Il dito di Colombo: il viaggio che cambiò la Storia e una città

Bisogna ammetterlo, il 12 ottobre, tra le tante, è la festa più strana che ricordi di Barcellona. Forse perché arrivava in quel periodo sospeso in cui l’estate non se n’è ancora andata del tutto, forse perché, da italiano, facevo fatica a riconoscermi in una festa nazionale spagnola così particolare che riguarda un altro italiano. E avevo la netta sensazione che non piacesse neppure così tanto agli stessi catalani, fatto salvo che era un giorno di festa. E quello sì che gli piaceva. Il 12 ottobre è la Fiesta Nacional de España, la festa nazionale spagnola, mentre Día de la Hispanidad è la denominazione con la quale continua comunemente a essere identificata.

La data richiama quel giorno del 1492 nel quale la spedizione di Cristoforo Colombo raggiunse un’isola dei Caraibi, tradizionalmente identificata con San Salvador. Dopo oltre due mesi di navigazione tre imbarcazioni erano finalmente approdate in terre che il Navigatore non poteva ancora sapere quanto avrebbero cambiato la storia.

E qui vorrei accennare brevemente alle famose “caravelle” che mi avevano appassionato fin dalle scuole elementari. Sono piccole curiosità interessanti che aggiungono qualcosa al nostro sapere, spesso semplificato dalla retorica dei libri di storia.

In realtà la Santa María non era una caravella ma una caracca e fungeva da nave ammiraglia essendo la più grande delle tre. Il suo vero nome era La Gallega, perché era stata costruita in Galizia. Si incagliò ed affondò la notte di Natale del 1492 sulle coste di Haiti e i suoi legnami furono usati per erigere il primo fortino europeo delle Indie, chiamato La Navidad.

La Pinta era invece una vera e propria caravella, veloce e manovrabile, famosa per la sua velocità. Dalla sua coffa il marinaio Rodrigo de Triana fu la primo a veder comparire la terraferma del Nuovo Mondo alle due del mattino del 12 ottobre.

La Niña era una caravella agile e leggera il cui vero nome era Santa Clara, in onore di Santa Chiara, mentre Niña era un soprannome originato dal cognome del proprietario, Juan Niño. Pare che fosse molto amata da Colombo per le sue doti nautiche, e partecipò a molte altre spedizioni prima di scomparire nel nulla durante un viaggio verso il Venezuela.

Colombo era convinto di essere arrivato nelle Indie e gli abitanti che incontrò da quel momento sarebbero stati per questo motivo chiamati indios.

La Storia, però, aveva appena cominciato a cambiare.

E Barcellona, pochi mesi dopo, sarebbe diventata uno dei luoghi principali in cui quella trasformazione avrebbe preso forma.

Colombo era rientrato nella penisola iberica nella primavera del 1493 mentre i Re Cattolici, Ferdinando d’Aragona e Isabella di Castiglia, si trovavano a Barcellona. Il Navigatore venne convocato per raccontare personalmente ai sovrani la spedizione, per mostrare ciò che aveva riportato con sé, e per fare in modo che quella scoperta potesse diventare qualcosa di ancora più grande.

La scena nell’immaginario collettivo è quella di Colombo ricevuto solennemente dai sovrani, con oggetti esotici, animali e alcuni indigeni al seguito. Ma, come spesso accade, quando la storia si fa leggenda, i dettagli si sono rimescolati nella memoria.

Anche il luogo dell’incontro non è del tutto certo. La tradizione barcellonese lo colloca nel Saló del Tinell, il grande salone gotico del Palau Reial Major, ambientazione perfetta per immaginare Colombo davanti ai sovrani mentre racconta di isole lontanissime. Molto probabilmente, invece, s’incontrarono nel monastero di Sant Jeroni de la Murtra, alle porte della città, dove i Re Cattolici stavano soggiornando.

La cosa curiosa è come entrambe le versioni continuino a vivere nella memoria della città. Sappiamo che l’incontro avvenne, sappiamo che ebbe conseguenze enormi, ma non possiamo ancora mettere con assoluta certezza una puntina sulla mappa nel punto esatto in cui tutto ciò accadde.

Quel di cui abbiamo certezza è che da quel momento la faccenda cambiò scala. Venne organizzato rapidamente un secondo viaggio più imponente, trasformando la spedizione esplorativa in un progetto politico e coloniale. Barcellona ebbe un ruolo ancora più curioso dato che proprio qui, nell’aprile del 1493, venne stampata una delle prime edizioni della lettera con cui Colombo annunciava le terre appena raggiunte. Prima ancora di diventare monumento, dunque, Colombo fu a Barcellona una notizia. Il mare aveva portato la storia in città e una tipografia la stava già spedendo verso il resto d’Europa.

I catalani lo chiamano Cristòfor Colom, e lui, a Barcellona, è una presenza impossibile da evitare. Non tanto perché sia legato alla città per nascita o per lunga permanenza, ma perché la città ha scelto di trasformare il suo rapporto con lui in una delle sue immagini più potenti.

Basta scendere lungo la Rambla fino al Port Vell e guardare in alto.

Dove la città finisce e comincia il mare c’è Colombo che alza il braccio verso l’orizzonte.

Il Monument a Colom fu inaugurato nel 1888, durante l’Esposizione Universale, quasi quattrocento anni dopo il viaggio. È alto circa sessanta metri e racchiude nella colonna un ascensore che porta fino al piccolo mirador superiore. Immagino come la vista da lassù potesse essere una delle attrazioni più sorprendenti della Barcellona ottocentesca, avendo sotto la Rambla, davanti il porto e alle spalle una città che proprio allora stava imparando a mostrarsi al mondo.

Anche il monumento racconta più il 1888 che il 1492. Alla base ci sono leoni, allegorie, rilievi e personaggi legati alla spedizione e alle corone di Castiglia e Aragona. È quasi una grande enciclopedia scolpita, costruita in un’epoca in cui Colombo era ancora soprattutto l’eroe dell’esplorazione e il simbolo di un mondo che si allargava sempre più.

Oggi guardiamo a quel tempo con occhi diversi, consapevoli che dietro quella scoperta ci furono anche conquista, violenza e colonizzazione. E vale la pena ricordare anche una questione di linguaggio che potrebbe sembrare secondaria, ma non lo è affatto. Per molti dei popoli originari del Messico, del Centro e del Sudamerica, essere chiamati indios è considerato offensivo e intollerabile, perché quel termine nasce proprio dall’errore geografico di Colombo e dalla successiva visione europea delle popolazioni incontrate.

La statua rimane lì, a ricordarci quanto possano cambiare le idee e le prospettive con cui una società decide di raccontare il proprio passato.

Il 12 ottobre, però, la capitale catalana vive la festività in modo diverso da Madrid, dove si svolge la grande cerimonia nazionale con la parata militare alla presenza del Re.

A Barcellona la ricorrenza ha soprattutto una dimensione civile, associativa e popolare, con manifestazioni, musica e gruppi folkloristici latinoamericani. Ed è proprio questa la mescolanza che ricordo meglio, una festa spagnola piena di America in una città catalana che con la Spagna ha sempre avuto un rapporto tutt’altro che semplice.

Poi c’è il particolare che a Barcellona ha finito inevitabilmente per diventare una barzelletta geografica. Colom indica la direzione sbagliata. L’America si trova esattamente alle sue spalle, verso ovest. Da lassù il navigatore indica il mare verso le Baleari, con la sicurezza di chi sa perfettamente dove sta andando, quando in realtà il suo dito punta dalla parte opposta rispetto alle terre che aveva raggiunto.

Una di quelle ironie involontarie che Barcellona sembra coltivare con particolare affetto.

Quando, nelle mie passeggiate, scendendo da Gràcia fino al Port Vell, sbucavo verso la fine della Rambla, ritrovandomi a passare sotto quella colonna, ogni volta mi faceva sorridere quel nostro famoso connazionale, Cristòfor Colom, immobile lassù da più di un secolo, con l’aria ispirata e il braccio alzato a indicare ostinatamente la direzione sbagliata.

Però, alla fine, penso che vada bene così. Se avesse indicato davvero la direzione dell’America, avrebbe dovuto puntato il dito verso le montagne e si sarebbe passato un altro secolo a discutere del perché.  

Almeno così indicava il suo elemento. Il mare. E, per uno che aveva passato tutta la vita a trovare una via dietro l’orizzonte, forse è proprio quella l’unica direzione giusta.

Giulio Maniscalco




Cento anni fa i bolscevichi trucidarono la dinastia dei Romanov sciogliendone i corpi con 175 litri di acido

Nella notte tra il 16 e il 17 luglio 1918 lo zar Nicola II, la moglie Aleksandra e il loro cinque figli vennero uccisi a Ekaterinburg dai rivoluzionari bolscevichi.

Alle due di notte del 17 luglio, il funzionario della CeKa incaricato dell’esecuzione arrivò nella casa requisita al commerciante Ipatyev (dove i Romanov erano stati trasferiti in autunno) con un plotone composto da ex prigionieri austriaci convertiti alle idee rivoluzionarie. Lo zar Nicola II, la moglie Aleksandra, i figli Aleksej, Olga, Tatyana, Maria e Anastasiya furono riuniti in una stanza assieme al medico di corte dottor Botkin, alla dama di compagnia Demidova, al cameriere Trupp e al cuoco Kharitonov. Iniziò il massacro. I bolscevichi fecero fuoco ma non riuscirono ad ammazzare tutti i prigionieri. Le donne avevano cucito diamanti e altre pietre preziose all’interno degli abiti per nasconderle e i proiettili rimbalzavano, secondo il racconto del capo dei carnefici. Disse in seguito Yakov Yurovskij: “Dovemmo finire le donne a colpi di baionetta“. Poi, per sicurezza, un colpo di pistola alla testa.

I corpi furono portati nella vicina foresta di Porosyonkov Log per far sparire le tracce. Smembrati, bruciati, parzialmente sciolti nell’acido (utilizzarono 175 litri di acido solforico) per impedire l’identificazione. Yurovskij recuperò nove chili di gioielli dai vestiti delle donne e delle ragazze.

Dopo lo scioglimento dell’Urss del 1991, la città aveva da poco ripreso il suo nome di Ekaterinburg che per settant’anni era stato sostituito da quello di Sverdlov, il dirigente comunista che tanto aveva insistito per l’uccisione di tutta la famiglia imperiale. Negli anni Settanta Boris Eltsin, futuro presidente della Russia post-sovietica, aveva fatto abbattere, in qualità di dirigente locale del Pcus, la casa della prigionia perché il partito non voleva che diventasse meta del pellegrinaggio di cittadini sovietici nostalgici dello zarismo. Dei corpi non si era saputo più nulla, anche se gli uraliani parlavano spesso tra loro di quella foresta piena di acquitrini. Poi, con il crollo dell’Urss, lo storico Aleksandr Avdonin poté riesumare i corpi che aveva già individuato nel 1979. La prova del Dna confermerà poi l’autenticità dei resti.

Boris Eltsin decise nel luglio del 1998 di dare finalmente una degna sepoltura ai resti della famiglia imperiale. Dopo esami sul Dna, condotti anche grazie alla collaborazione di diverse famiglie reali europee (tutte imparentate con i Romanov, compresi i Savoia), la cerimonia avvenne a San Pietroburgo, che pure aveva recuperato il suo antico nome sostituito dai bolscevichi con quello di Lenin. Le salme furono interrate con una solenne cerimonia nella cattedrale di Pietro e Paolo sull’isola Zayachij nell’antica capitale fondata da Pietro il Grande. Erano passati ottant’anni dalla brutale esecuzione e ottantuno dai “Dieci giorni che sconvolsero il mondo“, secondo la felice definizione del giornalista comunista americano John Reed.

Nei giorni scorsi, in occasione del centenario dell’eccidio, il Patriarca ortodosso russo, Kirill, ha guidato una processione sino al monastero di Ganina Jama, nei pressi di Ekaterinburg, dove la Chiesa russa ortodossa crede che vennero sepolti i corpi dei Romanov. Non c’è stata invece alcuna commemorazione governativa. 

RED




LE ANTICHE RADICI TRA IL REGNO DI NAPOLI E LA RUSSIA.

Il giorno 8 settembre 2017 si celebra l’antico legame tra Napoli e la Russia che fu suggellata con il dono dello zar Nicola I alla città di Napoli della celebre coppia di cavalli con domatori in bronzo. Un legame politico, militare e commerciale, che fu interrotto con l’Unità d’Italia, che sprofondò l’antica capitale napoletana ed il Regno delle Due Sicilie nel più profondo disastro sociale ed economico, che dura tutt’oggi.

Napoli e San Pietroburgo, allora capitale della Russia, furono legate da un ponte d’amicizia testimoniato dai cavalli di bronzo russi, che ornano l’ingresso dei giardini di Palazzo Reale di Napoli ed un’altra coppia identica posta all’inizio del Ponte Anickov sul fiume Neva a San Pietroburgo. Il ponte fu anche commerciale perché l’incontro tra i due amici sovrani intensificò i rapporti politico–commerciali tra lo stato russo e quello duosiciliano. Fu così che a Kronstadt, una località isolana di fronte la Capitale russa, si realizzò una fabbrica uguale a quella di Pietrarsa tanto ammirata dallo Zar; furono poi replicati a San Pietroburgo i successi del Teatro San Carlo, mentre a Napoli si cominciò a gustare la bontà del baccalà del baltico e l’importanza del grano duro che aprì la strada a lavorazioni pregiate come quella della pasta e della pastiera napoletana. Gli intensi scambi artistico-culturali continuarono per molto tempo e non è un caso che uno dei maggiori architetti che in quegli anni modellarono l’ex Capitale russa sia stato il napoletano Carlo Domenico Rossi, poi naturalizzato russo.

Ma anche il musicista napoletano G. Paisiello per lunghi anni deliziò la corte Russa. La pittrice russa Irina Federava ebbe a dire all’epoca che i russi erano particolarmente grati al Regno di Napoli perché  ”a partire dal XVIII secolo, questi divenne la culla dei migliori talenti russi: pittori, scrittori, compositori, critici letterari”. Persino la canzone più famosa del mondo, ‘O sole mio‘, fu scritta nel 1898 per un concerto da tenersi a San Pietroburgo e si racconta nacque ad Odessa laddove Giovanni Capurro fu ispirato da un’alba sul Mar Nero e, in un impeto nostalgico, diede inconsapevolmente vita ad uno dei più grandi capolavori della storia della musica.

Su invito dello Zar i Borbone di Napoli inviarono in Crimea maestranze qualificate nell’agricoltura, allevamento, nelle bonifiche con lo scopo di sviluppare economicamente quelle terre depresse della Russia. Queste comunità napoletane, che all’inizio del XIX secolo ivi si trasferirono, lasciando il caldo sole del Regno di Napoli, hanno oggi in quei luoghi i loro discendenti e sono ricordati da una stele monumentale voluta da Putin. Sulle basi marmoree dei “cavalli di bronzo” ancora oggi è scolpita in latino la testimonianza dell’amicizia e della stima tra i due sovrani che produsse quegli scambi commerciali e culturali dagli innegabili vantaggi reciproci. Ponendo la Napoli Capitale dei Borbone al centro dell’Europa che conta ed in ogni campo, a dispetto di quella di oggi post-unitaria ai margini della normalità.

Altri due eventi di importanza internazionale certificano l’indissolubile legame tra i due Stati e popoli. Nella guerra di Crimea combattuta dal 1853 al 1856, che vide l’aggressione della Russia da parte dell’impero ottomano, Francia, Regno Unito e Regno di Piemonte, non partecipò il Regno delle Due Sicilie, dichiardosi neutrale, ma offrì alla Russia i propri porti nel Mediterraneo per l’assistenza alla flotta e nonostante l’embargo commerciale imposto dalla coalizione aggressore, Napoli commerciò con l’impero Russo. Colpa che ebbe un peso decisivo nella decisione Inglese di organizzare la caduta dei Borbone finanziando Garibaldi e l’invasione del Regno delle Due Sicilie.

Un altro più emblematico evento sancì l’indissolubile legame tra il Regno di Napoli e la Russia, fu la riconquista del Regno da parte dei Borbone di Napoli grazie al determinante aiuto militare dello Zar a favore dell’Armata della Santa Fede del cardinale Ruffo, che il 13 giugno 1799 entrò trionfante nella Napoli liberata, sconfiggendo l’esercito dell’invasore francese e delle sanguinarie milizie locali, che imposero ai napoletani per sei mesi la sanguinosa dittatura della pseudo repubblica partenopea. Nella circostanza lo Zar Paolo I inviò in aiuto dei Borbone quattro battaglioni di soldati dell’esercito regolare russo, due battaglioni di cosacchi e tre navi da guerra.

Pertanto, venerdi 8 settembre 2017, alle ore 11:00 in via Chiaia n° 1 a Napoli, presso lo storico Gran Caffè Gambrinus, si terrà una conferenza stampa per ricordare i 240 anni di relazioni diplomatiche tra Il Regno di Napoli e l’Impero Russo. A seguire, a Palazzo Pescolanciano in Via Nardones n°118, antica residenza del 1° Ambasciatore russo  A.K. Razumovsky, verrà scoperta una targa commemorativa per ricordare e rinverdire l’antico legame e proclamare il 13 giugno giornata dell’amicizia tra Napoli e la Russia. Alla manifestazione interverranno l’Ambasciatore plenipotenziario della Federazione Russa in Italia, Sergey Razov e il sindaco di Napoli, Luigi De Magistris.

RED

 




DAL FALLITO PUTSCH DI AGOSTO ALLA RINASCITA DELLA RUSSIA: LA FINE DELL’URSS

Nel periodo di transizione fra il crollo del regime comunista e la nascita della Federazione Russa per come la conosciamo oggi, c’è stato un tentativo di colpo di stato fallito in appena 72 ore. Proprio in questi giorni di metà agosto, ricorre l’anniversario di quel putsch con il quale nell’estate del 1991 il fu PCUS (Partito Comunista Unione Sovietica) provò, con un maldestro colpo di coda, di frenare quel processo di trasformazione irreversibile che stava attraversando quel gigante dai piedi d’argilla che non era riuscito a reggere il peso del cambiamento epocale, che era iniziato a partire dal crollo del muro di Berlino.

Una pagina di storia caduta nel dimenticatoio e nell’indifferenza che però ha segnato una svolta storica non di poco conto, perché fu proprio in quei giorni che l’URSS si sgretolò inesorabilmente, dando la stura alla dissoluzione di un vero e proprio impero che si era fondato per più di 70 anni sull’azzeramento delle libertà economiche ed individuali.

Per comprendere bene il contesto nel quale fortunatamente non si concretizzò un golpe che tenne il mondo intero con il fiato sospeso per tre giorni, vanno analizzati fino in fondo gli eventi che scandirono quel 1991 che fu un autentico spartiacque fra la fine della guerra fredda e l’avvento di una globalizzazione, che oggi sta miseramente collassando su sé stessa. Il crollo del muro di Berlino di due anni prima, aveva innescato un meccanismo di distruzione di quell’impalcatura comunista che stava dando inequivocabili scricchiolii per la verità già da diversi anni.

A gennaio, mentre la guerra con l’Iraq di Saddam Hussein si stava concretizzando, nelle tre repubbliche baltiche Estonia, Lettonia e Lituania cresceva a dismisura la voglia di affrancarsi dal regime sovietico. Non fu un caso che proprio alla fine di quel tentato colpo di stato, Estonia e Lettonia ne approfittarono per proclamare la propria indipendenza facendo fallire sul nascere l’idea di Mikhail Gorbaciov di trasformare l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche in Unione delle Repubbliche Sovietiche Sovrane che avrebbe sostanzialmente significato la trasformazione in una vera e propria confederazione di stati, su un modello che avrebbe dovuto ricalcare quello dell’Unione Europea.

La fine del COMECON (alleanza economica) e del Patto di Varsavia (alleanza militare) – sui quali si reggeva l’ideologia comunista nei paesi est europei – avvenuti fra la fine di giugno e l’inizio di luglio, aveva reso a quel punto indispensabile ed improcrastinabile la trasformazione del patto federativo che legava le repubbliche facenti parte dello stato sovietico, in un’entità democratica e federale che tenesse maggiormente conto delle istanze dei singoli paesi che facevano parte di quell’unione.

Con lo scopo di evitare che le spinte secessioniste ed indipendentiste provenienti dal Baltico e che stavano agitando anche altre parti dell’impero, potessero alla fine (così come poi si è verificato, come vedremo) prevalere portando alla sua totale disgregazione.

Insomma, un tentativo di salvare capre e cavoli che però doveva fare i conti con quegli apparati del PCUS che mal digerivano e sopportavano l’idea di dover cedere ulteriori libertà a chi era stato utilizzato per diversi lustri come lo strumento per detenere potere ed immense ricchezze.

Infatti, la realtà raccontava che l’oligarchia comunista che aveva tenuto soggiogati interi popoli per diversi decenni, ormai era arrivata alla frutta. La soppressione dei diritti umani e la riduzione in miseria di milioni e milioni di cittadini, erano stati solo la punta dell’iceberg di un’ideologia fallimentare come quella comunista, e che era giunta dunque al capolinea nell’est europeo.

Così come va altresì sottolineato che dietro le pulsioni nazionaliste non è escluso possa esserci la longa manus di quegli americani, da sempre bravi a fomentare le rivolte praticamente ovunque che non sempre sortiscono l’esito voluto, così come abbiamo avuto modo recentemente di constatare con le tanto strombazzate “primavere arabe”.

Tornando ai tumultuosi fatti di quei concitati giorni, era ormai tutto pronto alla firma di questo nuovo trattato perché Russia, Bielorussia, Azerbaijan, Moldavia, Georgia, Armenia, Turkmenistan, Uzbekistan, Kirghizistan, Kazakhstan,  Ucraina e Tagikistan erano già d’accordo. Si erano invece chiamate fuori le tre repubbliche baltiche decise più che mai a tagliare definitivamente i ponti con l’ingombrante passato. Pochi mesi prima inoltre più del 70% dei cittadini sovietici si era dichiarato d’accordo nel volere un’Unione rinnovata.

Il premier Gorbaciov per prepararsi quindi al meglio a questo gravoso impegno, si era concesso un paio di giorni di vacanza nella dacia presidenziale di Capo Foros, in Crimea. Era il 19 agosto quando, il fautore della perestrojka e della glasnost venne trattenuto lì contro la propria volontà, dietro un preciso ordine degli alti gradi del PCUS che con un disperato colpo di coda cercò di preservare l’Unione dai nazionalismi ed impedire un alleggerimento del potere centrale e statalista, ribadendo la prevalenza del Partito Comunista su ogni cosa.

Ad ordire questa trama che colse di sorpresa praticamente tutti, furono il capo del KGB Vladimir Krjuckov, il Ministro degli Interni Boris Pugo, il Ministro della Difesa Dimitri Jazov, il vicepresidente dell’URSS Gennadi Janaev, il Primo Ministro Valentin Pavlov ed il capo della segreteria di Gorbaciov Valerij Boldin.

Il vicepresidente Janaev prese possesso della televisione e della radio, ma non fu abbastanza incisivo nel farsi riconoscere come nuovo leader che avrebbe dovuto ripristinare lo status quo. Al contrario, questo tentativo di restaurazione provocò l’indignazione popolare con grandi manifestazioni di protesta organizzate in maniera spontanea a Mosca ed a Leningrado che scoraggiarono gli apparati militari dall’appoggiare il golpe.

In questa fase assolutamente confusa, in cui si sapeva poco o niente delle sorti di Gorbaciov (un’agenzia di stampa giapponese addirittura diffuse la notizia della sua morte), si stagliò in maniera assai netta e decisa la figura di Boris Eltsin. Il neo Presidente della Federazione Russa, denunciò apertamente il putsch e, dopo essere salito su un carro armato, si scagliò contro chi lo aveva ordito. Le immagini di Corvo Bianco che si impossessava di un carro armato e stringeva la mano ai militari, fecero ben presto il giro del mondo, diventando il simbolo di quei confusi e drammatici giorni. La prova di forza e l’autorevolezza con cui Eltsin si era saputo imporre, ne rafforzarono enormemente posizione e prestigio dal momento che era chiaro a tutti che sarebbe diventato lui l’interlocutore di riferimento del colosso eurasiatico, una volta dissolto il regime comunista sovietico.

Il KGB intanto si rifiutò di obbedire agli ordini dei rivoltosi che chiesero l’arresto di Eltsin, così come le forze armate spedite a Mosca decisero di schierarsi unanimemente dalla parte della popolazione. Il tentativo di putsch dunque fallì ed i golpisti furono costretti ad arrendersi. Fu così che il 21 agosto, dietro la protezione delle forze fedeli a Eltsin, Gorbaciov fece ritorno nella capitale. Le sorti del PCUS erano però ormai irrimediabilmente segnate: il 24 agosto Gorbaciov si dimise dal partito, che fu poi inibito nelle sue azioni in Russia da Eltsin il 6 novembre, attraverso il decreto n. 169. Decreto che seguì il 90 del  25 agosto con il quale furono nazionalizzate tutte le sue proprietà.

Nel mentre, le tre repubbliche baltiche presero la palla al balzo e dichiararono la propria secessione dall’URSS. A dare il definitivo colpo di grazia a quel che rimaneva di un’unione ormai in stato agonizzante, ci pensò il referendum dell’1 dicembre con il quale il 90% degli ucraini decisero per l’indipendenza.

Una settimana dopo, i leader di Russia, Ucraina e Bielorussia firmarono l’Accordo di Belaveza con cui dichiararono dissolta l’Unione Sovietica, proclamando la nascita della CSI (Comunità degli Stati Indipendenti).

Il 12 dicembre la Federazione Russa proclamò la propria secessione ed il giorno di Natale alle ore 18, Mikhail Gorbaciov presentò le proprie dimissioni da Presidente dell’URSS, consegnando poteri ed archivio presidenziale sovietici al Presidente della Federazione Russa, Boris Eltsin.

Pochi minuti dopo, la bandiera sovietica con la falce ed il martello, venne ammainata e sostituita dal tricolore russo. Il 26 dicembre 1991, infine, anche il Soviet Supremo decretò la fine dell’Unione.

Iniziò in quel momento l’era di Eltsin che avrebbe accompagnato, non senza grosse difficoltà ed intoppi, la Russia nella delicata fase di trasformazione della propria economia da comunista e pianificatrice ad una maggiormente aperta al libero mercato.

I suoi tentativi di riforma non sempre sortirono gli effetti sperati perché corruzione, collasso economico e la spaventosa voragine dei conti pubblici stavano infliggendo durissimi colpi alla credibilità internazionale del gigante eurasiatico. Che era ormai stata ridotta ai minimi termini, quando avrebbe poi fatto la sua comparsa sulla scena politica russa e non solo, l’attuale Presidente della Federazione Russa Vladimir Putin cui fu affidato il ruolo presidenziale dal dimissionario Eltsin, il 31/12/1999.

Francesco Montanino




DALLA RIVOLUZIONE RUSSA A VLADIMIR PUTIN: L’ANALISI STORICA DI SERGIO ROMANO

Asti – La storia cambiata dalle rivoluzioni, ieri come oggi. Quest’anno ricorre il centenario della Rivoluzione di Ottobre che ha modificato il corso degli eventi, non solo in Russia ma – come abbiamo potuto poi constatare – nel resto del mondo.

Organizzato da “Passepartout festival” (www.passepartoutfestival.it) nell’ambito di un ciclo di seminari dedicato alle rivoluzioni, si è tenuto stamani in una Biblioteca Astense “Giorgio Faletti” gremitissima, un interessante incontro in cui sono state ripercorse dallo storico Sergio Romano le tappe che hanno scandito l’irruzione della Rivoluzione Bolscevica. Per poi affrontare inevitabilmente la realtà odierna, toccando i rapporti con USA, UE ed anche le dinamiche che muovono il terrorismo integralista.

“Siamo qui – ha esordito l’ex ambasciatore – non certo per celebrare, festeggiare o commemorare questo evento ad Ottobre, ma ad Aprile quando Lenin arrivò a Pietrogrado mettendosi in qualche modo al servizio dei tedeschi accelerando la caduta dell’Impero zarista. Cosa che gli ha attratto del risentimento da certi ambienti che glielo hanno sempre contestato, pur nella consapevolezza che secondo lui era un prezzo necessario da pagare. In realtà, Lenin non era così convinto che una rivoluzione comunista potesse attecchire in Russia, perché sapeva che era un paese ancora profondamente arretrato in cui non era ancora avvenuta la rivoluzione industriale. Era piuttosto fiducioso nel fatto che semmai in Germania aveva maggiori possibilità di riuscita perché era il paese di Marx e di Engels ed era presente un grosso partito socialdemocratico. Questa rivoluzione sarebbe avvenuta solo dopo la fine della guerra, con la vittoria di qualcuno che di sicuro non era la Russia. La rivoluzione bolscevica effettivamente ebbe successo in Germania, con la nascita di una repubblica sovietica a Berlino nel 1918. Così come non dimentichiamo che nel 1919, ci fu la guerra civile fra comunisti e socialdemocratici. Ma oramai Lenin era partito con la sua strategia, con cui voleva provocare rivolte comuniste ovunque. Vi furono tentativi parzialmente riusciti di rivoluzione in Ungheria, in Baviera a Vienna ed anche in Italia, con le proteste nelle fabbriche nel 1921 ai tempi del governo Giolitti. Lenin aveva guardato per un certo periodo con speranza a ciò che stava avvenendo nel nostro paese, confidando – pensate un po’ – almeno inizialmente su..Mussolini. Le aspettative però furono ben presto deluse e dovette cambiare le sue strategie, creando la Terza Internazionale con cui tutti i partiti comunisti europei avrebbero dovuto rompere i legami con i socialisti. Sarebbero dovuti diventare indipendenti, votandosi a servire fedelmente e con disciplina tutti gli ordini provenienti da Mosca. Non ci fu ne’ rivoluzione mondiale, né tantomeno europea. La cosa poi ci è ulteriormente spiegata dalle frizioni fra Trotsky (che voleva cambiamenti ovunque) e Stalin (che più realisticamente riteneva potessero avvenire solo in Russia) che avevano visioni differenti sulle conseguenze di queste rivoluzioni. Credo che questo rappresento’ l’inizio della grande spaccatura fra i socialisti ed i comunisti. Lenin temeva i socialisti e non perdeva occasione per combatterli, mentre Stalin li riteneva addirittura una versione caricaturale dei fascisti, dal momento che erano i loro principali concorrenti nel poter portare avanti una rivoluzione democratica. Questi sono gli avvenimenti, ed ora bisogna porsi il problema se esista o meno un retaggio del bolscevismo. La risposta è che è completamente scomparso. Certo, esistono – ed è giusto che sia così, perché è stata una storia importante – i nostalgici, ma non ha nulla a che vedere con la realtà odierna. Sappiamo che ci sono regimi come quelli di Cina, Cuba o il Vietnam che si richiamano al comunismo, ma in realtà lo hanno profondamente modificato. Oggi bisogna fare i conti con Putin, che di sicuro comunista non è. Certo, è un uomo di stato russo. Ma non ha mai abbracciato quella ideologia, se pensiamo che esiste un video in cui nel 1992 quando dovette fare un’intervista per la televisione federativa russa tolse il busto di Lenin. Il giornalista rimase sorpreso nel non vederlo più. E quando gli fu chiesto cosa ne pensava della rivoluzione bolscevica, disse molto seccamente che fu “una bella favola, ma perniciosa” e che “siamo stati sconfitti da un paese sconfitto” riferendosi alla Germania ed al trattato firmato a Brest-Litovsk nel 1918 con cui Trotsky cedette ai tedeschi parte del territorio russo. Inoltre, disse che “la rivoluzione bolscevica ci ha danneggiato perché ci ha bloccato quando eravamo in una fase di crescita economica, bloccando qualsiasi rapporto commerciale con i paesi stranieri”. Ecco, questo è il pensiero di Vladimir Putin a proposito di Lenin, che viene quasi ignorato e lasciato a Mosca sulla Piazza Rossa a due passi dal Cremlino. Certo, c’è qualcuno che lo vorrebbe trasferire a San Pietroburgo, ma sarebbe troppo complicato.  Putin tutto sommato non lo considera un personaggio ingombrante, nonostante esistano molti più nostalgici di quello che si pensi. Quindi, attenzione a non confonderlo con gli antenati sovietici. Piuttosto, va inquadrato con quei personaggi che si richiamano alla Russia imperiale. Questo perché quello russo è un vero e proprio impero che ha avuto buon gioco, quando altri più antichi come quello cinese o persiano sono andati in disgrazia, permettendogli di espandersi molto rapidamente sino al Pacifico. Ma come si gestisce e si governa un tale grande impero, composto da persone che hanno storie, etnie e religioni diverse? Di sicuro, non con l’autorità. La differenza con gli altri è che quello russo ha già le colonie al suo interno, mentre invece ad esempio quello inglese le ha al suo esterno se pensiamo all’India. Come mai non abbiamo mai visto il primo ministro indiano a Londra, mentre al contrario a Mosca abbiamo visto premier armeni, ucraini, georgiani, azeri? La risposta è che la Russia non si governa all'”europea”  e questo significa che non è possibile pensare che possa essere guidata dagli altri. Non esiste solo l’impero russo, perché ci sono gli Stati Uniti che pur non avendo mai utilizzato la parola “impero”, nei fatti con la dottrina Monroe hanno sempre ritenuto l’Europa come casa d’altri, auto-concependosi come paese guida. Ciò è stato portato avanti con fini nobili, come prova il piano Marshall attraverso cui sono stati prestati tantissimi soldi ai paesi europei per ricostruire. Oggi, la leadership americana ha assunto un’altra veste. A volte isolazionista, altre protezionista. Ma con la prevalenza di un’ideologia liberale e democratica che non è quella di Donald Trump. Non votiamo negli Stati Uniti, ma abbiamo il diritto ed il dovere di fare delle riflessioni su questa strada intrapresa dagli americani, prendendo di nuovo in mano il nostro destino. Ecco, è questo ciò che dobbiamo fare”.

Non è mancato poi un passaggio sull’attualità, ed in particolare sui rapporti fra la Russia, l’Unione Europea e gli Stati Uniti. Sulle relazioni con il neo presidente Trump, accusato di aver ricevuto appoggi da Mosca, Romano – rispondendo alle domande provenienti dal folto pubblico presente in sala –  ha evidenziato come “il partito repubblicano oggi offra alla Russia sicuramente un approccio più pragmatico e realistico, rispetto ai democratici. Non dimentichiamo che uno dei periodi migliori, durante la guerra fredda, fu quando alla Casa Bianca c’erano Reagan o Nixon, mentre al contrario i rapporti furono tesi con Kennedy o Carter. Ciò non esclude che possa anche esserci chi si sia pentito di aver votato Trump, che oggi addirittura qualcuno vorrebbe eliminare con l’impeachment, e non più e solo con attentati come è accaduto in passato con Reagan o la grande promessa Kennedy che non riuscì a realizzare ad esempio l’uguaglianza della popolazione di colore. La pratica della messa in stato d’accusa, prevista dalla costituzione americana, era tornata in auge all’epoca di Bill Clinton che aveva mentito, in merito alle sue relazioni sessuali con la Lewinsky. Teniamo presente che lui è un cristiano battista e considerato le casistiche sessuali degli appartenenti a questo rito, non ha tutto sommato detto bugie. Per Trump, invece, si sta utilizzando il Russiagate come cavallo di Troia per spodestarlo, montando un caso internazionale che alla fine potrebbe provocare effetti imprevisti, e ciò è assai preoccupante ritenendolo – pensate – un pericolo pubblico. Non si tratta, chiarisco, di simpatia o antipatia verso Trump. Perché proporre a se stessi l’incriminazione del presidente della repubblica, non può non portare anche a conseguenze indesiderate. Per questo, mi sento di poter affermare che, in merito alle accuse di spionaggio, si tratta di un peccato collettivo. L’errore che semmai si può addebitare alla Russia e’ che oggi esiste uno spionaggio nuovo, fondato sulle tecnologie e sui satelliti (Echelon, nda). Ed anche  con gli strumenti informatici, si possono fare molte più cose come interrompere il sistema informatico. In questo i russi sono stati bravissimi, quando lo hanno fatto contro l’Ucraina. Una pratica sulla quale però è preferibile che i russi non ci giochino più di tanto. Anche le sanzioni rivolte dall’Occidente nei confronti della Russia, come questi atti, però sono un atto ostile perché per come sono state concepite vogliono spingere la popolazione e l’opinione pubblica del paese sanzionato, a sollevarsi contro il governo. Ma lì andiamo in un terreno, che non ha nulla a che vedere con la lotta politica. La Russia in certi momenti si lascia trascinare da queste situazioni, e non è del tutto incomprensibile il suo sentimento di accerchiamento considerando che gli Stati Uniti, quando propongono l’allargamento ad Est della NATO, non capiscono che questa è un’alleanza militare sorta per programmare la prossima guerra. Ovvero con strategie, analisi, progetti ed ipotesi da parte dei comandanti supremi. Se voi foste russi, sicuramente vi sentireste accerchiati, nonostante che la guerra fredda fosse finita più di 20 anni fa. E questo è stato indubbiamente un errore commesso, non solo – è bene evidenziarlo – dagli americani”.

Sul terrorismo di matrice islamista, Romano ha utilizzato la metafora della matrioska per sottolineare come “presenti caratteristiche uniche che lo contraddistinguono anche da quello precedente. Infatti, si tratta di azioni individuali che rispondono ad un nemico più difficile da individuare, perché non facente parte di organizzazioni. Le sue motivazioni non sono necessariamente politiche o ideologiche, ma anche personali perché prevede l’uso della propria persona come arma. Di solito in tutte le guerre, comprese quelle più atroci e violente, un soldato parte per tornare a casa magari uccidendo il nemico. Qui invece siamo di fronte a terroristi pronti a sacrificare la propria vita, convinti che possa esistere una vita eterna. Ma come si combatte questo nemico? Si tratta di un fenomeno totalmente nuovo, dove oggi Facebook sembra essere il brodo di coltura in cui queste menti malate, denunciano se stesse. I servizi segreti israeliani hanno fatto un ottimo lavoro, sotto questo aspetto, individuando nell’Intifada dei “coltelli” le ragioni di fondo del fenomeno. Hanno imparato a studiare ed esaminare i profili psicologici di queste persone con questo social network, scoprendo che non hanno alcuna strategia se non quella di salire in cielo. Una lezione che dovremmo fare nostra, anche per diventare più credibili e fare un salto di qualità come intelligence”.

Ultimo passaggio, che ha generato un po’ di ilarità in sala, è sul ruolo diplomatico svolto dall’Italia. “È un miracolo – ha osservato Romano – che esista ancora la politica estera, in un paese che è estremamente fragile ed incerto, in cui basta pochissimo per scatenare la reazione delle borse di tutto il mondo per affossarlo definitivamente dando per scontato il peggio. Un paese che ha una crisi istituzionale che non riesce a risolvere, un referendum fallito, un sistema politico e parlamentare da tutti riconosciuto imperfetto ma che nessuno in realtà vuole cambiare, un debito pubblico pari al 133% del PIL, incertezza politica e criticità varie, non è perciò credibile o affidabile in politica estera. Non è un paese che possa avere una credibilità internazionale degna di questo nome, e sappiamo quanto ciò sia importante. Ma ciò non toglie che resta indispensabile per l’Unione Europea che oggi sarebbe molto più zoppa senza un suo fondatore che non con la Brexit. Per non parlare poi della sua posizione geografica al centro del Mediterraneo che lo pone al centro delle turbolenze che ben conosciamo e che non può autorizzare nessuno a non riconoscergli un ruolo strategico molto importante. Per questo motivo – ha poi concluso – , e’ meglio che andiamo avanti…”.

Francesco Montanino






San Nicola di Myra e la Leggenda di Kiev

stemma reale S. NicolaNell’anno 1087, per opera di sessantadue marinai, di cui quarantasette baresi, venne iniziata e portata a termine una storica impresa che ebbe le sue ripercussioni non solo nelle città marinare e mercantili dell’Italia meridionale, ma anche su una vasta aera i cui confini, se di confini vogliamo parlare, vanno senza ombra di dubbio dall’Atlantico agli Urali. Un’impresa di notevole importanza per l’evoluzione e la diffusione del culto nicoliano in Occidente, che consentì la traslazione dei resti mortali del santo e taumaturgo Nikolaos di Myra, da Myra, nell’odierna Turchia, fino a Bari, dove tutt’oggi riposano.

Ma chi era realmente questo personaggio, divenuto uno dei santi più venerati sia nell’Oriente ortodosso che nell’Occidente cattolico? Basandoci sulle varie fonti storiche che ne ripercorrono la vita e le gesta, apprendiamo che Nikolaos nacque probabilmente a Patara di Lycia attorno al 270 d.C. da una famiglia benestante da tempo convertitasi al Cristianesimo. Avendo perso prematuramente i genitori, tali Epifanio e Giovanna, a causa di una pestilenza, divenne già molto giovane erede di un cospicuo patrimonio che, secondo le fonti agiografiche, avrebbe impiegato per aiutare i bisognosi.

Si narra che Nicola, venuto a conoscenza del fatto che un ricco notabile della sua città era caduto in disgrazia e, non potendo far sposare dignitosamente le sue tre figlie, le stava per avviare alla prostituzione, abbia preso una ingente quantità di denaro e, avvoltolo  in un panno, l’abbia gettato nella casa dell’uomo in tre notti consecutive, in modo che le tre figlie avessero la dote per il matrimonio.

Un’altra leggenda narra che Nicola, già divenuto vescovo, abbia resuscitato tre bambini che un macellaio malvagio aveva ucciso e messo sotto sale per venderne la carne. Episodio, quest’ultimo, che probabilmente sta alla base del fatto che S. Nicola sia ancora oggi venerato come protettore dei bambini.

Lasciata la sua città natale, Nikolaos si trasferì a Myra, dove venne ordinato sacerdote. Alla morte del vescovo metropolita della città venne acclamato dal popolo come suo successore. Imprigionato ed esiliato nel 305 durante le persecuzioni anti-cristiane emanate dall’Imperatore Diocleziano, sarebbe stato poi liberato da Costantino nel 313, riprendendo l’attività apostolica. Non è certo se sia stato uno dei 318 partecipanti al Concilio di Nicea del 325, durante il quale avrebbe, secondo alcune fonti, condannato duramente l’eresia dell’Arianesimo.

Diverse leggende  – nessuna delle quali dimostrabile storicamente – sono sorte riguardo alla sua presenza a Nicea, una delle quali ci tramanda addirittura che Nikolaos, in un impeto d’ira, avrebbe addirittura preso a schiaffi Ario. Gli scritti di Sant’Andrea di Creta e di San Giovanni Damasceno ci confermano la sua fede ben radicata nei principi dell’ortodossia cattolica.

Risulta difficile in poche righe riassumere tutte le imprese ed i miracoli che la tradizione agiografica attribuisce a S. Nicola. Si narra addirittura, fra le altre cose, che fece placare una furiosa tempesta, che abbia salvato la città di Myra da una grande carestia ottenendo prontamente abbondanti scorte di cibo, e che sarebbe addirittura riuscito ad ottenere per i suoi concittadini una riduzione delle imposte imperiali e a far liberare tre ufficiali ingiustamente condannati a morte da Costantino. Fatti che, se veri, dimostrerebbero una notevole abilità diplomatica e una certa scaltrezza nell’amministrazione, anche politica, della sua diocesi.

Secondo la tradizione morì a Myra il 6 Dicembre, presumibilmente dell’anno 343, forse nel monastero di Sion. Come si tramanda da secoli è descritto compiere miracoli in vita e in morte; tale tradizione si consolidò ulteriormente nel tempo, anche per il gran numero di eventi prodigiosi a lui imputati e che si diffusero ampiamente in Oriente, a Roma e nell’Italia meridionale. Le sue spoglie furono conservate con grande devozione di popolo, nella cattedrale di Myra fino al 1087.

Ma torniamo appunto a questa data e all’epica impresa della traslazione delle spoglie del santo dalla costa anatolica fino a Bari. Come testimoniano numerosi testi, per i marinai baresi non si trattò certamente di un fatto nuovo l’interessarsi alle reliquie di un santo; infatti, in più occasioni, i marinai della città delle Puglie, scioltisi dagli obblighi padronali, si erano precedentemente distinti intraprendendo spontanei pellegrinaggi, soprattutto al Santo Sepolcro di Gerusalemme, a Sant’Jacopo di Galilea e alla Tomba degli Apostoli a Roma. Tuttavia, l’impresa del 1087 non fu un semplice pellegrinaggio, ma, vista da un’ottica cattolico-latina, un’azione di grande significato religioso, e, vista da un’ottica greco-ortodossa, una vera e propria azione di pirateria. In ogni caso, per come la si voglia vedere, si trattò indubbiamente di un importante evento storico e politico.

I sessantadue uomini, salpati da Bari per una missione commerciale, una volta raggiunta Antiochia appresero da fonti non del tutto note che alcuni marinai veneziani, anch’essi ad Antiochia per motivi commerciali, avevano l’intenzione di trafugare le spoglie di San Nicola, che riposavano a Myra, città all’epoca sottomessa ai Saraceni. I Baresi, accelerati i loro commerci e lasciata Antiochia, decisero di fare rotta verso Andriaki, il porto di Myra, con l’intenzione di mettere per primi le mani sulle preziose reliquie. E, a quanto pare, vi riuscirono senza incontrare troppe difficoltà. Ripartiti da Myra il 20 di Aprile, dopo una breve sosta nel porto di San Giorgio, giunsero a Bari la sera di Domenica 9 Maggio.

Questo non è che il nucleo del fatto storico, il cui racconto è giunto fino a noi tramite numerose cronache e documenti del tempo. Quattro di questi vennero dedicati alla narrazione specifica, più o meno particolareggiata, della storica impresa.Vladimir principe di Kiev

Informazioni sull’avvenimento furono attinte da più fonti e, di conseguenza, non tutte presentano uno svolgersi dei fatti alla stessa maniera, anche a causa delle diverse interpretazioni e delle concezioni politiche e religiose degli autori delle cronache.

 

Come abbiamo accennato poc’anzi, i principali resoconti di questa avventura, denominati “leggende”, pervenuti fino a noi sono quattro: la Leggenda di Niceforo, quella di Giovanni Arcidiacono, quella gerosolimitana di Tours, e quella dello Pseudo Efrem, o di Kiev.

La leggenda del monaco benedettino Niceforo, di evidente angolazione filo-bizantina, è senza dubbio la più ricca di notizie e di particolari, almeno da un punto di vista prettamente storiografico. Essa ci è pervenuta in tre varianti fondamentali: la “Vaticana”, la “Beneventana” e la “Greca”.

La leggenda di Giovanni Arcidiacono (Cod. Vat. Reg. Lat. 477, fol. 29-38; sec. XII) si differenzia sostanzialmente da quella niceforiana per una diversa prospettiva ecclesiastica.

La leggenda di Kiev, la più breve ma senz’altro la più interessante da un punto di vista storico e religioso, sulla quale concentreremo la nostra attenzione, è stata oggetto in passato di  approfonditi studi e ricerche. A Francesco Nitti Di Vito e a Giuseppe Praga si devono le prime due traduzioni in Italiano, la prima lingua occidentale in cui sia stata tradotta. Essi, inoltre, sono stati i primi a trattare l’argomento ex professo. Ma Se a Nitti Di Vito e a Praga spetta giustamente il merito di  essere stati i “pionieri” dello studio moderno di questo testo, non dobbiamo assolutamente ignorare il fatto che il loro lavoro pecca di non poche lacune ed errori, messi in evidenza da studi successivi, quale il saggio di Gerardo Cioffari “La Leggenda di Kiev” (Centro Studi e Ricerche “San Nicola”, Bari 1980). Un’opera, questa di Cioffari, sulla quale si basa in buona parte questo nostro studio, e che ha contribuito in larga misura a fare luce sulla versione russa.

Il saggio di Cioffari è diviso in due parti: la prima, che consiste in una brillante e particolareggiata introduzione storico-letteraria al tema della leggenda, e la seconda, costituita dal testo originale riprodotto in fac-simile dal Codice Rumjancev, con a fronte la traduzione italiana del testo che fa da didascalia alle illustrazioni. Vi è inoltre allegata la prima traduzione del testo originale in lingua Inglese. Si tratta di un testo, quindi, che consigliamo vivamente a chi voglia maggiormente documentarsi sulla Leggenda di Kiev, o iniziare su di essa studi più specifici e approfonditi.  

Veniamo ad esso ad esaminare più da vicino la narrazione kieviana. Innanzitutto ci sarà senz’altro chi si è chiesto il perché di tale denominazione. La risposta è semplice: poiché non si è a conoscenza di una qualsiasi indicazione che ci permetta di dedurre con certezza il nome dell’autore, è stata scelta una denominazione legata a quella del luogo di provenienza del testo, appunto Kiev.

Per meglio comprendere come mai un fatto avvenuto nella lontana Bari abbia potuto avere tanta risonanza a Kiev e in tutta la Russia, al punto da spingere il metropolita Efrem a istituire la festa liturgica del 9 Maggio, dobbiamo tener presente che la traslazione delle reliquie avvenne contemporaneamente a due notevoli prodigi attribuiti al Santo, verificatisi rispettivamente a Vysegrad e a Dorogobuze; prodigi che resero immensa la già grande popolarità di San Nicola. Una popolarità della quale possiamo trovare conferma in affermazioni come la seguente: “Vieni nella Rus’ e vedi che non c’è città o villaggio ove non si sia verificato un numero assai grande di miracoli di san Nicola” (cf. Archim. Leonid, Zitie, pag. 90).

Ovviamente, affermazioni di questo genere non soltanto ci forniscono un nitido quadro della religiosità e della visione della vita del russo dell’XI secolo, ma ci dimostrano anche il grado di popolarità che in terra russa ha sempre avuto il culto di San Nicola. Tanto che ancora oggi, nonostante gli oltre settant’anni di regime comunista che la Russia ha vissuto sulla propria pelle e che ancora non si è lasciata del tutto alle spalle, non vi è una singola chiesa, dal Mar Baltico fino a Vladivostok, in cui non sia presente un’immancabile icona del Santo di Myra.

Quasi un secolo prima dell’impresa dei marinai baresi, Vladimir, Principe di Kiev, aveva dedotto che un’unica religione per tutto il suo popolo avrebbe rafforzato sia il suo potere che l’unità politica dello stato. Decise pertanto di imporne una destinata a sostituire le numerose credenze religiose politeiste, animiste e anche sciamaniche fino ad allora largamente praticate su tutto il territorio dei suoi domini. Secondo una leggenda ancora oggi molto popolare, Vladimir avrebbe fatto la sua scelta definitiva soltanto dopo aver inviato i propri emissari a raccogliere informazioni sull’Islam, sull’Ebraismo e sul Cristianesimo. Scartò la prima poiché il Corano proibiva il vino. “Quello di bere – disse – è il più grande piacere dei Russi”. La seconda non fu di suo gradimento, poiché gli Ebrei avevano dovuto abbandonare la loro terra e lui riteneva disdicevole adottare una religione di un popolo disperso nella diaspora. Oppure, molto più realisticamente, perché l’Ebraismo era stato adottato circa tre secoli prima dall’impero dei Kazari, per lungo tempo acerrimi nemici della Rus’ di Kiev e da questa recentemente sconfitti.

Rimanevano quindi a Vladimir da esaminare solo le due confessioni cristiane. Se, come narra la tradizione, gli emissari del Principe rimasero assai delusi del loro viaggio a Roma, probabilmente per la scarsa considerazione nei loro confronti manifestata dal Papato, essi rimasero invece abbagliati a Costantinopoli per lo splendore e la magnificenza della chiesa ortodossa e del rito greco. “I Greci – raccontarono – ci hanno portati negli edifici dove adorano il loro Dio e noi non sapevamo più se eravamo in cielo o in terra, perché uno splendore e una bellezza del genere in terra non si trovano e noi non sappiamo davvero come descriverli”. Colpito da questo resoconto, il Principe Vladimir si fece battezzare secondo il rito ortodosso ed impose a tutti i suoi sudditi di abbandonare le loro credenze e di seguire il suo esempio.

Così, naturalmente, narra la tradizione, ma è più probabile che la scelta di Vladimir sia stata dettata più da ragioni politiche e strategiche, dati i legami che ormai da tempo il suo regno aveva instaurato con l’Impero Bizantino.

Come sottolinea Gerardo Cioffari nel suo saggio, il termine russo più comune per indicare una leggenda è slovo (parola, sermone, racconto); da questo deriva la denominazione “Slovo o perenesenii moscej Nikolaja Cudotvorca” (Sermone sulla traslazione delle reliquie del taumaturgo Nicola). San Nicola di Myra

La leggenda di Kiev, che si inserisce nel quadro della letteratura agiografica nicolaiana e che, nonostante la sua brevità, ne occupa un posto di primo piano, è suddivisa in tre parti: l’esordio, la cronaca dei fatti e la dossologia finale. É scritta in Paleoslavo (staroslavianskij jazyk) o, più precisamente, in Slavo Ecclesiastico (cerkovno slavianskij jazyk), il linguaggio proprio dei testi di natura ecclesiastica e religiosa che costituisce un ramo particolare del Paleoslavo. In essa, come traspare da un attento esame del testo, confluiscono generi letterari diversi. In alcuni punti presenta tutte le caratteristiche tipiche della cronaca annalistica (Letopis’), un fatto questo che ci suggerisce una sua probabile sua origine nel monastero Pecerskij di Kiev, dove i vari cronisti dell’epoca raccoglievano diligentemente tutte le notizie che potevano ricevere, sia orali che scritte.

La data di composizione dell’opera, almeno nella forma in cui ci è pervenuta, viene indicata nell’arco del decennio 1110-1120, culmine di un periodo di decadenza per lo stato di Kiev, iniziato nel 1054 con la morte del Principe Jaroslav il Saggio.

Quanto all’autore, viene troppo frettolosamente indicato da alcuni testi come Efrem, metropolita di Parejaslavl’, un’attribuzione non dimostrabile e secondo Cioffari priva di alcun fondamento.

In conclusione, abbiamo a che fare non solo con un piccolo tesoro della letteratura russa antica, vera miniera d’oro ancora tutta da scoprire, o con una pietra miliare della tradizione kieviana, ma con un’opera che, nella sua breve stesura e semplice forma, racchiude un immenso valore culturale, storico e religioso.

Francesca BrienzaVladimir San Nicola salva i navigantiLa Cattedrale di San Nicola a Bari

 

 

 

 




L’IMPERO DEI KHAZARI E LE RADICI DIMENTICATE

Impero khazaroChi oggi, stupidamente, si definisce “antisemita” e predica l'”antisemitismo” si dimostra profondamente ignorante dal punto di vista storico, semplicemente perché spesso non sa esattamente a cosa intende riferirsi.

A prescindere dalla versione mitologica biblica (Genesi X-XI) che indica come discendenti di Sem, figlio del patriarca Noé, tutta una serie di nazioni dell’area del Vicino Oriente Antico, e dalle analisi scientifiche che mostrano come i popoli genericamente indicati come “semiti” condividano una notevole affinità che confermerebbe la discendenza da antenati comuni, quello semita viene generalmente riconosciuto dagli storici come un vasto ceppo linguistico che comprende l’Arabo, l’Ebraico, l’Aramaico e le antiche lingue ugaritico-cananee (da cui discesero gli idiomi parlati dai Fenici e dai Cartaginesi), l’Amarico, l’Accadico, l’Assiro e l’Amorreo. Quindi anche i Cananei e gli Amorrei parlavano lingue appartenenti a questo gruppo, benché nella Genesi vengano descritti come “figli di Cam”. Al ceppo semita sono inoltre riconducibili gli idiomi parlati a Malta e a Socotra, nell’Oceano Indiano. Non erano invece assolutamente semiti, dal punto di vista linguistico, i Sumeri, i Filistei, gli Hittiti ed i popoli egeo-lelegici della costa anatolica quali i Misi-Troiani, i Lidi, i Lici, i Cari, etc.

Ritengo quindi, personalmente, che il concetto di “semita” sia da intendersi prevalentemente dal punto di vista linguistico, come dovrebbe essere del resto per il concetto di “indo-europeo”, per quanto alcuni archeologi la pensino diversamente. Quello indo-europeo è infatti un ceppo puramente linguistico. Non sono esistiti nell’antichità popoli indo-europei, ma popoli che parlavano o che adottarono idiomi del ceppo indo-europeo.

Dirsi oggi “antisemiti” sarebbe un po’ quindi come dirsi anti-fenici, anti-assiri o anti-maltesi, oppure anti-arabi o anti-ebrei, anche se, volgarmente, questo concetto viene comunemente applicato all’ultima di queste accezioni.

Altra cosa è invece l’anti-sionismo, ovvero l’opposizione ad una ideologia relativamente giovane (è nata infatti nel 1887). Non si deve quindi assolutamente confondere l’anti-sionismo con l’anti-semitismo. Mentre il secondo rappresenta già di per sé una contraddizione dal punto di vista semantico e viene generalmente perpetrato con finalità razzistiche o discriminatorie, l’anti-sionismo rappresenta invece la legittima opposizione ad una ideologia nazionalista e dai connotati razzisti. Tanto per fare un esempio, il Partito Comunista Italiano, di cui l’attuale Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano è stato uno dei massimi dirigenti, si è sempre apertamente dichiarato, nella sua linea politica, anti-sionista. Lo stesso Napolitano che oggi confonde volutamente, nei suoi discorsi pubblici, i due termini, arrivando addirittura ad accumunarli nel medesimo significato. Eppure sono moltissimi, non solo in Israele ma anche negli Stati Uniti, gli Ebrei che rifiutano il Sionismo e che si oppongono strenuamente a questa ideologia.

Per poter comprendere cosa sia in realtà il Sionismo e quali ne siano i reali scopi ed obiettivi, è necessario fare un passo indietro nella storia e prendere atto di una verità “scomoda” e troppo a lungo taciuta.

Il Sionismo è stato ufficialmente fondato nel 1897 da Teodor Herzl, un giornalista ebreo ashkenazita con cittadinanza austriaca, con l’obiettivo di instaurare in Palestina un prosaico stato ebraico. Si è però fin dall’inizio dimostrato nei fatti un pericoloso movimento nazionalista ashkenazita, caratterizzato da un marcato razzismo verso le culture dei popoli e delle nazioni non appartenenti al suo modello di “civiltà”.

Come hanno avuto il coraggio di ammettere nei loro studi alcuni intellettuali di fede ebraica, tra cui Arthur Koestler, la stragrande maggioranza di quella che oggi viene considerata la popolazione “ebraica” mondiale non ha alcun legame storico con la terra di Israele. Essa non discenderebbe, infatti, dall’Israele biblico, bensì dall’antico popolo dei Khazari, stanziato già attorno al VII° secolo in quella grande regione oggi corrispondente alla Russia meridionale e all’Ukraina, fino alle montagne del Caucaso. Si tratta di una grande verità storica sempre accuratamente taciuta dai vertici sionisti, in quanto, come ha apertamente sottolineato Alfred M. Lilienthal, ex funzionario del Dipartimento di Stato U.S.A., essa rappresenta di fatto “il tallone di Achille di Israele”, perché dimostrerebbe come le rivendicazioni territoriali dei sionisti sul territorio della Palestina non avrebbero in realtà alcun fondamento storico oggettivo.

La maggior parte delle informazioni sui Khazari in nostro possesso deriva dall’antica storiografia araba, ebraica, armena e bizantina, da antiche leggende slave e, soprattutto, dalla notevole quantità di reperti archeologici che questo popolo ci ha lasciato e che ci fornisce molte informazioni sul suo sistema socio-economico e sulle sue credenze religiose. Sappiamo, ad esempio, che veneravano il fallo e che celebravano riti che prevedevano sacrifici umani. Come gran parte dei popoli originari delle steppe, i Khazari professavano una religione sciamanica basata sul culto di Tingri, il Dio creatore della natura, con alcuni influssi chiaramente derivanti dal confucianesimo. La loro area di stanziamento, però, soprattutto nelle città greche sul Mar Nero e nella zona della Crimea era, fin dal periodo precedente alla Diaspora, fortemente abitata da popolazioni ebraiche, tanto che in alcuni distretti, già alla fine del VII° secolo, gli Ebrei formavano la maggioranza della popolazione.

Il  nome “Khazar” sembrerebbe derivare dalla radice turca “qaz”, che significa “vagabondare”. Come sottolinea Lawrence M. F. Sudbury, come per le loro origini nomadiche, anche per quanto riguarda tutta la iniziale storia khazara di stanziamento nell’area a sud dell’odierna Russia, le certezze sono molto poche. Certamente i Khazari dovevano essere parte dell’impero Göktürk, fondato dal clan Ashina dopo la loro vittoria contro gli Juan nel 552. Molto probabilmente, quando le guerre tribali portarono alla frantumazione di tale impero e allo sviluppo di numerose confederazioni minori, i Khazari rimasero fedeli agli Ashina, tanto che nel 670 li troviamo in guerra contro i Bulgari, della cui migrazione verso occidente furono probabilmente causa.

É in questo periodo che i Khazari divengono indipendenti (pur mantenendo molte delle istituzioni del vecchio impero) e fondano un loro khanato con capitale prima a Balanjar (oggi identificata con il sito archeologico di Verkhneye Chir-Yurt), poi, intorno al 720, a Samandar, città costiera del Caucaso settentrionale, infine, verso il 750, a Itil (oggi Atil), ai margini del Volga, che rimase il cento amministrativo del loro regno per più di 200 anni.

I Khazari arrivarono a controllare un impero esteso e potente che si estendeva per buona parte della Russia e che aveva come naturali confini il Mar Nero, il Mar Caspio, i Monti Urali e la Catena del Caucaso, confinando a Sud-Ovest con l’Impero Bizantino, a Nord-Ovest con la Rus’ di Kiev, a Nord con le terre abitate dai Bulgari del Volga ed a Sud-Est con la Persia. Erano per lo più commercianti e “mediatori” e riscuotevano le tasse sulle merci che attraversavano le loro terre, beneficiando della posizione strategica del loro territorio, attraverso il quale passavano le rotte fluviali che dal Mar Nero conducevano sul Mar Baltico. Il Khanato di Khazaria era così continuamente attraversato da mercanti norreni, greci, arabi, bulgari e persiani diretti a Nord e a Ovest e divenne un importante centro economico e politico, luogo di incontro e di reciproco influsso tra lingue, culture e religioni diverse (Islam, Cristianesimo, Animismo, Ebraismo).

In questa prima “fase nazionale” i Khazari dovevano essere già divisi nelle due caste dei Khazari bianchi, guerrieri e nobili con supremazia territoriale e dei Khazari neri, artigiani e commercianti sottomessi ai primi, dovevano aver già adottato il sistema turcomanno di successione monarchica, che prevedeva la presenza di un potere dualistico, con un re supremo (kargan) e un comandante dell’esercito (bek), e stavano per compiere quello stranissimo processo storico-religioso che li avrebbe resi un unicum nella storia: la conversione di massa all’Ebraismo.Discendenti degli antichi Khazari in una foto del 1876

Attorno al 740 d.C., infatti, il Khan khazaro Bulan si convertì all’Ebraismo, imponendo tale religione a tutte le popolazioni dei suoi domini. Ciò determinò una brusca rottura con il passato, in quanto, sino ad allora, il khanato khazaro, oltre ad essere rinomato per la sua ricchezza, era noto per la sua tolleranza religiosa. I kargan del khanato, infatti, intrattenevano relazioni commerciali e politiche con tutti i paesi circostanti e permettevano libero culto a chiunque, addirittura lasciando che ogni gruppo religioso basasse il proprio sistema giuridico sui propri dettami religiosi.

Narrano le leggende che Bulan fu spinto a compiere la propria conversione da alcuni sogni e rivelazioni “divine”, ma si trattò più verosimilmente, come concordano molti storici, di una mossa politica tesa a evitare che il suo regno venisse assorbito dal mondo cristiano da una parte e da quello islamico dall’altra. Non dobbiamo dimenticare che l’impero khazaro si trovava chiuso tra due grandi popolazioni in costante crescita: i Mussulmani a Est ed i Cristiani ad Ovest. Entrambe le religioni, pur con numerosi esempi di intolleranza interna, vedevano nell’Ebraismo un predecessore dei propri culti e l’istituzione di uno stato ebraico poteva dunque rappresentare, agli occhi di Bulan, anche un buon espediente per mantenere una specie di neutralità nel grande scontro che stava sviluppandosi.

Per meglio comprendere i motivi alla radice della “conversione” khazara, dobbiamo anche tener presente la situazione delle comunità ebraiche che a quel tempo vivevano in quella regione. Gli Ebrei, perseguitati a Bisanzio da Eraclio, Giustiniano I°, Giustiniano II°, Leone III° e Romano I°, in Persia dai Sassanidi (soprattutto dopo la rivolta di Mazdak) e, successivamente, anche se in forme minori, dagli islamici, cercarono rifugio in massa laddove già esistevano ricche comunità di loro correligionari e notevoli possibilità di instaurare fiorenti commerci. Questi esuli finirono ben presto per formare, nel contesto del Khanato di Khazaria, una sorta di elite mercantile che si trovò ad avere stretti contatti con l’aristocrazia locale, favorendone così la conversione. Sicuramente verso la fine dell’VIII° secolo, le famiglie reali khazare e la nobiltà si erano già convertite in massa all’Ebraismo, seguite da buona parte della popolazione. Le proporzioni di tale conversione popolare rimangono tuttora incerte: lo storico arabo Ibn Al-Faqih riporta, nel X° secolo, che tutti i Khazari erano ebrei, ma è più probabile che il fenomeno avesse interessato particolarmente i Khazari bianchi, sebbene le odierne indagini archeologiche sulle sepolture tendano a mostrare che tra l’850 e il 950 almeno il 70% della popolazione utilizzasse inumazioni israelitiche.

Dopo l’830, comunque, l’Ebraismo divenne sicuramente religione di stato dal momento che numerosi ritrovamenti numismatici riportano nomi ebraici (Zaccaria, Isacco, Sabriele, Obadiah, etc.) scelti dai re al momento della loro incoronazione. É difficile dire di che tipo di Ebraismo si trattasse, ma alcuni ritrovamenti a Rostov fanno pensare ad un ruolo centrale esercitato dall’istituzione del Tabernacolo e ad un culto molto prossimo a quello descritto nell’Esodo. Sicuramente i Khazari instaurarono strette relazioni con tutte le comunità ebraiche del Levante e della Persia (tanto che gli ebrei persiani chiesero espressamente ai kangan khazari di occupare il Califfato, insorgendo per “distruggere Babilonia”) ma anche con comunità più lontane, come testimoniano carteggi tra ebrei khazari ed ebrei spagnoli.

É probabile che i governanti khazari si vedessero come una sorta di protettori internazionali dell’Ebraismo, spesso compiendo ritorsioni sui Musulmani e i Cristiani dei loro territori qualora le persecuzioni anti-ebraiche all’estero raggiungessero picchi troppo elevati. Sappiamo, ad esempio, dallo storico persiano Ibn Fadlan che quando gli islamici, intorno al 920, distrussero una sinagoga in Persia, il re Samuele II° fece abbattere il minareto di Itil e lapidare il muezzin, dicendo che, in caso di ulteriori danni alla comunità ebraica, avrebbe fatto radere al suolo la moschea della città. Allo stesso modo, durante la persecuzione di Romano I°, il governo khazaro si vendicò attaccando e distruggendo i possessi bizantini in Crimea.Veniamo così alla complessa questione delle relazioni internazionali del khanato ed al suo ruolo di “scudo” contro la penetrazione islamica in Occidente.

La prima importante apparizione della Khazaria sulla scena internazionale si ha in una campagna di supporto del kangan Ziebel a Bisanzio contro i Sassanidi persiani per il predominio in Georgia, a metà circa del VII° secolo. Da quel momento in poi, il conflitto con i regni orientali divenne praticamente una costante della storia khazara. Per tutto il VII° e l’VIII° secolo i Khazari combatterono una serie di guerre conto il Califfato Omayyade che tentava di espandere la sua influenza verso il Caucaso, risultando quasi sempre vincitori. I raid contro il Kurdistan e l’Iran divennero sempre più frequenti e numerose risultanze provano che, probabilmente in alleanza con i Turcomanni, i Khazari riuscirono ad allargare notevolmente i confini del khanato. Già verso la fine del VII° secolo tutta la Crimea era stata occupata, tanto che vi sono prove della presenza di un governatore (tundun) khazaro a Cherso già nel 690, nonostante la città fosse nominalmente sotto il dominio bizantino e che verso la metà dell’VIII° secolo anche i Goti della penisola vennero sottomessi e la loro capitale, Doron, occupata.

L’alleanza con Bisanzio divenne sempre più stretta, tanto che quando Giustiniano II°, nel 704, venne esiliato a Cherso, scappò in Khazaria e sposò la sorella del kagan Busir (sebbene poi, per l’appoggio fornito da questi all’usurpatore Tiberio III°, dovette rifugiarsi in Bulgaria), mentre nel 711 l’imperatore Filippico ebbe proprio i Khazari come maggiori sponsor per la sua ascesa al trono. L’imperatore Leone III° arrivò addirittura a dare in moglie suo figlio Costantino (poi Costantino V° Copronimo) alla principessa khazara Tzitzak e, non a caso, loro figlio Leone IV° passò alla storia con il soprannome di “Leone il khazaro”.

Nel frattempo le ostilità con il Califfato continuavano: il principe khazaro Barjik invase l’Iran nord-occidentale e, nel 730, sbaragliò le forze omayyadi a Ardabil, per poi venire ucciso sette anni più tardi nella disfatta di Itil, che venne occupata brevemente (l’instabilità politica del Califfato non permetteva occupazioni di lunga durata) ma venne poi liberata nel 740 (e alcuni storici ritengono che l’idea dell’assunzione dell’Ebraismo come religione di stato cominciasse in questo periodo e fosse, in qualche modo, legata all’asserzione di indipendenza del khanato).

Anche se i Khazari furono in grado bloccare per qualche anno l’espansione araba verso l’Europa Orientale, furono poi costretti dal soverchiante numero delle truppe nemiche a ritirarsi a ovest del Caucaso, in un’area delimitata dal Mar Caspio a est, dalle steppe del Mar Nero a nord e dal Dnieper a ovest, dove, però, riuscirono a fortificarsi, tanto che gli Abbasidi, subentrati agli Omayyadi, decisero di porre fine alle ostilità (sebbene qualche attacco in territorio nord-iraniano continuasse ad essere portato da milizie khazare anche negli anni successivi) con un matrimonio tra una principessa khazara ed il governatore militare abbaside dell’Armenia nel 758.

Da quel momento in poi, le relazioni con la Persia furono sempre più cordiali e il khanato visse una costante ascesa, tanto che, nel momento del suo massimo apogeo, nel IX° secolo, Slavi orientali, Magiari, Peceneghi, Burti, Nord Caucasici, Unni e numerose altre tribù erano tributari diretti dei Khazari e che il Caspio veniva denominato geograficamente come “Mare khazaro” (termine che rimane a tutt’oggi in lingua araba).

Nel suo ruolo di “stato cuscinetto”, in questo periodo, la Khazaria diventa sempre più importante ed internazionalmente riconosciuta per la sua ricchezza, produttività (manufatti khazari sono stati trovati in tutte le aree mediorientali e in numerosi siti archeologici balcanici) e tolleranza verso qualunque popolazione, tanto da instaurare in tutta l’area caspica quella che passò alla storia come “Pax khazarica”.

Come poté, dunque, accadere che in brevissimo tempo uno stato così potente sparisse praticamente nel nulla?

Le ragioni furono molteplici. In primo luogo, già alla fine del IX° secolo, una guerra civile interna, mossa da tre clan detti “dei Kabari” in alleanza con alcuni clan magiari e in rivolta contro il bek dell’epoca devastò intere aree del paese prima di essere sedata.

Successivamente, una guerra contro i Peceneghi che si erano ribellati al vassallaggio, pur vinta, mosse questa popolazione verso Nord-Ovest, spingendo i Magiari fuori dai confini del regno e creando una pericolosa “zona vuota” nelle steppe a nord del Mar Nero.

Nel frattempo, le relazioni diplomatiche con Bisanzio si erano lentamente ma costantemente indebolite, tanto che le cronache arabe di inizio X° secolo ci parlano di una ribellione di alcune popolazioni sottomesse “appoggiate e aiutate” dai “Mqdwn” (cioè i Macedoni, come venivano spesso chiamati i Bizantini in arabo) e di una invasione alana non bloccata, come era accaduto fino a quel momento, dall’Impero d’Oriente.

Ma la vera causa della morte del khanato ha un nome ben preciso: Russi. Originariamente i Khazari erano alleati di varie fazioni norrene stanziate nella zona di Novgorod ed è piuttosto certo che la politica dei Russi venisse fortemente influenzata dai Khazari, con cui i Norreni condividevano traffici commerciali (in particolare per quanto riguarda il diritto di navigazione sul Volga) e l’ostilità più o meno latente verso le popolazioni arabe.

Intorno al 960, la connivenza piuttosto esplicita del governo khazaro con i continui saccheggi dei Variaghi contro le città musulmane del Caucaso meridionale portò ad una rivolta interna da parte della minoranza islamica del khanato, evidentemente ancora piuttosto numerosa. Per far fronte a questa emergenza e sedare la rivolta, la nobiltà ebraica decise un mutamento radicale di alleanze e chiuse le rotte di navigazione sul Volga per tutti i Russi, tentando di forzare un intervento degli Arabi (tanto che il kangan Giuseppe I° scrisse al governatore Hasdai Ibn Shaprut: “Devo per forza muovere guerra [ai Rus], perché se dessi loro la minima possibilità, devasterebbero ogni lembo di terra fino a Baghdad”) che però non arrivò mai.

A questo punto, Oleg di Novgorod (che già aveva tentato incursioni in Khazaria intorno al 940, risultando sempre sconfitto) e Sviatoslav di Kiev cominciarono una serie impressionante di attacchi ai domini khazari, spesso portati con l’assenso e l’aiuto di Bisanzio.

Sviatoslav I° di Kiev, distruttore dell'impero khazaroRimasti soli, con continue rivolte di tutti gli alleati e i tributari che si andavano via via affrancando, i Khazari tentarono una disperata resistenza contro le numerosissime bande Rus, ma Sviatoslav riuscì a conquistare le fortezze di Sarkel e Tematarkha nel 965 e ad occupare Itil nel 969, ponendo fine all’impero khazaro.

Un viaggiatore scrisse che ad Itil, dopo l’attacco dei Rus, “non rimase neppure un acino d’uva, né una sola foglia sugli alberi”.

In breve i Khazari si dispersero lungo tutta l’area caspico-caucasica e vennero assorbiti dalle altre popolazioni fino a quel momento loro sottomesse. Così ebbe fine una esperienza di governo, di diplomazia (spesso “armata”) e di tolleranza politico-religiosa (pur nel quadro di un imperialismo normale per l’epoca) che non ebbe paragone nel mondo mediorientale nei secoli successivi.

Ci siamo chiesti, poc’anzi, com’è possibile che uno stato così potente possa essere scomparso, nel giro di pochi anni, praticamente nel nulla. E, con dati storici alla mano, abbiamo tentato di risolvere questo interrogativo, fornendo delle risposte plausibili ed obiettive.

Ma vi è un secondo interrogativo, per certi versi molto più inquietante ed emblematico del primo, al quale è nostro dovere cercare di trovare delle risposte: è possibile per la storia dimenticare quasi completamente l’esistenza di un popolo? Sembrerebbe incredibile, ma per quanto si provi a sfogliare l’indice di un qualsiasi testo scolastico alla ricerca delle vicende del popolo khazaro e della storia di un impero che, per oltre due secoli, ha influenzato le vicende di Europa, Asia e Medio-Oriente, non se ne trova traccia. Sembra quasi che, al di fuori di ristrettissimi ambiti accademici e universitari (prevalentemente dell’Europa dell’Est), non si debba parlare della storia dei Khazari. Benché esista una fiorente letteratura a riguardo (per chi ha la volontà e la pazienza di consultarla), certi fatti storici sono sempre stati volutamente fatti passare sotto silenzio, soprattutto sui libri di scuola, perfino in ambito universitario. Perchè si può parlare liberamente dell’Impero Macedone, dell’Impero Romano, dell’Impero Bizantino, dell’Impero Ottomano, e non dell’Impero Khazaro?

La copertina del celebre saggio di Kevin Alan Brook “The Jews of Khazaria”La risposta a questo e a molti altri interrogativi sta probabilmente nel fatto che le popolazioni del dissolto impero khazaro, per quanto molte di esse vennero assorbite dall’Orda d’Oro, iniziarono a migrare, diffondendosi principalmente nelle terre slave dell’Europa centro-orientale, gettando le basi di quelle che diverranno le principali comunità ebraiche di quelle regioni.

Ciò che storicamente accadde in quel periodo è che il popolo conosciuto da secoli come “Khazaro” divenne il popolo “Ebreo”, e da lì iniziò una vera e propria operazione di occultamento della vera origine degli Ebrei europei, e venne diffusa una storia artefatta, basata sull’idea che essi fossero gli Ebrei biblici. E questa credenza erronea vige ancora oggi agli occhi dell’opinione pubblica internazionale, trovando sorprendentemente più critiche e opposizioni in ambito ebraico, piuttosto che nell’ambito della cultura dei “Gentili”, ovverosia dei non Ebrei.

Vi sono tutti gli elementi per dimostrare che gli Ebrei conosciuti come Ashkenaziti (oltre il 90% degli Ebrei del mondo) discende dai Khazari, mentre gli Ebrei Sefarditi, esigua minoranza, sarebbero gli unici ad avere un’origine semitica e medio-orientale.

É paradossale quindi constatare come il Sionismo, un movimento ebraico a forti connotati nazionalistici e razzisti, non sia stato creato dai legittimi eredi di Re Salomone, bensì dagli eredi ashkenaziti di tribù turcomanne, la cui patria non era il Mar Morto, bensì il Mar Caspio.

Francesca Brienza




Finalmente emerge la verità su Srebrenica: i civili non furono uccisi dai Serbi ma dagli stessi musulmani bosniaci per ordine di Bill Clinton

Srebrenica_massacre_mapDopo la confessione shock del politico bosniaco Ibran Mustafić, veterano di guerra, chi restituirà la dignità a Slobodan Milošević, ucciso in carcere, a Radovan Karadžić e al Generale Ratko Mladić, ancora oggi detenuti all’Aja?

Lo storico russo Boris Yousef,  in un suo saggio del 1994, scrisse quella che ritengo una sacrosanta verità: «Le guerre sono un po’ come il raffreddore: devono fare il loro decorso naturale. Se un ammalato di raffreddore viene attorniato da più medici che gli propinano i farmaci più disparati, spesso contrastanti fra loro, la malattia, che si sarebbe naturalmente risolta nel giro di pochi giorni, rischia di protrarsi per settimane e di indebolire il paziente, di minarlo nel fisico, e di arrecare danni talvolta permanenti e imprevedibili».

Yousef scrisse questa osservazione nel Luglio del 1994, nel bel mezzo della guerra civile jugoslava, un anno prima della caduta della Repubblica Serba di Krajina e sedici mesi prima dei discussi accordi Dayton che scontentarono in Bosnia tutte le parti in campo, imponendo una situazione di stallo potenzialmente esplosiva. E ritengo che tale osservazione si adatti a pennello al conflitto jugoslavo. Un lungo e sanguinoso conflitto che, formalmente iniziato nel 1991, con la secessione dalla Federazione delle repubbliche di Slovenia e Croazia, era stato già da tempo preparato e pianificato da alcune potenze occidentali (con in testa l’Austria e la Germania), da diversi servizi segreti, sempre occidentali, da gruppi occulti di potere sovranazionali e transnazionali (Bilderberg, Trilaterale, Pinay, Ert Europe, etc.) e, per certi versi, anche dal Vaticano.

La Jugoslavija, forte potenza economica e militare, da decenni alla guida del movimento dei Paesi non Allineati, dopo la morte del Maresciallo Tito, avvenuta nel 1980, era divenuta scomoda e ingombrante e, di conseguenza, l’obiettivo geo-strategico primario di una serie di avvoltoi che miravano a distruggerla, a smembrarla e a spartirsi le sue spoglie.

Si assistette così ad una progressiva destabilizzazione del Paese, avviata già nel biennio 1986-87, destabilizzazione alla quale si oppose con forza soltanto Slobodan Milošević, divenuto Presidente della Repubblica Socialista di Serbia, e che toccò il culmine con la creazione in Croazia, nel Maggio del 1989, dell’Unione Democratica Croata (Hrvatska Demokratska Zajednica o HDZ), partito anti-comunista di centro-destra che a tratti riprendeva le idee scioviniste degli Ustascia di Ante Pavelić, guidato dal controverso ex Generale di Tito Franjo Tuđman.

Sarebbe lungo in questa sede ripercorrere tutte le tappe che portarono al precipitare degli eventi, alla necessità degli interventi della Jugoslosvenska Narodna Armija dapprima in Slovenia e poi in Croazia, alla definitiva scissione dalla Federazione delle due repubbliche ribelli e all’allargamento del conflitto nella vicina Bosnia. Si tratta di eventi sui quali esiste moltissima documentazione, la maggior parte della quale risulta però essere fortemente viziata da interpretazioni personali e di parte degli storici o volutamente travisata da giornalisti asserviti alle lobby di potere mediatico-economico europee ed americane. Giornalisti che della Jugoslavija e della sua storia ritengo che non abbiano mai capito niente.

Come ho scritto poc’anzi, ritengo che la saggia affermazione di Boris Yousef si adatti molto bene al conflitto civile jugoslavo. A prescindere dal fatto che esso è stato generato da palesi ingerenze esterne, ritengo che sarebbe potuto terminare ‘naturalmente’ manu militari nel giro di pochi mesi, senza le continue ingerenze, le pressioni e le intromissioni della sedicente ‘Comunità Internazionale’, delle Nazioni Unite e di molteplici altre organizzazioni che agivano dietro le quinte (Fondo Monetario Internazionale, OSCE, UNHCR, Unione Europea e criminalità organizzata italiana e sud-americana). Sono state proprio queste ingerenze (i vari farmaci dagli effetti contrastanti citati nella metafora di Yousef) a prolungare il conflitto per anni, con la continua richiesta, dall’alto, di tregue impossibili e non risolutive, e con la pretesa di ridisegnare la cartina geografica dell’area sulla base delle convenienze economiche e non della realtà etnica e sociale del territorio.

Ma si tratta di una storia in buona parte ancora non scritta, perché sono state troppe le complicità di molti leader europei, complicità che si vuole continuare a nascondere, ad occultare. Ed è per questo che gli storici continuano ad ignorare che la Croazia di Tuđman costruì il suo esercito grazie al traffico internazionale di droga (tutte quelle navi che dal Sud America gettavano l’ancora nel porto di Zara, secondo voi cosa contenevano?). È per questo che continuano a non domandarsi per quale motivo tutto il contenuto dei magazzini militari della defunta Repubblica Democratica Tedesca siano prontamente finiti nelle mani di Zagabria.

Si tratta di vicende che conosco molto bene, perché ho trascorso nei Balcani buona parte degli anni ’90, prevalentemente a Belgrado e a Skopje. Parlo bene tutte le lingue dell’area, compresi i relativi dialetti, e ho avuto a lungo contatti con l’amministrazione di Slobodan Milošević, che ho avuto l’onore di incontrare in più di un’occasione. Sono stato, fra l’altro, l’unico esponente politico italiano ad essere presente ai suoi funerali, in una fredda giornata di Marzo del 2006.

Sono stato quindi un diretto testimone dei principali eventi che hanno segnato la storia del conflitto civile jugoslavo e degli sviluppi ad esso successivi. Ho visto con i miei occhi le decine di migliaia di profughi serbi costretti a lasciare Knin e le altre località della Srpska Republika Krajina, sotto la spinta dell’occupazione croata delle loro case, avvenuta con l’appoggio dell’esercito americano.

Ho seguito da vicino tutte le tappe dello scontro in Bosnia, i disordini nel Kosovo, la galoppante inflazione a nove cifre che cambiava nel giro di poche ore il potere d’acquisto di una banconota. Ho vissuto il dramma, nel 1999, dei criminali bombardamenti della NATO su Belgrado e su altre città della Serbia. Ed è per questo che non ho mai creduto – a ragione – alle tante bugie che riportavano la stampa europea e quella italiana in primis. Bugie e disinformazioni dettate da quell’operazione di marketing pubblicitario (non saprei come altro definirla) pianificata sui tavoli di Washington e di Langley che impose a tutta l’opinione pubblica la favoletta dei Serbi ‘cattivi’ aguzzini di poveri e innocenti Croati, Albanesi e musulmani bosniaci. Favoletta che ha però incredibilmente funzionato per lunghissimo tempo, portando all’inevitabile criminalizzazione e demonizzazione di una delle parti in conflitto e tacendo sui crimini e sulle nefandezze delle altre.

La guerra, e a maggior ragione una guerra civile, non è ovviamente un pranzo di gala e non vi si distribuiscono caramelle e cotillon. In guerra si muore. In guerra si uccide o si viene uccisi. La guerra significa fame, sofferenza, freddo, fango, sudore, privazioni e sangue. Ed è fatta, necessariamente, anche di propaganda. Durante il lungo conflitto civile jugoslavo nessuno può negare che siano state commesse numerose atrocità, soprattutto dettate dal risveglio di un mai sopito odio etnico. Ma mai nessun conflitto, dal termine della Seconda Guerra Mondiale, ha visto un simile massiccio impiego di ‘false flag’, azioni pianificate ad arte, quasi sempre dall’intelligence, per scatenare le reazioni dell’avversario o per attribuirgli colpe non sue. Ho già spiegato il concetto di ‘false flag’ in numerosi miei articoli, denunciando l’escalation del loro impiego su tutti i più recenti teatri di guerra.

Fino ad oggi la più nota ‘false flag’ della guerra civile jugoslava era la tragica strage di civili al mercato di Sarajevo, quella che determinò l’intervento della NATO, che bombardò ripetutamente, per rappresaglia, le postazioni serbo-bosniache sulle colline della città. Venne poi appurato con assoluta certezza che fu lo stesso governo musulmano-bosniaco di Alija Izetbegović a uccidere decine di suoi cittadini in quel cannoneggiamento, per far ricadere poi la colpa sui Serbi.

E quella che io ho sempre ritenuto la più colossale ‘false flag’ del conflitto, ovvero il massacro di oltre mille civili musulmani avvenuto a Srebrenica, del quale fu incolpato l’esercito serbo-bosniaco comandato dal Generale Ratko Mladić, che da allora venne accusato di ‘crimi di guerra’ e braccato dal Tribunale Penale Internazionale dell’Aja fino al suo arresto, avvenuto il 26 Maggio 2011, si sta finalmente rivelando in tutta la sua realtà. In tutta la sua realtà, appunto, di ‘false flag’.

I giornali italiani, che all’epoca scrissero titoli a caratteri cubitali per dipingere come un ‘macellaio’ il Generale Mladić e come un folle criminale assetato di sangue il Presidente della Repubblica Serba di Bosnia Radovan Karadžić, anch’egli arrestato nel 2008 e sulla cui testa pendeva una taglia di 5 milioni di Dollari offerta dagli Stati Uniti per la sua cattura, hanno praticamente passato sotto silenzio una sconvolgente notizia. Una notizia a cui ha dato spazio nel nostro Paese soltanto il quotidiano Rinascita, diretto dall’amico Ugo Gaudenzi, e fa finalmente piena luce sui fatti di Srebrenica, stabilendo che la colpa non fu dei vituperati Serbi, ma dei musulmani bosniaci.

Ibran Mustafić, veterano di guerra e politico bosniaco-musulmano, probabilmente perché spinto dal rimorso o da una crisi di coscienza, ha rilasciato ai media una sconcertante confessione: almeno mille civili musulmano-bosniaci di Srebrenica vennero uccisi dai loro stessi connazionali, da quelle milizie che in teoria avrebbero dovuto assisterli e proteggerli, durante la fuga a Tuzla nel Luglio 1995, avvenuta in seguito all’occupazione serba della città. E apprendiamo che la loro sorte venne stabilita a tavolino dalle autorità musulmano-bosniache, che stesero delle vere e proprie liste di proscrizione di coloro a cui «doveva essere impedito, a qualsiasi costo, di raggiungere la libertà».

Come riporta Enrico Vigna su Rinascita, Ibran Mustafić ha pubblicato un libro, Caos pianificato, nel quale alcuni dei crimini commessi dai soldati dell’esercito musulmano della Bosnia-Erzegovina contro i Serbi sono per la prima volta ammessi e descritti, così come il continuo illegale rifornimento occidentale di armi ai separatisti musulmano-bosniaci, prima e durante la guerra, e – questo è molto significativo – anche durante il periodo in cui Srebrenica era una zona smilitarizzata sotto la protezione delle Nazioni Unite.

Mustafić racconta inoltre, con dovizia di particolari, dei conflitti tra musulmani e della dissolutezza generale dell’amministrazione di Srebrenica, governata dalla mafia, sotto il comandante militare bosniaco Naser Orić. A causa delle torture di comuni cittadini nel 1994, quando Orić e le autorità locali vendevano gli aiuti umanitari a prezzi esorbitanti invece di distribuirli alla popolazione, molti bosniaci fuggirono volontariamente dalla città. «Coloro che hanno cercato la salvezza in Serbia, sono riusciti ad arrivare alla loro destinazione finale, ma coloro che sono fuggiti in direzione di Tuzla ( governata dall’esercito musulmano) sono stati perseguitati o uccisi», svela Mustafić. E, ben prima del massacro dei civili musulmani di Srebrenica nel Luglio 1995, erano stati perpetrati da tempo crimini indiscriminati contro la popolazione serba della zona. Crimini che Mustafić descrive molto bene nel suo libro, essendone venuto a conoscenza già nel 1992, quando era fuggito da Sarajevo a Tuzla.

«Lì – egli scrive – il mio parente Mirsad Mustafić mi mostrò un elenco di soldati serbi prigionieri, che furono uccisi in un luogo chiamato Zalazje. Tra gli altri c’erano i nomi del suo compagno di scuola Branko Simić e di suo fratello Pero, dell’ex giudice Slobodan Ilić, dell’autista di Zvornik Mijo Rakić, dell’infermiera Rada Milanović. Inoltre, nelle battaglie intorno ed a Srebrenica, durante la guerra, ci sono stati più di 3.200 Serbi di questo e dei comuni limitrofi uccisi».

Mustafić ci riferisce a riguardo una terribile confessione del famigerato Naser Orić, confessione che non mi sento qui di riportare per l’inaudita credezza con cui questo criminale di guerra descrive i barbari omicidi commessi con le sue mani su uomini e donne che hanno avuto la sventura di trovarsi alla sua mercé. Ma voglio citare il racconto di uno zio di Mustafić, anch’esso riportato nel libro: «Naser venne e mi disse di prepararmi subito e di andare con la Zastava vicino alla prigione di Srebrenica. Mi vestii e uscii subito. Quando arrivai alla prigione, loro presero tutti quelli catturati precedentemente a Zalazje e mi ordinarono di ritrasportarli lì. Quando siamo arrivati alla discarica, mi hanno ordinato di fermarmi e parcheggiare il camion. Mi allontanai a una certa distanza, ma quando ho visto la loro furia ed il massacro è iniziato, mi sono sentito male, ero pallido come un cencio. Quando Zulfo Tursunović ha dilaniato il petto dell’infermiera Rada Milanovic con un coltello, chiedendo falsamente dove fosse la radio, non ho avuto il coraggio di guardare. Ho camminato dalla discarica e sono arrivato a Srebrenica. Loro presero un camion, e io andai a casa a Potocari. L’intera pista era inondata di sangue».

Da quanto ci racconta Mustafić, gli elenchi dei ‘bosniaci non affidabili’ erano ben noti già da allora alla leadership musulmana ed al Presidente Alija Izetbegović, e l’esistenza di questi elenchi è stata confermata da decine di persone. «Almeno dieci volte ho sentito l’ex capo della polizia Meholjić menzionare le liste. Tuttavia, non sarei sorpreso se decidesse di negarlo», dice Mustafić, che è anche un membro di lunga data del comitato organizzatore per gli eventi di Srebrenica. Secondo Mustafić, l’elenco venne redatto dalla mafia di Srebrenica, che comprendeva la leadership politica e militare della città sin dal 1993. I ‘padroni della vita e della morte nella zona’, come lui li definisce nel suo libro. E, senza esitazione, sostiene: «Se fossi io a dover giudicare Naser Orić, assassino conclamato di più di 3.000 Serbi nella zona di Srebrenica (clamorosamente assolto dal Tribunale Internazionale dell’Aja!) lo condannerei a venti anni per i crimini che ha commesso contro i Serbi; per i crimini commessi contro i suoi connazionali lo condannerei a minimo 200.000 anni di carcere. Lui è il maggiore responsabile per Srebrenica, la più grande macchia nella storia dell’umanità».

Ma l’aspetto più inquietante ed eclatante delle rivelazioni di Mustafić  è l’ammissione che il genocidio di Srebrenica è stato concordato tra la comunità internazionale e Alija Izetbegović , e in particolare tra Izetbegović e il presidente USA Bill Clinton, per far ricadere la colpa sui Serbi, come Ibran Mustafić afferma con totale convinzione.
«Per i crimini commessi a Srebrenica, Izetbegović e Bill Clinton sono direttamente responsabili. E, per quanto mi riguarda, il loro accordo è stato il crimine più grande di tutti, la causa di quello che è successo nel Luglio 1995. Il momento in cui Bil Clinton entrò nel Memoriale di Srebrenica è stato il momento in cui il cattivo torna sulla scena del crimine», ha detto Mustafić. Lo stesso Bill Clinton, aggiungo io, che superò poi se stesso nel 1999, con la creazione ad arte delle false fosse comuni nel Kosovo (altro clamoroso esempio di ‘false flag’), nelle quali i miliziani albanesi dell’UCK gettavano i loro stessi caduti in combattimento e perfino le salme dei defunti appositamente riesumate dai cimiteri, per incolpare mediaticamente, di fronte a tutto il mondo, l’esercito di Belgrado e poter dare il via a due mesi di bombardamenti sulla Serbia.

Come sottolinea sempre Mustafić, riguardo a Srebrenica ci sono inoltre state grandi mistificazioni sui nomi e sul numero reale delle vittime. Molte vittime delle milizie musulmane non sono state inserite in questo elenco, mentre vi sono stati inseriti ad arte cittadini di Srebrenica da tempo emigrati e morti all’estero. E un discorso simile riguarda le persone torturate o che si sono dichiarate tali. «Molti bosniaci musulmani – sostiene Mustafić – hanno deciso di dichiararsi vittime perché non avevano alcun mezzo di sostentamento ed erano senza lavoro, così hanno usato l’occasione. Un’altra cosa che non torna è che tra il 1993 e il 1995 Srebrenica era una zona smilitarizzata. Come mai improvvisamente abbiamo così tanti invalidi di guerra di Srebrenica?».

Egli ritiene che sarà molto difficile determinare il numero esatto di morti e dei dispersi di Srebrenica. «È molto difficile  – sostiene nel suo libro – perché i fatti di Srebrenica sono stati per troppo tempo oggetto di mistificazioni, e il burattinaio capo di esse è stato Amor Masović, che con la fortuna fatta sopra il palcoscenico di Srebrenica potrebbe vivere allegramente per i prossimi cinquecento anni! Tuttavia, ci sono stati alcuni membri dell’entourage di Izetbegović che, a partire dall’estate del 1992, hanno lavorato per realizzare il progetto di rendere i musulmani bosniaci le permanenti ed esclusive vittime della guerra».

Il massacro di Srebrenica servì come pretesto a Bill Clinton per scatenare, dal 30 Agosto al 20 Settembre del 1995, la famigerata Operazione Deliberate Force, una campagna di bombardamento intensivo, con l’uso di micidiali bombe all’uranio impoverito, con la quale le forze della NATO distrussero il comando dell’esercito serbo-bosniaco, devastandone irrimediabilmente i sistemi di controllo del territorio. Operazione che spinse le forze croate e musulmano-bosniache ad avanzare in buona parte delle aree controllate dai Serbi, offensiva che si arrestò soltanto alle porte della capitale serbo-bosnica Banja Luka e che costrinse i Serbi ad un cessate il fuoco e all’accettazione degli accordi di Dayton, che determinarono una spartizione della Bosnia fra le due parti (la croato-musulmana e la serba). Spartizione che penalizzò fortemente la Republika Srpska, che venne privata di buona parte dei territori faticosamente conquistati in tre anni di duri combattimenti.

Alija Izetbegović, fautore del distacco della Bosnia-Erzegovina dalla federazione jugoslava nel 1992, dopo un referendum fortemente contestato e boicottato dai cittadini di etnia serba (oltre il 30% della popolazione) è rimasto in carica come Presidente dell’autoproclamato nuovo Stato fino al 14 Marzo 1996, divenendo in seguito membro della Presidenza collegiale dello Stato federale imposto dagli accordi di Dayton fino al 5 Ottobre del 2000, quando venne sostituito da Sulejman Tihić. È morto nel suo letto a Sarajevo il 19 Ottobre 2003 e non ha mai pagato per i suoi crimini. Ha anzi ricevuto prestigiosi premi e riconoscimenti internazionali, fra cui le massime onorificenze della Croazia (nel 1995) e della Turchia (nel 1997). E ha saputo bene far dimenticare agli occhi della ‘comunità internazionale’ la sua natura di musulmano fanatico e fondamentalista ed i suoi numerosi arresti e le sue lunghe detenzioni, all’epoca di Tito, (in particolare dal 1946 al 1949 e dal 1983 al 1988) per attività sovversive e ostili allo Stato.

Nella sua celebre Dichiarazione Islamica, pubblicata nel 1970, dichiarava: «non ci sarà mai pace né coesistenza tra la fede islamica e le istituzioni politiche e sociali non islamiche» e che «il movimentoislamico può e deve impadronirsi del potere politico perché è moralmente e numericamente così forte che può non solo distruggere il potere non islamico esistente, ma anche crearne uno nuovo islamico». E ha mantenuto fede a queste sue promesse, precipitando la tradizionalmente laica Bosnia-Erzegovina, luogo dove storicamente hanno sempre convissuto in pace diverse culture e diverse religioni, in una satrapia fondamentalista, con l’appoggio ed i finanziamenti dell’Arabia Saudita e di altri stati del Golfo e con l’importazione di migliaia di mujahiddin provenienti da varie zone del Medio Oriente, che seminarono in Bosnia il terrore e si resero responsabili di immani massacri.

Slobodan Milošević, accusato di ‘crimini contro l’umanità’ (accuse principalmente fondate su una sua presunta regia del massacro di Srebrenica), nonostante abbia sempre proclamato la sua innocenza, venne arrestato e condotto in carcere all’Aja. Essendo un valente avvocato, scelse di difendersi da solo di fronte alle accuse del Tribunale Penale Internazionale, ma morì in circostanze mai chiarite nella sua cella l’11 Marzo 2006. Sono insistenti le voci secondo cui sarebbe stato avvelenato perché ritenuto ormai prossimo a vincere il processo e a scagionarsi da ogni accusa, e perché molti leader europei temevano il terremoto che avrebbero scatenato le sue dichiarazioni.

Radovan Karadžić, l’ex Presidente della Repubblica Serba di Bosnia, e il Generale Ratko Mladić, comandante in capo dell’esercito bosniaco, sono stati anch’essi arrestati e si trovano in cella all’Aja. Sul loro capo pendono le stesse accuse di ‘crimini contro l’umanità’, fondate essenzialmente sul massacro di Srebrenica.

Adesso che su Srebrenica è finalmente venuta fuori la verità, dovrebbe essere facile per loro arrivare ad un’assoluzione, a meno che qualcuno non abbia deciso che debbano fare la fine di Milošević.

Ma chi restituirà a loro e al defunto Presidente Jugoslavo la dignità e l’onorabilità? Tutte le grandi potenze occidentali, dagli Stati Uniti all’Unione Europea, dovrebbero ammettere di aver sbagliato, ma dubito sinceramente che lo faranno.

Nicola Bizzi

                                                                                                                                                                                                      Superstiti del massacro di Srebrenica leggono sui giornali le ultime notizie sulla morte di Slobodan Milosević. Sarajevo marzo 2006 photo Danilo Krstanovic