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Roma

Pubblicato il novembre 27th, 2015 | Da admin

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NEL MONDO DICO’

Avete mai visitato la bottega di un artista? Spiato cosa fa nel suo momento creativo? Per la prima volta entro così tanto in contatto con ciò che precede l’opera. Enrico Dicò l’ho conosciuto per caso alla centesima edizione della La galleria Dicò a Romamanifestazione “100 pittori in via Margutta” tenutasi a Roma nel mese di novembre. Dopo aver osservato con attenzione piu’ di 200 opere di vari stili e generi degli stand lungo la strada, verso la fine del percorso mi imbatto in una piccola galleria al civico 55. Disposta su due piani, con un pavimento trasparente a dividerli, mi colpisce per le opere originali che espone. Entro e scopro di trovarmi nella galleria dell’artista romano Dicò, classe ’64, affascinato dall’arte contemporanea e dal cinema italo-americano. Le sue creazioni sono un mix di effetti speciali di grande impatto emotivo, difficili da descrivere. Quel che noto immediatamente è che realizza sempre su tavola, combinando poi resine, materiali industriali, sovrapposizioni materiche, combustioni e corrosioni. La sua arte e tecnica evocano in modo originale e spontaneo gli echi Pop alla Wharol e le combustioni materiche di Alberto Burri, di cui dalla critica è stato indicato come erede. Il suo soggetto favorito è sempre la bellezza, nel senso esteso del termine. Nei suoi ritratti, l’artista non intende mai far emergere l’identità personale dei volti che ritrae, bensì far trapelare, attraverso la combustione controllata, un micro mondo di emozioni e inquietudini che appartengono al suo trascorso. Di opera in opera la materia rappresenta il vissuto tangibile, rievoca una realtà vissuta carica di dolore, lo stesso dolore che ha dato inizio a tutto il suo percorso di artista: dopo aver lavorato per anni con successo nel settore della grafica, Dicò passa un periodo personale poco piacevole. E’ in questa fase che, in modo fortuito, scopre come angoscia e disorientamento diventino gli strumenti per reinventarsi. Trovandomi nella sua galleria già da 30 minuti, ho modo di conoscerlo. Mi racconta così di quando nel 2012, da solo nel suo studio, azionava il suo accendino ripetutamente in direzione di una lastra di plexiglass che teneva con una mano. La fiamma che stava vedendo deformare la materia tutto d’un colpo lo ispira e va scioglie il nodo emotivo della sua riflessione che lui ama ricordare come“ IL MIRACOLO DELLA COMBUSTIONE”. Scambiando piu’ battute ( lo stavo praticamente intervistando davanti a tutti!) scopro Francesca Brienza con Enrico Dicòanche che da qualche settimana sta lavorando ad una nuova creazione dedicata al capitano giallorosso Francesco Totti. E’ stato in questo momento che, spinta anche dalla mia fede calcistica, gli propongo di incontrarci di nuovo per documentare la sua vena artistica e lui accetta con piacere. Lo rivedo, perciò, un mese dopo ma stavolta direttamente nel suo laboratorio in via Pallacorda 13. Un piccolo ambiente carico di energia dove l’odore dei colori fa da padrone. Al centro della stanza, un enorme tavolo di ferro funge da tavolozza del pittore diventando esso stesso, così per caso, un’opera d’arte. In questo incontro ho modo di osservare da vicino come opera Dicò e comprendo che la combustione che attua sulle sue opere non è mai casuale. Segue le linee e le emozioni che il soggetto scelto gli ispira. Il fuoco, dunque, risulta essere l’elemento protagonista, l’artefice della svolta artistica di cui mi aveva parlato. Svolta che torna anche due anni dopo quando nelle sue creazioni decide di donare luce istallando anche dei neon. In questa sede ho il privilegio di assistere al primo respiro dell’opera sul Capitano, il momento in cui la fiamma apre il solco sulla lastra di plexiglass e la tavola riceve ossigeno. Assistervi, lo assicuro, è emozionante. Intanto mi guardo anche intorno e noto che il capitano è in ottima compagnia: altri idoli già nati e cresciuti donano prestigio alle pareti: una grande opera di Gandhi, accanto a lui una Marylin ( grande musa ispiratrice di Dicò ), Penelope Cruz.. ma oltre a tante icone anche altre opere, alcune astratte, intrise di significato: bandiere americane, Torri Gemelle, american express, dollari, fumetti. Tutti convivono insieme armoniosamente, donando forti sensazioni a chi ne è circondato. Capisco così come fa Dicò a trascorre gran parte del suo tempo in bottega, la sua prima casa, il suo piccolo mondo. Gliene parlo e lui mi confida che a volte si sveglia di notte e ci torna per dare sfogo al vortice di sensazioni che lo tengono sveglio. Credergli, dopo averlo visto all’opera, non mi risulta difficile. Dopo quattro ore concludo il mio documentario, lo ringrazio per l’esperienza e vado via con una certezza: il mondo di Dicò ha qualcosa di magico.

 

Francesca Brienza

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