Viaggio nell’Eixample: dove Barcellona s’inclina

La prima volta che mi sono perso lungo tempo nell’Eixample, ho avuto la sensazione di trovarmi dentro una città che qualcuno avesse tracciato con una squadra e una matita. Le strade procedevano dritte, regolari, ostinatamente uguali. Gli isolati si susseguivano con quella geometria ripetitiva che dopo qualche minuto fa perdere l’orientamento proprio perché sembra non esserci nulla che possa sorprendere. E poi compariva la Diagonal. La vedevo da lontano, mentre attraversavo il rigore ortogonale dell’Eixample, e mi sembrava una stortura, una linea obliqua infilata dentro una geometria che pareva non ammettere eccezioni. Poi entravo nella Diagonal e succedeva qualcosa di curioso. Non era più lei a sembrare storta ma l’Eixample, improvvisamente, a piegarsi intorno a me. E la strada che avevo considerato un’anomalia è diventata forse quella che più prediligevo di Barcellona.

È una sensazione che, col tempo, ho imparato ad associare a Ildefons Cerdà. Perché l’Eixample non è semplicemente un quartiere ma un’idea di città. E per comprenderla bisogna tornare a quando Barcellona, poco più di un secolo e mezzo fa, era ancora compressa dentro le sue mura medievali, cresciuta troppo per lo spazio che aveva a disposizione, soffocata dalla densità, dalla mancanza d’igiene, dall’assenza di aria e di verde.

Fuori dalle mura esistevano già altri mondi. Gràcia, Sants, Sant Martí, Les Corts, Sarrià, Sant Andreu, Horta erano borghi, paesi, campagne e strade che appartenevano a una realtà diversa, ma che la crescita della città avrebbe inevitabilmente finito per incontrare.

Quando nel 1854 venne autorizzata la demolizione delle mura, si aprì una domanda destinata a cambiare per sempre Barcellona. Che cosa costruire al loro posto?

Nel 1859 il Comune bandì un concorso che venne vinto da Antoni Rovira i Trias con un progetto molto più vicino alla tradizione urbana del tempo. Una città organizzata attorno a un centro, con assi che si irradiavano verso la periferia.

Sembrava una soluzione naturale, quasi inevitabile.

Madrid impose invece un’altra visione. Avendo vissuto dieci anni a Barcellona, ho finito anch’io per adottare qualcosa di quello storico antagonismo catalano nei confronti della capitale spagnola. Ma, in questa vicenda, devo ammettere che per una volta la decisione presa dal governo centrale si rivelò lungimirante quando preferì il progetto di Cerdà a quello di Rovira risultato vincitore del concorso indetto dalla stessa Barcellona.

Ildefons Cerdà era un ingegnere, nato nel 1815 a Centelles, che aveva studiato a Barcellona e poi a Madrid, alla Scuola di Ingegneri di Caminos, Canales y Puertos. Aveva lavorato come tecnico dello Stato in diverse città spagnole prima di tornare stabilmente a Barcellona. Ma definirlo semplicemente ingegnere sarebbe riduttivo. Cerdà apparteneva a quella rara categoria di uomini che davanti a un problema concreto vanno oltre l’onorario e sentono il bisogno di comprenderne l’intera essenza.

Prima di disegnare la città, la misurò. Studiò il territorio, le pendenze, la popolazione, i flussi, le condizioni igieniche, la distribuzione dei servizi, la mobilità. Comprese che il problema non era soltanto dove mettere le case, ma come permettere alle persone di vivere, muoversi, respirare e incontrarsi. La sua intuizione più moderna fu come la città non dovesse essere soltanto la somma dei suoi edifici, ma una rete di relazioni.

Da qui nacque l’Eixample, l’Ampliamento. Una parola quasi modesta per un progetto che in realtà voleva ricomporre l’intero territorio di Barcellona. La sua trama ortogonale era costituita da isolati pressoché quadrati, le manzanas, con lati di circa 113 metri, e da strade generalmente larghe una ventina di metri. Agli angoli, Cerdà tagliò gli isolati con i celebri xamfrans, gli smussi a quarantacinque gradi. Non fu un vezzo estetico, ma una soluzione per migliorare la visibilità, la circolazione, l’aria e la luce.

Soprattutto immaginò una città meno compatta di quella che sarebbe diventata. Gli edifici avrebbero dovuto occupare soltanto una parte degli isolati, lasciando ampi spazi interni a giardini e verde. Non voleva soltanto costruire più città, voleva costruirla meglio. Un luogo nel quale le condizioni dell’abitare non dipendessero dal privilegio di trovarsi nel posto giusto, e dove servizi, mobilità, luce e aria fossero distribuiti con una certa equità.

Il progetto, però, non rimase intatto. La pressione immobiliare, la speculazione e le successive trasformazioni normative portarono progressivamente a costruire di più e a occupare anche gran parte degli spazi interni delle manzanas. Quello che vediamo oggi è dunque anche il risultato di una lunga contrattazione fra l’idea di Cerdà e la forza economica della città reale.

Eppure la sua griglia ha resistito. Anzi, si è dimostrata sorprendentemente capace di assorbire ciò che veniva dopo. I borghi preesistenti non scomparvero semplicemente dentro la nuova geometria ma conservarono in larga misura le proprie trame, le proprie strade, una parte della propria identità, mentre l’Eixample costruiva intorno a loro una nuova continuità urbana. La città medievale e quella industriale, i vecchi paesi e la nuova borghesia, il commercio e la residenza finirono così per diventare parti di uno stesso organismo.

E poi c’era la Diagonal. Oggi ci sembra quasi inevitabile, ma dentro la regolarità della griglia quell’arteria è una dichiarazione di libertà. Attraversa l’Eixample obliquamente, lo interrompe, lo orienta, gli dà profondità. È come se Cerdà avesse capito che anche una città rigorosa ha bisogno di una linea capace di contraddirla. Camminandoci dentro ho finito per capire che non era la Diagonal a deformare l’Eixample, ma era l’Eixample che, grazie alla Diagonal, acquistava una dimensione nuova. E con lei le altre due grandi oblique l’Avinguda Meridiana e il Paral·lel.

Cerdà arrivò persino a dare un nome scientifico a ciò che stava facendo. Nel 1867 pubblicò la Teoría General de la Urbanización, uno dei primi tentativi di trasformare l’urbanistica in una disciplina organica, fondata non soltanto sulla geometria, ma anche sull’economia, sulla statistica, sull’igiene, sulla società e sulla mobilità. Aveva intuito che progettare una città significava progettare una forma di vita.

Morì nel 1876, lontano da Barcellona e in condizioni economiche difficili, senza vedere fino in fondo ciò che il suo progetto sarebbe diventato. Non poteva sapere che, qualche decennio più tardi, dentro quella sua ordinata successione di isolati sarebbero esplose le forme visionarie di Gaudí, Domènech i Montaner, Puig i Cadafalch e del Modernisme. Né poteva immaginare che milioni di persone attraversano tutt’oggi quelle strade senza sapere quasi nulla di lui.

Forse è questo il destino più curioso dei grandi urbanisti che quando hanno avuto ragione, diventano invisibili.

Oggi camminando nell’Eixample si continua a vedere quella geometria ostinata, le facciate che cambiano, i balconi, i negozi, gli alberi, il traffico, le persone che vanno e vengono. Ma so che sotto questa apparente normalità c’è una delle più ambiziose invenzioni urbane dell’Europa moderna. Cerdà non aveva disegnato la Barcellona del suo tempo. Aveva disegnato una città capace di cambiare, di accogliere il nuovo senza cancellare completamente ciò che esisteva prima.

E forse è proprio per questo che quando entravo nella Diagonal e mi sembrava per un istante che fosse tutta Barcellona a inclinarsi intorno a me, pensavo che quella vecchia “stortura” fosse in realtà la prova più evidente che Ildefons Cerdà aveva visto giusto. Aveva capito che una città perfetta non deve essere immobile. Deve sempre saper sorprendere.

Giulio Maniscalco




Il dito di Colombo: il viaggio che cambiò la Storia e una città

Bisogna ammetterlo, il 12 ottobre, tra le tante, è la festa più strana che ricordi di Barcellona. Forse perché arrivava in quel periodo sospeso in cui l’estate non se n’è ancora andata del tutto, forse perché, da italiano, facevo fatica a riconoscermi in una festa nazionale spagnola così particolare che riguarda un altro italiano. E avevo la netta sensazione che non piacesse neppure così tanto agli stessi catalani, fatto salvo che era un giorno di festa. E quello sì che gli piaceva. Il 12 ottobre è la Fiesta Nacional de España, la festa nazionale spagnola, mentre Día de la Hispanidad è la denominazione con la quale continua comunemente a essere identificata.

La data richiama quel giorno del 1492 nel quale la spedizione di Cristoforo Colombo raggiunse un’isola dei Caraibi, tradizionalmente identificata con San Salvador. Dopo oltre due mesi di navigazione tre imbarcazioni erano finalmente approdate in terre che il Navigatore non poteva ancora sapere quanto avrebbero cambiato la storia.

E qui vorrei accennare brevemente alle famose “caravelle” che mi avevano appassionato fin dalle scuole elementari. Sono piccole curiosità interessanti che aggiungono qualcosa al nostro sapere, spesso semplificato dalla retorica dei libri di storia.

In realtà la Santa María non era una caravella ma una caracca e fungeva da nave ammiraglia essendo la più grande delle tre. Il suo vero nome era La Gallega, perché era stata costruita in Galizia. Si incagliò ed affondò la notte di Natale del 1492 sulle coste di Haiti e i suoi legnami furono usati per erigere il primo fortino europeo delle Indie, chiamato La Navidad.

La Pinta era invece una vera e propria caravella, veloce e manovrabile, famosa per la sua velocità. Dalla sua coffa il marinaio Rodrigo de Triana fu la primo a veder comparire la terraferma del Nuovo Mondo alle due del mattino del 12 ottobre.

La Niña era una caravella agile e leggera il cui vero nome era Santa Clara, in onore di Santa Chiara, mentre Niña era un soprannome originato dal cognome del proprietario, Juan Niño. Pare che fosse molto amata da Colombo per le sue doti nautiche, e partecipò a molte altre spedizioni prima di scomparire nel nulla durante un viaggio verso il Venezuela.

Colombo era convinto di essere arrivato nelle Indie e gli abitanti che incontrò da quel momento sarebbero stati per questo motivo chiamati indios.

La Storia, però, aveva appena cominciato a cambiare.

E Barcellona, pochi mesi dopo, sarebbe diventata uno dei luoghi principali in cui quella trasformazione avrebbe preso forma.

Colombo era rientrato nella penisola iberica nella primavera del 1493 mentre i Re Cattolici, Ferdinando d’Aragona e Isabella di Castiglia, si trovavano a Barcellona. Il Navigatore venne convocato per raccontare personalmente ai sovrani la spedizione, per mostrare ciò che aveva riportato con sé, e per fare in modo che quella scoperta potesse diventare qualcosa di ancora più grande.

La scena nell’immaginario collettivo è quella di Colombo ricevuto solennemente dai sovrani, con oggetti esotici, animali e alcuni indigeni al seguito. Ma, come spesso accade, quando la storia si fa leggenda, i dettagli si sono rimescolati nella memoria.

Anche il luogo dell’incontro non è del tutto certo. La tradizione barcellonese lo colloca nel Saló del Tinell, il grande salone gotico del Palau Reial Major, ambientazione perfetta per immaginare Colombo davanti ai sovrani mentre racconta di isole lontanissime. Molto probabilmente, invece, s’incontrarono nel monastero di Sant Jeroni de la Murtra, alle porte della città, dove i Re Cattolici stavano soggiornando.

La cosa curiosa è come entrambe le versioni continuino a vivere nella memoria della città. Sappiamo che l’incontro avvenne, sappiamo che ebbe conseguenze enormi, ma non possiamo ancora mettere con assoluta certezza una puntina sulla mappa nel punto esatto in cui tutto ciò accadde.

Quel di cui abbiamo certezza è che da quel momento la faccenda cambiò scala. Venne organizzato rapidamente un secondo viaggio più imponente, trasformando la spedizione esplorativa in un progetto politico e coloniale. Barcellona ebbe un ruolo ancora più curioso dato che proprio qui, nell’aprile del 1493, venne stampata una delle prime edizioni della lettera con cui Colombo annunciava le terre appena raggiunte. Prima ancora di diventare monumento, dunque, Colombo fu a Barcellona una notizia. Il mare aveva portato la storia in città e una tipografia la stava già spedendo verso il resto d’Europa.

I catalani lo chiamano Cristòfor Colom, e lui, a Barcellona, è una presenza impossibile da evitare. Non tanto perché sia legato alla città per nascita o per lunga permanenza, ma perché la città ha scelto di trasformare il suo rapporto con lui in una delle sue immagini più potenti.

Basta scendere lungo la Rambla fino al Port Vell e guardare in alto.

Dove la città finisce e comincia il mare c’è Colombo che alza il braccio verso l’orizzonte.

Il Monument a Colom fu inaugurato nel 1888, durante l’Esposizione Universale, quasi quattrocento anni dopo il viaggio. È alto circa sessanta metri e racchiude nella colonna un ascensore che porta fino al piccolo mirador superiore. Immagino come la vista da lassù potesse essere una delle attrazioni più sorprendenti della Barcellona ottocentesca, avendo sotto la Rambla, davanti il porto e alle spalle una città che proprio allora stava imparando a mostrarsi al mondo.

Anche il monumento racconta più il 1888 che il 1492. Alla base ci sono leoni, allegorie, rilievi e personaggi legati alla spedizione e alle corone di Castiglia e Aragona. È quasi una grande enciclopedia scolpita, costruita in un’epoca in cui Colombo era ancora soprattutto l’eroe dell’esplorazione e il simbolo di un mondo che si allargava sempre più.

Oggi guardiamo a quel tempo con occhi diversi, consapevoli che dietro quella scoperta ci furono anche conquista, violenza e colonizzazione. E vale la pena ricordare anche una questione di linguaggio che potrebbe sembrare secondaria, ma non lo è affatto. Per molti dei popoli originari del Messico, del Centro e del Sudamerica, essere chiamati indios è considerato offensivo e intollerabile, perché quel termine nasce proprio dall’errore geografico di Colombo e dalla successiva visione europea delle popolazioni incontrate.

La statua rimane lì, a ricordarci quanto possano cambiare le idee e le prospettive con cui una società decide di raccontare il proprio passato.

Il 12 ottobre, però, la capitale catalana vive la festività in modo diverso da Madrid, dove si svolge la grande cerimonia nazionale con la parata militare alla presenza del Re.

A Barcellona la ricorrenza ha soprattutto una dimensione civile, associativa e popolare, con manifestazioni, musica e gruppi folkloristici latinoamericani. Ed è proprio questa la mescolanza che ricordo meglio, una festa spagnola piena di America in una città catalana che con la Spagna ha sempre avuto un rapporto tutt’altro che semplice.

Poi c’è il particolare che a Barcellona ha finito inevitabilmente per diventare una barzelletta geografica. Colom indica la direzione sbagliata. L’America si trova esattamente alle sue spalle, verso ovest. Da lassù il navigatore indica il mare verso le Baleari, con la sicurezza di chi sa perfettamente dove sta andando, quando in realtà il suo dito punta dalla parte opposta rispetto alle terre che aveva raggiunto.

Una di quelle ironie involontarie che Barcellona sembra coltivare con particolare affetto.

Quando, nelle mie passeggiate, scendendo da Gràcia fino al Port Vell, sbucavo verso la fine della Rambla, ritrovandomi a passare sotto quella colonna, ogni volta mi faceva sorridere quel nostro famoso connazionale, Cristòfor Colom, immobile lassù da più di un secolo, con l’aria ispirata e il braccio alzato a indicare ostinatamente la direzione sbagliata.

Però, alla fine, penso che vada bene così. Se avesse indicato davvero la direzione dell’America, avrebbe dovuto puntato il dito verso le montagne e si sarebbe passato un altro secolo a discutere del perché.  

Almeno così indicava il suo elemento. Il mare. E, per uno che aveva passato tutta la vita a trovare una via dietro l’orizzonte, forse è proprio quella l’unica direzione giusta.

Giulio Maniscalco




Les corts catalanes: quando il re ebbe bisogno dei suoi sudditi

Nel Parc de la Ciutadella, tra padiglioni, alberi, laghetti e il movimento distratto di turisti e barcellonesi, c’è un edificio che racconta una storia molto più antica delle sue pietre. È il Parlamento della Catalogna, insediato nell’antico arsenale della Ciutadella borbonica, costruita dopo la caduta di Barcellona del 1714. Un luogo istituzionale, apparentemente tranquillo, che però porta con sé una memoria politica lunga quasi otto secoli.

Se la sede è relativamente giovane, le sue prerogative, invece, affondano le radici nel Medioevo.

E qui, lo confesso, la Storia comincia a diventare per me una faccenda piuttosto personale. Più ricerco e studio, più mi accorgo di quanto spesso ciò che abbiamo imparato a scuola ci sia stato raccontato attraverso la lente della propaganda dei vincitori, dalle istituzioni già compiute o da grandi gesti attribuiti alla lungimiranza di sovrani realmente inetti.

Prendiamo la Magna Charta. Tra i banchi ci viene presentata come una folgorazione della monarchia inglese, una sorta di improvvisa illuminazione che avrebbe condotto l’Europa verso la moderna democrazia. In realtà Giovanni Senza Terra, come non ricordarlo nel Robin Hood di Walt Disney, nel 1215 non venne repentinamente ispirato dall’amore per le libertà civili. Fu costretto a negoziare con una nobiltà ribelle, dopo anni di sconfitte militari, crisi finanziarie e conflitti politici. Pertanto la Magna Charta nacque da un rapporto di forza e fu necessario promulgarla per salvare la Corona.

Nello stesso periodo, in un’altra parte dell’Europa, circa 1200 km più a sud, accadeva qualcosa di apparentemente simile, ma in una dinamica differente.

In Catalogna il potere del re non era affatto assoluto. Anzi, per esercitarlo aveva bisogno di convincere, negoziare e soprattutto ottenere denaro.

Il protagonista è Jaume I el Conqueridor, Giacomo I d’Aragona detto il Conquistatore, che salito al trono giovanissimo nel 1213, sarebbe diventato uno dei grandi sovrani della storia catalana e aragonese. Molto amato ancor oggi da quelle parti.

Il suo progetto ambizioso era di espandere i domini della Corona d’Aragona nel Mediterraneo. Nel 1229 aveva conquistato Maiorca, negli anni successivi avrebbe preso Valencia.

Ma guerre, flotte, cavalieri e approvvigionamenti costano denaro. E il denaro, nel Medioevo, non si poteva semplicemente pretendere.

Il sovrano doveva trattare con nobiltà, clero e città. Da questo complesso equilibrio nacquero e si svilupparono les Corts Catalanes, le Corti Catalane, una delle più interessanti esperienze rappresentative dell’Europa medievale.

Non fu dunque un regalo del re ai suoi sudditi. Fu un compromesso.

Le Corti si formarono progressivamente nel corso del XIII secolo, evolvendo dalle precedenti assemblee catalane e soprattutto dalla tradizione della Pau i Treva de Déu, la Pace e Tregua di Dio, che aveva cercato di limitare la violenza della società feudale. Intorno al sovrano si riunirono i tre grandi bracci della società. Quello ecclesiastico, rappresentato da vescovi, abati e uomini della Chiesa. Quello militare, formato dalla nobiltà e dai cavalieri. E infine quello reale, nel quale sedevano i rappresentanti delle città e delle comunità direttamente sottoposte al sovrano.

Ed è proprio quest’ultimo elemento a rendere la vicenda particolarmente interessante.

Barcellona era ormai una grande città mercantile, affacciata sul Mediterraneo e sempre più consapevole della propria forza economica. I suoi mercanti avevano bisogno di strade sicure, porti efficienti, stabilità politica e libertà di commercio. La nobiltà, invece, rappresentava ancora il potente mondo feudale, con i suoi privilegi e le sue consuetudini. Giacomo I poteva quindi trovare nelle città un alleato naturale per contenere il peso dei grandi feudatari.

Il meccanismo era, in fondo, molto concreto. Il re chiedeva un contributo straordinario, il donatiu, necessario per finanziare una guerra o una spedizione e le Corti negoziavano in cambio leggi, privilegi, garanzie e limiti all’esercizio arbitrario del potere.

È il cuore di quello che sarebbe stato definito pactisme, il pattismo catalano. Il potere si costruisce attraverso un accordo condiviso.

La formula latina Quod omnes tangit ab omnibus approbari debet, “ciò che riguarda tutti deve essere approvato da tutti”, riassume bene lo spirito di questa tradizione. Non era democrazia nel senso moderno del termine. Sarebbe un errore storico sostenerlo. Ma era certamente qualcosa di importante nella storia dell’idea europea di rappresentanza. Il sovrano non governava semplicemente sopra la società ma doveva, almeno in determinate materie, negoziare con essa.

Le Corti acquisirono progressivamente anche una funzione legislativa. Le cosiddette Costituzioni venivano promulgate congiuntamente dal re e dagli stamenti, e il loro valore superava quello di un semplice ordine personale del sovrano. In questo sistema il diritto diventava quindi anche il risultato di una negoziazione politica.

Poi, nel XIV secolo, avvenne un passaggio destinato a lasciare un’impronta ancora più profonda.

Nel 1359, durante le Corti di Cervera, venne istituita una deputazione permanente incaricata di amministrare e riscuotere i tributi concessi al sovrano tra una sessione e l’altra delle Corti. Era la Diputació del General, destinata a diventare la Generalitat, la regione. Il primo presidente fu il vescovo Berenguer de Cruïlles, figura ecclesiastica e politica che inaugurò una delle istituzioni più longeve della storia catalana.

La Generalitat, dunque, non nacque originariamente come governo regionale nel significato contemporaneo. Nacque come strumento fiscale e amministrativo delle Corti. Ma proprio questa origine rivela qualcosa di essenziale. Controllare le risorse significava anche esercitare potere.

Per secoli questo equilibrio tra Corona e istituzioni del Principato funzionò attraverso una continua contrattazione. Poi arrivò la Guerra di Successione Spagnola e tutto cambiò.

L’11 settembre 1714 Barcellona cadde dopo un lungo assedio. Filippo V di Borbone impose i Decreti di Nueva Planta, che abolirono le istituzioni politiche catalane e inserirono il territorio in un sistema più centralizzato, modellato sulla struttura amministrativa della monarchia borbonica.

La vecchia architettura istituzionale venne smontata. La memoria, invece, rimase. E rimane.

E forse non è un caso che Barcellona abbia come spina dorsale la Gran Via de les Corts Catalanes. Lunga circa tredici chilometri è una delle grandi arterie della città, quasi una linea tracciata sulla mappa per ricordare che quelle Corti non appartengono soltanto ai libri di storia. È la strada più lunga della Catalogna, la seconda strada più lunga della Spagna e possiede il primato del numero civico più alto della nazione, arrivando fino al numero 1198. Ma c’è anche il barri de Les Corts. Jaume I continua a comparire nella città attraverso statue, monumenti e raffigurazioni, compresa quella che lo ricorda sulla facciata dell’Ajuntament, il grande palazzo del Comune.

È curioso come una città possa conservare la propria storia senza necessariamente doverla spiegare. Basta camminare.

Si può partire dalla Ciutadella, dove oggi il Parlamento della Catalogna occupa l’antico arsenale militare costruito dopo la sconfitta del 1714. Poi attraversare lentamente la città, seguire una strada chiamata Corts Catalanes, fermarsi davanti alla figura di Jaume I sull’Ajuntament e provare a immaginare quel re giovane, impegnato a raccogliere uomini e denaro per conquistare il Mediterraneo.

A quel punto diventa difficile continuare a pensare alla Storia solamente come a una successione di date.

La Storia comincia a camminare accanto a noi.

Ed è forse anche questo un buon modo per conoscere Barcellona. Non limitarsi a visitarla, ma attraversarla come si attraversano le pagine di un libro. Perché sotto i nostri passi, spesso invisibile, continua a vivere il lungo negoziato fra chi comandava e chi, per permettergli di comandare, pretendeva qualcosa in cambio. Un patto, appunto.

E meditando su questa metropoli, mi piace pensare che il suo insegnamento più affascinante è come la Storia non sia soltanto ciò che è accaduto ma ciò che continua a raccontare ogni volta che decidiamo di fermarci ad ascoltarla.

E allora Barcellona smette per un momento di essere soltanto una città da visitare e diventa un luogo da leggere, passo dopo passo.

Giulio Maniscalco




LA CITTÀ CHE VIVE NEI LIBRI

La Barcellona di Carlos Ruiz Zafón

Carlos Ruiz Zafón

Quando dal Veneto sbarcai a Barcellona non potevo immaginare quanto quella città sarebbe entrata profondamente nella mia vita. In quel momento mi stavo lasciando alle spalle un lungo matrimonio. Ed ero rimasto anche tenacemente imprigionato all’interno di un vissuto che da molto tempo sentivo
non essermi più confacente. C’era pertanto la necessità vitale di ricominciare, e di allontanarmi dalla provincia nella quale avevo abitato, per trovare una diversa nuova dimensione, più grande, più aperta, più viva. Londra, Parigi, Berlino e New York mi attiravano, ma per quanto eccezionali avevano qualcosa di troppo distante da me.
Cercavo sì una metropoli, ma non la volevo “fredda”. Essendo nato sulla costa romagnola, avevo bisogno del mare, della luce, di un clima mite e soprattutto di persone ospitali, capaci di stare al mondo con profonda leggerezza. Perciò Barcellona fu praticamente una scelta scontata. Ma dietro quella decisione
non c’era soltanto la voglia di Mediterraneo. Nel Natale del 2001 qualcuno mi aveva regalato L’ombra del vento. Mi appassionai a quel romanzo e, pagina dopo pagina, quasi senza accorgermene, cominciai a percorrere le strade di una Barcellona che ancora non avevo mai visto.

Quelle pagine mi avevano consegnato una città che non conoscevo. La pioggia sui marciapiedi, vicoli in penombra, librerie misteriose, palazzi silenziosi, amori impossibili e soprattutto la sensazione che dietro ogni porta potesse nascondersi qualcosa.

Carlos Ruiz Zafón, nato a Barcellona nel 1964, era riuscito nell’impresa straordinaria di farmi desiderare un luogo prima ancora di averlo conosciuto. Quando mi trasferii davvero, cominciai a cercare quella Barcellona. E fu allora che accadde qualcosa di curioso. Scoprii che, dietro la fantasia di Zafón, esistevano strade vere, piazze vere, locali veri, palazzi che potevo raggiungere a piedi. Così il romanzo smise di essere soltanto un libro e diventò una sorta di mappa. Ho vissuto, lavorato e girovagato proprio in alcune delle zone raccontate nei suoi romanzi. Ho seguito strade e numeri civici, sono entrato nei locali, ho mangiato nelle vecchie osterie, ho bevuto cioccolata e mi sono perso nelle stesse strade percorse dai suoi protagonisti. In qualche modo, anche attraverso Zafón, Barcellona è diventata parte integrante del
mio essere.

Lui conosceva profondamente questa metropoli. Da ragazzo aveva abitato nei pressi della Sagrada Família, assorbendo fin dall’infanzia l’universo del Modernismo. Poi nel 1994 si era trasferito a Los Angeles, lavorando soprattutto come sceneggiatore. Eppure non smise mai di tornare, con la scrittura, al luogo in cui era nato. Non era interessato alla Barcellona moderna e scintillante degli ultimi decenni del
Novecento. Cercava quella ottocentesca e modernista, industriale e borghese, elegante e decadente, attraversata dalle tensioni sociali, poi devastata dalla Guerra Civile e dalla dittatura franchista. Una metropoli capace di essere luminosa e tenebrosa al tempo stesso.

Da questa visione ricca di contrasti nacque il Cimitero dei Libri Dimenticati, il grande ciclo composto da L’ombra del vento, Il gioco dell’angelo, Il prigioniero del cielo e Il labirinto degli spiriti. Quattro romanzi collegati da personaggi, libri, amori e segreti, capaci di attraversare quasi quarant’anni di storia. Al centro c’è il Cimitero dei Libri Dimenticati, una biblioteca segreta e labirintica dove vengono custoditi i volumi
destinati a scomparire. Nel 1945 Daniel Sempere vi entra accompagnato dal padre e sceglie un libro, L’ombra del vento, scritto da Julián Carax. Quella scelta apparentemente casuale lo trascinerà dentro una vicenda che attraversa generazioni e che, inevitabilmente, ritorna sempre alle stesse strade, i carrer, della capitale catalana.

Il primo itinerario conduce dalla Rambla verso il Raval. È prima dell’alba quando Daniel e suo padre si incamminano verso l’ignoto. Poco dopo compare carrer de l’Arc del Teatre, uno dei luoghi più evocativi dell’intera saga. Il Cimitero non esiste, naturalmente, è una delle grandi invenzioni di Zafón. Eppure, collocato in quel dedalo di vicoli e muri antichi del Raval, sembra assolutamente possibile. È questa una delle magie della sua scrittura. L’invenzione non cancella la realtà, la rende più misteriosa. In carrer de Santa Anna troviamo invece la libreria “Sempere & Figli”, anch’essa immaginaria ma inserita in una strada autentica, a pochi passi dalla Rambla e da Plaça Catalunya. È il cuore affettivo della storia, il luogo dei Sempere, dei libri e del rapporto fra Daniel e suo padre. Da lì il percorso si allarga verso Plaça Reial, dove vive Gustavo Barceló, il raffinato libraio antiquario che entra nella vicenda di Carax, e dove si intrecciano alcuni dei primi incontri decisivi di Daniel, Clara Barceló e Fermín Romero de Torres, destinato a diventare il suo straordinario compagno di avventure.

Poi ci sono i luoghi in cui la letteratura incontra la vita quotidiana. Carrer de Petritxol, con La Pallaresa e le sue cioccolate calde. Carrer de Montsió e Els Quatre Gats, il mitico locale modernista frequentato dagli artisti della Barcellona di inizio Novecento. Zafón amava quei dettagli perché fanno respirare le sue pagine. Accanto ai misteri ci sono tavolini, caffè, pasticcerie, conversazioni, odori e abitudini.

La grande avventura passa attraverso le piccole cose.
Arriva Plaça de Sant Felip Neri, raccolta e quasi invisibile dietro la Catedral. Le pareti della chiesa portano ancora i segni delle esplosioni della Guerra Civile. Qui la storia vera irrompe nella finzione con una forza particolare. Le pietre conservano le ferite di un conflitto che Carlos trasforma in atmosfera, inquietudine e destino. Ma la sua geografia non si ferma alla Ciutat Vella. Anzi, salendo verso le colline, il paesaggio cambia completamente. Entrano in scena Sarrià, la Bonanova, Pedralbes, Vallvidrera e soprattutto l’Avinguda del Tibidabo al n° 32. Qui si trova uno degli scenari più affascinanti della saga, Villa Aldaya, la dimora legata alla famiglia di Penélope Aldaya e alla tragica storia d’amore con Julián Carax. Le grandi ville della zona alta rappresentano il volto borghese e aristocratico di quella stessa società che, più in
basso, troviamo invischiata nei vicoli del Raval. È una contrapposizione quasi cinematografica. Da una parte la libreria Sempere, piccola, popolare, aperta sulla strad,; dall’altra le grandi dimore, i giardini e i cancelli dell’Avinguda del Tibidabo. Scendendo verso il porto o salendo verso la collina, Zafón riesce a raccontare anche le differenze sociali, le ambizioni, i privilegi e le solitudini di una società profondamente stratificata.

Con Il gioco dell’angelo, ambientato nella Barcellona degli anni Venti, la prospettiva si allarga ancora. David Martín, scrittore tormentato, riceve una misteriosa commissione e precipita in una vicenda nella quale letteratura e ossessione finiscono per confondersi. Il prigioniero del cielo riporta invece Daniel e Fermín nel 1957, mentre Il labirinto degli spiriti conduce la storia nella Spagna del dopoguerra e dentro gli apparati oscuri del regime franchista. La Via Laietana, il Montjuïc, le prigioni e i luoghi della repressione diventano così parte dello stesso grande affresco.

Sul fondo rimangono i grandi simboli architettonici come la Sagrada Família, il Palau de la Música Catalana, l’Hospital de Sant Pau, il Passeig de Gràcia, le opere di Gaudí, Domènech i Montaner e Puig i Cadafalch. Ma Zafón non li tratta mai come monumenti da cartolina. Li usa come scenografie dell’anima, facendoli convivere con vicoli, locali, librerie, ville, cimiteri e palazzi decadenti.
E forse è proprio questo il segreto del suo successo. Daniel Sempere, Fermín Romero de Torres, Clara Barceló, Gustavo Barceló, Julián Carax, Penélope Aldaya, David Martín e Alicia Gris sono personaggi inventati, eppure quando percorrevo quelle strade avevo quasi l’impressione che fossero passati davvero lì, poco distanti. La loro Barcellona è diventata più forte della distinzione fra realtà e finzione.

Dopo aver letto Zafón, una strada non è più soltanto una strada. Un portone può diventare l’ingresso di una casa misteriosa, una libreria può custodire una vita, una villa sulla collina può nascondere un amore proibito e una piazza segnata dalle bombe può raccontare, senza parole, la tragedia di un’intera generazione. Forse è per questo che, quando penso a lui, non penso soltanto a uno scrittore che ha ambientato i suoi romanzi a Barcellona. Penso a un uomo che ha preso la propria città, l’ha attraversata con lo sguardo di chi ne conosceva le luci e le ombre, e l’ha consegnata alla letteratura trasformandola in qualcosa di irripetibile.

Carlos Ruiz Zafón è morto a Los Angeles nel 2020, a soli cinquantacinque anni. Avevo cullato l’illusione di poter diventare un suo buon conoscente o, ancor meglio, un amico. Ma il Fato, nella sua incomprensibile logica, aveva in serbo piani diversi. Eppure il suo ultimo grande viaggio lui l’aveva già compiuto. Quattro romanzi per attraversare decenni, generazioni e destini, fino a chiudere il cerchio del Cimitero dei
Libri Dimenticati. Io, invece, quel viaggio l’ho fatto camminando mille volte in quegli stessi luoghi. Oggi, ogni volta che torno con la mente a quelle strade, ho la sensazione che Carlos non abbia semplicemente scritto una storia ambientata a Barcellona ma abbia lasciato una storia dentro Barcellona che la città stessa, ancora oggi, continua a raccontare a chi volesse ascoltarla. Perché dopo aver letto quei romanzi, quando si percorre Barcellona, non si vedono più soltanto le sue strade. Io vedo le storie che vi sono rimaste nascoste, e ho capito come il vero Cimitero dei Libri Dimenticati non sia sotto la città, ma sia la città stessa che sta aspettando qualcuno capace di tornare a raccontarla.

Giulio Maniscalco




Si trova a Barcellona il miglior bar del mondo

La presentazione dei World’s 50 Best Bars 2023, sponsorizzata da Perrier, è stata piena di entusiasmo e sorprese, culminando con l’annuncio del bar Sips di Barcellona, ​​aperto due anni fa, come il nuovo numero 1 di quest’anno. Viaggio nell’esclusivo tempio dei cocktail insieme ai suoi fondatori Simone Caporale e Marc Álvarez. Dalla sua creazione nel 2009, la classifica The World’s 50 Best Bars, sponsorizzata da Perrier, si è trasformata nell’evento più prestigioso nel calendario dei cocktail, consacrando un locale come The World’s Best Bar ogni anno. Fino al 2022, nessun bar fuori Londra o New York si era mai guadagnato il titolo, ma poi Paradiso ha fatto la storia e nell’ultima lista – annunciata durante una cerimonia di premiazione a Singapore – è un altro bar con sede a Barcellona a occupare il primo posto, consolidando lo status della città come capitale mondiale dei cocktail.

Sips è un cocktail bar intimo e all’avanguardia situato nel cuore del quartiere Eixample di Barcellona, ​​che sfida molte nozioni ampiamente assunte su cosa dovrebbe essere un bar. In effetti, non dispone nemmeno di un vero e proprio bar dove gli avventori possano sedersi: invece, un piccolo ma potente team mescola i cocktail di un’isola al centro dello spazio, quindi interagisce con i clienti ai loro tavoli, dando vita a un’esperienza altamente personale. ed esperienza teatrale.

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Preparati ad affrontare le code durante la visita, perché il bar non accetta prenotazioni, ma se sei disposto a dedicare del tempo, sarai ricompensato con una selezione di cocktail diversa da qualsiasi cosa potresti trovare in un normale ritrovo di quartiere. I creatori di Sips, il duo italo-spagnolo Simone Caporale e Marc Álvarez, applicano moderne tecniche di estrazione degli aromi e molta fantasia ai loro cocktail e lavorano con artigiani locali per realizzare recipienti unici per le loro creazioni, da un calco in metallo di due mani a un uovo contenitore in vetro simile a un foro con fori per diverse erbe.

“Siamo un piccolo bar che ha aperto in tempi molto incerti, ma con il sogno di dimostrare che potevamo fare qualcosa di speciale“, afferma Caporale – il cui CV include il lavoro presso Artesian a Londra, il locale che è stato nominato quattro volte The World’s Best Bar – in un’intervista esclusiva con 50 Best dopo l’annuncio. “Questo non sembra ancora reale, è qualcosa a cui pensa e sogna la maggior parte dei baristi“. “Qualunque cosa tu faccia, se è genuina, si porta davvero avanti. Sii semplicemente te stesso e sii naturale e, naturalmente, bisogna lavorare sodo“, aggiunge Álvarez.

Álvarez, che in precedenza era a capo della mixology per il rivoluzionario gruppo di ristoranti elBarri di Ferran e Albert Adrià in Spagna, aggiunge: “È semplicemente una sensazione incredibile. Grazie mille a tutti coloro che hanno reso possibile questo sogno. Il talento più importante [per un barista] è rendere felice ogni singolo cliente che viene al bar. Oltre a ciò, non c’è alcun segreto per il nostro successo”.

Sips ha aperto i battenti solo quando la pandemia si stava attenuando in Europa a metà del 2021 e, nel dicembre dello stesso anno, ha guadagnato il posto n. 37 nella lista dei 50 migliori bar del mondo. Da allora, la sua ascesa è stata inarrestabile, risultando nel 2022 al terzo posto nella classifica per poi diventare al primo posto nel 2023. Il menu di Sips è caratterizzato da colori vivaci, ingredienti stagionali ed elementi sorprendenti.

Fedeli alla loro parola, in una stanza separata all’interno del locale di Sips, il duo ha recentemente aperto anche un altro bar, chiamato Esencia , che offre un’esperienza di bere curata spingendo i confini dei cocktail; mentre trasmettono il loro classico stile da cocktail in uno dei bar più antichi di Barcellona, ​​Boadas , che hanno rilevato alla fine del 2022.

Tra i primi cinque dei 50 migliori bar del mondo 2023, sponsorizzati da Perrier, figurano anche il Double Chicken Please, ispirato alla gastronomia di New York, al secondo posto; il creativo Handshake Speakeasy di Città del Messico al n.3; L’ex numero 1 del Barcellona Paradiso al numero 4; e l’istituzione di lunga data Connaught Bar di Londra al n.5.

La cerimonia di premiazione, tenutasi in Asia per la prima volta, vede anche l’assegnazione di una serie di premi speciali, tra cui due vittorie per la Scandinavia: Himkok a Oslo vince il Nikka Highest Climber Award 2023 e Röda Huset a Stoccolma riceve il Ketel One Sustainable Bar Award 2023. Un locale in Scozia – l’American Bar at Gleneagles – si aggiudica il Siete Misterios Best Cocktail Menu Award , un riconoscimento che premia la creatività, la coerenza e l’unicità della lista dei drink. Clicca qui per l’elenco completo dei vincitori del premio.

Il neo-incoronato bar numero 1 al mondo ha un motto unico: “fare cocktail di alta moda a prezzi prêt-à-porter” e con il suo nuovo status, Sips è destinato ad avere un impatto duraturo sulla scena dei bar, soprattutto perché sempre più amanti dei cocktail pianificano il loro viaggio a Barcellona, ​​che ora può vantarsi di avere non uno, ma due dei bar nominati come i migliori al mondo.

“Barcellona è una città gastronomica, quindi abbiamo la responsabilità di continuare a lavorare per le persone che vengono qui per bere e mangiare bene“, afferma Álvarez. Conclude Caporale: “Barcellona non è una città nuova e non è una metropoli, ma a livello globale ci sono occhi puntati su di lei e su tutta la sua industria dei bar, e per noi questo è già una vittoria. Questa città merita attenzione”.

RED

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Borrell (UE): la Russia non negozierà fino a quando non vincerà il conflitto in Ucraina

L’alto rappresentante dell’UE per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Josep Borrell, si è detto “non ottimista” sulla situazione in Ucraina e ritiene che la Russia non negozierà fino a quando non vincerà il conflitto ucraino.

“Vedo la chiara volontà della Russia di vincere la guerra“, ha detto il capo della politica estera dell’Unione europea parlando a un forum di esperti a Barcellona, ​​in Spagna. “La Russia non negozierà finché non vincerà“.

“Non sono ottimista nelle mie aspettative su come questo conflitto possa svilupparsi in estate“, ha affermato, aggiungendo che l’Unione europea dovrebbe “continuare a rafforzare la sua assistenza militare per l’Ucraina“.

Borrell ha affermato in precedenza a Bruxelles che mentre continuava a coordinare l’assistenza militare all’Ucraina dall’Unione europea, non si sentiva il massimo diplomatico dell’UE, ma “il ministro della difesa dell’Unione europea“.

RED




A Barcellona Thiem e la spalla fermano Medvedev, ma il russo continua la sua ascesa al vertice

Barcellona – Che Daniil Medvedev avesse imboccato la strada giusta lo si era capito già ad inizio stagione, quando aveva confermato i progressi della seconda metà del 2018. Con la finale a Brisbane (persa con Nishikori al terzo set), gli ottavi di finale all’Australian Open (sconfitto dal futuro vincitore Djokovic), la vittoria a Sofia , la semifinale a Rotterdam (con eliminazione per mano del vincitore del torneo Monfils) ed il terzo turno a Miami (in cui si è arreso solo a Sua Maestà Roger Federer, vincitore poi del Master), Daniil aveva archiviato la prima parte di stagione sul cemento con ottime sensazioni e la serenità di poter cominciare quella su terra rossa senza particolari pressioni (non avendo di fatto punti da difendere in classifica). Arrivato al Rolex Master 1000 di Montecarlo il ventiduenne russo ha sorpreso tutti, dimostrando di essere ormai un giocatore completo, capace di sfidare i migliori del circuito non solo sul veloce. Dopo due turni agevoli (6-1, 6-1 a Joao Sousa e 6-1, 6-2 a Radu Albot), agli ottavi di finale, ha sconfitto Stefanos Tsitsipas (numero 8 del mondo) 6-2, 1-6, 6-4; poi, ai quarti di finale, il capolavoro contro il numero uno Novak Djokovic, sconfitto 6-3, 4-6, 6-2 prima di cedere in semifinale ad un altro serbo, Dusan Lajovic (7-5, 6-1). Con il prestigioso risultato ottenuto in terra monegasca, Medvedev è arrivato a Barcellona con il quinto posto nella race come biglietto da visita. Accreditato di un bye, in quanto testa di serie numero 7, il russo ha iniziato la sua avventura spagnola al secondo turno contro lo spagnolo Albert Ramos-Vinolas (battuto 6-3, 2-6, 6-1); ha quindi superato lo statunitense Mckanzie McDonald (6-3, 6-2) ed il cileno Nicolas Jarry (6-3, 6-4), prima di incrociare in semifinale le racchette con il nipponico Kei Nishikori (numero 7 del mondo), unico giocatore in grado di spezzare il dominio dei tennisti spagnoli che nel torneo catalano trionfavano ininterottamente dal 2003, imponedosi in ben due occasioni (2014 e 2015). Quarto confronto tra i due, con il giapponese avanti (2 a 1) nei precedenti e vicitore dell’unico confronto tra i due su terra rossa (a Montecarlo, nel 2018).

Medvedev vs. Nishikori. Un match caratterizzato subito da grande intensità e scambi duri in cui il nipponico, quando lo scambio si allunga, sembra essere, come da pronostico, più a suo agio. Ma il russo, che nei precedenti incontri ha imparato a conoscerlo, ha il merito di tenere e la pazienza di saper aspettare l’occasione che puntualmente si presenta. Nel quinto gioco (sul 2 a 2), con uno splendido passante di dritto incrociato da fuori campo si porta sul 15-40 conquistando due palle break; il giapponese sbaglia e regala il vantaggio al russo. E’ lo strappo decisivo del set, visto che nessuno dei due perderà più la battuta nel parziale. Nel decimo gioco Nishikori si procura una palla break, ma Daniil è bravo ad annullarla di rovescio e poi a ribaltare la situazione con due ace, il primo con uno slice esterno da sinistra, il secondo trovando la riga al centro per chiudere 6 giochi a 4 la prima frazione. In apertuta del secondo parziale Medvedev prova a sfruttare la scia del set appena concluso e si procura una palla break che però il nipponico annulla con coraggio, tenendo il servizio. Seguono sei giochi di fila senza palle break prima del game decisivo, quando Daniil concede al giapponese due opportunità consecutive; annulla la prima con il servizio ma sulla seconda, nel tentativo di uscire dallo scambio, prova una palla corta letta da Nishikori che ci arriva, il russo cerca il lob che risulta però corto e consente al nipponico lo smash che lo porta a condurre 5 a 3 per chiudere poi il parziale nel successivo di turno di servizio con una bella smorzata. Il terzo set si apre con Medvedev in battuta; il russo concede subito palla break che il nipponico sfrutta con un pizzico di fortuna: una stecca di dritto si trasforma in un diagonale stretto su cui Daniil arriva in leggero ritardo consegnando il break in apertuta all’avversario. Il russo sfoga tutta la sua frustrazione sulla racchetta. Sembrerebbe la svolta del match, anche perchè Nishikori sembra sempre più in fiducia; tiene la battuta agevolmente e poi, nel turno successivo di risposta si porta avanti 15-30. Medvedev ha però il merito di non cedere, si aggrappa al servizio ed ottiene il game. Poi, quasi inaspettato, arriva il passaggio a vuoto del giapponese, che, con due errori gratuiti di fila, regala il controbreak al russo: 2 a 2. Dopo 7 turni consecutivi senza perdere il servizio il tiebreak sembrerebbe l’epilogo scontato; invece, nel dodicesimo gioco, con Medvedev avanti 6 a 5, il russo prima trova la parità con un rovescio in diagonale, poi si costruisce il match point a conclusione di uno scambio perfetto in cui chiude di rovescio lungolinea, dopo essersi aperto meravigliosamente il campo dopo una diagonale stretta; nel punto decisivo Nishikori spara in rete il dritto lungolinea, fissando il punteggio sul 6-4, 3-6, 7-5 e regalando a Medvedev la prima finale in carriera su terra rossa. Un russo torna così in finale a Barcellona sedici anni dopo quella persa da Marat Safin contro Moya nel 2003; lo stesso Safin che nel 2000 aveva iscritto il suo nome nell’albo d’oro del torneo sconfiggendo Juan Carlo Ferrero in una finale epica (4-6, 7-5, 6-3, 3-6, 7-5).

Terminato il match è andata in scena la seconda semifinale, tra l’idolo Rafael Nadal (11 volte trionfatore a Barcellona), chiamato a riscattare la sconfitta in semifinale a Montecarlo per mano di Fabio Fognini (poi vincitore del Master), e l’austriaco Dominic Thiem, solitamente indicato come il principale antagonista del campione maiorchino su terra rossa e finalista nell’ultima edizione del Roland Garros, nonchè recente vincitore, in marzo, del suo primo Master 1000 ad Indian Wells, in una spettacolare finale contro Federer. Premesse di un match che non ha deluso, tra scambi intensi e colpi spettacolari, che ha visto trionfare 6-4, 6-4 il  tennista austriaco, capace di strappare due volte il servizio allo spagnolo (una volta per set), senza mai perdere la battuta, dopo due ore di partita. Thiem, a caccia del tredicesimo titolo in carriera, si è così ritrovato in finale a Barcellona dopo quella persa due anni prima per mano di Nadal. Un precedente tra i due, sul veloce, quando nel 2018 l’austriaco si impose sul giovane moscovita al tiebreak del terzo set a San Pietroburgo.

PRIMO SET.        Thiem vince il sorteggio e sceglie di servire. Nel primo gioco si scambia poco, con Daniil che tiene agevolmente la battuta. Il secondo game è invece una battaglia; Medvedev si conquista una prima palla break con una accelerazione di dritto annullata dall’austriaco con uno smash dopo aver condotto bene lo scambio; subito dopo, però, Thiem manda largo un dritto dal centro del campo e concede una seconda chance al russo, che però spedisce in rete la risposta; altra parità e scambio lungo con Medvedev che tiene senza problemi da fondo. Ci prova allora Thiem ad uscire dallo scambio con una palla corta che però non supera la metà campo; il successivo doppio fallo consegna poi il break al russo che, tenendo la battuta subito dopo,  s’invola sul 3 a 0. Nel quarto gioco Thiem tiene per la prima volta il servizio, ma è costretto ad alzare il livello di gioco; splendida la smorzata che gli consegna il primo game del suo match. Poi la partita cambia. Medvedev inizia ad avvertire qualche fastidio alla spalla; non incide al servizio e prova ad accorciare gli scambi forzando le soluzioni: due errori consecutivi di dritto consegnano il break a zero all’austriaco, che rientra così subito in partita; tiene la battuta nel game successivo ed aggancia il russo sul 3 pari. Daniil prova a reagire, ma Thiem intuisce le difficoltà dell’avversario ed inizia a giocare il suo miglior tennis, variando in continuazione le soluzioni, alternando slice ed accelarazioni, e dettando sistematicamente lo scambio, anche perchè il russo non riesce più ad ottenere supporto dalla prima di servizio. Così, nel settimo game, l’austriaco rimonta da 0-40  ed ottiene un altro break con Medvedev che arriva sull’ennesima palla corta di Thiem ma manda out il dritto in avanzamento. Un game a testa porta i contendenti sul 5-4 per l’austriaco. Daniil chiama il medical time out per farsi curare la spalla, senza però riuscire a superare il problema. Thiem si presenta al servizio per chiudere il set e non spreca l’occasione; un dritto a sventaglio gli regala il primo parziale: 6 giochi a 4.

SECONDO SET: l’apertura della seconda frazione conferma le difficoltà del russo che prova con il serve and volley a limitare i danni senza però successo; subisce il break a zero e di, fatto, il match finisce qui. Medvedev resta in campo fino all’ultimo ma conquista solo 5 punti (dei 29 complessivi giocati) in tutto il set. Thiem chiude con una volée il match 6-4, 6-0 ed iscrive il suo nome nel prestigioso Torneo Godò, diventando il secondo tennista austriaco a riuscire nell’impresa dopo la doppietta di Thomas Muster (1995 e 1996).

Per Medvedev una settimana comunque da incorniciare, con il raggiungimento della prima finale in carriera su terra rossa e la consapevolezza, ormai, di poter esser competitivo su qualunque superficie. Nonostante la sconfitta, resta, al momento, il giocatore del circuito ad aver vinto più partite nel 2019, ben 25.

Stefano Tardi




Campionati Europei maschili di Pallanuoto a Barcellona: stasera ai quarti di finale c’è Italia-Russia

Barcellona – (Spagna) – Stasera alle 20.30, diretta su Rai Sport + HD, c’è Italia-Russia. Un quarto di finale che potrebbe sembrare agevole, ma che nasconde tante insidie.

I Russi – due ori olimpici, due mondiali e cinque europei (ultimi trionfo a Strasburgo nel 1987) – hanno vinto due match su tre nel girone (Romania e Slovacchia) e perso di due reti (11-9) contro la Serbia, campione olimpico ed europeo e bronzo mondiale. I russi vanno a segno col 38.8% di efficacia (33 gol su 85 tentativi) e difendono due azioni su tre (31% con 24 reti al passivo). In attacco hanno tre giocatori nella top ten a 7 reti: Nagaev (mancino), Merkulov e Andryukov (guida il greco Vlachoupoulos con 11 gol).

Gli Italiani allenati dal ct Sandro Campagna rispondono col terzo miglior attacco 40 reti (Bodegas e Figlioli con sei reti), con il 44% d’efficacia e la miglior difesa dell’europeo con nove reti subite (12% totale ovvero nove azioni su dieci difese).
Ai campionati europei si sono affrontare sei volte da quando la Russia è diventata stato indipendente con cinque vittorie azzurre e una sconfitta: 9-8 a Sheffield 1993, 11-9 a Vienna 1995, 4-5 a Siviglia 1997, 7-6 a Firenze 1999, 12-6 a Malaga 2008 e 13-6 a Budapest 2014. Ai campionati mondiali cinque precedenti con l’Italia in vantaggio 3-2: 7-6 a Roma 1994, 8-6 a Perth 1998, 6-7 a Fukuoka 2001, 4-5 a Montreal 2005, 9-6 a Kazan 2015.

Ai Giochi Olimpici soltanto due precedenti: la vittoria dell’Italia 11-9 ad Atlanta 1996 e il pareggio 7-7 a Sydney 2000. Da ricordare la semifinale di Barcellona 1992 alla Picornell contro le Repubbliche unificate (ex Unione Sovietica): la tripletta di Sandro Campagna contribuì al 9-8 finale che aprì le porte alla leggenda da scrivere con la vittoria al sesto tempo supplementare della storica finale contro la Spagna nell’ultima Olimpiade vinta dagli azzurri.

Nelle ultime sei edizioni della World League, dal 2011-2012 al 2016-2017, sono i otto precedenti, sempre nella fase preliminare, con un bilancio di sette vittorie dell’Italia e una sconfitta dopo i rigori che risale al 2 febbraio 2013 a Volgograd 12-10 (8-8 i regolamentari): Italia-Russia 12-9 a Palermo (14-3-2017) e Russia-Italia 7-10 a Ruza (6-12-2016); 14-9 (16 febbraio 2016 a Torino), Russia-Italia 11-16 (20 ottobre 2015 a Mosca), Russia-Italia 12-10 d.t.r. (2 febbraio 2013 a Volgograd), Italia-Russia 13-6 (31 ottobre 2012 a Savona), Russia-Italia 4-10 (21 febbraio 2012 a Kirishi) e Italia-Russia 16-5 (15 novembre 2011 a Civitavecchia). L’ultimo incontro risale al 18 febbraio scorso in Europa Cup, a Palermo, quando il Settebello si impose 10-5 nel primo turno per poi andare a conquistare il bronzo a Rijeka.

Questa la composizione della squadra nazionale della Russia: Pietro Fedotov, Vitali Statsenko (entrambi i portieri), Sergey Lisunov, Nikita Деревянкин, Ivan Копцев, Ivan Nodi, Ivan Нагаев, Dmitry Freddo, Igor Manzi, Daniele Merkulov, Romanzo Shepelev, Costantino Kharkiv e Stepan Андрюков.

RED

(fonte dati: Federnuoto)




080 BARCELONA FASHION: DAL 27 GIUGNO AL 1°LUGLIO LA 18ESIMA EDIZIONE

Da lunedì 27 giugno a venerdì 1 luglio, il quartier generale dell’Istituto Nazionale di Educazione Fisica di Catalunya (INEFC) all’interno del parco olimpico del Montjuïc, farà sfilare THE 16TH EDITION OF THE 080 BARCELONA FASHIONper la stagione Spring/summer 2017 trentotto tra creatori e brand di moda, nel corso della 18esima edizione dell’evento. Due le ragioni che hanno portato l’organizzazione di 080 Barcelona Fashion a scegliere questa speciale location per l’edizione estiva. La prima per lo spazio che riflette i valori culturali e formativi dello sport così cari alla capitale catalana e, a sua volta, offre spazio adeguato a tutti i partecipanti. La seconda perché in questa edizione sarà sottolineato il carattere ludico e festaiolo della città, oltre ad aprire la cultura e l’universo della moda alla città e al grande pubblico. In occasione della 18esima edizione dell’evento, le sfilate di 080 Barcelona Fashion ospiteranno le collezioni dei seguenti marchi e designer (in ordine alfabetico):

144 PROFESSIONAL MEETINGS BETWEEN CATALAN FASHION COMPANIES AND INTERNATIONAL BUYERS AT 080 BARCELONA FASHIONANTONIO MIRÓ; BCN BRAND; BLAME LABEL; BÓBOLI; BRAIN&BEAST; CARLOTAOMS; CELIA VELA; CND BY CÓNDOR; COMO UN PEZ EN EL AGUA; CUSTO BARCELONA; EDGAR CARRASCAL; ELINE VAN REE; ESCORPION STUDIO BARCELONA; GUILLERMINA BAEZA; JOSEP ABRIL; JUSTICIA RUANO; KRIZIA ROBUSTELLA; LEBOR GABALA; LOA BY LIDIA AGUILERA; LOLA CASADEMUNT; LYLE & SCOTT; MIQUEL SUAY; MIRIAM PONSA; NAULOVER; OSCARLEON; PAU ESTEVE; PUNTO BLANCO; RED POINT; RITA ROW; SAMUEL ALARCON; SITA MURT; SSIC AND PAUL; TCN; TORRAS; TXELL MIRAS; WOM & NOW; XAVI GRADOS and YERSE.

Calendario degli show di 080 Barcelona Fashion:

Lunedì 27 giugno 2016

12:30   CARLOTAOMS // KRIZIA ROBUSTELLANEARLY 42.000 PEOPLE VISITED THE 080 BARCELONA FASHION ON ITS 17TH EDITION

13:30   Inaugurazione della 18esima edizione di 080 Barcelona Fashion

14:00   CELIA VELA

16:30   YERSE

18:00   JUSTICIA RUANO

19:30   MIQUEL SUAY

20:30   TCN

Martedì 28 giugno 2016

12:00   LYLE & SCOTT // EDGAR CARRASCAL carlotaoms_083_0

13:30   GUILLERMINA BAEZA

16:30   TXELL MIRAS

18:00   JOSEP ABRIL

19:30   MIRIAM PONSA

21:00   SITA MURT

Mercoledì 29 giugno 2016

11:00   CND BY CÓNDOR // BÓBOLI

12:30   BLAME LABEL // SAMUEL ALARCÓNdesfiles_miercoles_custo_0CUSTO BARCELONA BRINGS THE THIRD DAY OF SHOWS TO A CLOSE AT 080 BARCELONA FASHION

14:00   RITA ROW // SSIC & PAUL

16:30   ESCORPION

18:00   PUNTO BLANCO // BCN BRAND

19:30   LEBOR GABALA

21:00   CUSTO BARCELONA (*)

Giovedì 30 giugno 2016

12:30   PAU ESTEVE // XAVI GRADOS

14:00   ANTONIO MIRÓ // TORRASsita-murt-tienda-palma-mallorca

16:30   OSCARLEON

18:00   GARCÍA MADRID

19:30   NAULOVER

21:00   BRAIN & BEAST

Venerdì 1 luglio 2016

10:00   ELINE VAN REE // LOA BY LIDIA AGUILERA

11:30   COMO PEZ EN EL AGUA // LOLA CASADEMUNT

12:00   RED POINT

14:30   Cerimonia di premiazione della Generalitat di Catalunya  WOM & NOW

Ancora una volta MORITZ continua a sostenere la moda come main sponsor della manifestazione. L’organizzazione è felice di contare nel supporto di altri sponsor come Redken (official carlotaoms_0830 Investorhairdresser), Solan de Cabras (acqua ufficiale), Codorniu (fornitore del tipico vino cava spagnolo), C.O. Ribera del Duero e Movistar (sponsor ufficiale per la tecnologia). Oltre alla collaborazione di Mac Cosmetics (official makeup), CND Beauty (manicuriste), Lyle & Scott e BCN Brand per le uniformi. Da venerdì 1 giugno si sono già aperti gli accrediti per i professionisti del settore. Per ulteriori informazioni è possibile consultare il sito della manifestazione: www.080barcelonafashion.cat/en

Anna Tumanova

Roda de premsa 080 Barcelona Fashion Febrer 2016 di 080barcelonafashion