Prima di Halloween c’erano i riti, le leggende, i sapori e gli antichi usi delle nostre tradizioni

C’è qualcosa di profondamente curioso, e per certi versi anche desolante, nel vedere con quale entusiasmo abbiamo imparato a festeggiare Halloween. Ogni anno, allo scoccare della fine di ottobre, le vetrine si riempiono di zucche illuminate, scheletri, streghe e ragnatele finte mentre i bambini indossano costumi sempre più elaborati e percorrono le strade bussando alle porte con la consueta richiesta di «dolcetto o scherzetto». Supermercati, locali, centri commerciali e persino le scuole si adeguano, come se fosse sempre esistita anche da noi questa ricorrenza. Eppure, se ci fermassimo un momento a riflettere, scopriremmo che stiamo celebrando, con grande disinvoltura, una tradizione che non appartiene alla nostra storia popolare, mentre rischiamo di dimenticare quelle che per secoli hanno accompagnato la vita delle nostre comunità.
Sia chiaro che la mia non è una questione di esterofobia, né tantomeno una battaglia contro il divertimento dei bambini. È una questione di memoria, identità e consapevolezza culturale. Perché un popolo che smette di conoscere le proprie tradizioni finisce, prima o poi, per non riconoscersi più.
Per comprendere meglio ciò di cui stiamo parlando, vale la pena fare un piccolo passo indietro. Gli anglosassoni, dai quali ci è arrivata gran parte dell’immaginario moderno di Halloween, non sono originariamente un popolo unitario. La loro identità si formò a partire dal V secolo, quando Angli, Sassoni e Juti, provenienti rispettivamente dalle regioni settentrionali della Germania e dalla penisola danese, attraversarono il Mare del Nord e si insediarono in Britannia, dopo il ritiro delle legioni romane. L’isola era abitata da popolazioni britanno-romane di cultura e lingua celtica. Tra conflitti, migrazioni, convivenze e matrimoni misti, le nuove popolazioni germaniche finirono per integrarsi, almeno in parte, con quelle preesistenti, dando origine a una nuova identità culturale e linguistica. La genetica moderna ha confermato che non ci fu una semplice cancellazione della popolazione originaria. Infatti gli studi sul DNA antico hanno documentato importanti migrazioni dal continente, ma anche una significativa mescolanza, con differenze da una regione all’altra. È interessante ricordarlo perché proprio dall’incontro di queste culture, e soprattutto dalla tradizione celtica delle isole britanniche, proviene una parte importante delle radici storiche di Halloween.
La parola stessa racconta una storia. Halloween non nasce come nome di una festa americana, ma deriva dall’espressione scozzese All Hallows’ Eve, cioè la vigilia di Ognissanti. Hallow significa santo, mentre Eve indica la sera precedente a una ricorrenza. Attraverso successive contrazioni linguistiche, All Hallows’ Evening diventò All Hallows’ E’en e infine Halloween. Ma prima ancora che questa denominazione cristiana si affermasse, nelle terre celtiche esisteva Samhain, una celebrazione antica legata alla conclusione del raccolto e all’inizio della stagione oscura dell’anno. Era il passaggio dalla metà luminosa a quella buia, un momento simbolicamente sospeso nel quale, secondo le credenze popolari, il confine tra il mondo dei vivi e quello dei morti diventava più sottile. Si accendevano grandi fuochi rituali, si compivano gesti propiziatori e ci si mascherava per proteggersi dagli spiriti. Nei secoli successivi, con la cristianizzazione, queste consuetudini si intrecciarono con le celebrazioni di Ognissanti, il primo novembre, e della Commemorazione dei Defunti, il giorno seguente.
Difatti anche il mondo romano aveva conosciuto ricorrenze dedicate ai morti e al ciclo della natura, ma sarebbe riduttivo immaginare una discendenza lineare e dimostrata di tutte queste usanze da un unico rito antico.
Insomma, Halloween non è una festa nata dal nulla, né un’invenzione esclusivamente americana. Gli emigrati irlandesi e scozzesi portarono oltreoceano le proprie consuetudini nell’Ottocento. In America esse si trasformarono progressivamente, assumendo caratteristiche nuove come la zucca intagliata, che in origine era spesso una rapa o una barbabietola, che divenne il simbolo per eccellenza della ricorrenza. Le questue di dolci e le mascherate si evolsero nella formula del trick-or-treat, il nostro «dolcetto o scherzetto». È dunque una storia di contaminazioni, trasformazioni e adattamenti culturali. Nulla di scandaloso, naturalmente. Le culture si sono sempre incontrate e influenzate. Il problema, semmai, nasce quando una tradizione proveniente da un’altra parte del mondo viene accolta e promossa con tale forza da oscurare quelle che già esistevano nel luogo in cui arriva.
Ed è esattamente ciò che è accaduto in Italia negli ultimi trent’anni. A partire dalla metà degli anni Novanta, attraverso il cinema, la televisione, i cartoni animati, la pubblicità e successivamente i social network, l’immaginario americano ha cominciato a entrare nelle case degli italiani. I bambini hanno imparato a riconoscere Halloween prima ancora di conoscere il significato di Ognissanti. Negozi e supermercati hanno intuito immediatamente le potenzialità commerciali di una ricorrenza perfetta, ovvero una notte di festa, consumi e acquisti, seguita da un giorno festivo. Il mercato ha fatto il resto. Costumi, dolci, decorazioni, feste a tema, parchi divertimento e iniziative di ogni genere hanno trasformato una consuetudine straniera in un appuntamento che pare ormai irrinunciabile.
Ma dietro la diffusione commerciale si nasconde anche un fenomeno più sottile. La sostituzione culturale. Non è stato necessario proibire le nostre tradizioni, né cancellarle formalmente. È bastato renderle meno visibili, meno attraenti, meno presenti nella vita quotidiana. Una festa globale, confezionata in modo uniforme e sostenuta da una potentissima macchina commerciale e mediatica, ha progressivamente preso il posto di consuetudini locali che avevano il valore aggiunto di essere autenticamente nostre. E la cosa paradossale è che, in molti casi, le somiglianze tra le due tradizioni esistono davvero. Non abbiamo bisogno di importare una zucca illuminata per ricordare i defunti, perché anche nelle nostre campagne, molto prima dell’arrivo di Halloween, quand’ancora gli anglosassoni stavano appesi per la coda ad un albero, si intagliavano zucche e si accendevano lumini.
Basterebbe percorrere idealmente l’Italia, da Nord a Sud, per scoprire un patrimonio di usanze che meriterebbe ben altra attenzione. In Friuli, in Veneto e in Lombardia si preparavano le lumere, le suche baruche e le frisulis. Erano zucche svuotate e illuminate con una candela, collocate sui davanzali, lungo i sentieri o nei pressi dei cimiteri. Non erano semplici decorazioni, ma segni di una relazione antica con il mondo dei defunti. In Piemonte e in Valle d’Aosta si lasciava la tavola apparecchiata dopo la cena, talvolta con un posto in più, perché si credeva che le anime dei propri cari potessero tornare a fare visita alle case. In Liguria i bambini andavano di porta in porta chiedendo i ben dei morti, ricevendo dolci, castagne e frutta secca, mentre le campane suonavano per richiamare le anime.
Scendendo verso il Meridione, il rapporto con i defunti assumeva caratteristiche ancora più intime e familiari. In Sicilia, la notte tra il primo e il due novembre era attesa soprattutto dai bambini, ai quali si raccontava che i parenti scomparsi sarebbero tornati per lasciare dolci, giocattoli e piccoli doni nascosti per casa. Una tradizione bellissima, nella quale la morte non veniva trasformata in uno spettacolo dell’orrore, ma diventava occasione per mantenere vivo il legame affettivo con chi non c’era più. In Campania si preparava il torrone dei morti, mentre in Calabria si lasciavano pane, acqua e vino per accogliere simbolicamente le anime di ritorno. In Puglia, a Orsara di Puglia, sopravvive il suggestivo rito del Fucacoste e cocce priatorje, con grandi falò e zucche illuminate. In Sardegna, invece, i bambini partecipavano alla questua di Is Animeddas o Su Mortu Mortu, bussando alle porte per chiedere doni in suffragio delle anime dei defunti.
E poi ci sono i sapori, forse la testimonianza più concreta e resistente della nostra memoria popolare. Il Pane dei Morti lombardo, le Fave dei Morti venete e friulane, il torrone napoletano, la Frutta Martorana e i Pupi di zucchero siciliani, il grano cotto pugliese e lucano, preparato con mosto, melagrana, noci e altri ingredienti della tradizione. Ogni regione, talvolta ogni provincia, ha conservato una propria ricetta, un proprio nome, un proprio modo di ricordare. Non sono soltanto dolci. Sono frammenti di storia, gesti tramandati da generazioni, ricordi di nonni e bisnonni, di famiglie riunite intorno a una tavola. Sono il racconto di un’Italia che, pur nelle sue differenze, ha sempre saputo riconoscersi in una cultura comune.
Ecco, allora, le domande che dovremmo porci sono “Perché tutto questo ci interessa così poco? Perché siamo diventati tanto disponibili ad accogliere modelli culturali confezionati altrove e così distratti nei confronti del patrimonio che abbiamo sotto casa?”
Non si tratta di respingere Halloween, di vietare le feste o di impedire ai bambini di divertirsi. Sarebbe una battaglia sbagliata e probabilmente anche controproducente. Le tradizioni non si difendono imponendole, ma rendendole vive, interessanti e capaci di parlare alle nuove generazioni. E soprattutto non si difendono con la nostalgia, bensì con la conoscenza.
Mi rivolgo soprattutto ai genitori. Non vi sto chiedendo di tenere quest’anno i vostri figli a casa, impedendo loro di partecipare a una festa alla quale ormai tutti i compagni prendono parte. Non avrebbe senso emarginarli o trasformare una questione culturale in un motivo di esclusione. Vi chiedo, però, di fare qualcosa in più negli anni che verranno. Informatevi dai vostri vecchi e poi raccontate loro cosa accadeva nei vostri paesi, nelle vostre città, nelle case dei vostri nonni durante la notte dei morti. Portateli a conoscere le feste della vostra regione, preparate insieme un dolce tradizionale, accendete una piccola lumera, raccontate una storia di famiglia. Fate capire loro che esiste un mondo di usanze, riti, leggende e significati che non ha bisogno di essere importato per essere affascinante. Anzi, spesso è molto più interessante proprio perché appartiene alla loro storia.
Non vorrei che tra qualche generazione i nostri figli sapessero riconoscere una zucca di Halloween in ogni sua variante, ma non avessero mai sentito parlare delle Fave dei Morti, delle Animeddas o delle lumere venete. Non vorrei che conoscessero a memoria le formule di una festa americana e ignorassero le parole, i gesti e i racconti che hanno accompagnato per secoli le comunità nelle quali sono nati. Perché la cultura non è un vestito che si indossa una sera e si ripone il giorno dopo. È ciò che ci accompagna, spesso senza che ce ne accorgiamo, e che ci permette di sapere da dove veniamo.
Possiamo essere cittadini del mondo senza rinunciare a essere italiani. Possiamo apprezzare le culture degli altri senza dimenticare la nostra. Possiamo aprire le porte alle novità senza spalancare le finestre al punto da lasciar volare via tutto ciò che abbiamo ereditato. Non c’è alcuna contraddizione tra modernità e tradizione, tra curiosità e appartenenza, tra il desiderio di conoscere il mondo e l’orgoglio delle proprie radici. La vera apertura culturale, del resto, non consiste nel sostituire ciò che siamo con ciò che arriva da fuori, ma nel saper incontrare gli altri senza perdere noi stessi.
Perché una tradizione che non viene raccontata ai bambini è destinata a scomparire. E quando scompare, non perdiamo soltanto una festa, una ricetta o un’usanza, ma perdiamo un pezzo della nostra storia, un legame con chi ci ha preceduto e una parte di ciò che avremmo potuto lasciare a chi verrà dopo di noi.
Non lasciamo che i nostri figli ereditino un mondo pieno di feste da celebrare, ma senza più una storia da ricordare. Perché un popolo senza radici può anche sapere dove vuole andare, ma prima o poi dimenticherà chi è.
Giulio Maniscalco