi BRICS. Russia, Cina e Sudafrica possono dirsi compatti nella mira strategica di creare un mondo multipolare, sottraendolo all’unilateralismo dell’America e dell’ ”Occidente globale”, come lo chiama Putin. Ma altri Paesi BRICS, per esempio India e Brasile, occupano posizioni molto più sfumate. Nel caso dell’India, come anche dell’Arabia Saudita, si può ben parlare di “ambiguità strategica”, tesa a sfruttare la situazione a destra e a manca. Si attende un evento, una svolta, che determini o il compattamento dei BRICS su posizioni anti-unilateralismo o, al contrario, uno sgretolamento politico, se non anche economico, del gruppo. Potrebbe essere decisiva la guerra dei dazi in atto tra Usa e Cina. Trump ha già preso alcune legnate sui denti dalla Cina e sembra posizionato a cambiare il suo atteggiamento bellicoso ammorbidendo le imposizioni tariffarie almeno ai paesi occidentali, per evitare che scivolino verso un fiancheggiamento de facto della Cina. Ipotesi improbabile, quest’ultima, ma il persistere dell’ostilità trumpiana potrebbe renderla realistica.

  • Come valuta il ruolo attuale dell’Unione Europea nel contesto internazionale? Quali sono le sfide principali per l’UE nel mantenere la sua coesione e influenza? Che ruolo può giocare l’area eurasiatica nel nuovo assetto geopolitico?

Fino a poco tempo fa ci si lamentava che parlare di Unione Europea significasse parlare del nulla, politicamente. Adesso il nulla si è vestito di una postura bellicista che ci fa rimpiangere la precedente assenza di politica estera. Il fatto è che l’intera Europa, inclusi il Regno Unito, la Norvegia, la Svizzera e altri paesi non-UE, è compatta su una visione “americano-democratica”, ossia la visione ideologica dei dem, impersonata dagli Obama e dai Biden. Quindi, sostegno all’Ucraina per dissanguare la Russia, opposizione dura e pura a Mosca, ecc. Questo ora provoca scintille con l’America di Trump, che è repubblicana, quasi isolazionista e molto disinteressata all’Europa. Anzi, talvolta fortemente ostile all’Europa. Nella famosa chat riservata ma entrata in possesso della testata Politico, JD Vance dice “Mi secca dover salvare un’altra volta l’Europa”, e il ministro della Difesa replica: “La penso come te. Odio gli scrocconi europei”. Frasi che la dicono più lunga di un libro di geopolitica. Detto questo, constato come la leadership russa continui ad avere una chiarezza di idee che manca totalmente all’Europa. Qualche settimana fa Dimitrii Medvedev, amico, sodale e alleato di Putin, ci derideva scrivendo: “L’Europa credeva di essere un continente e invece ha scoperto che è solo uno sperduto promontorio occidentale dell’Eurasia”. Il concetto di Eurasia in Europa non esiste: non esiste nella cultura condivisa dei nostri popoli. L’Europa, sposando inflessibilmente e scioccamente la causa ucraina, ha indotto la Russia a diventare Eurasia. La Russia voleva essere Europa, ma è stata respinta. Peggio per l’Europa. Ne pagherà le conseguenze storiche.

  • Come interpreta il fenomeno dell’allontanamento dal voto in Italia? Quali sono le cause principali di questa tendenza e quali conseguenze può avere sulla stabilità politica del paese? Come può l’Italia ritrovare un rapporto più diretto con i cittadini e la partecipazione democratica?

L’astensionismo in Italia – lo abbiamo visto con le recenti elezioni – ha raggiunto livelli che da oltre vent’anni sono consueti negli Stati Uniti. Ma non è – o non direttamente – solo la “solita” influenza americana sulla nostra vita. La matrice dell’assenteismo è autoctona. Il fatto è che, dalle fine delle ideologie, coincisa con la fine dell’Unione Sovietica, è in atto un fenomeno di progressivo peggioramento del rapporto tra elettori ed eletti. Il Rapporto CENSIS 2024 fotografa molto bene la situazione. Vi leggiamo che gli italiani “non si riconoscono più nelle grandi matrici valoriali del passato, poiché il 70,8% esprime oggi un più o meno viscerale antioccidentalismo ed è pronto a imputare le colpe dei mali del mondo ai Paesi dell’Occidente… più precisamente, il 66,3% attribuisce all’Occidente ‒ Usa in testa ‒ la responsabilità delle guerre in corso in Ucraina e in Medio Oriente… e il 51,1% è persuaso che l’Occidente sia destinato a soccombere economicamente e politicamente dinanzi all’ascesa di Paesi come la Cina e l’India. Ogni universalismo – ritenuto figlio illegittimo dell’etnocentrismo occidentale – è diventato sospetto, e adesso i movimenti del rimprovero non rimangono confinati entro elitarie conventicole di intellettuali: in molte case italiane sventola il vessillo dell’antioccidentalismo”. Concetti dirompenti, rivoluzionari, di cui ovviamente i giornali mainstream non pubblicano nemmeno una riga. E leggiamo ancora: “C’è una crescente sfiducia nei sistemi democratici, dal momento che l’84,4% degli italiani è convinto che ormai i politici pensino solo a sé stessi e il 68,5% ritiene che le democrazie liberali occidentali non funzionino più”. Ecco spiegato l’assenteismo. Ricordo che il Rapporto Censis non è un sondaggio usa-e-getta realizzato in 48 ore per il consumo dei giornali, ma è la più importante indagine demoscopica italiana.

  • Qual è lo stato attuale della libertà di stampa nel mondo e in Italia? In che modo la comunicazione può influenzare le dinamiche politiche e sociali? Quali sono le principali minacce alla libertà di stampa e come si possono contrastare?

A parte le leggi varate dal governo Meloni, che tendono a restringere gli spazi di libertà della stampa, direi che i più pericolosi nemici del giornalismo sono i giornalisti e i loro editori. La quasi totalità della carta stampata e dell’informazione televisiva fa parte di un “cartello” criminoso che, per similitudine ai cartelli della droga di Medellin, spaccia disinformazione e mala informazione. Il cartello italiano fa parte del più vasto cartello occidentale. È sconfortante osservare che tutto il mainstream euro-nordamericano agisce compatto al servizio di ordini comuni, qualunque sia l’impostazione ideologica o politica della testata (perché ormai in Europa non c’è più alcuna differenza sostanziale tra destra e sinistra). L’impressionante livello di conformismo è emerso chiaramente allo scoppio del conflitto in Ucraina: da quel momento è stato evidente a tutti, tranne a chi non vuole vedere, che la stampa è al servizio dei poteri e si guarda bene dal raccontare la verità specialmente se la verità – come accade quasi sempre – è scomoda. Ricordiamo tutti le panzane inverosimili: Putin malato terminale si tiene in vita bevendo una coppa di sangue di cervo al giorno… i russi a corto di munizioni attaccano gli ucraini con le pale… i russi bombardano la centrale nucleare di Zaporizha (in mano ai russi stessi)… , i russi hanno sabotato i loro gasdotti Nord Stream…, con l’arrivo dell’inverno i soldati russi disertano perché non ricevono calzini di lana da Mosca… Del resto, la funzione della stampa occidentale è chiara da almeno mezzo secolo. Malcom X a inizio anni ’60 diceva: “Se non state attenti, i giornali vi faranno credere che i persecutori sono le vittime e le vittime sono i persecutori”. L’abbiamo visto a Gaza: i palestinesi tutti “terroristi”, gli israeliani “si difendono”. L’unico titolo vero che ho letto di recente è questo: “2024, l’Italia arretra di 5 posizioni nella libertà di stampa. Meglio di noi anche Fiji e Tonga”. Dico Tonga, eh, un regno polinesiano che sulla carta geografica non saprei neppure collocare con sicurezza.

RED




Le truppe israeliane restano a Gaza nel corridoio Filadelfia in violazione degli accordi

Israele non ha ritirato le sue truppe dal corridoio Filadelfia al confine tra la Striscia di Gaza e l’Egitto entro i tempi previsti, violando l’accordo di cessate il fuoco, ha scritto Hamas sul suo canale Telegram ufficiale.

“La forza di occupazione sionista non è riuscita a rispettare l’obbligo di ridurre gradualmente la propria presenza militare lungo l’asse Salah al-Din (noto anche come Corridoio Filadelfia) durante la prima fase del cessate il fuoco e non ha iniziato il ritiro delle truppe dall’area il 42° giorno“, si legge nella dichiarazione.

L’accordo di cessate il fuoco stabilisce che il ritiro delle truppe israeliane dal corridoio di Filadelfia debba essere completato entro il 50° giorno del cessate il fuoco, ovvero entro il 10 marzo.

Hamas ha descritto le azioni di Israele come una “palese violazione” dell’accordo di cessate il fuoco.

“Invitiamo i mediatori e la comunità globale a intervenire immediatamente per garantire il ritiro delle truppe occupanti e riprendere senza indugio i negoziati sulla seconda fase“, ha affermato il movimento palestinese.

A metà gennaio, Egitto, Qatar e Stati Uniti hanno mediato un accordo tra Israele e Hamas per dichiarare un cessate il fuoco a Gaza. L’accordo in tre fasi è entrato in vigore il 19 gennaio. La fase iniziale di 42 giorni del cessate il fuoco si è conclusa il 1° marzo. Tutti gli ostaggi israeliani viventi e i corpi di quelli deceduti che avrebbero dovuto essere consegnati nella prima fase sono stati restituiti a Israele. In cambio, Israele ha rilasciato oltre 1.500 prigionieri palestinesi.

Il 2 marzo, Israele ha sospeso gli aiuti umanitari alla Striscia di Gaza e ha chiuso tutti i posti di blocco, citando il rifiuto di Hamas di accettare il piano dell’inviato presidenziale speciale degli Stati Uniti per il Medio Oriente Steve Witkoff di continuare i colloqui di cessate il fuoco a Gaza. L’ufficio del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha annunciato sabato che Israele avrebbe inviato una squadra di negoziatori in Qatar il 10 marzo nel tentativo di intensificare i negoziati di cessate il fuoco a Gaza. A sua volta, il Washington Post ha riferito che Witkoff sarebbe partito per Doha l’11 marzo per ulteriori negoziati su una tregua nell’enclave.

Paolo Simoncini




TAJANI, NETANYAHU E LA CORTE PENALE INTERNAZIONALE

Il Ministro per gli Affari esteri e la Cooperazione internazionale, Antonio Tajani, ha sostenuto che la richiesta di mandato di arresto avanzata dalla Corte penale internazionale dell’Aja nei confronti del Primo Ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, non sará eseguita in caso di una sua presenza in Italia.

Ora, l’obbligo di darne seguito (che non fa venir meno il principio di presunzione di innocenza) non discende dal punto di vista del Ministro o del Governo della Repubblica nel suo complesso, ma unicamente dalla legge ordinaria dello Stato 22 luglio 1999, n. 232 contente l’ordine di esecuzione e l’autorizzazione alla ratifica dello Statuto istitutivo della Corte penale internazionale in vigore, per il nostro Paese, dal 01 luglio 2002.

Si é replicato che il Primo Ministro di Israele godrebbe, anche nel nostro Paese, delle immunitá (personale e funzionale) contemplate in primo luogo dalle consuetudini internazionali. Tuttavia, lo stesso Statuto di Roma del 1998 relativo alla Corte dell’Aja precisa, all’art. 27, primo paragrafo, che non solo la qualifica di Capo di Stato o di Governo non esonera una persona dalla responsabilitá (presunta ovviamente) per i crimini di competenza della Corte, ma, nell’art. 27, secondo paragrafo, stabilisce anche che le immunitá previste non impediscono alla CPI di esercitare la propria giurisdizione.

Il prof. Daniele Trabucco

Del resto, non trattandosi di norme consuetudinarie di “jus cogens” quelle relative alle immunitá, nulla vieta ad un Trattato internazionale di potervi derogare. É evidente, comunque, come in queste situazioni prevalga sempre la Ragion di Stato… Lo stesso Tajani (manovrato da oltre Oceano come tutto il Governo Meloni), invece, non aveva invocato la stessa immunitá per il Presidente della Federazione Russa.

Daniele Trabucco




La Corte penale internazionale ha emesso mandato di arresto per il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu

La Corte penale internazionale (CPI) ha emesso mandati di arresto per il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e l’ex ministro della Difesa Yoav Gallant, si legge nel comunicato stampa diffuso.

Secondo il documento, “la Camera preliminare della CPI ha emesso all’unanimità due decisioni che respingono le contestazioni“ presentate da Israele ai sensi dello Statuto di Roma. “Ha inoltre emesso mandati di arresto per il signor Benjamin Netanyahu e il signor Yoav Gallant“.

Le obiezioni della parte israeliana riguardavano la giurisdizione della corte sulla situazione in Palestina in generale e sui cittadini israeliani in particolare, nonché il diritto degli Stati a condurre indagini in modo indipendente prima di deferire i casi alla CPI.

“La Camera ha emesso mandati di arresto per due individui, il signor Benjamin Netanyahu e il signor Yoav Gallant, per crimini contro l’umanità e crimini di guerra commessi almeno dall’8 ottobre 2023 fino ad almeno il 20 maggio 2024“, giorno in cui l’accusa ha presentato una petizione per i mandati di arresto. I presunti crimini sono stati commessi nei territori palestinesi, inclusa la Striscia di Gaza. Secondo la Camera preliminare, entrambi sono penalmente responsabili di crimini come omicidio, persecuzione e altri atti disumani, nonché di aver inflitto volontariamente la fame alla popolazione civile come metodo di guerra.

“I mandati di arresto sono solitamente classificati come ‘segreti’, al fine di proteggere i testimoni e salvaguardare la condotta delle indagini“, ha affermato la CPI. “Tuttavia, la Camera ha deciso di divulgare le informazioni di seguito poiché una condotta simile a quella affrontata nel mandato di arresto sembra essere in corso. Inoltre, la Camera ritiene che sia nell’interesse delle vittime e delle loro famiglie che siano informate dell’esistenza dei mandati“, ha sottolineato.

L’ufficio del Procuratore della CPI ha aperto un’indagine nei territori palestinesi nel 2021. L’ufficio ha affermato all’epoca che l’indagine riguarda possibili crimini di guerra e crimini contro l’umanità commessi nella Striscia di Gaza dalle forze israeliane, nonché da Hamas e altri gruppi armati palestinesi. Il 20 maggio 2024, il Procuratore della CPI, Karim Khan ha chiesto alla Camera preliminare di emettere mandati di arresto per Netanyahu e Gallant.

RED




Ecco come hanno commentato l’elezione di Trump i principali media in Russia

La politica estera di Trump, le potenziali elezioni anticipate in Germania e il continuo supporto della NATO all’Ucraina senza l’aiuto di Washington. Queste storie sono state in cima ai titoli dei giornali di venerdì in tutta la Russia.

Izvestia: cosa aspettarsi dalla politica estera di Trump

Con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca nel gennaio 2025, l’approccio di Washington al conflitto ucraino potrebbe subire cambiamenti significativi. È anche possibile rimodellare la politica nei confronti della Cina, ad esempio intensificando la pressione su Pechino e dando inizio a nuove guerre commerciali. In quanto politico piuttosto filo-israeliano, Trump potrebbe aumentare il sostegno allo stato ebraico mentre cerca di facilitare la risoluzione del conflitto mediorientale. Il processo di normalizzazione in quella regione, tuttavia, sarà complesso a causa della posizione anti-iraniana di Trump osservata durante il suo primo mandato presidenziale. Le prospettive di dialogo con la Corea del Nord rimangono poco chiare. Inoltre, sono possibili nuove divergenze di opinione nelle relazioni degli Stati Uniti con gli alleati dell’UE e della NATO.

Lo storico americano ed ex professore all’Università di Harvard, Vladimir Brovkin prevede la cessazione dei combattimenti e una graduale sospensione degli aiuti militari perché, durante l’amministrazione Trump, la maggior parte delle risorse sarà destinata al ripristino dell’economia e dell’industria americana.

“Per quanto riguarda l’Ucraina, qui è importante guardare alle dichiarazioni del futuro vicepresidente JD Vance. Ha detto chiaramente che devono proteggere i propri confini, non quelli ucraini. Kiev è stata messa in secondo piano. Ciò non significa che lasceranno semplicemente la cosa in sospeso. Gli Stati Uniti hanno un’élite politica piuttosto forte, compresi i circoli militari, che certamente vogliono che tutto continui. Eppure persino i militari vogliono che i soldi siano diretti a loro, soprattutto, e non agli ucraini“, ha spiegato Brovkin.

“Per quanto riguarda Israele, anche il ripristino delle relazioni con esso rientra tra le priorità di Trump. Detto questo, c’è un certo rancore persistente tra Trump e Netanyahu dopo che il premier israeliano ha sostenuto l’amministrazione Biden all’inizio del suo mandato. Tuttavia, è improbabile che ciò ostacoli un dialogo funzionante tra Washington e Tel Aviv, con l’eccezione che Trump chiederà concessioni e adesione alla politica statunitense dagli israeliani, minacciando di tagliare la loro assistenza per gli armamenti“, ha detto a Izvestia l’esperto del Medio Oriente, Leonid Tsukanov.

Joe Biden ha in gran parte ereditato la politica di Trump nei confronti di Pechino anziché proporre qualcosa di nuovo, ha dichiarato al giornale Vasily Kashin, direttore del Center for Comprehensive European and International Studies presso la Higher School of Economics.

“Quindi non ci si dovrebbe aspettare cambiamenti improvvisi qui. È più probabile che riguardino l’approccio. Sappiamo che Trump può fare mosse rapide e improvvise. Tuttavia, il repubblicano ha sempre sostenuto una maggiore determinazione e sembra che manterrà questa rotta in futuro“, ha detto Kashin.

Gli Stati Uniti hanno un gran numero di disaccordi con un altro paese asiatico, la Corea del Nord. L’approccio di Biden è stato la cosiddetta pazienza strategica, che includeva il contenimento della Corea del Nord e il suo indebolimento con sanzioni e pressione militare, ha osservato Kashin. A suo parere, Trump potrebbe provare a tornare a un approccio diplomatico con Pyongyang. È stato il primo presidente degli Stati Uniti a tenere un incontro di alto livello con un leader nordcoreano. L’esperto pensa che anche se Trump cercasse di far rivivere un accordo diplomatico, le sue posizioni attuali sono significativamente più deboli rispetto al 2017.

Sergey Shein, ricercatore presso il Center for Comprehensive European and International Studies presso la Higher School of Economics, ritiene che dal punto di vista dell’unità transatlantica, finora, non ci si debba aspettare gravi fratture con l’arrivo di Trump. Tuttavia, secondo l’esperto, dopo il 2025, ci sarà una crescente divisione nel campo transatlantico, innescata da questioni commerciali e tecnologiche. L’Unione europea ha bisogno di una svolta tecnologica e teme che Washington si stia reindustrializzando a sue spese.

Sono possibili cambiamenti anche per quanto riguarda la NATO. Durante la sua prima presidenza e in seguito, Trump è stato molto critico nei confronti dell’alleanza militare, mettendo ripetutamente in discussione l’unità e il futuro dell’organizzazione. Era particolarmente indignato per i contributi finanziari al blocco militare, che fornivano poco in cambio a Washington, mentre le spese degli alleati erano estremamente basse.

Elezioni anticipate incombenti sul governo tedesco che crolla

La coalizione di governo “a semaforo” della Germania, composta dal Partito Socialdemocratico di Germania (SPD), dal Partito Liberale Democratico (FDP) e da Alliance 90/The Greens, si è sciolta. Il 15 gennaio 2025 il cancelliere Olaf Scholz convocherà un voto di fiducia al Bundestag. Un voto di sfiducia potrebbe portare a elezioni parlamentari anticipate a marzo, ha riferito Nezavisimaya Gazeta .

Le cause del crollo della coalizione risiedono nella sua stessa composizione, ha affermato Artyom Sokolov, ricercatore presso l’Istituto di studi europei dell’Istituto statale di relazioni internazionali di Mosca. Secondo lui, i tre partiti sono stati veramente uniti solo per un breve periodo, nella primavera-estate del 2022, in seguito all’inizio dell’operazione militare speciale della Russia.

“Tuttavia, man mano che il conflitto in Ucraina si trascinava, la Germania si è impegnata sempre di più, aumentando gli aiuti a Kiev, e tutto questo è stato accompagnato da crescenti problemi economici a livello nazionale“, ha detto a Izvestia .

Sokolov ritiene che, dopo le elezioni anticipate, potrebbe emergere una nuova “grande coalizione”, che includerebbe la SPD e l’Unione cristiano-democratica di Germania (CDU).

È possibile che Scholz speri di conservare il suo seggio nel governo, mentre anche il capo dei conservatori cristiano-democratici, Friedrich Merz, potrebbe assumere questo ruolo.

Nezavisimaya Gazeta: Bruxelles e Seul pronte a sostenere il regime di Kiev senza Washington

La vittoria elettorale del candidato repubblicano alla presidenza degli Stati Uniti Donald Trump non ha ancora influenzato i combattimenti nella zona di conflitto ucraina. L’Ucraina sta cercando di mantenere le sue posizioni sul fronte orientale e nella regione di Kursk confinante con la Russia. In precedenza, Trump aveva promesso di porre fine al conflitto ucraino in 24 ore. Detto questo, i suoi oppositori negli Stati Uniti e negli alleati europei della NATO hanno già indicato la loro disponibilità a sostenere militarmente il regime di Kiev “fino alla vittoria“.

Parlando dell’attuale situazione in prima linea, il Segretario generale della NATO, Mark Rutte ha affermato che il sostegno all’esercito ucraino aumenterà, ribadendo che si tratta solo di una piccola parte dei bilanci militari annuali degli stati membri della NATO e di meno dell’1% del loro PIL annuale.

“Rutte sta esagerando la verità. Quaranta miliardi di euro dalla NATO, più i promessi aiuti militari separati dagli Stati Uniti e da altri paesi in tecnologie militari, la costruzione di fabbriche di difesa, la produzione di proiettili e così via: queste sono enormi risorse materiali e finanziarie. Sono in grado non solo di mantenere il potenziale di combattimento dell’esercito ucraino, ma anche di aumentarlo“, ha detto a Nezavisimaya Gazeta il tenente generale (in pensione) Yury Netkachev, un esperto militare.

L’esperto ha sottolineato che non solo la NATO e gli Stati Uniti inviano aiuti a Kiev, ma anche Australia e Taiwan, che hanno fornito al regime di Kiev sistemi missilistici terra-aria a medio raggio MIM-23 HAWK tramite paesi terzi.

Izvestia: le esercitazioni navali congiunte russo-indonesiane rafforzano ed espandono i legami

La fase attiva della prima esercitazione navale congiunta tra le flotte russa e indonesiana, denominata Orruda-2024, è iniziata nel Mar di Giava. Durerà due giorni, il 7 e l’8 novembre. Durante le esercitazioni, gli equipaggi delle corazzate dei due paesi si eserciteranno nella difesa da mine, aria e sottomarini, oltre a tenere addestramenti di artiglieria e antiterrorismo. Gli esperti sottolineano che Orruda-2024 aiuta a rafforzare e ampliare i legami con il paese più grande del Sud-est asiatico.

“L’esercitazione militare è importante data la politica russa di diversificazione delle relazioni nella regione e il fattore BRICS“, ha detto a Izvestia, Vasily Kashin, direttore del Centro per gli studi europei e internazionali completi presso la Scuola superiore di economia.

Ha osservato che la cooperazione militare e tecnica con l’Indonesia era piuttosto attiva negli anni 2010, ma è stata sospesa a causa delle sanzioni statunitensi. “In questa situazione, è importante per noi mantenere le dinamiche dei legami con le forze armate indonesiane, il che ci consentirà di tornare alla cooperazione su vasta scala una volta che le circostanze miglioreranno. L’Indonesia è un paese importante e influente e la nostra interazione deve comprendere l’intera gamma, dall’economia alla sfera militare“, ha spiegato l’esperto.

Kashin ha sottolineato che “i legami tra i militari contribuiscono a rafforzare la posizione della Russia sulle questioni di sicurezza regionale e globale”.

“È importante per la Russia mantenere relazioni nella sfera della sicurezza con i paesi ASEAN nel contesto del continuo riavvicinamento con la Cina. Così facendo, sottolineiamo che rimaniamo un attore indipendente nella regione, con la nostra posizione e il nostro approccio ai partner“, ha concluso l’esperto.

Vedomosti: l’UE inizia a ritirare il gas dagli impianti di stoccaggio sotterranei

L’Unione Europea è passata dal pompaggio del gas in strutture di stoccaggio sotterraneo del gas (UGS) al suo ritiro, secondo i dati forniti da Gas Infrastructure Europe (GIE). Secondo i calcoli di Vedomosti, all’inizio della stagione del riscaldamento, l’UE aveva accumulato 105,7 miliardi di metri cubi di gas, avendo riempito le sue strutture UGS al 95,3% al 28 ottobre.

Le attuali forniture sono sufficienti per una confortevole stagione di riscaldamento 2024/25 nell’UE, affermano gli esperti intervistati da Vedomosti. L’analista di Finam, Sergey Kaufman pensa che lo scenario di un deficit di gas in Europa questo inverno sia difficilmente realistico, anche se il transito del gas russo attraverso l’Ucraina si interrompesse completamente.

Ronald Smith, analista senior presso BCS World of Investments, pensa che un inverno freddo potrebbe avere un impatto maggiore sul mercato europeo del gas. Secondo la sua stima, il ritorno a un clima “normale” (gli inverni sono stati insolitamente caldi negli ultimi due anni) potrebbe aumentare il consumo di gas di 20-25 miliardi di metri cubi nel corso della stagione, superando il volume in transito attraverso l’Ucraina.

RED




Netanyahu oltre la follia: si scaglia anche contro l’ONU e la definisce “palude di bile antisemita”

Benjamin Netanyahu usa il palco dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite per scagliarsi contro l’ONU stessa mentre decine di delegati hanno lasciato le posizioni al Palazzo di Vetro di New York per non ascoltare il discorso del primo ministro israeliano. Il cui discorso incendiario, al limite della follia, ha attaccato duramente proprio l’istituzione di riferimento della diplomazia internazionale. Colpevole, a suo avviso, di aver più volte votato contro Israele nella guerra a Gaza e di aver rimbottato troppo spesso Tel Aviv.

Israele non fermerà la sua operazione militare nella Striscia di Gaza finché non avrà completato la sua vittoria sul movimento radicale Hamas, ha affermato il Primo Ministro israeliano, Benjamin Netanyahu nel suo discorso alla 79a sessione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite.

L’ONU è definito una “palude di bile antisemita” da Netanyahu. Una palude da dragare, da prosciugare per far finire “la farsa” che quotidianamente vi andrebbe in scena. Netanyahu contesta il fatto che all’ONU Israele viene criticata per la sua condotta a Gaza, dove in un anno sono morte 41mila persone sotto le bombe di Tel Aviv: “Nessun esercito ha mai fatto quello che sta facendo Israele per ridurre al minimo le vittime civili: lanciamo volantini, inviamo messaggi di testo, facciamo milioni di telefonate per garantire che i civili palestinesi siano al sicuro”, ha affermato Bibi ( l’appellativo con cui viene chiamato Netanyahu). Aggiungendo che a suo avviso Israele sta “vincendo” a Gaza e contro Hezbollah in Libano e lanciando all’Arabia Saudita l’offerta di rafforzare gli Accordi di Abramo contro l’Iran.

Netanyahu che attacca l’ONU non è una novità. Netanyahu che usa lo scranno dell’Assemblea Generale per sferrare il suo schiaffo al multilateralismo invece lo è eccome. A suo avviso l’organizzazione fomenta complotti contro Israele. Anzi, di più: è una “società terrapiattista anti-israeliana”. Il discorso appare fondamentalmente un manifesto ad uso interno e di consenso da parte di un leader sulla cui sopravvivenza politica nelle ultime ore era tornata a volteggiare più di una nube.

Il monito del ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov

Il ministro degli Esteri russo ha invitato le parti “a cessare immediatamente le ostilità, il che impedirebbe ulteriori spargimenti di sangue“, chiedendo la piena attuazione della risoluzione ( la n°1701) del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che stabilisce gli impegni di de-escalation di Israele e Hezbollah e misure severe contro i violatori.

“La risoluzione n°1701, stabilisce sia gli obblighi di Israele di cessare tutte le operazioni militari offensive, ritirare le sue forze armate dal Libano meridionale e porre fine all’occupazione delle terre libanesi, sia gli obblighi di Hezbollah di ritirare tutte le formazioni a nord del fiume Litania“, ha affermato il ministro russo in una riunione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite sulla situazione in Medio Oriente, compresa la Palestina. “Ma proprio oggi è stato dato l’ordine di bombardare Beirut“, ha detto Lavrov.

RED




Il presidente del Brasile Lula: il genocidio dei civili a Gaza da parte di Israele è paragonabile alle atrocità commesse da Hitler

Il presidente brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva

Il presidente brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva ha ordinato che l’ambasciatore del paese a Tel Aviv venga richiamato per consultazioni in mezzo alle tensioni per l’osservazione del leader brasiliano secondo cui le azioni di Israele a Gaza sono paragonabili alle atrocità commesse da Hitler, ha riferito il quotidiano Folha de S.Paulo .

Secondo il giornale, la decisione è arrivata in risposta alla decisione di Israele di convocare l’inviato brasiliano al Ministero degli Esteri.

Lula da Silva ha dichiarato il 18 febbraio che l’uccisione di decine di civili da parte di Israele nel bombardamento della Striscia di Gaza equivale a ciò che Hitler ha fatto agli ebrei. Lo stesso giorno, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha definito “vergognosa” l’affermazione del presidente brasiliano e ha affermato che, insieme al ministro degli Esteri israeliano, Israel Katz, aveva deciso di convocare immediatamente l’ambasciatore del Brasile in Israele per “un severo rimprovero“.

Vladimir Putin e Luiz Inacio Lula da Silva

Il 19 febbraio Katz ha dichiarato il presidente brasiliano persona non grata finché non si scuserà e rinnegherà il paragone tra Israele e la Germania nazista. L’inviato speciale di Lula da Silva per gli affari internazionali, Celso Amorim, ha invece affermato che Luiz Inacio Lula da Silva non ha alcuna intenzione di scusarsi.

RED




Josep Borrell: ciò che sta accadendo a Gaza è una cicatrice sulla coscienza comune

L’Alto Rappresentante dell’Unione Europea (UE) per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Josep Borrell, ha definito la crisi in corso nella Striscia di Gaza “una cicatrice sulla coscienza comune”. Lo ha scritto il 31 gennaio sulla sua pagina sul social network X (ex Twitter).

Borrell ha anche osservato che l’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei rifugiati palestinesi nel Vicino Oriente (UNRWA) è un elemento importante nell’attuazione dell’assistenza umanitaria a Gaza, nonostante il sospetto che i suoi dipendenti siano coinvolti nel terrorismo.

In precedenza, il 29 gennaio, l’agenzia di stampa palestinese WAFA aveva riferito che almeno 20 palestinesi, per lo più bambini e donne, erano stati uccisi e diversi feriti nella Striscia di Gaza a seguito degli attacchi aerei israeliani. Secondo la WAFA, il numero dei civili di Gaza uccisi dall’inizio dell’escalation del conflitto israelo-palestinese ha superato i 26,6mila, quasi 65,5mila sono rimasti feriti e circa 8mila risultano ancora dispersi.

Lo stesso giorno, diversi paesi, tra cui Austria, Giappone, Stati Uniti, Germania, Australia, Italia, Canada, Finlandia e Regno Unito, hanno annunciato la sospensione dei finanziamenti all’UNRWA a causa del sospetto di un suo coinvolgimento negli attacchi del 7 ottobre su Israele. In risposta, l’agenzia ha affermato che non sarà in grado di continuare le sue attività nella Striscia di Gaza e nella regione del Medio Oriente dopo febbraio, a meno che non vengano rinnovati i finanziamenti.

Benjamin Netanyahu e Isaac Herzog

Il 18 gennaio il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu ha dichiarato che Israele intende continuare l’operazione nella Striscia di Gaza finché il movimento radicale palestinese Hamas non sarà completamente sconfitto e i combattimenti continueranno per molti mesi. Il presidente israeliano Isaac Herzog ha poi sottolineato che Hamas deve essere sradicato per “garantire un futuro migliore ai palestinesi”.

RED




Israele, migliaia di persone in piazza contro Netanyahu: “Deve andare a casa”, ma ormai nel mondo è “caccia all’ebreo”

Migliaia di persone sono scese in piazza a Tel Aviv per protestare nel cuore della città contro il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, chiedendo lo scioglimento della Knesset e l’indizione di nuove elezioni “Chi divide non unirà, chi distrugge non costruirà, chi distrugge non creerà“, ha dichiarato Yonatan Shamriz, il cui fratello Alon, ostaggio a Gaza, era stato ucciso per errore dagli stessi soldati israeliani. Manifestazioni anche a Cesarea, nel nord del Paese, di fronte all’abitazione di Netanyahu.

Le proteste si pongono in un quadro di contrapposizione tra Israele e Usa: se Joe Biden aveva definito “non impossibile” la creazione di uno Stato palestinese con Netanyahu al governo dopo il colloquio telefonico di venerdì, il premier israeliano, evidentemente irritato per le indiscrezioni trapelate, ha replicato che nella Striscia non ci potrà mai essere una sovranità palestinese dell’Anp di Abu Mazen, perché striderebbe con le esigenze di sicurezza dello Stato ebraico.

Sul fronte internazionale il segretario generale dell’ONU, Antonio Guterres ha bollato come “inaccettabile il rifiuto della soluzione dei due Stati e la negazione del diritto ad uno Stato per il popolo palestinese“. “Ciò prolungherebbe indefinitamente il conflitto – ha aggiunto – che è diventato una grave minaccia per la pace e la sicurezza globale, esacerberebbe la polarizzazione e incoraggerebbe gli estremisti ovunque“.

Stessi toni da parte dell’Alto rappresentante UE, Josep Borrell, che anzi è andato oltre accusando il governo Netanyahu di aver “finanziato Hamas nel tentativo di indebolire l’Autorità palestinese”.

I DATI SHOCK DELL’FBI SULL’ODIO ANTIEBRAICO

Ormai però nel mondo le immagini del genocidio perpretato da Netanyahu su civili e bambini a Gaza hanno fatto scattare una vera e propria “caccia all’ebreo” tanto che lo stesso governo di Israele ha capito di aver bisogno di una strategia per contrastare l’odio riversato su di loro che emerge in modo autoevidente non solo dalla cronaca delle ultime settimane (è di questi giorni la notizia che la Tunisia sta lavorando ad una legge che punirà fino all’ergastolo il cittadino che intrattiene rapporti di qualsiasi tipo con Israele), ma anche dalle nude cifre del direttore dell’FBI. In un’audizione sui crimini antisemiti tenutasi martedì scorso al Senato, il capo dell’intelligence americana Christopher Wray ha dichiarato testualmente: “La realtà è che la comunità ebraica è presa di mira in modo univoco e la minaccia sta raggiungendo livelli storici“.

La situazione in Medio Oriente rischia però di avere una sua influenza persino sulle prossime elezioni presidenziali americane. Alcuni leader politici islamici hanno già indirizzato una lettera-monito al presidente Biden e alla leadership del Partito Democratico USA, minacciando di negare il sostegno dei loro elettori a “qualsiasi candidato che non avesse sostenuto un cessate il fuoco a Gaza“. Un’ottica vagamente ricattatoria ma particolarmente attenta agli scenari politici dei singoli Stati americani.

RED




Il presidente turco Erdogan: niente più fiducia nell’Occidente che non ha fatto nulla per fermare il genocidio di Gaza

Non c’è più fiducia nei confronti dell’Occidente, che non ha adottato alcuna misura per prevenire la crisi a Gaza, ha affermato il presidente turco Tayyip Erdogan.

Le organizzazioni il cui compito è garantire la sicurezza globale hanno fallito, come dimostra il conflitto tra Israele e Palestina, ha affermato.

“Non c’è più fiducia nei confronti dei paesi occidentali che hanno fallito il test sulla questione di Gaza. I loro volti fascisti sono stati scoperti. Non hanno fatto un solo passo per prevenire la violenza. Le organizzazioni incaricate della sicurezza globale, proprio come in Iraq, La Bosnia, la Siria e la Somalia hanno fatto un fiasco. Si sono limitate a guardare pigramente gli atti di genocidio e di barbarie commessi contro il popolo palestinese dal ‘Führer dei tempi moderni’, il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu“, ha detto Erdogan una cerimonia di consegna delle nuove navi da guerra della Marina turca, tenutasi presso il cantiere navale Yalova nel Mar di Marmara vicino a Istanbul, trasmessa dal canale TRT Haber .

Israeli Prime Minister Benjamin Netanyahu

Erdogan ha affermato che la Turchia sta compiendo grandi sforzi per porre fine a vari conflitti. In particolare, ha ricordato i colloqui di Istanbul per una soluzione in Ucraina nel marzo 2022.

“L’importanza del processo che abbiamo avviato quando il conflitto tra Russia e Ucraina durava diversi mesi è oggi meglio compresa. Se quel processo, che le lobby militari cercavano di sabotare, avesse raggiunto il suo obiettivo, decine di migliaia di persone non avrebbero perso la vita. Vediamo che coloro che allora ci criticavano, oggi sono d’accordo con noi. State certi che lo stesso pentimento sarà alla fine suscitato dalla tragedia di Gaza. Coloro che chiudono un occhio sui massacri commessi da Israele a Gaza dovranno affrontare conseguenze disastrose. “, ha detto Erdogan.

RED