Storia

Pubblicato il agosto 15th, 2017 | Da Redazione

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DAL FALLITO PUTSCH DI AGOSTO ALLA RINASCITA DELLA RUSSIA: LA FINE DELL’URSS

Nel periodo di transizione fra il crollo del regime comunista e la nascita della Federazione Russa per come la conosciamo oggi, c’è stato un tentativo di colpo di stato fallito in appena 72 ore. Proprio in questi giorni di metà agosto, ricorre l’anniversario di quel putsch con il quale nell’estate del 1991 il fu PCUS (Partito Comunista Unione Sovietica) provò, con un maldestro colpo di coda, di frenare quel processo di trasformazione irreversibile che stava attraversando quel gigante dai piedi d’argilla che non era riuscito a reggere il peso del cambiamento epocale, che era iniziato a partire dal crollo del muro di Berlino.

Una pagina di storia caduta nel dimenticatoio e nell’indifferenza che però ha segnato una svolta storica non di poco conto, perché fu proprio in quei giorni che l’URSS si sgretolò inesorabilmente, dando la stura alla dissoluzione di un vero e proprio impero che si era fondato per più di 70 anni sull’azzeramento delle libertà economiche ed individuali.

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Per comprendere bene il contesto nel quale fortunatamente non si concretizzò un golpe che tenne il mondo intero con il fiato sospeso per tre giorni, vanno analizzati fino in fondo gli eventi che scandirono quel 1991 che fu un autentico spartiacque fra la fine della guerra fredda e l’avvento di una globalizzazione, che oggi sta miseramente collassando su sé stessa. Il crollo del muro di Berlino di due anni prima, aveva innescato un meccanismo di distruzione di quell’impalcatura comunista che stava dando inequivocabili scricchiolii per la verità già da diversi anni.

A gennaio, mentre la guerra con l’Iraq di Saddam Hussein si stava concretizzando, nelle tre repubbliche baltiche Estonia, Lettonia e Lituania cresceva a dismisura la voglia di affrancarsi dal regime sovietico. Non fu un caso che proprio alla fine di quel tentato colpo di stato, Estonia e Lettonia ne approfittarono per proclamare la propria indipendenza facendo fallire sul nascere l’idea di Mikhail Gorbaciov di trasformare l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche in Unione delle Repubbliche Sovietiche Sovrane che avrebbe sostanzialmente significato la trasformazione in una vera e propria confederazione di stati, su un modello che avrebbe dovuto ricalcare quello dell’Unione Europea.

La fine del COMECON (alleanza economica) e del Patto di Varsavia (alleanza militare) – sui quali si reggeva l’ideologia comunista nei paesi est europei – avvenuti fra la fine di giugno e l’inizio di luglio, aveva reso a quel punto indispensabile ed improcrastinabile la trasformazione del patto federativo che legava le repubbliche facenti parte dello stato sovietico, in un’entità democratica e federale che tenesse maggiormente conto delle istanze dei singoli paesi che facevano parte di quell’unione.

Con lo scopo di evitare che le spinte secessioniste ed indipendentiste provenienti dal Baltico e che stavano agitando anche altre parti dell’impero, potessero alla fine (così come poi si è verificato, come vedremo) prevalere portando alla sua totale disgregazione.

Insomma, un tentativo di salvare capre e cavoli che però doveva fare i conti con quegli apparati del PCUS che mal digerivano e sopportavano l’idea di dover cedere ulteriori libertà a chi era stato utilizzato per diversi lustri come lo strumento per detenere potere ed immense ricchezze.

Infatti, la realtà raccontava che l’oligarchia comunista che aveva tenuto soggiogati interi popoli per diversi decenni, ormai era arrivata alla frutta. La soppressione dei diritti umani e la riduzione in miseria di milioni e milioni di cittadini, erano stati solo la punta dell’iceberg di un’ideologia fallimentare come quella comunista, e che era giunta dunque al capolinea nell’est europeo.

Così come va altresì sottolineato che dietro le pulsioni nazionaliste non è escluso possa esserci la longa manus di quegli americani, da sempre bravi a fomentare le rivolte praticamente ovunque che non sempre sortiscono l’esito voluto, così come abbiamo avuto modo recentemente di constatare con le tanto strombazzate “primavere arabe”.

Tornando ai tumultuosi fatti di quei concitati giorni, era ormai tutto pronto alla firma di questo nuovo trattato perché Russia, Bielorussia, Azerbaijan, Moldavia, Georgia, Armenia, Turkmenistan, Uzbekistan, Kirghizistan, KazakhstanUcraina e Tagikistan erano già d’accordo. Si erano invece chiamate fuori le tre repubbliche baltiche decise più che mai a tagliare definitivamente i ponti con l’ingombrante passato. Pochi mesi prima inoltre più del 70% dei cittadini sovietici si era dichiarato d’accordo nel volere un’Unione rinnovata.

Il premier Gorbaciov per prepararsi quindi al meglio a questo gravoso impegno, si era concesso un paio di giorni di vacanza nella dacia presidenziale di Capo Foros, in Crimea. Era il 19 agosto quando, il fautore della perestrojka e della glasnost venne trattenuto lì contro la propria volontà, dietro un preciso ordine degli alti gradi del PCUS che con un disperato colpo di coda cercò di preservare l’Unione dai nazionalismi ed impedire un alleggerimento del potere centrale e statalista, ribadendo la prevalenza del Partito Comunista su ogni cosa.

Ad ordire questa trama che colse di sorpresa praticamente tutti, furono il capo del KGB Vladimir Krjuckov, il Ministro degli Interni Boris Pugo, il Ministro della Difesa Dimitri Jazov, il vicepresidente dell’URSS Gennadi Janaev, il Primo Ministro Valentin Pavlov ed il capo della segreteria di Gorbaciov Valerij Boldin.

Il vicepresidente Janaev prese possesso della televisione e della radio, ma non fu abbastanza incisivo nel farsi riconoscere come nuovo leader che avrebbe dovuto ripristinare lo status quo. Al contrario, questo tentativo di restaurazione provocò l’indignazione popolare con grandi manifestazioni di protesta organizzate in maniera spontanea a Mosca ed a Leningrado che scoraggiarono gli apparati militari dall’appoggiare il golpe.

In questa fase assolutamente confusa, in cui si sapeva poco o niente delle sorti di Gorbaciov (un’agenzia di stampa giapponese addirittura diffuse la notizia della sua morte), si stagliò in maniera assai netta e decisa la figura di Boris Eltsin. Il neo Presidente della Federazione Russa, denunciò apertamente il putsch e, dopo essere salito su un carro armato, si scagliò contro chi lo aveva ordito. Le immagini di Corvo Bianco che si impossessava di un carro armato e stringeva la mano ai militari, fecero ben presto il giro del mondo, diventando il simbolo di quei confusi e drammatici giorni. La prova di forza e l’autorevolezza con cui Eltsin si era saputo imporre, ne rafforzarono enormemente posizione e prestigio dal momento che era chiaro a tutti che sarebbe diventato lui l’interlocutore di riferimento del colosso eurasiatico, una volta dissolto il regime comunista sovietico.

Il KGB intanto si rifiutò di obbedire agli ordini dei rivoltosi che chiesero l’arresto di Eltsin, così come le forze armate spedite a Mosca decisero di schierarsi unanimemente dalla parte della popolazione. Il tentativo di putsch dunque fallì ed i golpisti furono costretti ad arrendersi. Fu così che il 21 agosto, dietro la protezione delle forze fedeli a Eltsin, Gorbaciov fece ritorno nella capitale. Le sorti del PCUS erano però ormai irrimediabilmente segnate: il 24 agosto Gorbaciov si dimise dal partito, che fu poi inibito nelle sue azioni in Russia da Eltsin il 6 novembre, attraverso il decreto n. 169. Decreto che seguì il 90 del  25 agosto con il quale furono nazionalizzate tutte le sue proprietà.

Nel mentre, le tre repubbliche baltiche presero la palla al balzo e dichiararono la propria secessione dall’URSS. A dare il definitivo colpo di grazia a quel che rimaneva di un’unione ormai in stato agonizzante, ci pensò il referendum dell’1 dicembre con il quale il 90% degli ucraini decisero per l’indipendenza.

Una settimana dopo, i leader di Russia, Ucraina e Bielorussia firmarono l’Accordo di Belaveza con cui dichiararono dissolta l’Unione Sovietica, proclamando la nascita della CSI (Comunità degli Stati Indipendenti).

Il 12 dicembre la Federazione Russa proclamò la propria secessione ed il giorno di Natale alle ore 18, Mikhail Gorbaciov presentò le proprie dimissioni da Presidente dell’URSS, consegnando poteri ed archivio presidenziale sovietici al Presidente della Federazione Russa, Boris Eltsin.

Pochi minuti dopo, la bandiera sovietica con la falce ed il martello, venne ammainata e sostituita dal tricolore russo. Il 26 dicembre 1991, infine, anche il Soviet Supremo decretò la fine dell’Unione.

Iniziò in quel momento l’era di Eltsin che avrebbe accompagnato, non senza grosse difficoltà ed intoppi, la Russia nella delicata fase di trasformazione della propria economia da comunista e pianificatrice ad una maggiormente aperta al libero mercato.

I suoi tentativi di riforma non sempre sortirono gli effetti sperati perché corruzione, collasso economico e la spaventosa voragine dei conti pubblici stavano infliggendo durissimi colpi alla credibilità internazionale del gigante eurasiatico. Che era ormai stata ridotta ai minimi termini, quando avrebbe poi fatto la sua comparsa sulla scena politica russa e non solo, l’attuale Presidente della Federazione Russa Vladimir Putin cui fu affidato il ruolo presidenziale dal dimissionario Eltsin, il 31/12/1999.

Francesco Montanino

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