Cultura

Pubblicato il maggio 4th, 2017 | Da Redazione

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“La rivoluzione del 1917. La Russia e la Svizzera”

Al Landesmuseum Zürich la mostra “La Rivoluzione del 1917. La Russia e la Svizzera” ripercorre i rapporti, gli eventi storici ed i personaggi che hanno legato i due paesi.

In occasione del centenario della rivoluzione russa il Landesmuseum Zürich ospita fino al 25 giugno prossimo la mostra “La Rivoluzione del 1917. La Russia e la Svizzera”. L’esposizione è il frutto della collaborazione con il Deutsches Historisches Museum di Berlino (DHM) e si avvale della concessione di numerosi reperti, quali fotografie, documenti, filmati, oggetti, dipinti, ecc. provenienti da archivi, biblioteche e musei svizzeri, tedeschi, russi, inglesi, italiani e francesi.

Il percorso espositivo fa luce sui rapporti che legavano la Svizzera e la Russia in un’epoca di grandi stravolgimenti.

La mostra apre con un‘inaspettata prospettiva sul panorama culturale russo del periodo a cavallo tra i due secoli (XIX e XX), caratterizzato da posizioni ideologiche, artistiche, filosofiche e tecniche molto avanzate e di rottura rispetto al passato. Questa scelta non casuale porta il visitatore ad allargare la propria visione ed aspettativa, non concentrandosi solo sulle vicende storiche, politiche e sociali.

È noto che il movimento definito “Avanguardia russa” difficilmente può essere delimitato in termini spaziali e temporali e circoscritto da un punto di vista dello stile e dei contenuti; quello che è certo è il fatto che abbia dato i ‘natali culturali’ ad artisti come Chagall, Kandinskij, Rodchenko, solo per citarne alcuni, che si sono distinti per essersi distaccati dalla tradizione accademica per approdare ad esperienze nuove e produzioni poliedriche ed innovative.

L’Avanguardia russa è nata proprio in un clima di forti contraddizioni sociali e di strappi radicali dalla tradizione ed è stata capace, almeno in principio, di rimanere lontana dalle vicende politiche contemporanee. Gli artisti difficilmente si sono spesi in prima linea nelle dispute sociali e politiche ma, piuttosto, hanno interpretato il proprio tempo dando vita a nuovi universi artistici. Verso la fine della mostra diventa chiaro che questa peculiarità non caratterizzò, invece, i periodi successivi a partire in particolare dal 1932, con l’avvio del cosiddetto Realismo Socialista.

Si inizia, quindi, con un’interessante panoramica sull’Avanguardia russa: una ventata di vivaci novità, innovazioni, moti e cambiamenti, che – come detto – si riflettevano nelle diverse forme artistiche; una straordinaria pagina culturale, che troviamo in alcuni quadri di note artiste quali Natalja Goncharova, Ljubov’ Popova e Olga Rosanova, nonché in opere scientifiche e manifesti in cui si descrivono nuovi ideali sociopolitici e modelli di un mondo più equo (a fare da guida fu la traduzione del Capitale di Carlo Marx, che sortirà un effetto esplosivo in Russia alla sua pubblicazione nel 1872).

Ritornando al titolo della mostra, che cosa davvero avvicinava la Svizzera e la Russia prerivoluzionaria? È davvero una storia fatta di legami più stretti di quanto non si pensi e di un’osmosi continua fra due culture profondamente diverse? La risposta è sicuramente positiva.

Nell’immaginario comune, la Svizzera è vista come un luogo tranquillo, semplice, dove potersi dedicare a meditazioni, studi, sperimentazioni e ricerche. In realtà, non va dimenticato che il paese elvetico era un contesto, che se da una parte garantiva riparo da tumulti e agitazioni internazionali, grazie alla propria neutralità, assicurando un ambiente fecondo e sicuro, non costituiva affatto una realtà aliena dalle novità e trasformazioni culturali, politiche e sociali di quel periodo. Come non ricordare che proprio in questo contesto, per esempio, venne aperto a febbraio 1916 in Spiegalgasse 1 a Zurigo il Cabaret Voltaire, locale di intrattenimento con intenzioni artistiche e politiche sperimentali, considerato universalmente la culla del dadaismo, che sappiamo essere stato un movimento di rottura e rinnovamento delle logiche artistiche tradizionali.

Le migrazioni di cittadini svizzeri verso la Russia e di russi verso la Svizzera, in effetti, hanno caratterizzato tutto la storia del XIX secolo: si calcola che siano stati circa 20.000 gli svizzeri che fino al 1917 hanno cercato nel paese degli zar una nuova vita; si è trattato soprattutto di imprenditori, fornai, casari, insegnanti e istitutrici, quindi di professioni che all’epoca erano molto richieste in Russia. Gli svizzeri trovarono in Russia in un impero multietnico basato sull’agricoltura e permeato da forti contraddizioni sociali: mentre i contadini russi vivevano con il minimo necessario e gli operai in condizioni disumane, l’élite autocratica dello zar si circondava di lusso e sfarzo, come testimonia un uovo Fabergé con orologio incorporato della marca Moser & Cie, fondata dall’emigrato Heinrich Moser di Sciaffusa.

Allo stesso tempo, sono stati circa 8.500 i russi che hanno cercato in Svizzera migliori condizioni di vita ed in particolare libertà di stampa, di pensiero, di associazione, stabilità e neutralità politica, tranquillità per lo studio; arrivarono intellettuali, artisti e rivoluzionari, e tra di essi era alta la rappresentanza femminile che qui, diversamente che in Russia, poteva frequentare l’università.

Fra tutti gli esuli il più celebre è stato sicuramente Vladimir Il’ič Ul’janov (Lenin), che visse più di sei anni tra Ginevra, Berna ed infine Zurigo. Insieme con la moglie Nadezhda Krupskaja, dal febbraio 1916 fino all’inizio di aprile dell’anno seguente, Lenin soggiornò in Spiegelgasse 14 a Zurigo (guarda caso, proprio nella stessa strada a qualche numero di distanza dalla sede di Cabaret Voltaire), dove portò avanti i propri piani e da dove parti sul «treno piombato» alla volta di San Pietroburgo, arrivando dopo tre giorni di viaggio e accolto da una grande folla.

A ricordo e testimonianza della sua presenza in questo luogo ed impegno nella stesura di scritti di importanza storica, viene qui esposta la sua scrivania dell’appartamento zurighese come oggetto rappresentativo di tale periodo.

Con la presa di potere dei bolscevichi in seguito alla Rivoluzione d’ottobre, e con la guerra civile iniziata l’anno successivo, i rapporti diplomatici tra Svizzera e Russia si raffreddano. Fotografie, lettere e documenti ufficiali esposti lasciano intuire come le voci sul presunto coinvolgimento dell’ambasciata sovietica nello sciopero generale del 1918 in Svizzera alimentino ulteriormente i timori di una deriva comunista. L’ambasciata sovietica viene espulsa dal Paese, i rapporti diplomatici interrotti e riavviati solo nel 1946.

L’esposizione procede attraverso 26 postazioni, che illustrano le tappe degli avvenimenti storici in Russia dal 1917 al 1932: la guerra civile, le carestie, gli scioperi ed il malcontento dovuto alla fame che sfocia in grandi manifestazioni di protesta e che pongono fine al dominio dello zar Nicola II nel febbraio del 1917.

Si prosegue con lo sviluppo della politica economica, la lotta di Stalin contro l’opposizione e la sua ascesa al potere, l’industrializzazione e le sue conseguenze. La mostra si sofferma, inoltre, sulla creazione del Gulag; nel 1923, ancora in periodo leninista, nacque il primo campo di lavoro correttivo delle Isole Solovki, che diventò il modello del sistema dei lager sovietici. Con Stalin si sviluppò in seguito una fitta rete di campi di lavoro forzato: dal 1929 in poi, egli ricorse proprio a questa politica per portare avanti l’industrializzazione del paese sovietico.

Ritornano cenni all’espressione culturale del periodo sovietico, che poteva esprimersi solo nel rigoroso rispetto dei dettami decisi dal partito: nel 1932 il Comitato centrale del Partito Comunista decretò lo stile artistico del Realismo socialista e la conseguenza fu l’omologazione di tutte le forme d’arte ai principi cardine (fedeltà al partito, carattere popolare, contenuto ideologico) e nel 1934 durante il Congresso degli Scrittori e degli Artisti Sovietici a Mosca venne apertamente dichiarato da Maksim Gorkij, che l’opera artistica dovesse celebrare il progresso socialista, avere forma realista e contenuto socialista, in accordo con la dottrina marxista/leninista.

In seguito, alcuni artisti tra i quali Alexander Deineka – anch’egli rappresentato nella mostra – si distanziarono dall’astrazione e dipinsero secondo canoni realistici. I soggetti provenivano dagli edifici industriali sovietici, dal mondo dello sport e dalla vita urbana. Il Realismo socialista si affermò anche in architettura: in una lettera del 20 aprile 1932 indirizzata a Stalin, il Congrès internationale d’architecture moderne (CIAM) e l’architetto svizzero Le Corbusier protestarono contro il progetto per il Palazzo dei Soviet, d’ispirazione neoclassica.

Il percorso espositivo si conclude con gli inizi degli anni Trenta e la fine del Primo Piano quinquennale.

Le «Grandi purghe», le campagne di persecuzione ed epurazione di Stalin devono ancora arrivare.

Per info sulla mostra: www.nationalmuseum.ch

 

 Leonora Barbiani –  Segretario Generale, Camera di Commercio Italo-Russa

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