Al Cremlino il 3° vertice Russia-Africa: l’intervento di Vladimir Putin

La sessione plenaria del Terzo Vertice Russia-Africa si è tenuta il 28 e 29 ottobre nel Gran Palazzo del Cremlino ed è stata presieduta dal Presidente russo Vladimir Putin e dal Presidente dell’Unione Africana, Presidente della Repubblica del Burundi, Evariste Ndayishimiye. Il motto del vertice era “Per la pace, la sicurezza e lo sviluppo”. Al vertice hanno partecipato rappresentanti di circa 50 paesi africani, tra cui capi di Stato e di governo, nonché leader delle associazioni di integrazione del continente.

A seguito dell’incontro, sono state adottate la Dichiarazione del Terzo Vertice Russia-Africa, la Dichiarazione sulla cooperazione nel campo delle applicazioni civili delle tecnologie di intelligenza artificiale del Terzo Vertice Russia-Africa e il Piano d’azione del Forum di partenariato Russia-Africa per il periodo 2027-2029.

Inoltre, a margine del vertice è stato firmato un consistente pacchetto di accordi e memorandum, per un totale di circa 150 documenti. A seguito del terzo Vertice Russia-Africa, Vladimir Putin e il Presidente dell’Unione Africana, Presidente della Repubblica del Burundi Evariste Ndayishimiye, hanno tenuto una conferenza stampa congiunta.

L’intervento di Vladimir Putin

Vladimir Putin: Egregio signor Ndayishimiye! Stimati capi di Stato, di governo e capi delegazione! Stimati colleghi! Cari amici!

Sono lieto di darvi il benvenuto a Mosca. Ieri, a mio avviso, abbiamo tenuto un Forum economico e umanitario molto produttivo, e ora diamo inizio all’evento principale del terzo Vertice Russia-Africa: la sessione plenaria, che si terrà all’insegna del motto “Per la pace, la sicurezza e lo sviluppo”.

In quest’aula sono presenti rappresentanti di praticamente tutti gli Stati africani e i leader delle principali associazioni regionali di integrazione. Sono convinto che ciò dimostri chiaramente il sincero desiderio dell’Africa di rafforzare e promuovere ulteriormente la cooperazione con la Russia.

Desidero ringraziarvi tutti per lo spirito cordiale e costruttivo dimostrato e per aver accettato il nostro invito a riunirci qui a Mosca per discutere, in modo così ampio, dello stato attuale e delle prospettive di sviluppo dell’intero spettro delle relazioni russo-africane.

Non posso fare a meno di notare che tra i partecipanti all’incontro ci sono persone che oggi, nel giorno del loro compleanno, festeggiano il loro compleanno. Permettetemi, a nome mio e di tutti i presenti, di congratularmi con la Presidente della Namibia, Netumbo Nandi-Ndaytwa, e con il capo della delegazione ciadiana, il Ministro degli Esteri Ahmed Kogri, e di augurare loro buona salute e prosperità. Cari colleghi, auguro loro successo in tutte le loro attività!

Credo che sarete tutti d’accordo sul fatto che l’organizzazione regolare di vertici Russia-Africa offra il massimo valore aggiunto. Tali vertici ci forniscono un’eccellente opportunità per scambiare opinioni sullo stato attuale delle relazioni russo-africane e ci consentono di dare un impulso davvero significativo ai nostri legami multiformi e reciprocamente vantaggiosi.

È fondamentale che la Russia e l’Africa siano unite da legami di amicizia solidi e da una stretta collaborazione. Siamo alleati naturali nella costruzione di un ordine mondiale multipolare e autenticamente democratico, un ordine mondiale libero da imposizioni e doppi standard, basato sul rispetto del diritto internazionale e dei principi fondamentali della Carta delle Nazioni Unite, nella loro interezza e interrelazione.

Permettetemi di ricordare le parole di Julius Nyerere, l’eminente leader del movimento anticoloniale e primo Presidente della Tanzania: “L’indipendenza significa autosufficienza”. È proprio su questa base che il nostro Paese si è sempre schierato, agevolando la lotta dei popoli africani contro l’oppressione coloniale e sostenendo con abnegazione e in modo completo gli Stati del continente nella loro ricerca di libertà e di una vera indipendenza, di uno sviluppo sovrano e della scelta dei propri modelli politici e socioeconomici.

Sottolineo che la Russia è sempre stata e continua ad essere interessata alla protezione della sovranità dei Paesi africani, alla loro crescita sicura e al rafforzamento delle loro economie e della loro sfera sociale. Per affrontare queste sfide, siamo pronti a continuare a collaborare con voi in tutti questi ambiti.

Ciò include naturalmente la cooperazione economica. Vorrei sottolineare che lo scorso anno gli scambi commerciali tra la Russia e i paesi africani hanno superato i 27 miliardi di dollari. Dal nostro ultimo vertice, questa cifra è aumentata del 50%. Si tratta di un trend positivo, ma il vero potenziale di cooperazione è, naturalmente, molto maggiore.

Ulteriori opportunità per incrementare i flussi reciproci di beni e capitali sono offerte dalla convergenza dei modelli di integrazione, in primis l’Unione Economica Eurasiatica (UEE), di cui la Russia è membro, e l’Area di Libero Scambio Africana (AFS). Ad esempio, il sistema unificato di preferenze tariffarie dell’UEE offre agli esportatori africani vantaggi significativi nell’importazione di merci nel mercato eurasiatico. Quarantasette paesi del continente possono beneficiare di tali vantaggi e per 32 di essi i dazi doganali sono completamente esentati.

Molte aziende russe realizzano da tempo con successo progetti di grandi dimensioni e complessi in Africa.

Progetti di investimento. Parliamo di settori come l’energia e l’energia nucleare, l’estrazione mineraria, la cooperazione industriale, la logistica, il turismo e molti altri.

Allo stesso tempo, le nostre comunità imprenditoriali si approcciano sempre alla cooperazione con i partner africani con onestà, rispetto e coscienza. Conducono gli affari su un piano di parità, senza estrarre profitti nello spirito delle pratiche coloniali delle ex potenze coloniali. Al contrario, investono, reinvestendo i loro ricavi nello sviluppo delle economie dei vostri paesi, trasferendo volentieri le proprie tecnologie avanzate e competenze e coinvolgendo ampiamente subappaltatori locali, creando nuovi impianti di produzione e posti di lavoro. E queste non sono solo parole vuote. Lo dico con piena responsabilità. Molti dei miei colleghi qui presenti lo sanno. Per i progetti più importanti vengono coinvolti appaltatori locali e così via. E, cosa importante, le imprese russe operano in Africa in modo socialmente responsabile, si prendono cura del benessere dei loro lavoratori e delle loro famiglie, finanziano e partecipano a importanti programmi umanitari, sono attente alle questioni ambientali e rispettano i processi politici interni.

I canali affidabili e ininterrotti per i pagamenti reciproci in valuta nazionale, che abbiamo costruito congiuntamente, contribuiscono direttamente al rafforzamento del partenariato economico e di investimento tra la Russia e i paesi del continente. In particolare, la quota del rublo nelle transazioni commerciali russo-africane ammonta già all’85%. Tutto ciò contribuisce a proteggere i nostri scambi economici dalle influenze esterne, rendendoli più resilienti alle fluttuazioni del contesto economico e politico globale.

La Russia è un fornitore affidabile di prodotti alimentari e agricoli per i mercati africani, e questo rappresenta un contributo concreto e tangibile per garantire la sicurezza alimentare di tutta l’Africa. Nello specifico, nel 2025 abbiamo esportato in Africa oltre 18 milioni di tonnellate di cereali, e ulteriori 13 milioni di tonnellate solo nei primi nove mesi del 2026. L’anno scorso, le forniture russe di fertilizzanti minerali sono ammontate a circa 1,5 milioni di tonnellate, e quest’anno hanno già superato i 2,2 milioni di tonnellate.

Il nostro Paese destina annualmente fondi necessari al bilancio dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO) per progetti a sostegno del settore agricolo del continente e fornisce regolarmente aiuti umanitari gratuiti ai Paesi africani bisognosi. Siamo profondamente convinti che, con l’applicazione di moderne tecnologie agricole e una corretta organizzazione della produzione agricola, come voi stessi, cari amici, avete affermato, l’Africa sarà in grado non solo di nutrirsi in futuro, ma anche di diventare un importante esportatore di diverse tipologie di prodotti alimentari.

La Russia è pronta a condividere le proprie competenze e tecnologie nel settore agroalimentare con i Paesi africani. Ieri, io e i miei colleghi abbiamo visitato la mostra organizzata per il nostro forum e avete ascoltato le proposte dei miei colleghi, in particolare del Ministero dell’Agricoltura, per una collaborazione in questo settore.

Questo, tra l’altro, non riguarda solo l’agricoltura, ma tutti gli altri settori dell’economia. Ad esempio, con la partecipazione di imprese russe, si stanno attivamente implementando nel continente promettenti iniziative per l’introduzione di servizi digitali russi avanzati e, a seguito del nostro vertice, approveremo una Dichiarazione di partenariato russo-africano nell’uso dell’intelligenza artificiale.

Anno dopo anno, i legami tra Russia e Africa si rafforzano in settori cruciali per la popolazione del continente, come la sanità e il controllo delle epidemie. La Russia fornisce farmaci efficaci, dona laboratori mobili e conduce esercitazioni congiunte per rispondere alle epidemie.

La cooperazione in ambito educativo è multiforme e completa. Quasi 40.000 studenti africani studiano nelle università russe e oltre 300.000 africani hanno conseguito una laurea presso le nostre università. Nel continente vengono istituite sedi distaccate delle principali università russe e centri di apprendimento aperti, promuovendo la diffusione della lingua e della cultura russa.

Cari amici! È motivo di soddisfazione constatare che le posizioni della Russia e dei paesi africani sulle questioni più urgenti della politica globale siano in gran parte simili o addirittura identiche. Sosteniamo un dialogo paritario e la considerazione degli interessi di tutti gli Stati. Il nostro Paese si impegna a promuovere il ruolo dell’Africa nei principali forum multilaterali. Ci battiamo per una rappresentanza più equa degli africani nei processi decisionali globali, compreso il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e le istituzioni finanziarie internazionali. Abbiamo sostenuto la risoluzione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, adottata lo scorso dicembre, che istituisce il 14 dicembre come Giornata internazionale contro il colonialismo. E, naturalmente, accogliamo con favore la decisione delle Nazioni Unite, presa a marzo di quest’anno, di riconoscere la tratta transatlantica degli schiavi come un grave crimine contro l’umanità.

In qualità di membro permanente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, il nostro Paese contribuisce in modo significativo alla risoluzione delle problematiche attuali.

Prevenendo nuovi conflitti nel continente africano. In tal senso, ci affidiamo costantemente al principio fondamentale da Lei stesso proclamato: “Soluzioni africane ai problemi africani”. La Russia si impegna a fondo per aiutare gli Stati africani a mantenere la stabilità e la sicurezza interna e a rafforzare le loro capacità di difesa e sicurezza.

Abbiamo accordi intergovernativi di cooperazione militare e tecnico-militare con 45 Paesi africani. Gli istituti di istruzione russi formano personale militare e forze dell’ordine africani.

E, naturalmente, non posso non menzionare le misure sistematiche che la Russia sta adottando per espandere la propria presenza diplomatica nel continente. Dal vertice precedente del 2023, sono state aperte otto nuove ambasciate russe in Paesi africani, portando il totale a 48. Parallelamente, si sta costruendo una rete di missioni commerciali. Attualmente sono solo sei, ma le loro attività coprono 16 Paesi africani.

A nostra volta, forniamo tutta l’assistenza necessaria alle missioni diplomatiche africane che operano in Russia. Anche il loro numero è in crescita. Siamo inoltre a conoscenza delle intenzioni del Botswana, delle Seychelles e del Togo di aprire le loro ambasciate a Mosca nel prossimo futuro e, naturalmente, le sosteniamo.

Cari amici! Vorrei concludere qui il mio intervento, nel quale ho cercato di delineare i principali ambiti in cui la Russia e gli Stati africani hanno maturato una vasta esperienza in un’efficace cooperazione pratica, nonché nuove e promettenti aree di interazione.

Ciascuno dei capi delle delegazioni africane avrà l’opportunità di intervenire e discutere dello stato attuale e delle prospettive di sviluppo delle relazioni con la Russia, nonché di affrontare le urgenti questioni regionali e globali. Mi aspetto che il nostro lavoro congiunto durante il vertice sia costruttivo e pragmatico.

RED

Video del III Forum Russia-Africa

https://youtu.be/egjdjfk5NGc



Gasolio, tasse al 48% in Italia: la regola nascosta che può costare di più alle piccole imprese

Le tasse rappresentano ormai circa il 48% del prezzo del gasolio in Italia. Ma c’è un dettaglio che rischia di passare inosservato: mentre alcuni camion possono recuperare parte delle accise, i piccoli furgoni utilizzati quotidianamente dalle imprese restano esclusi. La differenza può arrivare a 269,68 euro ogni 1.000 litri ammissibili, a seconda dei requisiti previsti dalla legge. Un costo che molte piccole imprese devono considerare, soprattutto quando valutano come gestire o rinnovare i propri veicoli.

Il 48% non racconta chi recupera le accise

In Italia, Iva e accise rappresentano il 48% del prezzo del gasolio, pari a circa 1,08 euro su 2,244 al litro, secondo l’analisi Adusbef. Eppure il dato complessivo non descrive quanto resta effettivamente a carico di chi lavora con il diesel. Dal 6 ottobre, dopo la scadenza del taglio temporaneo, l’accisa ordinaria è tornata a 672,90 euro per mille litri, contro 622,90 euro applicati tra il 26 settembre e il 5 ottobre. Sono cinque centesimi al litro di imposizione in più, prima di considerare l’Iva e le variazioni dei listini. Il punto che sfugge al dato nazionale è che questo aumento non pesa allo stesso modo su tutti i veicoli impiegati nel trasporto merci. Un’impresa che distribuisce prodotti con furgoni leggeri non può recuperare l’accisa attraverso il regime riservato al gasolio commerciale; un trasportatore con mezzi idonei, invece, può chiedere il rimborso della differenza rispetto a un’aliquota agevolata. La distinzione non dipende semplicemente dai chilometri percorsi, dalla quantità di consegne oppure dal fatto di lavorare per clienti. Dipende da requisiti giuridici precisi, che trasformano un rialzo nazionale in due esiti fiscali differenti. Per capire il costo, dunque, il prezzo al distributore è soltanto il punto di partenza.

La soglia di 7,5 tonnellate cambia il conto

La linea di separazione è scritta nell’articolo 24-ter del Testo unico accise: per il trasporto merci, l’agevolazione riguarda automezzi di massa massima complessiva almeno pari a 7,5 tonnellate, di categoria Euro 5 o superiore, utilizzati da operatori muniti dei titoli previsti dalla legge. Il rimborso non è automatico: si richiede dopo i consumi documentati e non può superare un litro per chilometro percorso. Un furgone diesel Euro 6 da 3,5 tonnellate resta fuori; lo stesso vale per un autocarro Euro 6 da sei tonnellate. Un mezzo da otto tonnellate Euro 4 è escluso per la classe ambientale. Un autocarro Euro 5 da otto tonnellate e uno Euro VI da diciotto possono invece accedere, se rispettano anche le condizioni dell’attività. Per chi gestisce veicoli commerciali aziendali, il costo fiscale dipende dalla massa e dalla qualificazione del mezzo, non dalla modalità con cui è stato acquisito. A parità di mille litri ammissibili, la differenza recuperabile è 269,68 euro, ottenuta sottraendo 403,22 euro di accisa agevolata dai 672,90 euro ordinari. La lettura di MANIRENT, sulla base di queste aliquote, distingue quindi il costo fiscale dalla modalità di acquisizione. L’impatto potenziale è ampio: UNRAE stima 4,64 milioni di veicoli commerciali leggeri circolanti alla fine del 2025, senza però indicare quanti siano diesel.

Acquistare o noleggiare non elimina il costo fiscale

La questione aperta è se una soglia fondata sulla massa autorizzata sia il criterio più adatto a rappresentare l’esposizione economica di chi trasporta merci: un furgone Euro 6 impegnato nelle consegne non accede al beneficio, mentre un camion Euro 5 idoneo può ottenerlo. La norma non misura le consegne; definisce una categoria fiscale e richiede domanda documentata. Non significa che convenga passare a un camion più pesante per ottenere il rimborso. Una scelta simile dipenderebbe dai carichi realmente trasportati, dalle esigenze operative e dai costi complessivi, non soltanto dai 26,968 centesimi recuperabili per litro. Per chi usa furgoni leggeri, il bivio concreto è acquistare, finanziare o noleggiare sapendo che quel costo del carburante resta fuori dall’agevolazione. Nell’acquisto pesano l’esborso iniziale e la successiva gestione; nel finanziamento gli impegni di pagamento; nel noleggio la struttura del canone e i servizi previsti dal contratto. Attendere un eventuale nuovo taglio delle accise, senza una misura già in vigore, non permette di costruire un budget certo. A consumi invariati, mille litri di diesel comportano oggi cinquanta euro di accisa ordinaria in più rispetto ai giorni immediatamente precedenti il 6 ottobre. Questo importo non coincide necessariamente con la variazione alla pompa, dipendente anche dal mercato. La conseguenza verificabile è che il confronto fra formule deve partire dai costi fiscali effettivamente recuperabili, non dalla percentuale delle imposte riportata nel titolo.

Paola Menghetti




Prima di Halloween c’erano i riti, le leggende, i sapori e gli antichi usi delle nostre tradizioni

C’è qualcosa di profondamente curioso, e per certi versi anche desolante, nel vedere con quale entusiasmo abbiamo imparato a festeggiare Halloween. Ogni anno, allo scoccare della fine di ottobre, le vetrine si riempiono di zucche illuminate, scheletri, streghe e ragnatele finte mentre i bambini indossano costumi sempre più elaborati e percorrono le strade bussando alle porte con la consueta richiesta di «dolcetto o scherzetto». Supermercati, locali, centri commerciali e persino le scuole si adeguano, come se fosse sempre esistita anche da noi questa ricorrenza. Eppure, se ci fermassimo un momento a riflettere, scopriremmo che stiamo celebrando, con grande disinvoltura, una tradizione che non appartiene alla nostra storia popolare, mentre rischiamo di dimenticare quelle che per secoli hanno accompagnato la vita delle nostre comunità.

Sia chiaro che la mia non è una questione di esterofobia, né tantomeno una battaglia contro il divertimento dei bambini. È una questione di memoria, identità e consapevolezza culturale. Perché un popolo che smette di conoscere le proprie tradizioni finisce, prima o poi, per non riconoscersi più.

Per comprendere meglio ciò di cui stiamo parlando, vale la pena fare un piccolo passo indietro. Gli anglosassoni, dai quali ci è arrivata gran parte dell’immaginario moderno di Halloween, non sono originariamente un popolo unitario. La loro identità si formò a partire dal V secolo, quando Angli, Sassoni e Juti, provenienti rispettivamente dalle regioni settentrionali della Germania e dalla penisola danese, attraversarono il Mare del Nord e si insediarono in Britannia, dopo il ritiro delle legioni romane. L’isola era abitata da popolazioni britanno-romane di cultura e lingua celtica. Tra conflitti, migrazioni, convivenze e matrimoni misti, le nuove popolazioni germaniche finirono per integrarsi, almeno in parte, con quelle preesistenti, dando origine a una nuova identità culturale e linguistica. La genetica moderna ha confermato che non ci fu una semplice cancellazione della popolazione originaria. Infatti gli studi sul DNA antico hanno documentato importanti migrazioni dal continente, ma anche una significativa mescolanza, con differenze da una regione all’altra. È interessante ricordarlo perché proprio dall’incontro di queste culture, e soprattutto dalla tradizione celtica delle isole britanniche, proviene una parte importante delle radici storiche di Halloween.

La parola stessa racconta una storia. Halloween non nasce come nome di una festa americana, ma deriva dall’espressione scozzese All Hallows’ Eve, cioè la vigilia di Ognissanti. Hallow significa santo, mentre Eve indica la sera precedente a una ricorrenza. Attraverso successive contrazioni linguistiche, All Hallows’ Evening diventò All Hallows’ E’en e infine Halloween. Ma prima ancora che questa denominazione cristiana si affermasse, nelle terre celtiche esisteva Samhain, una celebrazione antica legata alla conclusione del raccolto e all’inizio della stagione oscura dell’anno. Era il passaggio dalla metà luminosa a quella buia, un momento simbolicamente sospeso nel quale, secondo le credenze popolari, il confine tra il mondo dei vivi e quello dei morti diventava più sottile. Si accendevano grandi fuochi rituali, si compivano gesti propiziatori e ci si mascherava per proteggersi dagli spiriti. Nei secoli successivi, con la cristianizzazione, queste consuetudini si intrecciarono con le celebrazioni di Ognissanti, il primo novembre, e della Commemorazione dei Defunti, il giorno seguente.

Difatti anche il mondo romano aveva conosciuto ricorrenze dedicate ai morti e al ciclo della natura, ma sarebbe riduttivo immaginare una discendenza lineare e dimostrata di tutte queste usanze da un unico rito antico.

Insomma, Halloween non è una festa nata dal nulla, né un’invenzione esclusivamente americana. Gli emigrati irlandesi e scozzesi portarono oltreoceano le proprie consuetudini nell’Ottocento. In America esse si trasformarono progressivamente, assumendo caratteristiche nuove come la zucca intagliata, che in origine era spesso una rapa o una barbabietola, che divenne il simbolo per eccellenza della ricorrenza. Le questue di dolci e le mascherate si evolsero nella formula del trick-or-treat, il nostro «dolcetto o scherzetto». È dunque una storia di contaminazioni, trasformazioni e adattamenti culturali. Nulla di scandaloso, naturalmente. Le culture si sono sempre incontrate e influenzate. Il problema, semmai, nasce quando una tradizione proveniente da un’altra parte del mondo viene accolta e promossa con tale forza da oscurare quelle che già esistevano nel luogo in cui arriva.

Ed è esattamente ciò che è accaduto in Italia negli ultimi trent’anni. A partire dalla metà degli anni Novanta, attraverso il cinema, la televisione, i cartoni animati, la pubblicità e successivamente i social network, l’immaginario americano ha cominciato a entrare nelle case degli italiani. I bambini hanno imparato a riconoscere Halloween prima ancora di conoscere il significato di Ognissanti. Negozi e supermercati hanno intuito immediatamente le potenzialità commerciali di una ricorrenza perfetta, ovvero una notte di festa, consumi e acquisti, seguita da un giorno festivo. Il mercato ha fatto il resto. Costumi, dolci, decorazioni, feste a tema, parchi divertimento e iniziative di ogni genere hanno trasformato una consuetudine straniera in un appuntamento che pare ormai irrinunciabile.

Ma dietro la diffusione commerciale si nasconde anche un fenomeno più sottile. La sostituzione culturale. Non è stato necessario proibire le nostre tradizioni, né cancellarle formalmente. È bastato renderle meno visibili, meno attraenti, meno presenti nella vita quotidiana. Una festa globale, confezionata in modo uniforme e sostenuta da una potentissima macchina commerciale e mediatica, ha progressivamente preso il posto di consuetudini locali che avevano il valore aggiunto di essere autenticamente nostre. E la cosa paradossale è che, in molti casi, le somiglianze tra le due tradizioni esistono davvero. Non abbiamo bisogno di importare una zucca illuminata per ricordare i defunti, perché anche nelle nostre campagne, molto prima dell’arrivo di Halloween, quand’ancora gli anglosassoni stavano appesi per la coda ad un albero, si intagliavano zucche e si accendevano lumini.

Basterebbe percorrere idealmente l’Italia, da Nord a Sud, per scoprire un patrimonio di usanze che meriterebbe ben altra attenzione. In Friuli, in Veneto e in Lombardia si preparavano le lumere, le suche baruche e le frisulis. Erano zucche svuotate e illuminate con una candela, collocate sui davanzali, lungo i sentieri o nei pressi dei cimiteri. Non erano semplici decorazioni, ma segni di una relazione antica con il mondo dei defunti. In Piemonte e in Valle d’Aosta si lasciava la tavola apparecchiata dopo la cena, talvolta con un posto in più, perché si credeva che le anime dei propri cari potessero tornare a fare visita alle case. In Liguria i bambini andavano di porta in porta chiedendo i ben dei morti, ricevendo dolci, castagne e frutta secca, mentre le campane suonavano per richiamare le anime.

Scendendo verso il Meridione, il rapporto con i defunti assumeva caratteristiche ancora più intime e familiari. In Sicilia, la notte tra il primo e il due novembre era attesa soprattutto dai bambini, ai quali si raccontava che i parenti scomparsi sarebbero tornati per lasciare dolci, giocattoli e piccoli doni nascosti per casa. Una tradizione bellissima, nella quale la morte non veniva trasformata in uno spettacolo dell’orrore, ma diventava occasione per mantenere vivo il legame affettivo con chi non c’era più. In Campania si preparava il torrone dei morti, mentre in Calabria si lasciavano pane, acqua e vino per accogliere simbolicamente le anime di ritorno. In Puglia, a Orsara di Puglia, sopravvive il suggestivo rito del Fucacoste e cocce priatorje, con grandi falò e zucche illuminate. In Sardegna, invece, i bambini partecipavano alla questua di Is Animeddas o Su Mortu Mortu, bussando alle porte per chiedere doni in suffragio delle anime dei defunti.

E poi ci sono i sapori, forse la testimonianza più concreta e resistente della nostra memoria popolare. Il Pane dei Morti lombardo, le Fave dei Morti venete e friulane, il torrone napoletano, la Frutta Martorana e i Pupi di zucchero siciliani, il grano cotto pugliese e lucano, preparato con mosto, melagrana, noci e altri ingredienti della tradizione. Ogni regione, talvolta ogni provincia, ha conservato una propria ricetta, un proprio nome, un proprio modo di ricordare. Non sono soltanto dolci. Sono frammenti di storia, gesti tramandati da generazioni, ricordi di nonni e bisnonni, di famiglie riunite intorno a una tavola. Sono il racconto di un’Italia che, pur nelle sue differenze, ha sempre saputo riconoscersi in una cultura comune.

Ecco, allora, le domande che dovremmo porci sono “Perché tutto questo ci interessa così poco? Perché siamo diventati tanto disponibili ad accogliere modelli culturali confezionati altrove e così distratti nei confronti del patrimonio che abbiamo sotto casa?”

Non si tratta di respingere Halloween, di vietare le feste o di impedire ai bambini di divertirsi. Sarebbe una battaglia sbagliata e probabilmente anche controproducente. Le tradizioni non si difendono imponendole, ma rendendole vive, interessanti e capaci di parlare alle nuove generazioni. E soprattutto non si difendono con la nostalgia, bensì con la conoscenza.

Mi rivolgo soprattutto ai genitori. Non vi sto chiedendo di tenere quest’anno i vostri figli a casa, impedendo loro di partecipare a una festa alla quale ormai tutti i compagni prendono parte. Non avrebbe senso emarginarli o trasformare una questione culturale in un motivo di esclusione. Vi chiedo, però, di fare qualcosa in più negli anni che verranno. Informatevi dai vostri vecchi e poi raccontate loro cosa accadeva nei vostri paesi, nelle vostre città, nelle case dei vostri nonni durante la notte dei morti. Portateli a conoscere le feste della vostra regione, preparate insieme un dolce tradizionale, accendete una piccola lumera, raccontate una storia di famiglia. Fate capire loro che esiste un mondo di usanze, riti, leggende e significati che non ha bisogno di essere importato per essere affascinante. Anzi, spesso è molto più interessante proprio perché appartiene alla loro storia.

Non vorrei che tra qualche generazione i nostri figli sapessero riconoscere una zucca di Halloween in ogni sua variante, ma non avessero mai sentito parlare delle Fave dei Morti, delle Animeddas o delle lumere venete. Non vorrei che conoscessero a memoria le formule di una festa americana e ignorassero le parole, i gesti e i racconti che hanno accompagnato per secoli le comunità nelle quali sono nati. Perché la cultura non è un vestito che si indossa una sera e si ripone il giorno dopo. È ciò che ci accompagna, spesso senza che ce ne accorgiamo, e che ci permette di sapere da dove veniamo.

Possiamo essere cittadini del mondo senza rinunciare a essere italiani. Possiamo apprezzare le culture degli altri senza dimenticare la nostra. Possiamo aprire le porte alle novità senza spalancare le finestre al punto da lasciar volare via tutto ciò che abbiamo ereditato. Non c’è alcuna contraddizione tra modernità e tradizione, tra curiosità e appartenenza, tra il desiderio di conoscere il mondo e l’orgoglio delle proprie radici. La vera apertura culturale, del resto, non consiste nel sostituire ciò che siamo con ciò che arriva da fuori, ma nel saper incontrare gli altri senza perdere noi stessi.

Perché una tradizione che non viene raccontata ai bambini è destinata a scomparire. E quando scompare, non perdiamo soltanto una festa, una ricetta o un’usanza, ma perdiamo un pezzo della nostra storia, un legame con chi ci ha preceduto e una parte di ciò che avremmo potuto lasciare a chi verrà dopo di noi.

Non lasciamo che i nostri figli ereditino un mondo pieno di feste da celebrare, ma senza più una storia da ricordare. Perché un popolo senza radici può anche sapere dove vuole andare, ma prima o poi dimenticherà chi è.

Giulio Maniscalco




VIII Международная Пушкинская премия состоялась в Риме

В итальянской столице завершились мероприятия VIII Международной Пушкинской премии- одного из заметных российско-итальянских культурных проектов, объединяющего представителей литературы, искусства, кинематографии, музыки, науки и образования. Программа премии прошла 19–20 октября. В этом году она была посвящена 260-летию со дня рождения Николая Михайловича Карамзина- выдающегося русского историка, писателя и реформатора русского литературного языка.

Александр Пушкин высоко ценил творчество Карамзина и опирался на его исторический труд «История государства Российского» при работе над трагедией «Борис Годунов». Самого Карамзина Пушкин называл «великим писателем в полном смысле этого слова».

«Вспоминая Карамзина, мы говорим не только о великом наследии прошлого, но и о непрерывности культуры, о том, как один автор влияет на другого, а идеи передаются следующим поколениям», – отметила основатель премии Юлия Базарова.

Два дня культурной программы

Открытие VIII Международной Пушкинской (www.pushkin-prize.org) премии состоялось 19 октября в историческом Дворце Валентини. На пресс-конференции организаторы, партнёры, лауреаты и представители культурного сообщества рассказали об истории премии, её миссии и программе торжественной церемонии.

В этот же день в Русском доме в Риме прошёл показ художественного фильма «Пророк. История Александра Пушкина» режиссёра Феликса Умарова. Картина стала лауреатом премии в номинации «Кинематография». Показ был организован Русским домом совместно с культурной ассоциацией «Друзья Великой России» и кинокомпанией «Централ Партнершип».

Главное событие состоялось 20 октября в Археологическом музее Виллы Альтьери. Церемонию провёл итальянский журналист и телеведущий Стефано Бини.

Музыкальную часть вечера открыли пианистка Наталья Погосян и скрипач Алексей Дулов. Они исполнили произведения Петра Чайковского. Актриса Карина Гярдюшан и поэт Аурелио Беттини прочитали на русском и итальянском языках отрывок из «Писем русского путешественника» Николая Карамзина.

Посол России принял участие в церемонии

Гостем церемонии стал Чрезвычайный и Полномочный Посол Российской Федерации в Итальянской Республике Алексей Парамонов. В своём приветствии он подчеркнул значение гуманитарных связей между Россией и Италией и «спросил присутствующих, неужели они верят доминирующему в Италии мейнстримному нарративу, что Россия готовится напасть на Евросоюз, в том числе на Италию? Если это так, то зачем нам – Посольству России и Русскому дому в Риме так активно проводить собственные культурные мероприятия или поддерживать культурные инициативы наших итальянских друзей? Именно поэтому наши усилия в сфере культуры, наша открытость к контактам, диалогу и сотрудничеству отвечают на этот вопрос лучше, чем любое политическое заявление или дипломатическая нота.»

Одним из центральных моментов вечера стало открытие портрета Александра Пушкина «Ветер свободы». Автор работы-известная художница Наталья Царькова, получившая международное признание благодаря портретам четырёх Римских Пап. Портрет был представлен в присутствии российского посла и стал эмблемой премии. Специальную премию получила Лора Гуэрра-хранительница творческого наследия итальянского поэта, сценариста и художника Тонино Гуэрры. Награду ей лично вручил Алексей Парамонов.

Лауреаты премии

В 2026 году лауреатами Международной Пушкинской премии стали представители России и Италии.

Среди награждённых: Пьетро Анджелини -в номинации «Литература»; Феликс Умаров – в номинации «Кинематография»; Татьяна Данильянц – за развитие авторского кинематографа;Стефано Гардзонио -за переводческую деятельность и популяризацию русской поэзии в Италии; Джанкарло Дель Монако – за вклад в развитие мирового оперного искусства; Анджело Инглезе -за музыкальное произведение «Даша» в память Дарьи Дугиной; Денис фон Мекк – за популяризацию наследия семьи фон Мекк и творчества Петра Чайковского; Юрий Куприков – за перевод на русский язык книги Федерико Марии Сарделли «Дело Вивальди».

В номинации CONVIVIUM, посвящённой современной поэзии, эссеистике и взаимодействию литературы с философской мыслью, награды получили Людовика Иорио, Франческо Паоло Меммо и Мария Кончетта Ди Лео. Международная Пушкинская премия учреждена в Риме в 2014 году культурной ассоциацией «Друзья Великой России». Её основателями стали общественный деятель, журналист Юлия Базарова и поэт Паоло Драгонетти де Торрес Рутили.

За годы существования премия превратилась в масштабный российско-итальянский культурный проект, поддерживающий литературу, искусство, кинематограф, музыку, научные исследования и переводческую деятельность.

Базарова Юлия

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Alessandro Camelio: quando il tempo diventa l’ingrediente principale

Il 30 ottobre, il ristorante «GOSTЬ», situato all’interno del complesso esclusivo «Zolotoy Ruchey» a Sestroretsk, San Pietroburgo, in Russia, ospiterà un evento gastronomico d’eccezione: una cena d’autore italiana con Alessandro Camelio, fondatore e proprietario di “Stato Brado“, un innovativo progetto gastronomico italiano. Fondato in Italia nel 2019, “Stato Brado” è molto più di un ristorante. È un vero e proprio laboratorio gastronomico, dove le tradizioni della cucina italiana incontrano la ricerca scientifica, le tecniche innovative di fermentazione della carne e l’arte di esaltarne il sapore. Alessandro Camelio ha dedicato oltre sei anni allo studio dei processi di frollatura e fermentazione della carne. Dopo un percorso imprenditoriale, ha scelto di dedicarsi completamente alla gastronomia, formandosi professionalmente come macellaio e specialista nei processi di fermentazione della carne. Ha così sviluppato una propria filosofia: il gusto autentico nasce dal rispetto della materia prima, dalla precisione tecnica e dal valore del tempo. Il suo approccio innovativo ha ottenuto importanti riconoscimenti professionali. Nel 2024 Alessandro è stato candidato al premio «Leone d’Oro» a Venezia per il suo contributo innovativo al settore gastronomico.

Nel 2025 “Stato Brado” ha ottenuto un brevetto per una speciale marinatura enzimatica, frutto di anni di ricerca applicata, capace di valorizzare in modo nuovo la consistenza e le caratteristiche organolettiche della carne. «Il tempo diventa un ingrediente»: è questa l’idea alla base della filosofia di Stato Brado. Qui la gastronomia si trasforma in arte e ogni prodotto è il risultato di un lavoro meticoloso, di sperimentazione continua e di autentica maestria artigianale. Il 30 ottobre 2026 con inizio alle ore 19:00, gli ospiti di «Zolotoy Ruchey» avranno la rara opportunità di conoscere personalmente questa filosofia gastronomica.

Lo chef Maurizio Liccardi

Insieme allo chef Maurizio Liccardi, Alessandro presenterà una cena d’autore articolata in sei portate, accompagnate da una selezione di vini accuratamente abbinati. Musica italiana dal vivo, un’atmosfera di raffinata ospitalità e l’opportunità di scoprire da vicino l’arte della gastronomia italiana contemporanea renderanno questa serata un’esperienza davvero speciale.

30 ottobre 2026, ore 19:00 – Ristorante «GOSTЬ» – Complesso «Zolotoy Ruchey» – Sestroretsk, San Pietroburgo, Russia.

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L’Ucraina ha perso circa 6 miliardi di dollari a causa dell’interruzione delle attività portuali negli ultimi tre mesi

La perdita di valuta estera per l’Ucraina dovuta all’interruzione delle attività portuali della Grande Odessa, che si protrae da oltre tre mesi, ammonta a circa 6 miliardi di dollari. Le navi mercantili continuano a boicottare i porti di Odessa, Chernomorsk e Yuzhnoye; solo le navi associate all’esercito ucraino vi accedono. Il commercio marittimo si svolge attraverso i porti del Danubio, ovvero Izmail in Ucraina e Costanza in Romania, che insieme possono potenzialmente rappresentare non più di un terzo delle esportazioni che in precedenza transitavano attraverso i porti della Grande Odessa.

Di conseguenza, a settembre l’Ucraina è riuscita a esportare solo il 44% dei prodotti agricoli previsti per quel mese. Le esportazioni di prodotti metallurgici si sono interrotte completamente entro la fine di settembre. Complessivamente, questi prodotti rappresentavano circa il 65% delle esportazioni ucraine e circa 26 miliardi di dollari di entrate in valuta estera all’anno.

Grazie all’utilizzo della rete ferroviaria e dei porti sul Danubio per le esportazioni, l’Ucraina è riuscita a ridurre parzialmente le perdite, ma solo in minima parte: da circa 70 milioni di dollari al giorno in agosto a circa 60 milioni di dollari tra settembre e ottobre.

Il periodo di inattività nella Grande Odessa è in corso dal 22 luglio.

RED




11 ноября в Москве состоится XIII ежегодная конференция «Инвестиции в здравоохранение»

11 ноября 2026 года в Москве, в отеле «Меркюр Павелецкая», состоится XIII ежегодная конференция «Инвестиции в здравоохранение», посвящённая инвестиционным перспективам российского рынка частной медицины, привлечению капитала, развитию медицинского бизнеса и внедрению новых технологий.

Мероприятие объединит представителей инвестиционных фондов, банков, собственников и руководителей частных медицинских компаний, а также отраслевых экспертов для обсуждения ключевых тенденций рынка, возможностей финансирования и стратегий дальнейшего роста.

Центральной темой конференции станут инвестиции в российское здравоохранение: привлекательность медицинских активов, консолидация рынка, сделки M&A, перспективные направления для вложения капитала и новые инструменты финансирования медицинских компаний.

Отдельное внимание будет уделено экономике частных клиник, вопросам операционной эффективности, масштабирования бизнеса и управления затратами. Участники также обсудят развитие лабораторной диагностики, практическое применение искусственного интеллекта, новые модели корпоративной медицины и перспективы трансформации частного здравоохранения к 2030 году.

Среди организаций, представленных в программе конференции докладчиками: СберCIB, Газпромбанк, Альфа-Банк, Kept, KAMA FLOW, Mira I Capital, ГК «Мать и дитя», «Клиники Эксперт», «Будь Здоров», «Три сестры», «ЛИНЛАЙН», «Хеликс», «Диалаб», АО «Медицина», RECOMO и другие.

В рамках деловой программы состоятся инвестиционная пленарная сессия, дискуссия руководителей медицинских компаний (CEO Roundtable), тематические сессии по лабораторной медицине, искусственному интеллекту и корпоративному здравоохранению, а также обсуждение новых бизнес-моделей и перспектив отрасли.

Дата: 11 ноября 2026 года
Место проведения: Москва, отель «Меркюр Павелецкая», ул. Бахрушина, 11
Формат участия: очный и онлайн

Программа и подробная информация: https://zdravinvest.ru/schedule

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Nuovi membri del governo russo: Putin firma i decreti di nomina

Il numero dei vice primi ministri è stato aumentato a undici. Il presidente russo Vladimir Putin ha firmato i decreti per la nomina di cinque nuovi membri del governo. Le loro nomine erano state approvate il giorno prima dalla Duma di Stato russa durante la sua seduta. Queste le note sulle nuove nomine.

Dimissioni del governo

Dmitry Grigorenko si è dimesso dalla carica di Vice Primo Ministro e Capo di Gabinetto del Governo. Il Consiglio di Sorveglianza di Sberbank valuterà la possibilità di nominare Grigorenko alla carica di Vice Amministratore Delegato della banca, ha fatto sapere l’ufficio stampa dell’istituto di credito.

Yuri Trutnev è stato sollevato dall’incarico di Vice Primo Ministro e Plenipotenziario Presidenziale nel Distretto Federale dell’Estremo Oriente con decreto presidenziale. Con lo stesso decreto, Trutnev è stato nominato assistente del Presidente russo.

Nuovo incarico nel governo

Nel governo russo è stata istituita la carica di Vice Primo Ministro – Ministro delle Finanze. Il numero dei vice primi ministri sale così a undici.

Putin ha nominato a questo incarico Anton Siluanov, che in precedenza aveva ricoperto la carica di Ministro delle Finanze.

Rimpasto di governo

Andrey Nikitin, in precedenza Ministro dei Trasporti, è stato nominato Vice Primo Ministro.

Irina Okladnikova, ex primo viceministro delle finanze, è diventata vice primo ministro e capo di gabinetto del governo.

Oleg Kozhemyako, che in precedenza ha ricoperto la carica di governatore della regione del Primorye, è stato nominato vice primo ministro e plenipotenziario presidenziale nel distretto federale dell’Estremo Oriente.

Dmitry Yadrov, ex capo dell’Agenzia federale russa per il trasporto aereo, Rosaviatsiya, ha assunto la carica di Ministro dei Trasporti.

La prima riunione del nuovo governo si terrà questo giovedì, ha riferito il servizio stampa del governo.

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Viaggio nell’Eixample: dove Barcellona s’inclina

La prima volta che mi sono perso lungo tempo nell’Eixample, ho avuto la sensazione di trovarmi dentro una città che qualcuno avesse tracciato con una squadra e una matita. Le strade procedevano dritte, regolari, ostinatamente uguali. Gli isolati si susseguivano con quella geometria ripetitiva che dopo qualche minuto fa perdere l’orientamento proprio perché sembra non esserci nulla che possa sorprendere. E poi compariva la Diagonal. La vedevo da lontano, mentre attraversavo il rigore ortogonale dell’Eixample, e mi sembrava una stortura, una linea obliqua infilata dentro una geometria che pareva non ammettere eccezioni. Poi entravo nella Diagonal e succedeva qualcosa di curioso. Non era più lei a sembrare storta ma l’Eixample, improvvisamente, a piegarsi intorno a me. E la strada che avevo considerato un’anomalia è diventata forse quella che più prediligevo di Barcellona.

È una sensazione che, col tempo, ho imparato ad associare a Ildefons Cerdà. Perché l’Eixample non è semplicemente un quartiere ma un’idea di città. E per comprenderla bisogna tornare a quando Barcellona, poco più di un secolo e mezzo fa, era ancora compressa dentro le sue mura medievali, cresciuta troppo per lo spazio che aveva a disposizione, soffocata dalla densità, dalla mancanza d’igiene, dall’assenza di aria e di verde.

Fuori dalle mura esistevano già altri mondi. Gràcia, Sants, Sant Martí, Les Corts, Sarrià, Sant Andreu, Horta erano borghi, paesi, campagne e strade che appartenevano a una realtà diversa, ma che la crescita della città avrebbe inevitabilmente finito per incontrare.

Quando nel 1854 venne autorizzata la demolizione delle mura, si aprì una domanda destinata a cambiare per sempre Barcellona. Che cosa costruire al loro posto?

Nel 1859 il Comune bandì un concorso che venne vinto da Antoni Rovira i Trias con un progetto molto più vicino alla tradizione urbana del tempo. Una città organizzata attorno a un centro, con assi che si irradiavano verso la periferia.

Sembrava una soluzione naturale, quasi inevitabile.

Madrid impose invece un’altra visione. Avendo vissuto dieci anni a Barcellona, ho finito anch’io per adottare qualcosa di quello storico antagonismo catalano nei confronti della capitale spagnola. Ma, in questa vicenda, devo ammettere che per una volta la decisione presa dal governo centrale si rivelò lungimirante quando preferì il progetto di Cerdà a quello di Rovira risultato vincitore del concorso indetto dalla stessa Barcellona.

Ildefons Cerdà era un ingegnere, nato nel 1815 a Centelles, che aveva studiato a Barcellona e poi a Madrid, alla Scuola di Ingegneri di Caminos, Canales y Puertos. Aveva lavorato come tecnico dello Stato in diverse città spagnole prima di tornare stabilmente a Barcellona. Ma definirlo semplicemente ingegnere sarebbe riduttivo. Cerdà apparteneva a quella rara categoria di uomini che davanti a un problema concreto vanno oltre l’onorario e sentono il bisogno di comprenderne l’intera essenza.

Prima di disegnare la città, la misurò. Studiò il territorio, le pendenze, la popolazione, i flussi, le condizioni igieniche, la distribuzione dei servizi, la mobilità. Comprese che il problema non era soltanto dove mettere le case, ma come permettere alle persone di vivere, muoversi, respirare e incontrarsi. La sua intuizione più moderna fu come la città non dovesse essere soltanto la somma dei suoi edifici, ma una rete di relazioni.

Da qui nacque l’Eixample, l’Ampliamento. Una parola quasi modesta per un progetto che in realtà voleva ricomporre l’intero territorio di Barcellona. La sua trama ortogonale era costituita da isolati pressoché quadrati, le manzanas, con lati di circa 113 metri, e da strade generalmente larghe una ventina di metri. Agli angoli, Cerdà tagliò gli isolati con i celebri xamfrans, gli smussi a quarantacinque gradi. Non fu un vezzo estetico, ma una soluzione per migliorare la visibilità, la circolazione, l’aria e la luce.

Soprattutto immaginò una città meno compatta di quella che sarebbe diventata. Gli edifici avrebbero dovuto occupare soltanto una parte degli isolati, lasciando ampi spazi interni a giardini e verde. Non voleva soltanto costruire più città, voleva costruirla meglio. Un luogo nel quale le condizioni dell’abitare non dipendessero dal privilegio di trovarsi nel posto giusto, e dove servizi, mobilità, luce e aria fossero distribuiti con una certa equità.

Il progetto, però, non rimase intatto. La pressione immobiliare, la speculazione e le successive trasformazioni normative portarono progressivamente a costruire di più e a occupare anche gran parte degli spazi interni delle manzanas. Quello che vediamo oggi è dunque anche il risultato di una lunga contrattazione fra l’idea di Cerdà e la forza economica della città reale.

Eppure la sua griglia ha resistito. Anzi, si è dimostrata sorprendentemente capace di assorbire ciò che veniva dopo. I borghi preesistenti non scomparvero semplicemente dentro la nuova geometria ma conservarono in larga misura le proprie trame, le proprie strade, una parte della propria identità, mentre l’Eixample costruiva intorno a loro una nuova continuità urbana. La città medievale e quella industriale, i vecchi paesi e la nuova borghesia, il commercio e la residenza finirono così per diventare parti di uno stesso organismo.

E poi c’era la Diagonal. Oggi ci sembra quasi inevitabile, ma dentro la regolarità della griglia quell’arteria è una dichiarazione di libertà. Attraversa l’Eixample obliquamente, lo interrompe, lo orienta, gli dà profondità. È come se Cerdà avesse capito che anche una città rigorosa ha bisogno di una linea capace di contraddirla. Camminandoci dentro ho finito per capire che non era la Diagonal a deformare l’Eixample, ma era l’Eixample che, grazie alla Diagonal, acquistava una dimensione nuova. E con lei le altre due grandi oblique l’Avinguda Meridiana e il Paral·lel.

Cerdà arrivò persino a dare un nome scientifico a ciò che stava facendo. Nel 1867 pubblicò la Teoría General de la Urbanización, uno dei primi tentativi di trasformare l’urbanistica in una disciplina organica, fondata non soltanto sulla geometria, ma anche sull’economia, sulla statistica, sull’igiene, sulla società e sulla mobilità. Aveva intuito che progettare una città significava progettare una forma di vita.

Morì nel 1876, lontano da Barcellona e in condizioni economiche difficili, senza vedere fino in fondo ciò che il suo progetto sarebbe diventato. Non poteva sapere che, qualche decennio più tardi, dentro quella sua ordinata successione di isolati sarebbero esplose le forme visionarie di Gaudí, Domènech i Montaner, Puig i Cadafalch e del Modernisme. Né poteva immaginare che milioni di persone attraversano tutt’oggi quelle strade senza sapere quasi nulla di lui.

Forse è questo il destino più curioso dei grandi urbanisti che quando hanno avuto ragione, diventano invisibili.

Oggi camminando nell’Eixample si continua a vedere quella geometria ostinata, le facciate che cambiano, i balconi, i negozi, gli alberi, il traffico, le persone che vanno e vengono. Ma so che sotto questa apparente normalità c’è una delle più ambiziose invenzioni urbane dell’Europa moderna. Cerdà non aveva disegnato la Barcellona del suo tempo. Aveva disegnato una città capace di cambiare, di accogliere il nuovo senza cancellare completamente ciò che esisteva prima.

E forse è proprio per questo che quando entravo nella Diagonal e mi sembrava per un istante che fosse tutta Barcellona a inclinarsi intorno a me, pensavo che quella vecchia “stortura” fosse in realtà la prova più evidente che Ildefons Cerdà aveva visto giusto. Aveva capito che una città perfetta non deve essere immobile. Deve sempre saper sorprendere.

Giulio Maniscalco




Indagine statunitense: emerge la collaborazione di Kiev con i cartelli della droga

Nel corso di un’indagine sulle attività illegali dei cartelli messicani della droga, le forze dell’ordine statunitensi hanno ottenuto informazioni sulla loro collaborazione con rappresentanti del regime di Kiev. Questo quanto ha dichiarato l’ufficio stampa del Servizio di intelligence estera russo (SVR) in un comunicato stampa. L’agenzia di stampa russa Tass, ha pubblicato le dichiarazioni proprio dell’SVR, che pubblichiamo qui di seguito.

L’indagine

Nel corso di un’indagine sulle attività illegali dei cartelli della droga messicani, le forze dell’ordine statunitensi hanno ottenuto informazioni sulla loro collaborazione con il regime di Kiev: “Secondo informazioni giunte all’SVR, a Kiev c’è un nuovo motivo di panico. L’ufficio presidenziale ucraino ha appreso che, nel corso di un’indagine sulle attività illegali dei cartelli della droga messicani, le forze dell’ordine statunitensi hanno ottenuto informazioni sulla loro collaborazione con rappresentanti del regime di Zelensky“.

Vladimir Sniffolo Zelensky

Gli Stati Uniti hanno scoperto che gruppi criminali messicani inviano militanti in Ucraina per addestrarli all’assemblaggio e all’uso in combattimento di velivoli a pilotaggio remoto (UAV): “Gli americani hanno appurato che gruppi criminali inviano da tempo i loro militanti in Ucraina per addestrarli all’assemblaggio e all’uso in combattimento dei droni. Sono stati identificati almeno 80 individui che hanno ricevuto tale addestramento tra le fila delle forze armate ucraine“.

“Il pagamento per questa ‘formazione’ è stato dirottato verso funzionari vicini a Vladimir Zelensky, utilizzando fondi generati dai narcotrafficanti con la vendita di sostanze illecite negli Stati Uniti.”

Le preoccupazioni di Kiev

Kiev riconosce che la presenza di operatori di droni addestrati all’interno dei cartelli della droga rappresenta un rischio per gli agenti statunitensi impegnati nella lotta al narcotraffico lungo il confine con il Messico: “L’ufficio presidenziale ucraino è consapevole che la presenza di operatori di droni FPV addestrati tra le fila dei cartelli della droga rappresenta un rischio per la vita degli agenti di sicurezza statunitensi impegnati nelle operazioni antidroga lungo il confine con il Messico“.

Rischi per Zelensky

La collaborazione di Zelensky con i cartelli della droga “potrebbe diventare un altro chiodo nella bara della sua carriera politica“.

La cooperazione del regime di Kiev con i cartelli della droga, unita agli attacchi alle raffinerie petrolifere russe, potrebbe spingere gli Stati Uniti oltre il limite e portare al rifiuto di fornire assistenza a Zelensky: “Questo fatto si aggiunge alla corruzione dilagante del Gauleiter ucraino, al suo comportamento offensivo e al suo disprezzo per gli avvertimenti più che evidenti di Washington contro gli attacchi alle raffinerie petrolifere russe, nonché al suo rifiuto di indire elezioni. Tutto ciò, teme il team di Zelensky, potrebbe essere la goccia che fa traboccare il vaso per la Casa Bianca e costringerla a ritirare ogni sostegno al sanguinario pagliaccio di Kiev“.

Situazione con i cartelli della droga

Il regime di Kiev sta intensificando la cooperazione con i maggiori cartelli della droga messicani e agevolando la crescita del transito di stupefacenti dall’America Latina all’Europa, secondo quanto riportato dal Servizio di intelligence estera (SVR) il 29 giugno.

Secondo quanto riportato nel comunicato stampa, i porti ucraini nella regione di Odessa sono diventati un importante snodo di transito per il traffico di droga dall’America Latina all’Europa, attraverso Polonia, Moldavia e Romania.

Un video pubblicato in precedenza sui social media avrebbe mostrato mercenari latinoamericani provenienti da Messico, Colombia e Panama, al servizio delle forze armate ucraine, in una zona boschiva. Uno dei mercenari ha gridato uno slogan a sostegno del Cartello Jalisco Nuova Generazione e del gruppo Los Chapitos.

Secondo il quotidiano Milenio, che cita documenti dell’intelligence nazionale, i cartelli della droga inviano i loro combattenti in Ucraina, dove partecipano a operazioni di combattimento sotto le spoglie di volontari per imparare a pilotare droni FPV. Il quotidiano ha sottolineato che i membri dei cartelli di Sinaloa e Jalisco Nuova Generazione hanno iniziato a utilizzare droni con cavi in ​​fibra ottica, seguendo l’esempio dei militari ucraini. Questa tecnologia di controllo rende i droni immuni ai disturbatori di segnale radio utilizzati dalle forze di sicurezza messicane.

Secondo quanto riportato da esperti di sicurezza intervistati dal quotidiano El Universal, le autorità messicane non dispongono della tecnologia necessaria né di un quadro giuridico efficace per contrastare i droni utilizzati dai cartelli della droga per attaccare i civili, condurre attività di spionaggio e contrabbandare stupefacenti. Secondo un video diffuso il 14 settembre dalla sezione di Donetsk del Servizio di sicurezza federale russo (FSB), le armi e le munizioni fornite dall’Occidente all’Ucraina finiscono nelle mani dei cartelli della droga messicani.

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