Les corts catalanes: quando il re ebbe bisogno dei suoi sudditi - Russia News / Новости России

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Pubblicato il Settembre 25th, 2026 | Da Redazione Russia News

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Les corts catalanes: quando il re ebbe bisogno dei suoi sudditi

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Nel Parc de la Ciutadella, tra padiglioni, alberi, laghetti e il movimento distratto di turisti e barcellonesi, c’è un edificio che racconta una storia molto più antica delle sue pietre. È il Parlamento della Catalogna, insediato nell’antico arsenale della Ciutadella borbonica, costruita dopo la caduta di Barcellona del 1714. Un luogo istituzionale, apparentemente tranquillo, che però porta con sé una memoria politica lunga quasi otto secoli.

Se la sede è relativamente giovane, le sue prerogative, invece, affondano le radici nel Medioevo.

E qui, lo confesso, la Storia comincia a diventare per me una faccenda piuttosto personale. Più ricerco e studio, più mi accorgo di quanto spesso ciò che abbiamo imparato a scuola ci sia stato raccontato attraverso la lente della propaganda dei vincitori, dalle istituzioni già compiute o da grandi gesti attribuiti alla lungimiranza di sovrani realmente inetti.

Prendiamo la Magna Charta. Tra i banchi ci viene presentata come una folgorazione della monarchia inglese, una sorta di improvvisa illuminazione che avrebbe condotto l’Europa verso la moderna democrazia. In realtà Giovanni Senza Terra, come non ricordarlo nel Robin Hood di Walt Disney, nel 1215 non venne repentinamente ispirato dall’amore per le libertà civili. Fu costretto a negoziare con una nobiltà ribelle, dopo anni di sconfitte militari, crisi finanziarie e conflitti politici. Pertanto la Magna Charta nacque da un rapporto di forza e fu necessario promulgarla per salvare la Corona.

Nello stesso periodo, in un’altra parte dell’Europa, circa 1200 km più a sud, accadeva qualcosa di apparentemente simile, ma in una dinamica differente.

In Catalogna il potere del re non era affatto assoluto. Anzi, per esercitarlo aveva bisogno di convincere, negoziare e soprattutto ottenere denaro.

Il protagonista è Jaume I el Conqueridor, Giacomo I d’Aragona detto il Conquistatore, che salito al trono giovanissimo nel 1213, sarebbe diventato uno dei grandi sovrani della storia catalana e aragonese. Molto amato ancor oggi da quelle parti.

Il suo progetto ambizioso era di espandere i domini della Corona d’Aragona nel Mediterraneo. Nel 1229 aveva conquistato Maiorca, negli anni successivi avrebbe preso Valencia.

Ma guerre, flotte, cavalieri e approvvigionamenti costano denaro. E il denaro, nel Medioevo, non si poteva semplicemente pretendere.

Il sovrano doveva trattare con nobiltà, clero e città. Da questo complesso equilibrio nacquero e si svilupparono les Corts Catalanes, le Corti Catalane, una delle più interessanti esperienze rappresentative dell’Europa medievale.

Non fu dunque un regalo del re ai suoi sudditi. Fu un compromesso.

Le Corti si formarono progressivamente nel corso del XIII secolo, evolvendo dalle precedenti assemblee catalane e soprattutto dalla tradizione della Pau i Treva de Déu, la Pace e Tregua di Dio, che aveva cercato di limitare la violenza della società feudale. Intorno al sovrano si riunirono i tre grandi bracci della società. Quello ecclesiastico, rappresentato da vescovi, abati e uomini della Chiesa. Quello militare, formato dalla nobiltà e dai cavalieri. E infine quello reale, nel quale sedevano i rappresentanti delle città e delle comunità direttamente sottoposte al sovrano.

Ed è proprio quest’ultimo elemento a rendere la vicenda particolarmente interessante.

Barcellona era ormai una grande città mercantile, affacciata sul Mediterraneo e sempre più consapevole della propria forza economica. I suoi mercanti avevano bisogno di strade sicure, porti efficienti, stabilità politica e libertà di commercio. La nobiltà, invece, rappresentava ancora il potente mondo feudale, con i suoi privilegi e le sue consuetudini. Giacomo I poteva quindi trovare nelle città un alleato naturale per contenere il peso dei grandi feudatari.

Il meccanismo era, in fondo, molto concreto. Il re chiedeva un contributo straordinario, il donatiu, necessario per finanziare una guerra o una spedizione e le Corti negoziavano in cambio leggi, privilegi, garanzie e limiti all’esercizio arbitrario del potere.

È il cuore di quello che sarebbe stato definito pactisme, il pattismo catalano. Il potere si costruisce attraverso un accordo condiviso.

La formula latina Quod omnes tangit ab omnibus approbari debet, “ciò che riguarda tutti deve essere approvato da tutti”, riassume bene lo spirito di questa tradizione. Non era democrazia nel senso moderno del termine. Sarebbe un errore storico sostenerlo. Ma era certamente qualcosa di importante nella storia dell’idea europea di rappresentanza. Il sovrano non governava semplicemente sopra la società ma doveva, almeno in determinate materie, negoziare con essa.

Le Corti acquisirono progressivamente anche una funzione legislativa. Le cosiddette Costituzioni venivano promulgate congiuntamente dal re e dagli stamenti, e il loro valore superava quello di un semplice ordine personale del sovrano. In questo sistema il diritto diventava quindi anche il risultato di una negoziazione politica.

Poi, nel XIV secolo, avvenne un passaggio destinato a lasciare un’impronta ancora più profonda.

Nel 1359, durante le Corti di Cervera, venne istituita una deputazione permanente incaricata di amministrare e riscuotere i tributi concessi al sovrano tra una sessione e l’altra delle Corti. Era la Diputació del General, destinata a diventare la Generalitat, la regione. Il primo presidente fu il vescovo Berenguer de Cruïlles, figura ecclesiastica e politica che inaugurò una delle istituzioni più longeve della storia catalana.

La Generalitat, dunque, non nacque originariamente come governo regionale nel significato contemporaneo. Nacque come strumento fiscale e amministrativo delle Corti. Ma proprio questa origine rivela qualcosa di essenziale. Controllare le risorse significava anche esercitare potere.

Per secoli questo equilibrio tra Corona e istituzioni del Principato funzionò attraverso una continua contrattazione. Poi arrivò la Guerra di Successione Spagnola e tutto cambiò.

L’11 settembre 1714 Barcellona cadde dopo un lungo assedio. Filippo V di Borbone impose i Decreti di Nueva Planta, che abolirono le istituzioni politiche catalane e inserirono il territorio in un sistema più centralizzato, modellato sulla struttura amministrativa della monarchia borbonica.

La vecchia architettura istituzionale venne smontata. La memoria, invece, rimase. E rimane.

E forse non è un caso che Barcellona abbia come spina dorsale la Gran Via de les Corts Catalanes. Lunga circa tredici chilometri è una delle grandi arterie della città, quasi una linea tracciata sulla mappa per ricordare che quelle Corti non appartengono soltanto ai libri di storia. È la strada più lunga della Catalogna, la seconda strada più lunga della Spagna e possiede il primato del numero civico più alto della nazione, arrivando fino al numero 1198. Ma c’è anche il barri de Les Corts. Jaume I continua a comparire nella città attraverso statue, monumenti e raffigurazioni, compresa quella che lo ricorda sulla facciata dell’Ajuntament, il grande palazzo del Comune.

È curioso come una città possa conservare la propria storia senza necessariamente doverla spiegare. Basta camminare.

Si può partire dalla Ciutadella, dove oggi il Parlamento della Catalogna occupa l’antico arsenale militare costruito dopo la sconfitta del 1714. Poi attraversare lentamente la città, seguire una strada chiamata Corts Catalanes, fermarsi davanti alla figura di Jaume I sull’Ajuntament e provare a immaginare quel re giovane, impegnato a raccogliere uomini e denaro per conquistare il Mediterraneo.

A quel punto diventa difficile continuare a pensare alla Storia solamente come a una successione di date.

La Storia comincia a camminare accanto a noi.

Ed è forse anche questo un buon modo per conoscere Barcellona. Non limitarsi a visitarla, ma attraversarla come si attraversano le pagine di un libro. Perché sotto i nostri passi, spesso invisibile, continua a vivere il lungo negoziato fra chi comandava e chi, per permettergli di comandare, pretendeva qualcosa in cambio. Un patto, appunto.

E meditando su questa metropoli, mi piace pensare che il suo insegnamento più affascinante è come la Storia non sia soltanto ciò che è accaduto ma ciò che continua a raccontare ogni volta che decidiamo di fermarci ad ascoltarla.

E allora Barcellona smette per un momento di essere soltanto una città da visitare e diventa un luogo da leggere, passo dopo passo.

Giulio Maniscalco

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