Oil & Gas

Pubblicato il agosto 19th, 2017 | Da Redazione

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LA RUSSIA, ROSNEFT E IL PETROLIO VENEZUELANO

Caracas – Mentre il presidente Nicolás Maduro continua a ripetere che “sono gli Stati Uniti che montano il caos in Venezuela in modo da impadronirsi del suo petrolio”, sul greggio venezuelano sta invece mettendo sempre più le mani la Russia di Vladimir Putin. E’ stata la stessa Rosneft a rivelare che dal 2006 ha prestato al regime di Caracas almeno 6 miliardi di dollari – ma se si conta tutto quello che è arrivato dalla Russia, prima a Chávez e poi a Maduro, si arriva a 17 miliardi, circa il triplo.

Il petrolio era conosciuto ed usato in Venezuela ancora prima che gli europei conquistassero le Americhe: i nativi lo usavano per impermeabilizzare le proprie canoe, per farsi luce e per trattare certi tipi di ferite. Tuttavia, la produzione petrolifera nel Paese sudamericano iniziò soltanto nel 1875, ovvero sedici anni dopo l’apertura del primo pozzo commerciale di petrolio al mondo. Da allora, il Venezuela ha fatto grandi passi: è uno dei membri fondatori dell’OPEC, dove oggi siede come unico Paese del continente americano insieme all’Ecuador; è stato uno dei principali esportatori di greggio verso gli Stati Uniti e nel 2014 ha riconfermato la propria posizione di dodicesimo maggior produttore di petrolio del globo.

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Veniamo però ora al feeling particolare tra Russia e Venezuela. Tutto iniziò quando lo stesso Hugo Chávez si rivolse a Vladimir Putin per ottenere forniture militari, dopo che Washington gli aveva rifiutato i pezzi di ricambio per gli F-16 dell’aviazione militare venezuelana. Ne venne un accordo da 4 miliardi con cui si rifornì di aerei da combattimento Sukhoi, elicotteri, carri armati e cannoni. Ma il pagamento fu fatto in petrolio, e l’incasso fu affidato a Rosneft, che iniziò a stabilire così contatti intensi con la società petrolifera di stato Pdvsa e a introdursi negli affari del Venezuela. L’ultimissima elargizione di cui si è saputo è stata una tranche da un miliardo di dollari che Mosca ha dato a Maduro in aprile: un versamento di cui le esangui casse del governo di Caracas avevano un bisogno disperato. Secondo quanto trapelato da un funzionario di Pdvsa, in almeno un paio di recenti occasioni è stato proprio questo denaro russo a salvare il Venezuela dal default con i creditori. Non solo paesi e imprese occidentali, anche la Cina è ormai sempre più riluttante a buttare soldi nel pozzo senza fondo venezuelano.

Ma quali sono i reali  interessi di Mosca per il petrolio venezuelano?

La Russia di Putin, però, agisce in base a considerazioni non economiche, ma geostrategiche. In cambio di questi versamenti – è un’altra indiscrezione – alla Rofsnet sarebbero state offerte partecipazioni in almeno nove importanti progetti petroliferi. Cinque di questi sarebbero nella Faja dell’Orinoco: sede di una riserva scoperta di recente che è tra le più importanti del pianeta, anche se ha l’handicap di essere composta da petroli pesanti di difficile lavorazione. Altri tre sarebbero nel Lago di Maracaibo, e l’ultimo nel Golfo del Paria. In cambio di un prestito da 1,5 miliardi la Rofsnet ha anche ottenuto dalla Pdvsa il 49,9 per cento della proprietà della Citgo: sussidiaria negli Stati Uniti che si occupa di raffinazione e distribuzione. Dalla Citgo è arrivato un contributo da mezzo milione di dollari per la festa d’insediamento di Donald Trump, alimentando così la polemica se il “dono” arrivasse da Maduro o da Putin. Ma adesso la Rosneft starebbe cercando di scambiare questa quota con altri asset.

Secondo fonti della stessa Pdvsa, i pagamenti in petrolio a imprese cinesi e russe in cambio di prestiti arrivano ormai a 735 mila barili al giorno: il 42 per cento dell’1,75 milione di barili al giorno dell’attuale export venezuelano. La sola Rosneft in questo momento già rivende 225 mila barili di petrolio venezuelano al giorno: il 13 per cento di tutto l’export di greggio dal Venezuela. Da una parte, la Russia entra così con decisione nel “cortile di casa” degli Stati Uniti. Dall’altra, attua una strategia di diversificazione che le può anche servire per aggirare le nuove sanzioni americane sulla Crimea. Nella stessa linea va probabilmente anche inserita l’ultimissima decisione di Rosneft di nominare tra i direttori indipendenti del suo board anche Gerhard Schröder, l’ex-cancelliere socialdemocratico tedesco. Che, peraltro, già subito dopo aver lasciato nel 2005 il governo era stato nominato sempre da Rosneft presidente del consorzio Nord Stream: incaricato di costruire un gasdotto per collegare la costa russa nella regione di Vyborg alla costa tedesca nella regione di Greifswald passando per il mar Baltico.

Al fine di comprendere l’importanza dei suddetti investimenti e collaborazioni, va precisato che PDVSA, così come molte altre NOCs (le compagnie petrolifere mondiali si distinguono in nazionali – National Oil Companies o NOCs, come ad esempio PDVSA, ed internazionali – International Oil Companies o IOCs, come ad esempio Shell )  in Paesi in via di Sviluppo, non possiede ancora la capacità di raffinazione necessaria a far fronte alle sue immense riserve petrolifere, e ricorre ancora a tecniche di trivellazione poco sofisticate, le quali riducono la quantità di petrolio recuperabile dai giacimenti più complessi. Inoltre, le riserve venezuelane sono di petrolio extra heavy, ovvero petrolio che deve essere diluito con nafta o con petrolio più light per divenire utilizzabile. Ciò significa che il Venezuela si trova obbligato ad importare regolarmente grandi e costose quantità di questi due prodotti per migliorare la qualità del suo petrolio e poterlo, conseguentemente, immettere nel mercato mondiale.

Insomma, il Venezuela conta grandi riserve petrolifere, apparentemente base fertile per lo sviluppo economico e l’incremento del tenore di vita della sua popolazione, ma che invece, paradossalmente, vive un impoverimento progressivo e crescente che si sta estendendo a sempre più settori, pagando la mancanza di una crescita produttiva che interessi tutti i settori: agricoltura, industria, commercio, servizi, etc.

Nei suoi discorsi pubblici, il Presidente Maduro sembra però voler preparare il suo popolo ad un peggioramento della situazione economica: nello scenario del 2020, si staglia un Venezuela in recessione, dove l’inflazione è prevista rimanere sopra il 60%, l’instabilità politica non sparirà, l’ineguaglianza sociale e i disordini persisteranno, i blackout non cesseranno ed i cittadini saranno sottoposti a forte pressione fiscale, sanzioni per mancato pagamento ed espropriazioni. In questo scenario, l’abbraccio della Russia di Vladimir Putin, seppure ovviamente interessato, riuscirà a dare una svolta alle sorti del Paese?

RED

 

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