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Pubblicato il ottobre 19th, 2017 | Da Redazione

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NUOVE FRONTIERE PER L’UNIONE ECONOMICA EURASIATICA

Verona – In una sala auditorium del Palazzo di Gran Guardia pressoché gremita, hanno avuto inizio stamani i lavori del X° Forum Economico Eurasiatico, divenuto ormai un tradizionale quanto importante appuntamento nell’agenda politico-economica mondiale. Erano presenti, fra gli altri, l’ex premier Romano Prodi, il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Maria Elena Boschi, il Presidente dell’ENI nonché ex presidente di ConfIndustria Emma Marcegaglia, l’ex cancelliere tedesco Gerhard Schroder, il Presidente e CEO della Rosneft Igor Sechin ed il Direttore Esecutivo della China Energy, Li Yong.

Organizzato dall’Associazione Conoscere Eurasia, Fondazione Roscongress e Forum economico internazionale di San Pietroburgo in collaborazione con Banca Intesa Sanpaolo; Rosneft; Gazprombank; Credit Bank of Moscow; Region – Group of Companies; Visa Handling Services e con il supporto di Banca Intesa Russia, Coeclerici e Generali Italia, l’edizione 2017 assume una particolare rilevanza anche in considerazione delle tensioni internazionali che stanno caratterizzando l’Estremo Oriente con la minaccia rappresentata dal preoccupante muro contro muro fra Corea del Nord e USA. Oltre che della volontà di allargare gli scambi economici ad altre realtà eurasiatiche,così come attesta l’accordo di uno spazio economico comune firmato pochissimi giorni fa, fra l’Unione Economica Eurasiatica e la Cina.

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Nel dare il benvenuto al pubblico presente in sala, il Presidente di “Conoscere Eurasia” e di “Banca Intesa Russia”, Antonio Fallico, ha osservato che “Oggi, nella previsione di un Pil positivo dell’economia mondiale negli anni 2017-2018, abbiamo la tentazione di non riflettere sul fatto che questa ripresa è soltanto congiunturale perché la crisi strutturale degli anni precedenti è ancora in agguato e ha una fenomenologia carsica: continua a erodere e a scavare come l’acqua. L’economia mondiale ha bisogno di riforme profonde capaci di interpretare l’esigenza di uno sviluppo economico-sociale equo, inclusivo e aperto alle nuove frontiere dell’Est e dell’attuale ruolo geopolitico della Grande Eurasia, da Lisbona a Vladivostok e a Singapore. Essa – ha proseguito – deve essere congiunta a una nuova governance internazionale, che dovrebbe scaturire anche da un radicale cambiamento strategico della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale”.

La presenza di oltre 900 imprese italo-eurasiatiche al consesso, del resto, è il segnale più eloquente dell’importanza strategica di un’area che, nel primo semestre di quest’anno, – secondo l’analisi della direzione Studi e Ricerche di Intesa SanPaolo, in collaborazione con l’Associazione “Conoscere Eurasia” – ha fatto registrare un incremento dell’interscambio del 15,9%, pari a 117 miliardi di euro. Dato corroborato dall’export del “Made in Italy” che si è portato ad un +15% che diventa addirittura un +24% in Russia, e che da solo copre l’85% dell’intero mercato. Una ripresa costante, ma che è ancora ben lontana dai picchi toccati nel 2013, quando solo nel primo semestre, le esportazioni italiane nell’UEEA raggiunsero quota 5,7 miliardi di euro, ovvero il 32% in più rispetto ad oggi.

Fra i settori maggiormente attivi, segnaliamo i macchinari meccanici (+30,4%), in testa al paniere con una quota di interscambio di 1,3 miliardi di euro nei primi sei mesi di quest’anno, seguiti dal tessile (+14,5%, 808 milioni), i prodotti chimici (+20,3%, 333 milioni) ed anche gli apparecchi elettrici (+47,9%, 279 milioni).

Dallo studio, inoltre, emerge come nel triennio 2013-2016, si sia passati per il nostro paese da un interscambio di 36,2 miliardi di euro a 20,1 miliardi, a causa dell’anacronistico quanto deleterio regime sanzionatorio in vigore contro la Federazione Russa. A risentirne maggiormente, il Nord-Est (-1,7 miliardi di euro) ed il Nord-Ovest (-1,6 miliardi di euro) che insieme rappresentano ben l’80% delle vendite verso l’UEEA. A seguire, in questa particolare classifica, il Centro (-719 milioni di euro) ed infine il Sud (-115 milioni di euro). I settori che maggiormente hanno risentito di questo trend negativo sono stati la meccanica (-1,3 miliardi), l’abbigliamento (-520,5 milioni), la filiera della pelle (-403 milioni), l’automotive (-362,8 milioni), gli altri mezzi di trasporto (-274 milioni ), i metalli (-259,4 milioni ), l’elettrotecnica (-185,6 milioni di euro) e l’alimentare (-165,4 milioni).

“Il nostro know how – ha osservato Fallicoè storicamente importante in Russia ed in Eurasia, ma lo potrà essere anche in Cina, a partire dai suoi grandi progetti infrastrutturali. Qualche giorno fa proprio la Cina, che è ben rappresentata al Forum, ha infatti firmato un accordo per uno spazio economico comune con l’Unione Economica Eurasiatica. Il bacino di cui stiamo parlando, che si fonda su un terreno fertile, non conterà solo i 180 milioni di abitanti dell’Unione, ma anche 1,3 miliardi di cinesi. Il progetto sostenuto dalla Repubblica Popolare Cinese, si chiama “One Belt, One Road”, e su questo scenario si possono aprire altri orizzonti con Paesi – come Cina, India, Corea del Sud, Giappone, Sud-Est Asiatico, Medio Oriente, Africa del Nord – interessati a costruire zone di libero scambio con l’Unione Eurasiatica. Sarebbe un vero peccato – ha concluso – se l’Unione Europea si trovasse fuori da questo contesto”.

Il Sindaco di Verona, Federico Sboarina, facendo gli onori di casa, ha sottolineato l’importanza strategica della città scaligera “quale porta di ingresso per l’Eurasia non solo per motivi geografici, ma anche e soprattutto per la centralità del proprio business”.

RED

 

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