Zelensky e Netanyahu: anzitutto i propri interessi

Gli attuali premer di Israele e Ucraina, sono il reale esempio di come si possano barattare democrazia, libertà e diritti umani in funzione dei propri interessi, raggiungendo un livello di incoerenza e di ipocrisia politica a tutti i livelli, sia per ciò che riguarda le questioni interne che per quanto concerne le questioni internazionali.

Proprio nel novembre dello scorso anno, ad esempio, la IV Commissione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite aveva sei progetti di risoluzione, tra questi anche la richiesta di chiedere un parere alla Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia sull’occupazione israeliana.

Il precedente governo israeliano, nonostante avesse ribadito che riteneva quel parere inutile e che comunque non avrebbe riconosciuto qualunque decisione della CIG, aveva iniziato un lavoro diplomatico capillare per ottenere quanti più voti possibile perché non venisse approvato. Lo stesso aveva fatto il premier Netanyahu, entrato allora in carica da pochi giorni.

Così prima della votazione tenutasi lo scorso gennaio 2023, il premier israeliano aveva chiamato il presidente ucraino Zelensky e gli ha chiesto che il suo rappresentante all’ONU votasse contro il parere.

In un tweet Zelensky aveva riassunto quel colloquio dicendo di aver “discusso della cooperazione bilaterale tra i nostri Stati, anche nella sfera della sicurezza e dell’interazione su piattaforme internazionali“… al di là di cosa possa significare.

In realtà, secondo una fonte giornalistica israeliana che aveva parlato sia con funzionari israeliani che ucraini, Netanyahu aveva chiesto a Zelensky di votare contro la misura. Zelensky, da parte sua, voleva in cambio da Netanyahu la rassicurazione che Israele fornisse a Kiev il suo sistema di difesa aerea. Netanyahu non prese alcun impegno in tal senso, perché aveva un patto con la Russia, che consentiva all’aviazione israeliana di effettuare raid aerei nella Siria. L’Ucraina, così, non ha votò contro la risoluzione ( che comunque fu approvata con 87 voti favorevoli, 26 contrari e 53 astenuti), ma neppure a favore… perchè stranamente il suo rappresentante era assente.

Netanyahu commentò il voto definendolo spregevole: “Come centinaia di decisioni controverse contro Israele prese dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite nel corso degli anni, questa spregevole decisione non vincolerà il governo israeliano. La nazione ebraica non è un occupante nella propria terra e nella propria capitale eterna, Gerusalemme… nessuna decisione delle Nazioni Unite può distorcere i fatti della storia. … Continueremo a lottare per la verità”.

A parte la cieca e vomitevole arroganza di Netanyahu e delle istituzioni israeliane cui siamo abituati da decenni, è da sottolineare la “coerenza” di Zelensky che pretende che il mondo lotti contro la Russia che secondo lui ha invaso l’Ucraina, mentre se ne frega di quanto fa Israele (Paese invasore) in Palestina, purché gli fornisca le armi necessarie alla propria difesa.

Non è nuovo il presidente ucraino a tali scelte, visto che celebra la Turchia di Erdogan come suo migliore alleato, anche in questo caso fregandosene del fatto che l’esercito di Ankara faccia con i curdi quello che i russi cercano (a suo dire) di fare in Ucraina… dimenticando una differenza sostanziale: nessuno aiuta i curdi a difendersi, lasciando che vengano massacrati.

Ci si renderà quindi facilmente conto che quando si parla di Ucraina, non si possono certo utilizzare argomenti come democrazia, libertà e diritti umani.

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Il ministro degli Esteri israeliano incontra Zelensky e riapre l’ambasciata a Kiev: “sostieniamo l’Ucraina e il suo popolo”

Il ministro degli Esteri israeliano Eli Cohen è arrivato questa mattina a Kiev, dove ha programmato di incontrare il presidente ucraino Vladimir Zelensky e il massimo diplomatico ucraino Dmitry Kuleba.

Sono ora arrivato a Kiev per la prima visita di un ministro israeliano in Ucraina dall’inizio della guerra. Incontrerò il presidente Zelensky e il ministro degli Esteri Kuleba, riaprirò l’ambasciata israeliana a Kiev, che riprenderà pienamente la sua regolare attività e visiterò Bucha e Babi Yar“, ha scritto Cohen sulla sua pagina Twitter.

Sono arrivato a dichiarare che Israele sostiene l’Ucraina e il popolo ucraino in questo momento difficile per loro“, ha aggiunto.

Il ministro ha anche pubblicato una foto dalla stazione ferroviaria di Kiev. Secondo il Jerusalem Post, Cohen è volato in Polonia durante la notte, da dove si è diretto alla capitale ucraina in treno. A gennaio, il ministro israeliano ha annunciato di voler visitare l’Ucraina, diventando così il primo ministro israeliano ad arrivare nel Paese dall’inizio delle ostilità, ma non sono state fornite date precise.

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Stoltenberg: la NATO si era preparata per affrontare la Russia dal 2014 

La NATO si stava preparando ad affrontare la Russia dal 2014, ha dichiarato oggi il segretario generale della NATO, Jens Stoltenberg.

“In realtà ci siamo preparati a questa possibilità per molto tempo“, ha detto in una conferenza stampa che chiudeva il secondo giorno del vertice della NATO a Madrid. “Non è che la NATO si sia improvvisamente svegliata il 24 febbraio e si sia resa conto che la Russia è pericolosa. “La realtà è che anche noi ci stiamo preparando a questo dal 2014 perché è per questo che abbiamo aumentato la nostra presenza nella parte orientale dell’alleanza, perché gli alleati della NATO hanno iniziato a investire di più nella difesa“, ha proseguito Stoltenberg.

Il segretario generale della NATO, ha poi spiegato che l’Occidente ha cercato di parlare con la Russia prima dell’operazione militare speciale, ma la Russia ha portato avanti i suoi piani.

Il vertice della NATO ha approvato un nuovo concetto strategico che definisce la Russia una minaccia, eliminando la definizione del Paese come partner.

Come si ricorderà, lo scorso 24 febbraio il presidente russo Vladimir Putin annunciò l’inizio di un’operazione militare speciale in risposta alla richiesta di aiuto dei capi delle repubbliche del Donbass. L’Occidente ha reagito alla decisione russa imponendo sanzioni radicali al Paese. Inoltre, i paesi occidentali hanno poi anche avviato spedizioni di armi e attrezzature militari a Kiev, che ormai valgono miliardi di dollari.

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L’ATTEGGIAMENTO DI QUESTA EUROPA DI FATTO ALLONTANA LA RUSSIA E RAFFORZA SEMPRE DI PIU’ L’ASSE MOSCA-PECHINO

BruxellesL’Europa dell’ultimo corso post elezioni, asseconda ancora di più i timori e le strategie di Washington, dall’altro lato c’è la Cina che fa accordi per l’energia russa e diventa sempre più forte. In mezzo, il genio politico e militare di Sergej Lavrov, ministro degli Esteri russo che sa sempre fiutare strategia e compagni di strada migliori.

Ai primi di giugno Xi Jinping, segretario del Partito comunista cinese dal 2012 e presidente della Repubblica Popolare cinese dal 2013, ha compiuto la sua ottava visita ufficiale di Stato in Russia. È andato a San Pietroburgo portandosi appresso qualche centinaio di pezzi grossi dell’industria, ha partecipato al Forum russo-cinese per l’energia (inaugurato l’anno scorso) e ha firmato una ventina di accordi con Vladimir Putin. Uno di questi prevede che due compagnie cinesi acquisiscano ognuna il 10% di Utrennoye, uno dei più promettenti giacimenti artici di gas naturale.

Il Forum era stato polemicamente disertato dall’ambasciatore Usa a Mosca. Forse perché il Dipartimento di Stato si è accorto che il commercio di risorse naturali (gas e petrolio in primo luogo, ovviamente) non solo vale il 40% degli scambi tra i due Paesi ma vale anche un mucchio di euro. L’export russo verso la Cina, infatti, si svolge sempre meno in dollari e sempre più in euro. La valuta europea a fine 2018 ha raggiunto il 37,6% del volume totale degli scambi, erodendo in misura mai vista prima, e tuttora crescente, la preminenza del dollaro.

Per finire: Russia e Cina, dopo diverse esercitazioni militari congiunte (“Vostok 2018” in Russia, “Mare Unito” quest’anno in Cina), si sono messe a pattugliare insieme i cieli dell’Asia, facendo vivamente inquietare sia i giapponesi sia i coreani del Sud.

Queste storie sui giornali arrivano poco e male. Però da tempo, nelle ambasciate e negli uffici “giusti”, quando quelli che sanno le cose si ritrovano con quelli che vorrebbero saperle, proprio di questo si discute. Dove vogliono arrivare Russia e Cina? Della Cina si sa: da quando c’è Xi Jinping vuole arrivare dappertutto, con la nuova Via della Seta verso l’Europa, il Filo di Perle nell’Oceano indiano e tutta quella strategia del sorriso commerciale che mimetizza denti politici da squalo. E la Russia? Mosca le va appresso, ben felice di venderle quelle materie prime che sono il motore della macchina economica cinese. Ben felice, insomma, di renderla sempre più forte.

C’è qualcuno, che di tutto questo s’inquieta e altri che si rallegrano, perché vedono una Russia sconfitta nel suo assalto all’Occidente che si consegna armi e bagagli al pescecane cinese, pronto a papparsela. L’uno e l’altro atteggiamento, però, sono figli di un clamoroso errore di prospettiva. A furia di raccontarci che la Russia è un paese pronto a tutto, che i suoi hacker sono onnipotenti e onnipresenti, che se non potenziamo la Nato presto saremo invasi dai tank mandati dal Cremlinoabbiamo perso la dimensione reale delle cose. Un po’ come quelli che, abituati a raccontar balle, sono poi i primi a crederci.

L’alleanza tra Russia e Cina è strategica perché è stata proprio l’Europa a renderla tale. Da sempre la Russia, sterminato deposito di risorse naturali, cerca una partnership solida e affidabile con “qualcuno” che abbia invece competenza manifatturiera. Negli anni Sessanta, mentre il complesso militar-industriale mandava cani e astronauti nello spazio, l’industria sovietica era costretta a chiamare la Fiat (che superò la concorrenza di Ford e Renault) per motorizzare il Paese. Nacque così Togliattigrad, città da 400 mila abitanti e fabbrica da 600 mila veicoli l’anno. Quelli erano anche gli anni in cui i rapporti tra Russia e Cina andavano definitivamente in malora, per riprendersi solo con Mikhail Gorbaciov e la sua perestrojka.

La vocazione per l’Europa della Russia, insomma, è molto più profonda e di data molto più antica di quella per la Cina. E d’altra parte, che ci sarebbe di più logico di una sana alleanza tra gli estrattori di gas e petrolio dell’Est e i manifatturieri dell’Ovest? Nulla. Converrebbe a entrambi, e molto. Infatti gli Usa, che in questa alleanza tra produttori vedono con ragione un rischio per la loro supremazia mondiale, si sono messi di traverso in ogni modo. Allargando la Nato e facendo allargare la UE a quei Paesi nazionalisti e sovranisti che ora tanto comodo fanno alla Nato, e in buona sostanza spingendo la Russia sempre più a Est a cominciare dalle guerre balcaniche di Bill Clinton, prontamente sposate dalle sinistre di tutta Europa. Per arrivare all’Ucraina del 2014, dove il sentimento nazionalista e sovranista (in quel caso non demonizzato, tutt’altro), evidente da anni e attizzato dal mal governo del filo-russo Janukovich, venne potenziato da robuste iniezioni di denaro e sollecitazioni americane.

In pratica, gli Usa sono arrivati al più vasto confine con la Russia, dando per scontato che al confine in sé erano già arrivati mettendo sotto la tutela della Nato i Paesi baltici. Il problema è che al Cremlino e dintorni, nel frattempo, si erano insediati i due più grandi contropiedisti dell’evo moderno, tipi che Chiarugi manco lo vedevano. Uno è Vladimir Putin, ovvio. L’altro è Sergej Lavrovdal 2004 ministro degli Esteri, uno che parla persino il singalese e che bazzicava i meandri dell’Onu quando ancora c’era l’Urss e lui era un giovanotto.

Ora, qualcuno sa spiegare dove sarebbe l’offensiva anti-occidentale di un Paese che un bel giorno del 2014 si sveglia con il fondato timore di vedere gli incrociatori della Nato ormeggiati a Sebastopoli? Quei due, però, non sono tipi che stanno a pettinare le bambole. Crimea? Fatto? Donbass? Fatto. E per buona misura, ecco l’intervento militare in Siria (ottobre 2015) a fianco di Bashar al-Assad, tipo apertura di un secondo fronte nel confronto con gli Usa. Ma il colpo da maestro Lavrov l’aveva fatto nel 2013, concordando con la Casa Bianca lo smantellamento dell’arsenale chimico di Assad e così eliminando la ragione principale per cui gli Usa avrebbero potuto intervenire sul fronte siriano. Certo, Lavrov non gliel’aveva detto, a Obama, che poi sarebbero intervenuti loro, i russi. Ma forse se n’era scordato, mica si può tenere a mente tutto.

La partnership economica e politica della Russia con la Cina sta tutta dentro questa storia. Al Cremlino sarebbe piaciuto assai costruirne una con l’Europa, ma sappiamo com’è andata. Li abbiamo spinti a Est? E a Est i russi hanno trovato un altro popolo assai industrioso, inventore e produttore dalla notte dei tempi e, casualmente, tanto tanto assetato di energia. I cinesi, in pratica degli europei con gli occhi a mandorla. Possiamo lamentarcene? Mica tanto. L’Italia, per dirne una. La Russia è sempre stata un fornitore di gas puntuale e non troppo esoso. Adesso facciamo il Tap perché, dicono, dobbiamo diversificare le fonti di approvvigionamento. E loro ne vendono di più alla Cina, che prende quel gas, lo pompa nelle sue fabbriche e aumenta la propria forza contrattuale sul mercato globale. Come si è ben visto durante la visita di Xi Jinping in Europa, quando noi gli abbiamo venduto qualche arancia mentre la Germania gli ha passato le concessioni e i progetti per la produzione dell’auto elettrica e la Francia un bel pò di contratti nell’aerospazio. Cosine così.

E tornando quindi a quelle cene in cui ci si chiede dove andranno a parare Russia e Cina, sarebbe interessante anche capire che cos’abbia in testa il nuovo vertice della UE. Al momento, per quel poco che se ne vede, sembra roba da far fregare le mani a Donald Trump. L’assalto (mancato, ma di poco: la nuova Presidentessa della Commissione europea, la tedesca Ursula von der Leyen, è stata eletta per il classico pelo) dei sovranisti ha spostato a destra l’asse complessivo, con i Verdi fuori, i liberali (diciamo pure Emmanuel Macron) assai più dentro di prima, i socialisti appesi a un ramo e i popolari costretti a liquidare il candidato ufficiale e a scegliere la van der Leyen, un ministro della Difesa molto filo-Nato e filo-Usa. Se l’Ussuri si è seccato, l’Atlantico si è un bel po’ ristretto.

RED




Papa Francesco contento per la visita di Parolin in Russia

Mosca – Un viaggio all’insegna della costruzione di ponti in un clima di ascolto e dialogo. All’indomani del ritorno dalla Russia, il cardinale Pietro Parolin ha rilasciato in esclusiva un’intervista ai media della Segreteria per la Comunicazione.

Eminenza, c’era comprensibilmente una grande aspettativa per questo suo viaggio in Russia. Con quali sentimenti è tornato in Vaticano?

Credo che il bilancio di questo viaggio sia un bilancio sostanzialmente positivo e quindi ovviamente i miei sentimenti sono sentimenti di gratitudine al Signore per avermi accompagnato durante questi giorni. Abbiamo potuto realizzare il programma che era stato fissato, tenere gli incontri previsti, e devo dire che questi incontri – sia a livello delle autorità civili sia con il presidente Putin che con il ministro degli Esteri Lavrov e poi con i vertici della gerarchia della Chiesa ortodossa russa, cioè il Patriarca Kirill e il metropolita Hilarion, sono stati caratterizzati proprio da un clima di cordialità, un clima di ascolto, un clima di rispetto. Io li definirei che sono stati incontri significativi, sono stati incontri anche costruttivi. Mi pare di dover mettere l’accento un po’ su questa parola: “incontri costruttivi”. Ovviamente, poi, c’è stata anche la parte di incontro con la comunità cattolica. Soprattutto grazie alla conversazione e al dialogo che abbiamo avuto con i vescovi in nunziatura, è stato possibile conoscere un po’ più da vicino la realtà, la vita, della comunità cattolica in Russia, le sue gioie, le sue speranze, ma anche le sfide e le difficoltà che si trova ad affrontare. Queste ultime, in parte, è stato possibile anche rappresentarle, esporle alle autorità. Ne cito una per tutte: il tema della restituzione di alcune chiese che erano state confiscate ai tempi del regime comunista e per le quali ancora non è stata ancora provveduta la restituzione di fronte alle necessità della comunità cattolica di avere luoghi di culto adeguati. Quindi, direi che alla fine – per dire una parola – è stato un viaggio utile, è stato un viaggio interessante, è stato un viaggio costruttivo.

Ha già avuto modo di parlare con il Santo Padre del viaggio? Cosa può condividere di ciò che vi siete detti?

Sì, naturalmente, appena sono tornato ho sentito il Santo Padre per fargli un po’ un brevissimo, sintetico resoconto sia dei contenuti che dei risultati del viaggio, e naturalmente gli ho trasmesso anche i saluti che mi sono stati affidati da tutte le parti che ho incontrato, dall’affetto e dalla vicinanza della comunità cattolica, dai deferenti saluti delle autorità. Ricordo che il presidente Putin – credo che sia stato anche registrato nella parte pubblica dell’incontro – ha sottolineato proprio il ricordo vivo che mantiene dei suoi incontri con Papa Francesco, nel 2013 e nel 2015. E il fraterno saluto poi anche del Patriarca Kirill. Ovviamente il Papa si è compiaciuto di queste impressioni, di questi risultati positivi che gli ho trasmesso; il Papa, come sappiamo – l’ha ripetuto anche in questa circostanza – è molto, molto attento a tutte le occasioni di dialogo che possano esserci, è molto attento a valorizzare tutte le occasioni di dialogo che ci sono ed è molto contento quando si fanno dei passi in avanti in questa direzione.

Quali sono stati i temi principali, affrontati nell’incontro con il Patriarca Kirill?

Direi che fondamentalmente ci si è soffermati un po’ su questo nuovo clima, questa nuova atmosfera che regna nei rapporti tra la Chiesa ortodossa russa e la Chiesa cattolica; questo nuovo clima, questa nuova atmosfera che si è instaurata negli ultimi anni e che naturalmente ha avuto un momento particolarmente significativo e di forte accelerazione anche grazie all’incontro de L’Avana tra il Patriarca e il Papa, a cui poi è seguito questo avvenimento. Veramente, ho notato da parte degli interlocutori ortodossi come siano stati colpiti da questa esperienza della visita delle reliquie di San Nicola di Bari a Mosca e San Pietroburgo, ma nel senso che proprio sono stati colpiti dalla fede e dalla religiosità del popolo. E’ stato sottolineato anche come molti russi che appartengono alla tradizione ortodossa ma che non frequentano, i non praticanti, in questa occasione si sono avvicinati alla Chiesa. E’ stato veramente un evento grandioso sia per quanto riguarda le dimensioni – si parla di due milioni e mezzo di fedeli che hanno visitato le reliquie – sia per quanto riguarda l’impatto di fede e di spiritualità che questo avvenimento ha prodotto. Abbiamo poi passato un po’ in rassegna i passi compiuti e quelli che saranno, che dovrebbero essere i passi da compiere in futuro. Mi pare che da parte loro – come naturalmente anche da parte nostra – non si voglia esaurire le potenzialità che questa nuova fase ha aperto e naturalmente la collaborazione può avvenire in vari ambiti, a vari livelli: dalla collaborazione culturale – quella accademica – a quella umanitaria … Si è molto insistito su questo punto, che le due Chiese di fronte alle tante situazioni di conflitto che esistono nel mondo possono davvero esercitare un’opera umanitaria incisiva ed efficace. Si sono toccati anche – con rispetto e allo stesso tempo con franchezza – temi un po’ spinosi, nelle relazioni tra le due Chiese; però, si è cercato di dare – almeno a mio parere, quello che io ho colto – un senso piuttosto positivo, cioè esplorare vie condivise per affrontare e per tentare di avviare a soluzione questi problemi. E naturalmente anche queste vie condivise, queste proposte concrete che sono emerse dovranno essere verificate e possibilmente implementate dopo un adeguato discernimento e approfondimento.

Ecco, eminenza, a proposito dei temi più sensibili: la questione ucraina è uno dei temi più delicati nei rapporti tra Santa Sede e Russia. Lei stesso ha visitato l’Ucraina un anno fa. C’è qualche novità, dopo il suo viaggio?

Novità, perlomeno finora, non ce ne sono … forse è prematuro pensare a qualche novità. Il Signore – speriamo – farà germogliare e fruttificare, se ci sono stati quei semi di bene che abbiamo cercato di seminare. Però, come è noto, la questione ucraina è una delle questioni di grande preoccupazione per la Santa Sede: il Papa si è pronunciato varie volte sul tema … E’ ovvio che non poteva non essere trattato, questo tema; non poteva essere dimenticato in quella circostanza. Direi soprattutto nel senso di cercare di vedere, di valutare se c’erano alcuni passi concreti che si potessero fare verso una soluzione duratura e giusta del conflitto, all’interno degli strumenti attualmente disponibili, che sono praticamente gli Accordi raggiunti tra le due parti. Ed è noto pure che la Santa Sede ha insistito soprattutto sugli aspetti umanitari a partire dalla grande iniziativa del Papa per l’Ucraina. In questo senso, ad esempio, uno dei temi è quello della liberazione dei prigionieri: questo è uno dei temi dell’“umanitario” che potrebbero veramente essere importanti per ridare un po’ l’impulso a tutto il processo, anche politico, per uscire da questa situazione di stasi e fare avanzare – per esempio – anche il tema della tregua, il tema del cessate-il-fuoco, il tema delle condizioni di sicurezza sul territorio, il tema, anche, delle condizioni politiche per poter fare dei progressi nella soluzione globale. Speriamo, appunto, che qualche cosa possa aiutare per camminare nella giusta direzione, tenendo conto – quando parliamo di situazioni, di questioni umanitarie – che stiamo parlando della gente e stiamo parlando della sofferenza. E credo che è questo che tutti dovrebbero avere in mente proprio per tentare di fare uno sforzo supplementare per andare nella giusta direzione.

La stampa ha dato naturalmente molta attenzione al suo incontro a Sochi con Vladimir Putin. Com’è andato il colloquio con il presidente russo?

Direi che anche il colloquio con il presidente Putin rientra un po’ nella valutazione che ho dato all’inizio: è stato un incontro cordiale, è stato un incontro rispettoso in cui si sono potuti affrontare tutti i temi che almeno a noi stavano a cuore che fossero affrontati, come quello, per esempio, del Medio Oriente, della situazione in Siria in particolare, e in questo contesto anche il tema della presenza dei cristiani: sappiamo che una delle coincidenze che ci sono tra la Russia e la Santa Sede è proprio questa dell’attenzione alla situazione dei cristiani, il tema delle persecuzioni dei cristiani, che tendiamo ad allargare a tutti i gruppi religiosi – naturalmente – e a tutte le minoranze, cercando di coinvolgere anche i musulmani, come è stato fatto per esempio in quel seminario che si è svolto a Ginevra, l’anno scorso. Quindi, il tema poi dell’Ucraina, ne abbiamo già un po’ parlato; il tema del Venezuela: ho visto che anche la stampa ha riportato alcune dichiarazioni che erano state fatte in questo senso. Quindi, oltre ai temi bilaterali, ne accennavo all’inizio, abbiamo presentato alcune situazioni un po’ di difficoltà della comunità cattolica. Io ho cercato soprattutto di dire questo, questo era il messaggio che volevo trasmettere: cioè, che la Russia, per la sua posizione geografica, per la sua storia, per la sua cultura, per il suo passato, per il suo presente, ha un grande ruolo da giocare nella comunità internazionale, nel mondo. Un grande ruolo da giocare. E quindi ha una particolare responsabilità nei confronti della pace: sia il Paese sia i suoi leader hanno una grande responsabilità nei confronti della costruzione della pace e devono veramente sforzarsi di mettere gli interessi superiori della pace al di sopra di tutti gli altri interessi.

Da ultimo, eminenza: oltre agli incontri più significativi, c’è qualche altro momento o aspetto particolare che vuole sottolineare?

Sì, c’è stato il bel momento della Messa, insieme con la comunità cattolica. La Cattedrale era gremita di gente ed è stata un po’ una sorpresa, perché era un giorno feriale e quindi non ci si aspettava che ci fosse tanta gente; poi, naturalmente a me colpisce sempre la fede e la devozione di questa gente: come partecipano alla Messa, con quale attenzione, con quale riverenza, con quale silenzio sono lì presenti. E credo che siano venuti soprattutto per esprimere il loro attaccamento al Papa e il fatto di essere membri della Chiesa universale. Quindi, quello è stato un bel momento. Un altro bel momento è stata la breve visita alle Suore di Madre Teresa che lavorano a Mosca. Abbiamo potuto incontrare e salutare tutte le persone che assistono, anche lì è stato manifestato un grande affetto nei confronti del Papa. E poi, l’ultima cosa che vorrei ricordare: mi ha molto impressionato la visita che abbiamo fatto una sera alla Cattedrale di Cristo Salvatore, la cattedrale ortodossa di Mosca; cattedrale che era stata fatta saltare in aria durante il regime comunista. E quindi è stato anche un momento per ricordare questa storia dolorosissima dell’epoca in cui si voleva sradicare completamente la fede dal cuore dei credenti ed eliminare ogni segno della presenza di Dio e della Chiesa in quella Terra. Cosa che non è riuscita, perché Dio è più grande dei progetti degli uomini.

RED

(L’intervista al segretario di Stato vaticano è stata realizzata da Alessandro Gisotti per i media della Segreteria per la Comunicazione e trasmessa su Radio Vaticana)






VERTICE DI VIENNA: TORNA LA GUERRA FREDDA?

Vienna (A) – Cessazione immediata delle ostilità, accessi umanitari alle città assediate, impegno per la transizione politica: sono i punti salienti del vertice di Vienna sulla Siria, che tra mille difficoltà ha cercato di rilanciare il negoziatoSiria: iniziata a Vienna riunione 'gruppo sostegno' e di ripristinare un concreto cessate il fuoco alla luce delle numerose violazioni delle ultime settimane. “La sfida è ora tradurre in atti concreti questa intesa“, ha sottolineato il segretario di Stato Usa, John Kerry, in conferenza stampa congiunta con il ministro degli Esteri russo, Serghiei Lavrov, e l’inviato speciale dell’Onu, Staffan de Mistura. “Occorre ridare slancio ai negoziati siriani, questa è la crisi più drammatica degli ultimi anni“: ha incalzato il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni a margine dei lavori.

Il documento finale, dove spicca l’impegno per avviare la transizione politica e la riforma costituzionale, invita le parti a tornare al negoziato. Il monitoraggio del cessate il fuoco verrà effettuato dall’Onu con cadenza settimanale. Le violazioni finiranno sul tavolo del Consiglio di sicurezza, pronto ad ampliare le pressioni sui belligeranti. C’è poi il sostegno all’inviato Il segretario di Stato Usa, John Kerry, e il ministro degli Esteri italiano, Paolo Gentilonispeciale Staffan de Mistura a ragionare con Iran e l’Arabia Saudita e a riavviare i negoziati. La responsabile della politica estera dell’Ue Federica Mogherini, in questo quadro e su richiesta Onu, ha incontrato la delegazione di Damasco, il primo faccia a faccia tra l’Ue e il governo di Assad dall’inizio del conflitto.Sul fronte umanitario, le grandi potenze riunite a Vienna si sono dette d’accordo sulla ripresa dell’accesso degli aiuti umanitari nelle città assediate, strette in una morsa che per de Misturaricorda le tecniche del Medio Evo“. Ovvero privare gli assediati di acqua, cibo, medicine. Se non verrà consentito l’accesso degli aiuti, il Programma Mondiale Alimentare interromperà le forniture via terra e metterà in campo ponti aerei e aiuti paracadutati. Gli analisti sottolineano tuttavia che si tratta di una extrema ratio, perché le organizzazioni sul campo privilegiano la via terrestre, anche per controllare con maggiore efficacia i destinatari degli aiuti stessi.AUSTRIA-SYRIA-CONFLICT-DIPLOMACY

Al Vertice non sono mancate le scintille tra Stati Uniti e Russia. Il presidente siriano Bashar al Assad e i “suoi sostenitori” non saranno “mai al sicuro” se non ci sarà la pace in Siria“, ha tuonato Kerry. Se Assad pensa di non ottemperare all’impegno per la transizione politica “si mette in una situazione pericolosa“. Lavrov ha risposto ribadendo la linea di Mosca:le sanzioni decise dagli Usa e dall’Ue “hanno aggravato la crisi umanitaria“. La Russia sostiene “la lotta al terrorismo non il presidente Assad, non difendiamo nessuno personalmente“. L’accordo di Vienna ora dovrà fare i conti con i campi di battaglia, dove le fazioni in lotta sembrano sempre più schegge impazzite e il sangue continua a scorrere a fiumi.

Mogherini ha apprezzato iniziativa della Russia sul vertice di Vienna con UE, ONU e USAMa a margine del vertice di Vienna, sulla questione “sanzioni” alla Russia (del portavoce del Cremlino Dmitry Peskov, alle dichiarazioni di Federica Mogherinicommissario europeo per gli Affari esteri – sulla possibilità di estendere appunto le sanzioni dell’Occidente contro la Russia in connessione con il fallimento degli accordi di Minsk: “La parte russa – ha detto Peskov non discute la questione delle sanzioni. Questo non è un argomento all’ordine del giorno. La Russia non è mai stata l’iniziatore della marginalizzazione delle relazioni con i vari Paesi. Siamo sempre dispiaciuti quando Il portavoce del Cremlino Dmitry Peskovosserviamo restrizioni volontarie che i Paesi impongono nei confronti di se stessi, in relazione ai rapporti con la Russia”.

Ad inasprire ulteriormente il clima per niente idilliaco tra Russia e USA, ha sicuramente contribuito lo scorso 12 maggio,  l’inaugurazione da parte americana della loro nuova base missilistica a Deveselu in Romania. Il vecchio aeroporto sovietico è stato interamente ristrutturato con un investimento di 800 milioni di dollari e ora ospita il sistema di difesa missilistico Aegis Ashore, la versione terrestre del sistema antimissile navale Aegis. Il complesso, già operativo, comprende infrastrutture di sorveglianza radar e lanciatori verticali per 24 missili Standard SM-3 Block IB coordinati da una centrale operativa in grado di individuare missili balistici intercontinentali lanciati dalla Russia occidentale e diretti sugli Stati Uniti. Non si tratta solo di uno «scudo Missili Usa in Romania e Polonia a Deveseluspaziale» ma anche di un sistema di attacco: la stessa base è in grado di gestire e guidare anche missili cruise Tomahawk – eventualmente dotati di testate nucleari – che ora possono minacciare installazioni civili e militari nella Russia sudoccidentale, inclusa la Crimea. Il giorno successivo è iniziata la costruzione di un analogo sistema in territorio polacco. Si prevede che diventerà operativo entro il 2018 completando così il Complesso Europeo di Difesa Antimissili Balistici (BMD).

Entrambe le mosse americane sono giudicate ostili verso Mosca e in violazione del Trattato del 1987 sulle Forze Nucleari a Raggio Intermedio che proibisce esplicitamenteIl sistema di difesa antimissilistica nella base rumena di Deveselu il dispiegamento a terra di missili cruise con una tangenza operativa compresa fra 500 e 5500 km. Per questo Viktor Ozerov, capo del Comitato Nazionale sugli Armamenti nella Camera Alta del Parlamento Russo, ha ventilato la possibilità che la Russia possa abbandonare il tavolo dei negoziati per il rinnovo del Trattato sulla Riduzione delle Armi Strategiche (START).

Ma chi si aspettava proteste esclusivamente diplomatiche è già rimasto deluso: la Russia ha sparigliato le carte iniziando i lavori per la realizzazione di un sistema missilistico completamente asimmetrico ma al contempo più economico rispetto al BMD. Diventerà anch’esso operativo entro il 2019 e prende il nome da «Barguzin»: il forte vento dell’Est che soffia sopra il Lago Baikal e che porta il nome del fiume che vi sfocia.

Mosca inchioda Washington alle sue gravi responsabilitàSi tratta di un sistema di missili da combattimento montati su convogli ferroviari: un «treno nucleare» che ospita sei missili balistici intercontinentali di ultima generazione RS-24 «Yars». Ogni missile ospita quattro testate termonucleari con una potenza esplosiva totale compresa fra 0,4 e 1,2 Megaton (da 33 a 100 volte la potenza della bomba A di Hiroshima). Le versioni più avanzate possono distribuire testate termonucleari su bersagli distanti fino a 11.000 km con una precisione di 100 metri. Le testate sono in grado di manovrare per evitare i missili antimissile lanciati per abbatterle. In pratica, ogni treno del sistema Barguzin, da qualsiasi punto della Russia, sarà in grado di distruggere 60 città o installazioni militari sull’intero territorio degli Stati Il treno nucleare del sistema MolodetsUniti.

In realtà, l’idea non è completamente nuova: la Russia disponeva di 12 treni nucleari del sistema «Molodets» (in russo: «bravo ragazzo») smantellati dopo il trattato Start 2. Ma quello che rende veramente micidiali i nuovi treni nucleari è che, a differenza dei più potenti ma meno precisi e più onerosi sistemi precedenti, i treni Barguzin sono perfettamente mimetizzati da convogli merci. Anche l’emissione infrarossa è stata studiata in modo da simulare quella di un innocuo vagone frigorifero, ma dotato Top diplomats from Russia, the United States, Europe, and the Middle East will meet once again in Vienna on May 17 in an effort to salvage Syrian peacedi un sistema completamente autosufficiente per alcuni mesi studiato in modo da ingannare tanto i satelliti spia quanto gli osservatori sul terreno e percorrere fino a 1000 km al giorno all’interno degli 85.000 km di binari che compongono la rete russa.

Lo scenario può avere effetti pesanti anche per l’Italia e le ultime novità non promettono sviluppi positivi per lo sviluppo delle nostre imprese.

                                                                                                                                                                         RED




RUSSIA, CINA E USA PRONTE ALLA GUERRA CON ARMI SPAZIALI

La Russia con il “Nudol” e la Cina con il “Dong Neng-3” sono gli unici paesi al mondo, insieme agli Stati Uniti, a disporre di missili anti-satellite. Ciò significa che in un ipotetico scontro tra super potenze, i tre paesi avrebbero la Sistema di sorveglianza spaziale Onko-M (Russia)capacità di interrompere l’intera linea C5ISR orbitale, rendendo cieco il nemico.
I sistemi anti-satellite nascono con l’obiettivo di paralizzare l’intelligence, la navigazione e la comunicazione di una paese qualsiasi. Collegamenti essenziali per garantire le operazioni militari ed il supporto delle infrastrutture civili.  Sappiamo che Putin ha investito enormi risorse per sviluppare capacità tecnologiche di ultima generazione per militarizzare lo spazio. Gap con gli Stati Uniti che si è assottigliato notevolmente, tanto che oggi si parla di “asimmetria spaziale”. In questo caso, il problema è stato di natura politica.
Il Congresso degli Stati Uniti ha impedito una massiccia militarizzazione dello spazio, riducendo al minimo la capacità ASAT a terra del Pentagono. A differenza dei russi che non esplosione atomicahanno mai avuto questo vincolo.
Lo scorso febbraio, nei dati non classificati della Defense Intelligence diramati al congresso, l’agenzia ha dichiarato che “Cina e Russia hanno sviluppato enormi capacità spaziali, potrebbero essere in grado di offuscare l’intera rete satellitare in caso di conflitto”.
Ma il dato più allarmante è quello esposto dal comandante dell’Air Force Space Command, il generale John Hyten, che durante una conferenza sulla guerra elettronica ha dichiarato che nella rete satellitare USA, si verificano frequenti casi di “spegnimento”, pari a 23 casi al mese.
In 23 momenti di un mese, parte della rete militare USA va offline. Ovviamente non ci sono le prove per puntare il dito contro un attacco informatico ad opera di un paese http://www.dreamstime.com/stock-images-negotiation-dice-usa-china-russia-political-concept-dices-flags-european-union-world-map-symbolize-foreign-image53470454straniero, sarebbe un atto di guerra, ma i dati sono a dir poco preoccupanti per due motivi: o la rete satellitare USA non è affidabile (probabile) o Cina e Russia hanno sviluppato sistemi in grado di oscurare la capacità C5ISR americana (non auspicabile).
Nell’anno ancora in corso abbiamo avuto 261 episodi. In 261 frangenti le nostre comunicazioni via satellite sono state ‘spente’ del tutto”. Tradotto significa un basso livello di consapevolezza sulle attività dei propri soldati sul terreno.

RED

(fonte: Difesa Online)




Данил Ибраев: «Мы защищаем интересы пяти государств»

Интервью с министром Евразийской экономической комиссии.Danil Ibraev durante l'intervista con Evgeny Utkin

Милан – В Европе, конечно, слышали о Евразийской экономической комиссии. Но как в Еврокомиссии, так и сами европейцы не особо представляют, что это за структура, и в частности, угрожает ли она экономическим интересам Евросоюза или может быть его партнером, это аналог Евросоюза на еще большей территории или возрождение СССР. Мы встретились с членом Коллегии Евразийской экономической комиссии Данилом Ибраевым, чтобы прояснить эти вопросы.

– Вы являетесь представителем Республики Кыргызтан в ЕАЭС и защищаете интересы своего государства?

– Мы – наднационалы, и мы защищаем интересы пяти государств. Поэтому уместнее будет говорить не представитель, а сотрудник, представленный от Кыргызстана. Ранее я входил в состав рабочей группы от Правительства по вступлению Кыргызстана в Евразийский экономический союз. На тот момент это был таможенный союз, потом единое экономическое пространство. Мы готовили «дорожные карты», затем это переросло в обязательство по вступлению в Союз.
Конечно же, я провожу работу, в том числе, по интеграции Кыргызской Республики для того, чтобы национальные государственные органы, бизнес-сообщества получили полноценную информацию и смогли выстроить взаимоотношения по всем отраслям как с Евразийской экономической комиссией, так и со всеми государствами-партнерами Союза. Это является составляющей нашей общей работы в рамках наднационального органа по углублению интеграции, созданию единого рынка услуг и преодолению имеющихся на сегодняшний день ограничений, изъятий и барьеров для пяти государств.

– Когда вы официально вступили в Союз? Каковы результаты?

– 12 августа 2015 года Кыргызстан официально стал полноправным членом ЕАЭС.
Со дня ратификации уже прошло чуть больше 100 дней, а с момента создания Евразийского экономического союза прошло 11 месяцев. За этот период в рамках наднациональных решений проведены 2 заседания Высшего Danil Ibraev - photo Evgeny Utkinевразийского экономического совета и было принято 39 актов, 2 заседания Евразийского межправительственного совета – 29 актов, Советом – около 90 актов на 7-ми заседаниях и на 43-х заседаниях Коллегии ЕЭК было принято 315 решений по различным направлениям интеграции. К таким решениям относятся: Соглашение о единых принципах и правилах обращения лекарственных средств; присоединение к Единому рынку услуг, Программа поэтапной либерализации выполнения перевозчиками, зарегистрированными на территории одного из государств – членов ЕАЭС, автомобильных перевозок и другое.
Также 122 представителя из более чем 30–ти уполномоченных органов Кыргызской Республики официально были включены в составы 17-ти консультативных комитетов и рабочих групп, функционирующих при Евразийской экономической комиссии.
Необходимо отметить, что Кыргызстан практически полностью привел в соответствие нормативную базу. Выстраивается очень серьезная система контроля качества, наблюдается завершение полной модернизации таможенных пунктов пропуска с третьими странами, подходит к концу налаживание полного взаимообмена информацией. Все это и еще многое Правительство Кыргызской Республики активно осуществляет, чтобы страны-партнеры имели полное доверие и уверенность в выстроенных общих правилах на территории государства.

– Расскажите о процедуре вступления третьих стран в Союз?

– Процедура интеграции основана на добровольности, высоком желании и готовности той или иной страны принимать участие на общем рынке и выполнять сформировавшиеся принципы и право ЕАЭС.
16 октября 2015 года Высшим Евразийским союзом было принято Решение о процедуре вступления третьих стран в Союз и, соответственно, выхода из него при наличии желания. Что это значит: страна, желающая вступить в Союз, должна направить за подписью Президента свое желание, после чего представители пяти государств обсуждают экономическую взаимовыгодность. Создается рабочая группа, формирующая «план действий» («дорожную карту»), в рамках чего страна-претендент берет на себя обязательства по срокам и определенным направлениям и начинает их реализовывать. По осуществлении всех этих задач государство может стать членом Союза. Президенты пяти стран подписывают Договор о присоединении. Процедура выхода из Евразийского экономического союза осуществляется на добровольной основе.

– Какие обязательства есть у сторон по интеграции?

– Одной из основных причин объединения наших стран является экономический интерес. Если государство хочет и видит себя производителем товара, работ, услуг и капитала, то ему интересно, чтобы его рынок расширялся. Это, естественно, является обязательством организации импорта из третьих стран по единым принципам, а также соответствие установленному уровню обеспечения качества услуг. Кыргызстану и другим странам не дали в руки, в прямом смысле, дохода, но были созданы условия для приобретения выгод от единого более широкого рынка. Это значит, что государство берет на себя обязательства по: соответствию качества товаров, технических регламентов, санитарных, фитосанитарных и ветеринарных требований; применению Единых таможенных тарифов; идентичности требований к сопроводительным документам; открытости внутренних границ и рынков; предоставлению недискриминационных, национальных режимов для резидентов других государств-членов Союза.
Осуществление экономической интеграции несомненно имеет положительные эффекты для участвующих сторон. Так, развитие интеграционных процессов значительно усиливает их экономический потенциал, способствует расширению товарооборота и кооперационно-производственных связей.

– Является ли ЕАЭС большим аналогом ЕС? Создавался ли он по такому же принципу?Евгений Уткин - Данил Ибраев

– Если говорить о территориальной составляющей, то Европейский союз в страновом аспекте шире и степень интеграции у него выше, так как ЕС был организован в 50х гг. и на протяжении многих лет ведет направленную деятельность по развитию европейской интеграции.
Но мы тоже преодолели немаленький срок взаимного общения, пройдя путь от Зоны свободной торговли, Таможенного союза, Единого экономического пространства к Евразийскому экономическому союзу, который активно сотрудничает на международном рынке, как единая структура. Принципы свобод и этапы интеграции понятны и сопоставимы с ВТО и Евросоюзом.
С каждым разом мы хотим, с одной стороны, преодолеть имеющиеся ограничения, изъятия и барьеры с еще большей возможностью для интеграции, в том числе скоординированной и согласованной политики в области промышленных, сельско-хозяйственных субсидий, транспорта, энергетики и тарифов естественных монополий, кооперации промышленности и агропромышленности, создания единых финансовых рынков и услуг.
Перед нами стоит очень много задач и нам есть, чему поучиться у ЕС, но уже сегодня мы, также, можем поделиться и своими опытом и достижениями.

– Имеет ли ЕАЭС статус субъекта международного права?

-Конечно! С момента, как мы заключили международное соглашение о создании ЕАЭС, мы имеем международную правосубъектность, в рамках которой мы ведем активное сотрудничество. Уже сегодня действует план по международному сотрудничеству.

– Является ли Кыргызстан членом ВТО?

– В 1998 году Кыргызстан одним из первых стал членом ВТО. Процедура присоединения нашего государства к ВТО была одной из самых быстрых в истории организации и заняла всего два с половиной года, тогда как в среднем переговорный процесс длится от четырех до шести лет. У нас есть большой положительный опыт участия в ВТО, которым мы делимся с нашими партнерами, в том числе и с Российской Федерацией. Существуют и отрицательные составляющие. Это выражается в том, что Кыргызская Республика ощутила негативное влияние на структуру экономики, поскольку мы бросили все силы на торговлю, а не на производство. При упрощенной системе торговли у нас таможенная ставка входа товаров составляла 5,04, хотя по обязательствам в рамках ВТО она должна была составлять 7,4.
Кыргызская Республика рассчитывает на то, что вступление в Евразийский экономический союз станет основой наращивания производственного и перерабатывающего потенциала.

– А какие из пяти стран еще не являются членами ВТО?

-Беларусь и Казахстан. Но мы ждем, что Казахстан к концу года станет таким же полноправным участником ВТО.

– Какие отношения складываются у вашего Союза с третьими странами?

– Евразийский экономический союз очень рассчитывает на сопряжение взаимной выгодности и взаимной заинтересованности друг с другом, так как у стран ЕАЭС достаточно большой потенциал экспорта и импорта товаров. В этих рамках ЕАЭС наращивает свою возможность вступить в диалог и обсуждать вопросы экономического сотрудничества. Может быть, на первом этапе это будет не преференциальные взаимоотношения, но в дальнейшем мы планируем использовать более глубокие возможности.
Данил Ибраев - министром Евразийской экономической комиссииНа сегодняшний день мы уже заключили соглашение о создании Зоны свободной торговли с Вьетнамом, принято решение о начале переговоров о подписании такого же соглашения с Государством Израиль, а также рассматриваются другие перспективные направления, как Египет, Индия, Индонезия и другие. С Европейским союзом мы, также, хотим активного сотрудничества, что на сегодняшний день прорабатывается в формате диалога.
Отдельного внимания заслуживает и сотрудничество с КНР. В частности, прорабатываются форматы взаимодействия в рамках Соглашения о торгово-экономическом сотрудничестве и проекта сопряжения ЕАЭС и «Экономического пояса «Шелкового пути».
Также были подписаны Меморандум о взаимопонимании между Евразийской экономической комиссией и Правительством Республики Перу; Меморандум о взаимопонимании между Евразийской экономической комиссией и Правительством Республики Чили; Меморандум о сотрудничестве между Евразийской экономической комиссией и Правительством Монголии. Готовится подписание Меморандума о сотрудничестве между ЕЭК и Правительством Республики Корея.
Страны, подписавшие Меморандум о сотрудничестве и взаимопонимании, также могут стать впоследствии кандидатами на подписание соглашения с нами о преференциальной торговле.

– То есть через некоторое время можно будет разговаривать о том, что сейчас происходит Трансатлантическое торгово-инвестиционное партнерство (ТТИП) между Америкой и Европой и то же самое будет происходить между Евразийским и Европейским союзами?

– Да, в идеале мы хотели бы, чтобы у нас была вся мировая площадка, где свободно перемещались бы товары и, мы не боялись их употреблять, зная, что они соответствуют всем требованиям. Это было бы великолепно! Мы бы выигрывали на принципах конкуренции и предприимчивости бизнесменов. Но есть, что есть. Вокруг нас существует большое количество интеграционных сообществ, интересы которых в большей или меньшей степени перекликаются. Евразийский экономический союз и евразийская экономическая комиссия нацелены на расширение экономического сотрудничества с другими интеграционными объединениями, в том числе с Европейским союзом, МЕРКОСУР, АСЕАН, ЕАСТ, Тихоокеанским Альянсом и т.д. Мы открыты для сотрудничества.

– ЕАЭС открыт для сотрудничества, а европейские бюрократы опасаются Евразийского экономического союза: сначала они навесили клише, что создался новый СССР с идентичной идеологией, а сейчас они рассматривают Евразийский союз как конкурента. Они открыты на словах, но опасаются ЕАЭС.

– На мой взгляд, конкуренция в итоге должна порождать более высокий номинал товаров, понятную и обоснованную цену, более быстрый оборот товара, предприимчивость и ее стимулирование. У каждой страны и у каждого интеграционного сообщества есть свои интересы, но нас не надо бояться, с нами надо сотрудничать. С нами нужно просчитывать свои выгоды и, возможно, свои риски, а не просто предполагать, что мы создаем Советский союз. Это невозможно по объективным обстоятельствам, да в этом и нет необходимости. Наш Союз – качественно иное равноправное объединение государств, основанное, прежде всего, на общности экономических интересов. Политике в этом случае приходится объективно подстраиваться под эти интересы.
Мы готовы взаимодействовать друг с другом на профессиональном уровне в разных направлениях. Изучением предложений, поступающих с третьих сторон, занимаются уполномоченные лица. И нынешняя поездка является одним из шагов к взаимодействию, так как мы участвуем в диалогах, смотрим, слушаем, что происходит в мире с сельхоз продукцией.

– Вам удалось посмотреть то, что Вы хотели?

– Да, мы встретились с организаторами «ЭКСПО-2015». Очень продуктивно прошлись по части выставки. И хочу отметить, что такие мероприятия очень интересны. И в ближайшее время планируется «ЭКСПО» в Астане. Я думаю, что на территории одной из наших стран все остальные страны так же могли дискутировать, говорить и показывать. Смысл в том, что мы должны друг друга обогащать, а не закрываться, иначе, проигрывать будет не одна страна, а обе.
– Продукция Кыргызстана становится популярной на территории не только ЕАЭС, но и ЕС. Что этому способствует?
Кыргызстан – территория экологичности продукции сельского хозяйства. По моему субъективному мнению, хотя, может быть, оно и объективное, в Кыргызстане растут самые вкусные ягоды (арбуз, черешня, клубника), фрукты, овощи и очень вкусное мясо. На сегодняшний день ведутся все необходимые мероприятия по ужесточению системы санитарного, фитосанитарного и ветеринарного состояния для соответствия техническим регламентам ЕАЭС. Напомню, что санитарный и фитосанитарный контроли на границе уже сняты, что заметно облегчает товарооборот между Кыргызстаном и другими странами. Снятие ветеринарного контроля ожидается в скором времени, после чего вкус нашего мяса смогут оценить все желающие как на территории нашего Союза, так и на Европейском пространстве.

– Планируется ли введение единой валюты на территории ЕАЭС?

– Конечно же, когда существует единая валюта, она стимулирует развитие взаимной торговли. Но для того, чтобы иметь единую валюту необходимо сделать очень много вещей: необходимо проделать большой путь в сфере валютной координации, углубления сотрудничества в финансовом секторе, координации промышленной политики, программных ключевых компонентов экономической политики стран.
Честно говоря, мы еще в полной степени не реализовали наши 4 свободы. Естественно, мы хотим все более и более глубокой интеграции, но только после решения этих задач можно говорить о более высоком уровне валютной интеграции наших стран — создании валютного союза. Об этом же свидетельствует опыт европейской интеграции. Как известно, государства ЕС не один десяток лет шли к единой валюте. Я считаю, что с каждым шагом мы продвигаемся вглубь нашей интеграции. К 2025 году планируется создание единого финансового регулятора.

-То есть это аналог Европейского банка?

– Насколько он будет аналогом, время покажет. Он будет находиться в Казахстане, но к этому времени нам необходимо будет либерализовать многие аспекты, нам необходимо открыть очень много направлений, но пока мы спотыкаемся о нерешенные вопросы и возникающие барьеры, над которыми, как я уже говорил, ведется интенсивная работа.

– У Вас, как у члена Коллегии (Министра), были интеграционные проблемы?

– У меня никаких интеграционных проблем не было. Я всех Министров ЕЭК уже давно знаю, еще с того момента, когда я уже начал сотрудничать в качестве переговорного представителя национального Правительства. Мы все с разными взглядами, с разными подходами, разновозрастные, но мы едины в том, что эта интеграция необходима и, интегрировать надо с каждым разом все глубже и глубже.

 

Евгений Уткин

 

Intervista con il ministro della Commissione Economica Eurasiatica, Danil Ibraev .

di Evgeny Utkin




LA RUSSIA E LA NUOVA FRONTIERA DELL’ARTICO

La Russia ha rivendicato ufficialmente davanti all’Onu la sovranità su 1,2 milioni di km quadrati di piattaforma artica, un’area grande quanto il Sudafrica. La zona include anche il Polo Nord e darebbe accesso a Mosca a 4,9 miliardi di tonnellate di idrocarburi. La Russia tenta dal 2001 di estendere la frontiera artica, includendo le creste di Lomonosov e Mendeleev, rivendicate anche da Danimarca e Canada. Per Mosca le dorsali oceaniche e il Polo Nord fanno parte del continente euroasiatico e appartengono alla Russia.
Non si tratta di una bizzarria senza ragione, ovviamente. Al solito, c’è un movente energetico ed economico dietro l’operazione: la zona artica rivendicata darebbe accesso a 4,9 miliardi di tonnellate di idrocarburi. L’Artico PRESIDENT PUTIN ABOARD SUBMARINE "ARCHANGELSK" IN SEVERMORSK.conterrebbe il 13% delle risorse petrolifere globali ancora non scoperte e il 30% delle riserve di gas naturale. Inoltre lo scioglimento dei ghiacciai artici dovuto al surriscaldamento globale potrebbe aprire la possibilità di rotte commerciali che colleghino l’Asia attraverso il circolo polare. È quindi questa la ragione per cui da tempo Mosca guarda con interesse a questa regione.

La richiesta si basa sulla Convenzione Onu che regola il diritto del mare e che consente a uno Stato costiero di estendere la propria giurisdizione sulla piattaforma continentale (cioè sul prolungamento del territorio che si sviluppa sotto la superficie del mare) fino a 200 miglia nautiche dalla costa, potendo arrivare fino a un massimo di 350 miglia laddove la conformazione dei fondali lo consenta.Attualmente sono cinque i Paesi che hanno il controllo di questa zona economica: Russia, Stati Uniti, Canada, Norvegia e Danimarca.La Polo Nord e articorivendicazione di Mosca ha ad oggetto oltre 1,2 milioni di chilometri quadrati di piattaforma Artica e trova il proprio fondamento nella Convenzione Onu sul diritto del mare, siglata a Montego Bay nel 1982, che consente ad uno stato di estendere la propria giurisdizione sulla piattaforma continentale (vale a dire il naturale prolungamento del territorio che si sviluppa sotto la superficie del mare) per uno spazio compreso tra le 200 e le 350 miglia dalla costa. Condizione necessaria è che il paese dimostri la propria continuità territoriale con le terre sommerse ed è questo l’obiettivo di Putin.  Il premier russo ha da sempre mostrato grande interesse per la zona e le danimarca-polo-nordmotivazioni che sottendono tale propensione sono, oltre che di natura politica, soprattutto di carattere economico. Stando ai recenti rilevamenti il Mar Glaciale Artico contiene il 30 per cento del gas naturale e il 15 per cento del petrolio non ancora scoperti. Se la richiesta fosse accolta Mosca avrebbe accesso ad oltre 4,9 miliardi di tonnellate di idrocarburi. Inoltre la regione artica è considerata strategica anche per il possibile sfruttamento di nuove rotte commerciali: il surriscaldamento globale e il parziale scioglimento dei ghiacciai potrebbe portare all’apertura di nuove rotte di comunicazione tra l’Europa Orientale e l’Asia. Già nel 2001 la Russia ci aveva provato, ma in quel caso la richiesta era stata rifiutata dall’Onu perché non sufficientemente supportata.

Barbara Cassani




LA GRECIA SULLA LAMA DEL COLTELLO

Sono passati esattamente cinque anni da quando la Grecia ha aderito al meccanismo europeo di sostegno in stretta collaborazione con il Fondo Monetario Internazionale (FMI). In quel periodo di tempo gli altri fondamentali e Crisi in Greciacritici dati economici del Paese erano i seguenti: il PIL ammontava a 222,151 mld alla fine del 2010. Il debito pubblico era al 148,3% in rapporto al PIL. La disoccupazione si trovava al 12,5%. La percentuale di Greci che vivevano sotto la soglia della povertà (reddito inferiore al 60% del reddito nazionale intermedio disponibile) raggiungeva il 27,6%.
La politica di pura austerità applicata al Paese su ordine dei creditori internazionali durante tutti questi anni ha aggravato ulteriormente la realtà economica e sociale. Così, il PIL oggi è ridotto a 186,54 mld. Il debito pubblico è schizzato al 176% in rapporto al PIL. La disoccupazione ha raggiunto straordinariamente il 26%, colpendo principalmente i giovani, molti dei quali costituiscono brillanti risorse scientifiche, con la conseguenza di spingerli ad emigrare all’estero. Questa grave mancanza di talenti potrebbe aiutare il Paese in questo contesto critico. La percentuale di Greci che vivono sotto la soglia di povertà è 34,6% o 3.795.100 persone.
grecia_poverta_gettyIn base all’esposizione dei suddetti elementi si rende conto chiunque che il programma di consolidamento fiscale in un paese che si trovava già in recessione prima del 2010 ha fallito completamente e non sarebbe assolutamente razionale, economicamente e socialmente, continuarne l’applicazione. Tale politica fiscale di contrazione e le misure di austerità danno forma alla spirale particolarmente letale di debito-recessione-austerità, escludendo ogni prospettiva di sviluppo.
In tal modo, l’insistenza che si osserva nella ferma continuazione dell’applicazione del programma di estrema austerità da parte dei prestatori avrà veramente risultati tragici per il Paese. Condurrà alla totale catastrofe economica, la quale non potrà essere sanata per decenni, e certamente ad una crisi umanitaria di incredibili dimensioni per gli standard dell’Europa post-bellica. I cittadini senzatetto e immiseriti che già si vedono per le strade di Atene si moltiplicheranno rapidamente. I suicidi grecia-sanita-al-collasso-protestedovuti della disperazione e dello sconforto che causa l’impossibilità di sopravvivenza continueranno il loro percorso di aumento frenetico. Gli svenimenti dei bambini nelle scuole dovuti alla mancanza di nutrimento sufficiente diventeranno parte inseparabile della quotidianità.
La domanda, dunque, che si pone con decisione in questo periodo di tempo è che cosa deve succedere affinché la Grecia possa uscire dal tunnel scurissimo della profonda crisi economica e tornare sul viale luminoso dello sviluppo e del progresso. In primis, il debito che porta sulle sue spalle l’economia ellenica è enorme e difficile da sopportare e non traspare alcuna possibilità di una sua estinzione. Quindi deve essere cancellata la parte più grande del valore nominale del debito affinché il peso del debito del Paese venga limitato sotto al 100% e diventi sostenibile con una simultanea tecnica che non rechi danno agli altri popoli d’Europa. L’estinzione del restante debito dovrà essere collegata a «clausole di sviluppo», cosicché si serva dello sviluppo e non dell’eventuale surplus di bilancio.
Grecia, domani si svolgeranno le elezioni politicheSecondo, è richiesta la riorganizzazione produttiva del Paese con le seguenti leve principali: a) il bilanciamento delle transazioni correnti tramite il cambio della mescolanza dei prodotti realizzati nel Paese, rafforzando di conseguenza i margini dell’orientamento all’esportazione di molti settori dell’economia ellenica. b) l’industrializzazione con la messa in atto di una compiuta politica industriale di ampio respiro e lo sviluppo della ricerca locale e della produzione di un’ampia gamma di prodotti di alto valore aggiunto. Il settore della trasformazione è particolarmente decisivo in quanto è impossibile per un paese pensare di poter avanzare nella catena del valore nella divisione del lavoro mondiale senza creare la necessaria base manifatturiera che comprende innanzitutto la realizzazione di prodotti industriali finali. c) il conferimento di particolare importanza al turismo, per cui la Grecia ha a disposizione un forte vantaggio comparato, ma anche alla marina mercantile -la Grecia ha la più grande flotta mercantile al mondo- e ovviamente all’agricoltura per la copertura di beni sociali fondamentali e d) lo sfruttamento efficiente delle materie prime -come la bauxite da cui si produce l’alluminio- e di probabili grandi giacimenti di petrolio, tanto nel Mar Egeo quanto nel Mar Ionio. La crisi greca
Terzo, è necessaria l’edificazione di uno Stato moderno, efficiente e razionale che lavori con onestà e senza interporre innumerevoli ostacoli burocratici allo sviluppo dell’attività imprenditoriale e che combatta efficacemente l’Idra di Lerna della corruzione e dell’evasione fiscale, cosicché vengano rimosse le molteplici conseguenze negative a livello economico, sociale e politico che causa e che venga resa giustizia fiscale. Le conseguenze economiche hanno a che fare da un lato con i danni delle finanze dello Stato e dall’altro con gli effetti sfavorevoli nel settore pubblico dell’economia. Quando si consolida la percezione che solo con il guadagno illecito delle persone che ricoprono posti d’importanza nodale nell’amministrazione pubblica è possibile raggiungere il risultato perseguito, si scoraggiano gli investimenti, si altera la sana concorrenza e si condannano al declino le imprese che si rifiutano di partecipare a questo tipo di transazioni illegali e immorali. Le conseguenze sociali e politiche della corruzione sono, inoltre, eccezionalmente serie. La corruzione crea nei cittadini malcontento, delusione e un intenso sentimento di crollo dei valori. Si consolida la convinzione che niente funzioni correttamente e che il cittadino rispettoso della legge subisca un torto. Le istituzioni vengono sabotate e barcollano e infine si scredita lo stesso regime democratico agli occhi dei cittadini. Inoltre, l’istituzione immediata di un sistema fiscale equo Putin e Tsiprasche non incoraggi e non «giustifichi» l’evasione fiscale contribuirà decisamente allo sviluppo della coscienza fiscale dei contribuenti e quindi all’aumento significativo delle entrate statali.
Queste posizioni dovranno senza tardare oltre entrare in via di realizzazione cosicché la Grecia possa uscire dal coma della recessione ed essere guidata alla luce dell’ambìto sviluppo, lontano dalle applicate politiche di austerità selvagge e senza sbocco, che costituiscono la punta di diamante del capitalismo finanziario nel suo tentativo di estinzione del debito e di mantenimento del suo dominio in un’epoca di intensa e generalizzata crisi capitalistica.
I cittadini europei da parte loro dovranno mostrarsi solidali verso il dramma del popolo greco che è stato trasformato in tutti questi anni in un animale da laboratorio, visto che la parte decisamente maggiore del denaro che riceve in prestito il settore pubblico greco non finisce ai contribuenti greci, ma alle banche o per il pagamento di obblighi di prossima scadenza oppure per la ricapitalizzazione delle banche greche, il costo della quale pesa per grossa parte sui contribuenti.
Concludendo, la Grecia non sopporta di continuare con l’austerità, poiché è giunta ai suoi limiti più remoti, in quanto è crollato il tenore di vita ma anche la dignità del popolo greco e questo lo dovranno capire i creditori. Diversamente, l’ora dello scontro e della rottura non tarderà.

Isidoros Karderinis

Versione articolo in lingua russa

Isidoros Karderinis

Isidoros Karderinis è nato ad Atene nel 1967. È romanziere, poeta ed economista con studi post-laurea in economia turistica.I suoi articoli sono stati ripubblicati in giornali, reviste e siti in tutto il mondo. Le sue poesie sono state tradotte in francese. Ha pubblicato sette libri di poesia e due romanzi. Cinque di questi sono stati pubblicati negli USA e in Gran Bretagna.

E-mail: skarderinis@hotmail.gr