Medicina

Pubblicato il aprile 2nd, 2018 | Da Redazione Russia News

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In Italia i farmaci che bloccano lo sviluppo sessuale saranno a carico dei contribuenti

Era stato annunciato su un noto quotidiano italiano, ed è stato confermato dall’Osservatorio Gender. L’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) ha decretato, lo scorso febbraio, di porre a carico del Sistema Sanitario Nazionale l’assunzione da parte di adolescenti “incerti” della Triptorelina, farmaco destinato a bloccare lo sviluppo puberale, per dar modo a chi lo assume di poter scegliere liberamente il genere sessuale di cui preferiscono far parte.

Il principio attivo è già noto agli operatori sanitari, in quanto utilizzato nel trattamento di patologie a carico dell’apparato riproduttivo, in particolare alcuni tipi di carcinomi.

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Ma l’altro effetto di questo medicinale è il blocco della maturazione genitale negli adolescenti, andando ad inibire i cambiamenti psico-fisici derivati dalla maturazione sessuale degli individui, tramite lo stop alla produzione di gonadotropine, gli ormoni che definiscono lo sviluppo ovarico nelle femmine e testicolare nei maschi.

In pratica, la pubertà viene messa in quiescenza, nell’attesa che il ragazzo/la ragazza possa decidere in tutta consapevolezza se diventare uomo o donna.

Se a 16 anni il soggetto decide di seguire l’identità sessuale naturale è sufficiente sospendere il farmaco per rimettere in moto gli ormoni e far proseguire il loro compito; mentre chi decide di cambiare genere può accedere alle cure per la transizione con meno problemi fisici, in quanto sono assenti i caratteri sessuali secondari, come i peli corporei, il seno o il particolare timbro di voce .

Tuttavia, gli effetti a lungo termine di questi trattamenti sullo sviluppo psicologico, sulla crescita dell’encefalo e sulla densità minerale ossea non sono al momento noti alla comunità scientifica.

Va ovviamente specificato che per accedere alle cure con Triptorelina, che possono durare massimo due anni, è indispensabile avere una prescrizione da parte di uno specialista in psichiatria, che dopo aver seguito il paziente ne abbia decretato la reale necessità, diagnosticandone la cosiddetta “disforia di genere“.

Su questo delicatissimo argomento i pareri si sprecano, sia da una parte che dall’altra.

Chi definisce la decisione del Comitato Scientifico dell’AIFA un passo in avanti contro la discriminazione dei ragazzi che vivono il momento della maturazione sessuale come un impedimento alla loro reale natura, e ne preverrebbe anche la bullizzazione da parte di chi non è in grado di capirne il disagio. Dall’altro canto abbiamo invece chi bolla tale decisione come un modo, assolutamente immorale, per confondere ulteriormente gli adolescenti e assecondare chi mira ad un futuro “gender free”, allo scopo non di tutelare la libera espressione sessuale di ogni persona, bensì di voler creare una serie di individui uguali ed omologati tra loro, assai meglio controllabili e influenzabili. Lo scopo? Ovviamente economico.

Al di là di queste ipotesi, sulle quali si potrebbe discutere all’infinito, quello che fa pensare è il fatto che in un Paese come il nostro,  dove ci sono malati gravi che non hanno la possibilità socio-economica di accedere alle cure e dove nessun Governo ha finora dimostrato la volontà di risolvere efficacemente il problema delle altissime spese e degli sprechi clientelari, si pensi a dare priorità a disagi che, per quanto importanti, comunque non urgono quanto patologie, teoricamente curabili, ma con esisti ancora infausti e che richiederebbero investimenti e studi di ricerca per migliorare l’esistenza di una grossa fetta della popolazione.

Eva Bergamo



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