C.C.I.R.

Pubblicato il maggio 25th, 2017 | Da Redazione

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INVESTIMENTI NELL’EST EUROPEO: MINACCIA O OPPORTUNITÀ?

Milano – Da economie chiuse e pianificate sotto il controllo statale a meta per lo sviluppo di nuove opportunità di business in tempo di profonda stagnazione: il destino dei paesi est europei, si lega a doppio filo alle profonde trasformazioni storiche e culturali che hanno scandito gli ultimi 25 anni del Vecchio Continente. Se fino ad ieri parlare di investimenti in paesi come Polonia, Ucraina, Kazakhstan, Bielorussia o Russia (solo per citare alcune delle realtà in orbita sovietica che componevano il blocco del disciolto Patto di Varsavia) poteva sembrare un qualcosa di estremamente improbabile e fantasioso, ecco che oggi invece è un’opportunità tutt’altro di poco conto, con cui molti imprenditori (italiani e non) si trovano a doversi confrontare per trovare sbocchi quanto mai provvidenziali per le proprie produzioni.

Del resto, in questi ultimi anni, abbiamo assistito in tal senso ad un incessante proliferare di iniziative, in cui erano le stesse amministrazioni locali di alcune regioni (recentemente Smolensk e Mosca, solo per citarne alcune) a presentare allettanti “kit” di offerta di beni e servizi pubblici sotto forma di tassazione agevolata, burocrazia ridotta ai minimi termini, infrastrutture ed una serie di consulenze con cui avviare una start-up, che hanno destato negli imprenditori – soprattutto quelli desiderosi di reagire in maniera fattiva e concreta alla crisi –  un enorme interesse.

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Si è tenuto stamani presso la Camera di Commercio Italo-Russa un interessante incontro dedicato al corretto utilizzo delle opportunità di investimento in Polonia, Ucraina, Kazakhstan, Bielorussia e Russia. Una vera e propria “SWOT ANALYSIS” (vale a dire, analisi dei punti di forza e di debolezza presenti in ciascuna di queste realtà), con un focus privilegiato in particolare sull’evoluzione delle sanzioni dell’UE nei confronti della Russia che sembrano essersi un po’ ammorbidite dopo le tensioni degli anni scorsi.

Ne è emerso un quadro – elaborato dallo Schneider GROUP – in cui sono stati analizzati i pro ed i contro per gli investimenti in questi 5 paesi target. E così, partendo dall’Ucraina si può notare come essa presenti, fra i propri punti di forza, la particolare posizione geografica che la vede collocata fra Europa e Russia, insieme ad un elevato grado di istruzione e scolarizzazione della propria popolazione, una crescita del PIL stimato per il 2017 attorno al 2,5% (calo dell’inflazione dal 12,4% all’8,5%) ed all’abbondanza di risorse naturali di cui dispone (grano in primis). A fare però da contraltare l’estrema instabilità politica, la corruzione, il lento incremento del prezzo delle materie prime e l’elevata dipendenza dalle importazioni.

Situazione che presenta diversi punti in comune con il Kazakhstan che però si differenzia dall’Ucraina per essere decisamente appetibile dal punto di vista fiscale e che sta puntando molto sull’EXPO 2017 per rilanciarsi turisticamente con una massiccia operazione di marketing territoriale. Sotto questo punto di vista, il governo kazako non sta affatto lesinando sforzi potendo anche contare su un’abbondanza di siti dove poter avviare delle start up, anche in considerazione del fatto che si trova in una posizione cruciale nella “Via della Seta”. I punti di debolezza sono rappresentati dall’elevato livello di corruzione, da una popolazione non distribuita sul territorio in maniera omogenea e su un sistema imprenditoriale assai poco diversificato. L’elevato tasso di inflazione che si è attestato attorno al 7% e gli scarsi incrementi fatti registrare dalle quotazioni petrolifere, rappresentano – secondo questo studio – un altro non trascurabile fattore di criticità.

La crescita dei prezzi molto alta su base annua rappresenta un grosso problema anche per l’economia bielorussa che sconta fra l’altro anche una scarsa reputazione internazionale, una certa dipendenza dalla Russia, un frequente cambio nelle leggi e nelle politiche fiscali ed infine una burocrazia farraginosa ed un grado di corruzione capace di insinuarsi addirittura nelle sfere del potere. Criticità però alleviate da un’ampia gamma di servizi, una forza lavoro altamente qualificata, una serie di iniziative che sono volte a semplificare le procedure amministrative, servizi dotati di  elevati standard qualitativi ed infine fondamentale centro logistico per il trasporto delle merci dall’Asia all’Europa.

Situazione decisamente migliore invece per la Polonia che, oltre a trovarsi nel cuore dell’Europa, può vantare un basso tasso di inflazione (1,6%) ed una crescita economia a lungo termine che fa registrare un lusinghiero 3,1% che ne decretano un outlook decisamente positivo. Ma non è tutto. La sua integrazione nel mercato europee, le 14 zone economiche speciali e la presenza di economie diversificate (agricoltura, servizi, industrie di vario tipo) la rendono sicuramente una delle realtà economiche più vivaci dell’ex blocco sovietico. Rovescio della medaglia, il peggioramento della situazione politica e sociale, il basso tasso di natalità e lo scarso utilizzo di manodopera femminile.

E veniamo alla Russia, che presenta un numero di fattori (sia positivi che negativi) di gran lunga superiori rispetto a quelli degli altri paesi presi in considerazione da questo particolare modello di analisi. L’abbondanza di materie prime (petrolio, gas, legno, ecc.) che le permette di essere competitiva su questi mercati e di poter esportare produzioni a basso costo, è senza dubbio uno dei punti di forza più importanti della potenza eurasiatica.

La crescente domanda di tecnologie moderne dovrebbe inoltre aiutarla a colmare il gap infrastrutturale che si è venuto a creare negli anni immediatamente successivi al crollo del regime comunista che ha lasciato ancora in eredità un apparato burocratico mastodontico e che può rappresentare un ostacolo allo sviluppo economico che registra un moderato incremento (+1,5%). Questo dopo anni in cui – ad onor del vero – le sanzioni e la pesante speculazione sul rublo che ne hanno determinato volatilità ed instabilità, hanno influito e non poco sulle sue prospettive di crescita dell’economia russa.

La concorrenza asiatica, l’isolamento dall’Europa e la grossa dipendenza dalle fluttuazioni del prezzo del greggio rappresentano altri fattori di criticità non trascurabili. Gli sforzi dell’esecutivo guidato dal Presidente Putin soprattutto nella creazione di zone economiche in cui far delocalizzare le imprese straniere, insieme ad agevolazioni di carattere fiscale e burocratiche, rappresentano però uno degli assi nella manica con cui la Russia ha già coinvolto – così come da noi recentemente documentato – colossi come Daimler-Benz o Barilla, solo per citarne alcuni. Altro fattore da non sottovalutare, l’elevata formazione culturale della forza lavoro russa che può far leva su un elevato grado di scolarizzazione ed istruzione.

Il trend, per quel che riguarda i rapporti fra la Federazione Russa ed il nostro paese, parla di “relazioni privilegiate” a dispetto tanto della situazione politica ed economica globale caratterizzate entrambe da grossa incertezza. Quanto delle sanzioni che – lo ribadiamo ancora una volta – sono state sicuramente una sconfitta per tutti. L’interscambio fra i due paesi nel periodo 2012-2016, fa segnare saldi decisamente negativi con punte particolarmente alte nel biennio 2013-2014 (rispettivamente -18,65 e -17,24 miliardi di euro) a causa sia della pesante stretta sanzionatoria imposta dall’UE alla Russia, che del rallentamento dell’economia russa. Tendenza che si è confermata anche nel 2015, mentre l’anno scorso il trend negativo ha limitato la caduta per l’export italiano, al contrario dell’import proveniente dalla Russia che ha subito una grossa flessione.

Nonostante ciò, l’interscambio economico fra Russia ed Italia nel 2016 è ammontato a 17,86 miliardi di euro, di cui 7,09 di esportazioni dall’Italia verso la Russia e 10,77 viceversa quale quota import. Dati che, aggiornati allo scorso 28 febbraio, pongono l’Italia alla sesta posizione fra i paesi clienti della Russia a livello mondiale, mentre la collocano ad una posizione più in alto invece quale fornitore.

Le ragioni di tale rallentamento, oltre a quelle di cui sopra (sanzioni e difficoltà dell’economia russa), sono da ricercarsi anche nella forte svalutazione del rublo (anche quale riflesso del clima di grande incertezza politica internazionale e della crescente domanda di dollari per onorare i pagamenti in scadenza) e nella considerevole riduzione del prezzo del petrolio.

La parola d’ordine però, per far fronte anche e soprattutto alla follia delle sanzioni (che si è abbattuta soprattutto sui settori high-tech, OIL & GAS e della finanza russa) si chiama “Import Substitution”. Ovvero, “fare buon viso a cattivo gioco”, sostituendo le importazioni straniere proibite con prodotti locali, allo scopo finalmente di migliorare, diversificare e modernizzare l’economia russa.

Un approccio, dunque, costruttivo attraverso cui in maniera assai intelligente Mosca intende trasformare un fattore di criticità in una grande opportunità che permetterà al suo tessuto produttivo di rendersi competitivo, conquistando consistenti quote di mercato. I 20 decreti che sono stati introdotti per aiutare altrettanti settori economici del resto parlano chiaro: è stata stabilita la percentuale di prodotti che dovranno essere rigorosamente “Made in Russia” che andranno a sostituire ciò che invece non è più possibile importare. Le percentuali più grosse riguardano la meccanica, le macchine tessili, l’agroindustria, la farmaceutica e medicina ed infine l’elettronica per le quali è prevista una riduzione del totale importato che nel 2020 si stima raggiungerà circa il 50-60%. Ciò a fronte di una percentuale di dipendenza dalle importazioni che oscilla fra il 60% fatto registrare dalla meccanica sino a sfiorare punte addirittura del 90% nelle macchine utensili, nell’agroindustria e nell’elettronica. L’obiettivo del governo russo dunque è quello di un nuovo sviluppo industriale, attraverso cui avviare lo sviluppo di moderne infrastrutture, promuovere settori innovativi, utilizzare in maniera razionale ed efficace le immense risorse finanziarie, umane e naturali, rinnovare il parco macchinari esistente anche allo scopo di ridurre l’incidenza degli infortuni sul lavoro ed infine rendere tecnologicamente indipendente l’economia nazionale.

Francesco Montanino

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