Viaggio nell’Eixample: dove Barcellona s’inclina

La prima volta che mi sono perso lungo tempo nell’Eixample, ho avuto la sensazione di trovarmi dentro una città che qualcuno avesse tracciato con una squadra e una matita. Le strade procedevano dritte, regolari, ostinatamente uguali. Gli isolati si susseguivano con quella geometria ripetitiva che dopo qualche minuto fa perdere l’orientamento proprio perché sembra non esserci nulla che possa sorprendere. E poi compariva la Diagonal. La vedevo da lontano, mentre attraversavo il rigore ortogonale dell’Eixample, e mi sembrava una stortura, una linea obliqua infilata dentro una geometria che pareva non ammettere eccezioni. Poi entravo nella Diagonal e succedeva qualcosa di curioso. Non era più lei a sembrare storta ma l’Eixample, improvvisamente, a piegarsi intorno a me. E la strada che avevo considerato un’anomalia è diventata forse quella che più prediligevo di Barcellona.

È una sensazione che, col tempo, ho imparato ad associare a Ildefons Cerdà. Perché l’Eixample non è semplicemente un quartiere ma un’idea di città. E per comprenderla bisogna tornare a quando Barcellona, poco più di un secolo e mezzo fa, era ancora compressa dentro le sue mura medievali, cresciuta troppo per lo spazio che aveva a disposizione, soffocata dalla densità, dalla mancanza d’igiene, dall’assenza di aria e di verde.

Fuori dalle mura esistevano già altri mondi. Gràcia, Sants, Sant Martí, Les Corts, Sarrià, Sant Andreu, Horta erano borghi, paesi, campagne e strade che appartenevano a una realtà diversa, ma che la crescita della città avrebbe inevitabilmente finito per incontrare.

Quando nel 1854 venne autorizzata la demolizione delle mura, si aprì una domanda destinata a cambiare per sempre Barcellona. Che cosa costruire al loro posto?

Nel 1859 il Comune bandì un concorso che venne vinto da Antoni Rovira i Trias con un progetto molto più vicino alla tradizione urbana del tempo. Una città organizzata attorno a un centro, con assi che si irradiavano verso la periferia.

Sembrava una soluzione naturale, quasi inevitabile.

Madrid impose invece un’altra visione. Avendo vissuto dieci anni a Barcellona, ho finito anch’io per adottare qualcosa di quello storico antagonismo catalano nei confronti della capitale spagnola. Ma, in questa vicenda, devo ammettere che per una volta la decisione presa dal governo centrale si rivelò lungimirante quando preferì il progetto di Cerdà a quello di Rovira risultato vincitore del concorso indetto dalla stessa Barcellona.

Ildefons Cerdà era un ingegnere, nato nel 1815 a Centelles, che aveva studiato a Barcellona e poi a Madrid, alla Scuola di Ingegneri di Caminos, Canales y Puertos. Aveva lavorato come tecnico dello Stato in diverse città spagnole prima di tornare stabilmente a Barcellona. Ma definirlo semplicemente ingegnere sarebbe riduttivo. Cerdà apparteneva a quella rara categoria di uomini che davanti a un problema concreto vanno oltre l’onorario e sentono il bisogno di comprenderne l’intera essenza.

Prima di disegnare la città, la misurò. Studiò il territorio, le pendenze, la popolazione, i flussi, le condizioni igieniche, la distribuzione dei servizi, la mobilità. Comprese che il problema non era soltanto dove mettere le case, ma come permettere alle persone di vivere, muoversi, respirare e incontrarsi. La sua intuizione più moderna fu come la città non dovesse essere soltanto la somma dei suoi edifici, ma una rete di relazioni.

Da qui nacque l’Eixample, l’Ampliamento. Una parola quasi modesta per un progetto che in realtà voleva ricomporre l’intero territorio di Barcellona. La sua trama ortogonale era costituita da isolati pressoché quadrati, le manzanas, con lati di circa 113 metri, e da strade generalmente larghe una ventina di metri. Agli angoli, Cerdà tagliò gli isolati con i celebri xamfrans, gli smussi a quarantacinque gradi. Non fu un vezzo estetico, ma una soluzione per migliorare la visibilità, la circolazione, l’aria e la luce.

Soprattutto immaginò una città meno compatta di quella che sarebbe diventata. Gli edifici avrebbero dovuto occupare soltanto una parte degli isolati, lasciando ampi spazi interni a giardini e verde. Non voleva soltanto costruire più città, voleva costruirla meglio. Un luogo nel quale le condizioni dell’abitare non dipendessero dal privilegio di trovarsi nel posto giusto, e dove servizi, mobilità, luce e aria fossero distribuiti con una certa equità.

Il progetto, però, non rimase intatto. La pressione immobiliare, la speculazione e le successive trasformazioni normative portarono progressivamente a costruire di più e a occupare anche gran parte degli spazi interni delle manzanas. Quello che vediamo oggi è dunque anche il risultato di una lunga contrattazione fra l’idea di Cerdà e la forza economica della città reale.

Eppure la sua griglia ha resistito. Anzi, si è dimostrata sorprendentemente capace di assorbire ciò che veniva dopo. I borghi preesistenti non scomparvero semplicemente dentro la nuova geometria ma conservarono in larga misura le proprie trame, le proprie strade, una parte della propria identità, mentre l’Eixample costruiva intorno a loro una nuova continuità urbana. La città medievale e quella industriale, i vecchi paesi e la nuova borghesia, il commercio e la residenza finirono così per diventare parti di uno stesso organismo.

E poi c’era la Diagonal. Oggi ci sembra quasi inevitabile, ma dentro la regolarità della griglia quell’arteria è una dichiarazione di libertà. Attraversa l’Eixample obliquamente, lo interrompe, lo orienta, gli dà profondità. È come se Cerdà avesse capito che anche una città rigorosa ha bisogno di una linea capace di contraddirla. Camminandoci dentro ho finito per capire che non era la Diagonal a deformare l’Eixample, ma era l’Eixample che, grazie alla Diagonal, acquistava una dimensione nuova. E con lei le altre due grandi oblique l’Avinguda Meridiana e il Paral·lel.

Cerdà arrivò persino a dare un nome scientifico a ciò che stava facendo. Nel 1867 pubblicò la Teoría General de la Urbanización, uno dei primi tentativi di trasformare l’urbanistica in una disciplina organica, fondata non soltanto sulla geometria, ma anche sull’economia, sulla statistica, sull’igiene, sulla società e sulla mobilità. Aveva intuito che progettare una città significava progettare una forma di vita.

Morì nel 1876, lontano da Barcellona e in condizioni economiche difficili, senza vedere fino in fondo ciò che il suo progetto sarebbe diventato. Non poteva sapere che, qualche decennio più tardi, dentro quella sua ordinata successione di isolati sarebbero esplose le forme visionarie di Gaudí, Domènech i Montaner, Puig i Cadafalch e del Modernisme. Né poteva immaginare che milioni di persone attraversano tutt’oggi quelle strade senza sapere quasi nulla di lui.

Forse è questo il destino più curioso dei grandi urbanisti che quando hanno avuto ragione, diventano invisibili.

Oggi camminando nell’Eixample si continua a vedere quella geometria ostinata, le facciate che cambiano, i balconi, i negozi, gli alberi, il traffico, le persone che vanno e vengono. Ma so che sotto questa apparente normalità c’è una delle più ambiziose invenzioni urbane dell’Europa moderna. Cerdà non aveva disegnato la Barcellona del suo tempo. Aveva disegnato una città capace di cambiare, di accogliere il nuovo senza cancellare completamente ciò che esisteva prima.

E forse è proprio per questo che quando entravo nella Diagonal e mi sembrava per un istante che fosse tutta Barcellona a inclinarsi intorno a me, pensavo che quella vecchia “stortura” fosse in realtà la prova più evidente che Ildefons Cerdà aveva visto giusto. Aveva capito che una città perfetta non deve essere immobile. Deve sempre saper sorprendere.

Giulio Maniscalco




Yvonne Farrell e Shelley McNamara vincono il Pritzker per l’architettura 2020

Le irlandesi Yvonne Farrell e Shelley McNamara, cofondatrici di Grafton, vincono l’edizione 2020 del Premio Pritzker, soprannominato il “Nobel dell’architettura“, e succedono al giapponese Arata Isozaki, vincitore dello scorso anno.

Gli italiani che hanno ricevuto l’ambito riconoscimento sono due: il compianto Aldo Rossi, i cui lavori rappresentano il superamento del Modernismo stile Bauhas, che fu il primo italiano a vincerlo nel 1990, seguito da Renzo Piano, premiato da Bill Clinton nel 1998.

Il prestigioso Premio è stato istituito nel 1979 da Jay Arthur Pritzker, imprenditore e filantropo statunitense ed è attualmente considerato il più alto riconoscimento internazionale di architettura.

Tom Pritzker, attuale Presidente della Fondazione, ha detto che Farrell e McNamara “dimostrano una forza incredibile nella loro architettura“, e che un loro grandissimo pregio è la capacità di combinare la capacità di rispettare le diverse commissioni con quella di esprimersi in ciascuna di esse con creatività e sensibilità.

Nella loro pluridecennale esperienza, hanno disegnato edifici iconici in diversi paesi e nel 2018 sono state le curatrici della Biennale di Architettura di Venezia, all’insegna “della generosità di spirito e il senso di umanità che l’architettura colloca al centro della propria agenda, concentrando l’attenzione sulla qualità stessa dello spazio“.

La loro storia è caratterizzata da una forte passione per il proprio lavoro, e i loro edifici hanno la caratteristica comune di “incoraggiare le persone ad interagire“.

Era il 1978 quando le due ragazze irlandesi fondano, assieme ad altri 3 colleghi neolaureati, lo studio di architettura al n. 97 di Grafton Street a Dublino; l’attività viene battezzata con il nome della strada in cui sorge.

Lo Studio Grafton Architects, che dopo il periodo di esordio rimane in gestione alle sole Farrel e McNamara, è a tutt’oggi una delle realtà più interessanti dell’architettura irlandese, anche per il merito di gestire efficacemente il dialogo tra il design contemporaneo e la storia della città.

La progettazione architettonica dello Studio Grafton è caratterizzata da deliziosi accostamenti di materiali e incastonamenti perfetti delle opere nel contesto urbano. Un ottimo esempio è il nuovo edificio progettato a Milano per ospitare l’Università Bocconi, probabilmente il loro lavoro più significativo, che regalò ai due architetti la notorietà internazionale.

Le due progettiste hanno da sempre come riferimento il lavoro iconico del maestro per eccellenza, Le Corbusier, ma subiscono positivamente anche l’influenza dei modernisti inglesi, oltre ad una particolare attenzione, che contraddistingue soprattutto i loro lavori più recenti, alla tradizione celtica delle costruzioni in pietra.

Il Premio Pritzker è il meritato riconoscimento ad oltre 40 anni di lavoro che pone lo Studio Grafton al top dell’architettura contemporanea, con l’eleganza e il rispetto della tradizione come segni distintivi.

Eva Bergamo