Storia

Pubblicato il giugno 4th, 2017 | Da Redazione

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DALLA RIVOLUZIONE RUSSA A VLADIMIR PUTIN: L’ANALISI STORICA DI SERGIO ROMANO

Asti – La storia cambiata dalle rivoluzioni, ieri come oggi. Quest’anno ricorre il centenario della Rivoluzione di Ottobre che ha modificato il corso degli eventi, non solo in Russia ma – come abbiamo potuto poi constatare – nel resto del mondo.

Organizzato da “Passepartout festival” (www.passepartoutfestival.it) nell’ambito di un ciclo di seminari dedicato alle rivoluzioni, si è tenuto stamani in una Biblioteca AstenseGiorgio Faletti” gremitissima, un interessante incontro in cui sono state ripercorse dallo storico Sergio Romano le tappe che hanno scandito l’irruzione della Rivoluzione Bolscevica. Per poi affrontare inevitabilmente la realtà odierna, toccando i rapporti con USA, UE ed anche le dinamiche che muovono il terrorismo integralista.

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“Siamo qui – ha esordito l’ex ambasciatore – non certo per celebrare, festeggiare o commemorare questo evento ad Ottobre, ma ad Aprile quando Lenin arrivò a Pietrogrado mettendosi in qualche modo al servizio dei tedeschi accelerando la caduta dell’Impero zarista. Cosa che gli ha attratto del risentimento da certi ambienti che glielo hanno sempre contestato, pur nella consapevolezza che secondo lui era un prezzo necessario da pagare. In realtà, Lenin non era così convinto che una rivoluzione comunista potesse attecchire in Russia, perché sapeva che era un paese ancora profondamente arretrato in cui non era ancora avvenuta la rivoluzione industriale. Era piuttosto fiducioso nel fatto che semmai in Germania aveva maggiori possibilità di riuscita perché era il paese di Marx e di Engels ed era presente un grosso partito socialdemocratico. Questa rivoluzione sarebbe avvenuta solo dopo la fine della guerra, con la vittoria di qualcuno che di sicuro non era la Russia. La rivoluzione bolscevica effettivamente ebbe successo in Germania, con la nascita di una repubblica sovietica a Berlino nel 1918. Così come non dimentichiamo che nel 1919, ci fu la guerra civile fra comunisti e socialdemocratici. Ma oramai Lenin era partito con la sua strategia, con cui voleva provocare rivolte comuniste ovunque. Vi furono tentativi parzialmente riusciti di rivoluzione in Ungheria, in Baviera a Vienna ed anche in Italia, con le proteste nelle fabbriche nel 1921 ai tempi del governo Giolitti. Lenin aveva guardato per un certo periodo con speranza a ciò che stava avvenendo nel nostro paese, confidando – pensate un po’ – almeno inizialmente su..Mussolini. Le aspettative però furono ben presto deluse e dovette cambiare le sue strategie, creando la Terza Internazionale con cui tutti i partiti comunisti europei avrebbero dovuto rompere i legami con i socialisti. Sarebbero dovuti diventare indipendenti, votandosi a servire fedelmente e con disciplina tutti gli ordini provenienti da Mosca. Non ci fu ne’ rivoluzione mondiale, né tantomeno europea. La cosa poi ci è ulteriormente spiegata dalle frizioni fra Trotsky (che voleva cambiamenti ovunque) e Stalin (che più realisticamente riteneva potessero avvenire solo in Russia) che avevano visioni differenti sulle conseguenze di queste rivoluzioni. Credo che questo rappresento’ l’inizio della grande spaccatura fra i socialisti ed i comunisti. Lenin temeva i socialisti e non perdeva occasione per combatterli, mentre Stalin li riteneva addirittura una versione caricaturale dei fascisti, dal momento che erano i loro principali concorrenti nel poter portare avanti una rivoluzione democratica. Questi sono gli avvenimenti, ed ora bisogna porsi il problema se esista o meno un retaggio del bolscevismo. La risposta è che è completamente scomparso. Certo, esistono – ed è giusto che sia così, perché è stata una storia importante – i nostalgici, ma non ha nulla a che vedere con la realtà odierna. Sappiamo che ci sono regimi come quelli di Cina, Cuba o il Vietnam che si richiamano al comunismo, ma in realtà lo hanno profondamente modificato. Oggi bisogna fare i conti con Putin, che di sicuro comunista non è. Certo, è un uomo di stato russo. Ma non ha mai abbracciato quella ideologia, se pensiamo che esiste un video in cui nel 1992 quando dovette fare un’intervista per la televisione federativa russa tolse il busto di Lenin. Il giornalista rimase sorpreso nel non vederlo più. E quando gli fu chiesto cosa ne pensava della rivoluzione bolscevica, disse molto seccamente che fu “una bella favola, ma perniciosa” e che “siamo stati sconfitti da un paese sconfitto” riferendosi alla Germania ed al trattato firmato a Brest-Litovsk nel 1918 con cui Trotsky cedette ai tedeschi parte del territorio russo. Inoltre, disse che “la rivoluzione bolscevica ci ha danneggiato perché ci ha bloccato quando eravamo in una fase di crescita economica, bloccando qualsiasi rapporto commerciale con i paesi stranieri”. Ecco, questo è il pensiero di Vladimir Putin a proposito di Lenin, che viene quasi ignorato e lasciato a Mosca sulla Piazza Rossa a due passi dal Cremlino. Certo, c’è qualcuno che lo vorrebbe trasferire a San Pietroburgo, ma sarebbe troppo complicato.  Putin tutto sommato non lo considera un personaggio ingombrante, nonostante esistano molti più nostalgici di quello che si pensi. Quindi, attenzione a non confonderlo con gli antenati sovietici. Piuttosto, va inquadrato con quei personaggi che si richiamano alla Russia imperiale. Questo perché quello russo è un vero e proprio impero che ha avuto buon gioco, quando altri più antichi come quello cinese o persiano sono andati in disgrazia, permettendogli di espandersi molto rapidamente sino al Pacifico. Ma come si gestisce e si governa un tale grande impero, composto da persone che hanno storie, etnie e religioni diverse? Di sicuro, non con l’autorità. La differenza con gli altri è che quello russo ha già le colonie al suo interno, mentre invece ad esempio quello inglese le ha al suo esterno se pensiamo all’India. Come mai non abbiamo mai visto il primo ministro indiano a Londra, mentre al contrario a Mosca abbiamo visto premier armeni, ucraini, georgiani, azeri? La risposta è che la Russia non si governa all'”europea”  e questo significa che non è possibile pensare che possa essere guidata dagli altri. Non esiste solo l’impero russo, perché ci sono gli Stati Uniti che pur non avendo mai utilizzato la parola “impero”, nei fatti con la dottrina Monroe hanno sempre ritenuto l’Europa come casa d’altri, auto-concependosi come paese guida. Ciò è stato portato avanti con fini nobili, come prova il piano Marshall attraverso cui sono stati prestati tantissimi soldi ai paesi europei per ricostruire. Oggi, la leadership americana ha assunto un’altra veste. A volte isolazionista, altre protezionista. Ma con la prevalenza di un’ideologia liberale e democratica che non è quella di Donald Trump. Non votiamo negli Stati Uniti, ma abbiamo il diritto ed il dovere di fare delle riflessioni su questa strada intrapresa dagli americani, prendendo di nuovo in mano il nostro destino. Ecco, è questo ciò che dobbiamo fare”.

Non è mancato poi un passaggio sull’attualità, ed in particolare sui rapporti fra la Russia, l’Unione Europea e gli Stati Uniti. Sulle relazioni con il neo presidente Trump, accusato di aver ricevuto appoggi da Mosca, Romano – rispondendo alle domande provenienti dal folto pubblico presente in sala –  ha evidenziato come “il partito repubblicano oggi offra alla Russia sicuramente un approccio più pragmatico e realistico, rispetto ai democratici. Non dimentichiamo che uno dei periodi migliori, durante la guerra fredda, fu quando alla Casa Bianca c’erano Reagan o Nixon, mentre al contrario i rapporti furono tesi con Kennedy o Carter. Ciò non esclude che possa anche esserci chi si sia pentito di aver votato Trump, che oggi addirittura qualcuno vorrebbe eliminare con l’impeachment, e non più e solo con attentati come è accaduto in passato con Reagan o la grande promessa Kennedy che non riuscì a realizzare ad esempio l’uguaglianza della popolazione di colore. La pratica della messa in stato d’accusa, prevista dalla costituzione americana, era tornata in auge all’epoca di Bill Clinton che aveva mentito, in merito alle sue relazioni sessuali con la Lewinsky. Teniamo presente che lui è un cristiano battista e considerato le casistiche sessuali degli appartenenti a questo rito, non ha tutto sommato detto bugie. Per Trump, invece, si sta utilizzando il Russiagate come cavallo di Troia per spodestarlo, montando un caso internazionale che alla fine potrebbe provocare effetti imprevisti, e ciò è assai preoccupante ritenendolo – pensate – un pericolo pubblico. Non si tratta, chiarisco, di simpatia o antipatia verso Trump. Perché proporre a se stessi l’incriminazione del presidente della repubblica, non può non portare anche a conseguenze indesiderate. Per questo, mi sento di poter affermare che, in merito alle accuse di spionaggio, si tratta di un peccato collettivo. L’errore che semmai si può addebitare alla Russia e’ che oggi esiste uno spionaggio nuovo, fondato sulle tecnologie e sui satelliti (Echelon, nda). Ed anche  con gli strumenti informatici, si possono fare molte più cose come interrompere il sistema informatico. In questo i russi sono stati bravissimi, quando lo hanno fatto contro l’Ucraina. Una pratica sulla quale però è preferibile che i russi non ci giochino più di tanto. Anche le sanzioni rivolte dall’Occidente nei confronti della Russia, come questi atti, però sono un atto ostile perché per come sono state concepite vogliono spingere la popolazione e l’opinione pubblica del paese sanzionato, a sollevarsi contro il governo. Ma lì andiamo in un terreno, che non ha nulla a che vedere con la lotta politica. La Russia in certi momenti si lascia trascinare da queste situazioni, e non è del tutto incomprensibile il suo sentimento di accerchiamento considerando che gli Stati Uniti, quando propongono l’allargamento ad Est della NATO, non capiscono che questa è un’alleanza militare sorta per programmare la prossima guerra. Ovvero con strategie, analisi, progetti ed ipotesi da parte dei comandanti supremi. Se voi foste russi, sicuramente vi sentireste accerchiati, nonostante che la guerra fredda fosse finita più di 20 anni fa. E questo è stato indubbiamente un errore commesso, non solo – è bene evidenziarlo – dagli americani”.

Sul terrorismo di matrice islamista, Romano ha utilizzato la metafora della matrioska per sottolineare come “presenti caratteristiche uniche che lo contraddistinguono anche da quello precedente. Infatti, si tratta di azioni individuali che rispondono ad un nemico più difficile da individuare, perché non facente parte di organizzazioni. Le sue motivazioni non sono necessariamente politiche o ideologiche, ma anche personali perché prevede l’uso della propria persona come arma. Di solito in tutte le guerre, comprese quelle più atroci e violente, un soldato parte per tornare a casa magari uccidendo il nemico. Qui invece siamo di fronte a terroristi pronti a sacrificare la propria vita, convinti che possa esistere una vita eterna. Ma come si combatte questo nemico? Si tratta di un fenomeno totalmente nuovo, dove oggi Facebook sembra essere il brodo di coltura in cui queste menti malate, denunciano se stesse. I servizi segreti israeliani hanno fatto un ottimo lavoro, sotto questo aspetto, individuando nell’Intifada dei “coltelli” le ragioni di fondo del fenomeno. Hanno imparato a studiare ed esaminare i profili psicologici di queste persone con questo social network, scoprendo che non hanno alcuna strategia se non quella di salire in cielo. Una lezione che dovremmo fare nostra, anche per diventare più credibili e fare un salto di qualità come intelligence”.

Ultimo passaggio, che ha generato un po’ di ilarità in sala, è sul ruolo diplomatico svolto dall’Italia. “È un miracolo – ha osservato Romano – che esista ancora la politica estera, in un paese che è estremamente fragile ed incerto, in cui basta pochissimo per scatenare la reazione delle borse di tutto il mondo per affossarlo definitivamente dando per scontato il peggio. Un paese che ha una crisi istituzionale che non riesce a risolvere, un referendum fallito, un sistema politico e parlamentare da tutti riconosciuto imperfetto ma che nessuno in realtà vuole cambiare, un debito pubblico pari al 133% del PIL, incertezza politica e criticità varie, non è perciò credibile o affidabile in politica estera. Non è un paese che possa avere una credibilità internazionale degna di questo nome, e sappiamo quanto ciò sia importante. Ma ciò non toglie che resta indispensabile per l’Unione Europea che oggi sarebbe molto più zoppa senza un suo fondatore che non con la Brexit. Per non parlare poi della sua posizione geografica al centro del Mediterraneo che lo pone al centro delle turbolenze che ben conosciamo e che non può autorizzare nessuno a non riconoscergli un ruolo strategico molto importante. Per questo motivo – ha poi concluso – , e’ meglio che andiamo avanti…”.

Francesco Montanino



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